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Una storia di AlessandroCiviero

La scatola di cartone

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15 minuti

Pubblicato il 13 settembre 2020 in Altro

Tags: #esperienze #passato #ricordi #vita

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Tutti, almeno una volta nella vita, hanno usato una vecchia scatola di cartone per conservare piccoli cimeli e vecchie carabattole che non si vogliono buttare. Solitamente sono scatole da scarpe che hanno perso la propria funzione originaria per assumere una nuova identità. Quella di contenitore di ricordi, pertanto una sorta di succursale in materiale povero del nostro cervello. A volte, queste arche di Noè dei bei tempi andati, riescono a passare inosservate anche per molto, molto tempo, soprattutto se riposte in luoghi reconditi della casa.

L’habitat naturale delle scatole di cartone sono i ripiani alti dell’armadio o dello sgabuzzino, dietro alle valigie o nascoste sotto ad un sudario fatto con vecchie federe inutilizzate, per riparare le care cose inutili dalla patina del tempo, o meglio, dalla polvere.

A un certo punto, un evento inconsueto o un’imprevista piega degli eventi che la ruotine si concede, fanno riemergere dal loro incondizionato oblio i parallelepipedi più o meno solidi, che possono aver assunto aspetti inattesi, cambiando colore o forma, ovvero, restando fedeli a se stessi, ci ricordano il momento esatto in cui gli avevamo riposti in quell’angolo.

Ecco che le care vecchie cose inutili si materializzano, e con esse tornano in mente i ricordi.

La mia scatola, di un color granata intenso ed aspetto solido, è di un bel cartone spesso. Guardandola meglio mi accorgo che uno spigolo laterale si è però completamente aperto. Quando l’avevo messa da parte, impiegai il coperchio come rinforzo, infilandolo sul fondo invece di usarlo come chiusura della scatola, e questo ha impedito alla fenditura dello spigolo di divaricare completamente. Avevo infilato il coperchio sul fondo, in realtà, perché il contenuto debordava l’orlo superiore e la scatola non si richiudeva.

È sorprendente scoprire quanta roba possa contenere una scatola da scarpe, e altrettanto sorprendente come una massa di ricordi, dimenticati da tempo e sepolti sotto il mare degli eventi, torni come una risacca che trasporta a riva qualche pezzo di passato.

Innanzitutto ci sono le fotografie. Stampe a colori formato standard 10 x 15. Alcune sono sciolte ed abbandonate a loro stesse, altre costrette tra le pagine di acetato trasparente dei piccoli raccoglitori con stampigliato sulla copertina il nome del negozio di fotografia in cui avevate portato il rullino a sviluppare, un’era geologica fa. Mi rendo conto che nella frase precedente ci sono lemmi caduti completamente in disuso, e questo fa capire quanto indietro si possa andare con la scatola di cartone (o macchina del tempo?).


Improvvisamente mi ritrovo nel 1994, a quella festa privata per tardoadolescenti, organizzata dalla nostra combriccola sul retro di un locale chiuso al pubblico e, non ricordo come, preso in affitto… (o qualcuno ce l’aveva prestato). Avevamo tra i diciotto e i diciannove anni, quell’estate. Eravamo giovani, belli e pieni di ormoni. Una decina di ragazzi, amici da sempre, avevamo invitato alla nostra festa le compagnie che bazzicavano la piazza del paese; alcuni un po’ più giovani, altri un po’ più vecchi di noi. Chissà se qualcuno superava i vent’anni. Non ricordo. Ricordo che c’erano le ragazze. Tante belle ragazze, che avranno avuto dai sedici ai diciotto anni. Dovesse succedere adesso, si scatenerebbe un putiferio. Ma noi eravamo bravi ragazzi, giusto? Altro che gli stronzi di questi tempi. Forse non è così. Tutti abbiamo combinato cazzate, da giovani, e tutti siamo passati attraverso il filtro di giudizio delle generazioni precedenti.

Ci sono belle foto di me che faccio il barman, oppure assieme ad un paio di amici, mentre sorridiamo scanzonati all’obbiettivo. Il mio migliore amico con un paio di tipe niente male, una a destra e una a sinistra, una bionda e una mora. Le braccia a cingere timidamente i fianchi, sorrisi adolescenziali stampati in faccia e abiti morbidi, un po’ grunge, come andava all’epoca. Ancora io con la stessa bionda in abito chiaro lungo e gambe chilometriche. Un’amica che allora doveva avere sedici anni. E poi il primo piano di lei che sorride. Un book fotografico, praticamente.

Ho scovato una foto del d.j. che metteva la musica ed era un ragazzo del paese, con la passione per l’house e l’underground. Nella foto ha la cuffia tra l’orecchio e la spalla e con la destra posiziona la testina sul solco del vinile che gira sul piatto del giradischi Technics. Avevamo improvvisato la consolle sopra un banchetto sopraelevato da una pedana in legno e un paio di cavalletti da cantiere. Il sostegno per il mixer erano quattro blocchi di laterizio…

Ora quel ragazzo, a quel tempo diciasettenne, è un famoso d.j. che lavora nelle migliori discoteche del litorale.

Ci sono altre foto. Ritratti di gente che beve Ceres e ci prova con le ragazze. Una coppietta sdraiata su un dondolo dai cuscini di tela, mentre lui la trattiene per i polsi e sghignazza con la cicca tra le labbra in favore di camera. Anche lei ride e si diverte. Del resto, eravamo tutti bravi ragazzi.


Sempre estate 1994. Una gita in montagna con gli amici. I genitori di uno della compagnia possedevano un appartamento in una località tranquilla. Solo che ad un gruppetto di giovanotti neanche ventenni, non interessavano i sentieri per andare a funghi o le lunghe passeggiate in altura. L’appartamento da quattro posti stava diventando il campo base per le scorribande notturne giù in città di un commando di una decina di scalmanati.

La giornata era cominciata con una grigliata nel cortile del caseggiato. Birra a fiumi e un sacco di risate.

C’è uno scatto preso da me, in cui colgo l’attimo fuggente. Tre dei miei amici si erano messi in piedi sopra la staccionata che delimitava il parcheggio del caseggiato da un dirupo scosceso, alle loro spalle. Lo steccato di solidi tronchi non sembrava costituire un grosso rischio. Infatti, non sarebbe accaduto nulla se uno dei tre non avesse fatto un movimento sospetto, che aveva spaventato quello a fianco e agitato l’altro, il quale aveva compiuto una mossa falsa e stava per precipitare nel burrone. Fortunatamente, il tipo in mezzo, l’aveva trattenuto per un braccio e contemporaneamente aveva cercato appoggio sull’altro ragazzo alla sua destra, il quale stava per saltare giù dalla staccionata, verso il piazzale, trascinandosi dietro anche gli altri due, sani e salvi. Grida, strepiti e risate, immortalate un uno degli scatti più epici della compagnia.

La serata cominciò presto perché dieci ganzi dovevano mettersi in ghingheri a turno per raggiungere l’unica discoteca della vallata e l’appartamento era piccolo. Mentre si usava il bagno a rotazione, gli altri sbevazzavano e fumavano all’esterno. La corsa in auto, abbastanza breve, mi preoccupava per la serie di tornanti che stavamo affrontando. Pensavo infatti che, dopo la disco, dovevamo tornare per quella stessa strada e non saremmo stati del tutto sobri. Chissà se qualcuno si era posto lo stesso problema. Comunque, non lo chiesi mai a nessuno.

Non ricordo nulla della festa in discoteca. Rimangono le foto del giorno dopo, scattate con la mia macchinetta, ma non da me. Mi ritraggono, assieme ad un amico, mentre dormiamo sul divano letto smaltendo la sbornia. Poi ci sono le foto in cui prepariamo la pasta, laviamo i piatti e ci facciamo un paio di birre, fino alla sera successiva, in cui non siamo usciti ma abbiamo giocato a carte e bevuto Verduzzo. Le memorie di quella serata in disco sono ancora oggi leggendarie, nei fumosi racconti di chi era presente e ricorda come eravamo tornati a casa, affrontando gli innumerevoli tornanti in salita, e dormendo in dieci persone nell’appartamento da quattro posti.


La scatola restituisce immagini. Le immagini hanno una consistenza concreta di un foglio di carta patinata da dieci per quindici centimetri. Niente memoria virtuale, o supporto digitale.

Tra le fotografie più malinconiche ci sono quelle che si facevano a scuola come ricordo dell’anno e della classe. Le foto di quel tipo sono sempre un tantino tristi. Ci si vede ragazzini, impacciati e ingenui, forse. A volte, purtroppo, capita di ritrovare volti scomparsi, non solo dalla propria quotidianità, ma anche scomparsi dalla vita. Compagni di scuola, che erano anche amici, e che per qualche ingiusta e crudele ragione non ci sono più.

Le foto dell’ultimo anno, quello della maturità, e le foto della gita, o viaggio studio, come pretendeva la definizione istituzionale. Per noi ragazzi era semplicemente la gita di fine anno. In quinta superiore però consisteva in un viaggio all’estero, e il nostro prof di lettere ci portò a Parigi. Ho un pacco di foto di Parigi. Una peggiore dell’altra, constato adesso, guardandole sorridendo e ricordando me stesso come l’imbranato ragazzo che le aveva scattate.

La Tour Eiffel by night attraverso il finestrino del pullman bagnato di pioggia. La cupola dorata de Les Invalides sul grigiore circostante. Gli Champs Elysee, con bella vista di una grata di sicurezza della Torre in primo piano. Improbabili scorci della Cité, di Notre Dame, di Les Halles o qualsiasi altro luogo della Ville Lumiere che si potesse ritrarre nel peggiore dei modi. Nessuna foto con i compagni di classe. Non so dove sono sparite o se ne avessi mai fatte. Ricordo però che non avevo un gran feeling con loro. Mi prende un po’ di nostalgia mista a rimpianto per il tempo perduto e passo ad altro.


Saltano fuori altre fotografie, un po’ più recenti, della squadra di calcio nella quale ero segretario. Seppur giovane, non sono mai stato uno sportivo, così il mio coinvolgimento era, per così dire, intellettuale e non atletico. Quella è stata una parentesi durata ben quindici anni, con soddisfazioni sportive (molto poche) e serate di festa (con gran bevute). Il campionato di calcio dilettanti era, come si può ben immaginare, una scusa per uscire la sera agli allenamenti e la domenica pomeriggio alle partite, ed eludere così il controllo psicofisico di mogli e fidanzate. Quindi, più che sulle imprese sportive, i ricordi si focalizzano sui momenti di divertimento, sulle cene, sulle serate al pub dopo gli allenamenti e, anche in questo caso, sugli estemporanei viaggi di gruppo. Un paio di fine settimana in Croazia, al termine del campionato, e la famosa gita a Roma nell’anno giubilare del Duemila, in cui il nostro amatissimo presidente ci voleva far benedire dal Papa!

Le persone, quelle comunque rimaste e che c’erano prima della società sportiva, sono la cosa più importante di tutti gli sforzi e tutte le vicissitudini per portare a termine un impegno che si è lentamente deteriorato con l’avvento della crisi economica, certamente, ma soprattutto con l’avanzare dell’età.

Il goal all’incrocio, le partite sotto la pioggia, l’impresa contro la squadra favorita, o la vittoria della coppa dei dilettanti sono bei ricordi, ma quello che più conta è ciò che ho imparato e mi ha arricchito (e non certo di quattrini). L’entusiasmo di pochi è in grado di coinvolgere molte persone e, a volte, raggiungere obiettivi che non si potevano nemmeno immaginare.


Le fotografie nella scatola di cartone seguono una stratigrafia che accatasta gli anni uno sull’altro. Tra il duemilatre e il duemilaquattro, qualcuno della storica compagnia è convolato a giuste nozze e di questi eventi sono testimoni alcuni scatti che ho fatto durante i festeggiamenti. Altri amici si sono sposati più tardi, ma credo che allora la macchina fotografica fosse già stata soppiantata definitivamente dal telefonino e che le relative foto siano sepolte in qualche disco fisso di un vecchio pc. Le fotografie stampate sono emozioni diverse.

Immagini di cene d’addio al celibato, da cui mi accorgo che i nostri volti sembrano più pieni, imbolsiti, anche se belli carichi e sorridenti. Probabili effetti alcolici. Nessuna foto compromettente, comunque. Credo che in certi ambiti privati la fotocamera sia stata off limits per ovvi motivi.

Non ho trovato nessuna immagine delle cerimonie, ma solamente fotografie scattate alle feste dopo il ricevimento. Gli scherzi e le situazioni sono molto simili, con i poveri neo mariti vessati dalla goliardia degli amici di sempre. Tiro a segno con torte in faccia, gavettoni da bucare con improbabili caschetti muniti di punteruolo per trovare la chiave di casa, trabiccoli e carriole sgangherate da guidare con sopra la sposa, tronchi da segare e tanto, tanto, tanto prosecco.

Alla rinfusa, tra queste fotografie, ho riscoperto souvenir di cene con gli amici del bar. Ricordi di qualche torneo estivo di calcetto; rispolverato qualche volto che, ad essere sincero, non rammentavo e me ne rammarico.


Nella scatola ci sono tante cianfrusaglie. Alcune guide turistiche e manuali di città italiane e straniere da visitare, che non ho mai visitato. Un dizionario di inglese-italiano obsoleto e un vocabolario multilingue del tutto inutile. Manuali per concorsi che ho usato, ma poi abbandonato sul fondo della scatola di cartone. Penso che dovrò liberarmi al più presto di qualche chilo di carta.

Alla fine la scatola da scarpe è vuota, e in quel momento mi accorgo che sul fondo, schiacciata dal peso di tutte le cose che hanno attirato la mia attenzione e risucchiato nel vortice dei ricordi, rimane una busta. È talmente incastrata nel rettangolo di cartone che non riesco a toglierla se non con un certo sforzo, ma con tutta la cautela di cui sono capace, perché non voglio lacerarla.

Si tratta di una busta di carta, non sigillata, ma chiusa quasi ermeticamente dalla pressione subita per tutto il tempo trascorso sul fondo della scatola, sepolta dai chili di carta soprastanti.

Inumidisco la punta dell’indice e del pollice per attirare la lingua di chiusura, che è completamente secca e leggermente ingiallita.

All’interno della contenitore ci sono alcune buste, ben riposte una sull’altra, e alcuni fogli di leggera e sottile carta da lettera. Un tempo, forse nemmeno troppo lontano, forse frettolosamente dimenticato, si usava acquistare buste e carta per scrivere. Adesso mi ricordo di aver comprato dal tabaccaio il necessario per scrivere delle lettere. Ricordo, anche se il pensiero è molto sbiadito. Mi torna in mente una persona. Ecco che dal capiente contenitore di carta ingiallita fa capolino il bordo lacerato di un’altra busta.


All’interno c’è una lettera, scritta su un foglio piegato a metà, come originariamente l’aveva richiuso una mano amica, per spedirlo, con l’indirizzo e i francobolli. Il foglio è decorato da buffe caricature di animaletti, un poco infantili, forse. La calligrafia con cui è stilata la lettera è morbida e arrotondata, anche se abbastanza minuta, ma denota una certa maturità, nonostante il contorno. Non ricordavo quella grafia, non ricordo la sua voce, ormai, ma mi torna in mente benissimo il volto della persona che aveva scritto la lettera.

In alto a destra c’è la data. Sono passati più di vent’anni. Era il Duemila. Vent’anni fa. Eppure era questo secolo, mi dico, emozionato. Una lettera di carta, che rimane nascosta per tutto questo tempo assieme ad un fascicolo di fogli bianchi, con i quali avrò certamente replicato a quelle righe. Ci siamo scritti, io e lei, e l’avremo fatto una sola volta. Dell’altra carta vuota e bianca è lì a testimoniarlo.

Comincio a leggere e gli occhi scorrono su quelle frasi, sulle parole, sulla sinuosità delle singole lettere. Com’è diverso vedere parole scritte di pugno, piuttosto che con il filtro di una tastiera, di una macchina, di un touch screen a 140 caratteri! È radicalmente diverso. L’emozione è palpitante, perché sai che ogni singolo segno calcato su quella carta viene direttamente dalle mani di una persona. Viene dalle sue mani, guidate dal cuore. Certo, anche un tweet o un messaggio su whatsapp possono essere accorati, sinceri, ma la parola scritta di pugno è tutt’altra cosa.

Non importa molto cosa dice la lettera. Contano le emozioni ed i ricordi che ha riacceso, tornando alla luce, dal fondo della scatola, come un diamante grezzo emerge dall’oscurità della terra, grazie allo sforzo fisico, mentale e umano di un minatore.

Il diamante grezzo è il ricordo di un’anima che c’è stata, che c’è attraverso quelle parole scritte e ci sarà per sempre, vivendo anche solo nel semplice ricordo.

So di aver voluto bene a quella persona, che adesso vive la sua vita sicuramente dimentica di quella lettera, di quel periodo, breve e lontano nel tempo, dei nostri incontri, in cui ci siamo conosciuti. Io sorrido e mi piace conservare il ricordo di un passato che non torna, ma che resta vivo grazie alla scatola di cartone.


Tra i fogli di appunti e giovanile velleità che ho tenuto nascosti per anni in un cassetto, credendo che potessero essere pensieri profondi o poetici di qualsiasi spessore, ho ritrovato un brandello sgualcito, che era stato strappato da un foglio più grande e che contiene questa piccola parabola, l’unica cosa che non avevo scritto io, ma un amico, che oggi non c’è più:

“Abbandono le mie tracce sulla spiaggia, il mare fedele le scoprirà, le coprirà e le cancellerà per sempre, sembrerà così che io non abbia mai percorso quella strada e dunque sarò dimenticato. Sull’ultimo molo incontro un mio vecchio, caro amico. Lo trovo cambiato, si è fatto crescere la barba, non gli chiedo come sta, lui nemmeno. Non ci salutiamo, egli dice soltanto: «Guarda all’orizzonte, vedi quelle due navi? Quella bianca e quella rossa? Quando si incontreranno cadranno insieme, inabissandosi. Questo è il vero amore! Scontrarsi con tale impeto e passione da annientarsi a vicenda, due soli partner, un solo amore…»

Io guardo le due navi all’orizzonte che sembrano scontrarsi e lui sussurra: «Due sole navi e un unico scontro… due soli amanti e un unico amore.»

La nave rossa si sovrappone per un secondo a quella bianca e poi insieme si allontanano. Una da una parte e una dall’altra, quella rossa poi si incrocia con un’altra, ma si sfiorano e nient’altro.

«Non preoccuparti – dice infine – funziona sempre così.»”

Sembra un racconto scritto appositamente per spiegare cosa è accaduto tra me e quell’amica con cui, per un attimo, abbiamo intrecciato i nostri cuori e le nostre penne.

Pensare al passato in questi termini induce sentimenti contrastanti, scioglie nodi nascosti in qualche cassetto della mente, o al contrario, ci lega per sempre ad indimenticate nostalgie ed amari rimpianti; ma del resto, riscoprire la scatola di cartone rimasta nascosta per tanto tempo in un ripiano polveroso, fa innegabilmente tirare le fila su quello che è stato e su ciò che riamane.


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