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Una storia di Maricapp

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LA SINDROME

#pioggia

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4 minuti

Pubblicato il 06 novembre 2018 in Fantasy

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Pioveva a dirotto e forse di piu’. Era senza ombrello e senza auto, i taxi erano un miraggio ed i capelli un disastro. Si rifugio’ sotto il portone di un antico palazzo di Corso Venezia, uno di quelli che nei loro misteriosi interni si favoleggia ospitino aironi rosa in piccoli laghetti artificiali riempiti di ninfee e circondati da vegetazione che riesce a lussureggiare anche negli inverni milanesi.

I vestiti zuppi, la borsa gocciolante, il trucco colato non era certo al meglio, ma un gentile signore rubicondo con pizzetto e baffi bianchi ebbe pietà della ragazza che intravide nel disastro che gli si presentava davanti e la fece entrare all’interno del palazzo. Niente aironi né ninfee, ma un austero porticato aperto su un cortile spoglio lastricato di grossi sassi grigi.

Ci rimase male: -Sono dunque cosi’ le case dei ricchi?-

-Venga- disse l’anziano gentiluomo con uno stranissimo accento a metà strada tra il tedesco ed il francese, precedendola verso una porta a vetri ed un antico ascensore. –Non abbia paura, sono solo un innocuo vecchio olandese che è venuto tardi, troppo tardi in Italia e che vuole offrirle un caffè ed un asciugamano caldo.

E lei, chissà perché fiduciosa, lo segui’.


Arrivati al terzo piano, dopo una salita lenta e cigolante che le riporto’ alla mente un film di Dario Argento, si trovo’ davanti una porta lucida ed antica, il signore suono’ ed una domestica con una divisa d’altri tempi apri’. Rassicurata, entro’ in una lunga anticamera tappezzata da un’enorme libreria zeppa di tomi probabilmente preziosi, che accompagnava gli ospiti in un salone sfarzoso con quadri importanti, poltrone e tappeti.

L’anziano sorrise e l’affido’ alla domestica che la scorto’ in un bagno grande quanto il suo soggiorno, pieno di marmi e specchi. Si asciugo’ i capelli, lavo’ via il trucco sfatto e riprese un po’ di colore dopo una passata di ombretto e fard. Quasi di nuovo presentabile torno’ nel salone.

Era vuoto.


Si accomodo’ composta su un divano di velluto verde poi, a disagio in quell’ambiente d’altri tempi, si alzo’ ed inizio’ a guardarsi attorno. Che quadri imponenti, scuri, pareva d’essere in un museo!

Si blocco’ davanti ad una grande tela buia ed inquietante che rappresentava un vecchio la cui mano armata di coltello veniva fermata da un angelo, mentre l’altra era calata sul viso di un giovane uomo. Fu percorsa da un brivido, percepi’ tutta la violenza nascosta dietro la maschera stravolta dell’omicida, il sangue le deflui’ dal volto, le gambe cedettero e cadde svenuta sul folto tappeto persiano.


Apri’ gli occhi e mise a fuoco un giovane vestito in modo strambo che la osservava con curiosità, le mani intrecciate dietro la schiena.

Il ragazzo stava parlando:

-….”Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.”

Lo guardo’ sbalordita: ma che stava discendo?

Lui , con sufficienza, spiego’ “Vede signora, puo’ capitare che un quadro possa sconvolgere a tal punto da togliere il senno ed i sensi “ E poi, cambiando discorso in modo repentino. –Ma ora lo scrivere mi attende, chiedo il permesso di tornare ai miei colori preferiti cioè il rosso ed il nero.- E con un sorrisetto che lei defini’ diabolico, si inchino’ , le volto’ le spalle ed usci’.


-Devo aver battuto la testa- si disse la ragazza alzandosi con cautela e si risedette sul divano verde. Non osava guardare il quadro, ma, curiosa, inizio’ dal fondo, dove c’era la firma:

REMBRANDT. F. 1635

-Accidenti!- Esclamo’ incredula. In fondo i fiamminghi li aveva sentiti nominare anche lei. Non aveva notato prima un piccolo leggio che reggeva un libro antico aperto ad una pagina che riproduceva il quadro. Lesse:

Sacrificio di Isacco è un dipinto a olio su tela realizzato nel 1635 dal pittore Rembrandt Harmenszoon Van Rijn. È conservato nel Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo. L'opera è firmata e datata "REMBRANDT. F. 1635".


-Ah si’- Il signore era ricomparso -Le piace? Le confidero’ un segreto: quella dell’Ermitage è una copia. Ben eseguita certo, vorrei vedere, l’ho fatta io! Ma una copia. Sa, io le mie opere preferisco tenermele vicino. Si guardi intorno cara, sono tutte qui. E’ cosi’ ormai da circa tre secoli. E dovrebbe vedere anche la collezione del mio vicino, quel corso piccoletto e strafottente che di nome fa Napoleone . Abita poco piu’ giu’, a Palazzo Serbelloni. Fortunatamente sua moglie Giuseppina oltre che bella è molto piu’ simpatica ed accogliente di lui! -

La ragazza si giro’, apri’ la bocca e svenne un’altra volta.


Qualcuno, un passante, la stava strattonando: -Signorina, signorina, si sente bene?- Stralunata si guardo’ intorno.

Era appoggiata al portone sprangato, fradicia, con la borsa gocciolante, le scarpe sformate dall’acqua ed il trucco sciolto.

Guardo’ in su: vicino al numero civico 51 c’era una targa in marmo:

Qui scrisse, amo’, visse, Henry Beyle, meglio conosciuto come Stendhal.

Ancora piu’ su, ad una finestra alta e stretta del terzo piano, un signore con baffi e pizzetto bianco, salutandola con la mano, le sorrise strizzandole l’occhio.

E la pioggia, indifferente, continuo’ a cadere.










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