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Una storia di Nicole

Tra baratro e cielo

Sono schizofrenica

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16 minuti

Pubblicato il 31 gennaio 2019 in Altro

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Le gocce di pioggia colano dal finestrino dell’auto come lacrime. Il tassista, che con una mano si gratta energicamente la nuca scura e con l’altra gira il volante per svoltare a destra, si lamenta del tempaccio, sbruffando. Io non rispondo. Mi limito a distendere le labbra in quello che dovrebbe sembrare un sorriso. Ma so che non lo sembra. So che non lo è.

- Siamo arrivati –

Mi dice il prezzo della corsa, gli do i soldi e scendo, senza salutare. La pioggia mi bagna i capelli e questo mi piace terribilmente. A passo lento, mi avvicino all’entrata. Vorrei ritardare il più possibile l’appuntamento con il dottore, vorrei che fosse stato concordato per domani, dopodomani, un mese. Anzi, vorrei che non fosse mai stato fissato. Mi riparo sotto la tettoia, accanto all’ingresso principale e do un’occhiata all’orologio: sarei dovuta salire già sette minuti fa. Scrollo le spalle e accendo la mia Marlboro light, pensando che qualche minuto di ritardo non abbia mai fatto male a nessuno. Aspiro il fumo come per saziarmene e, straordinariamente, non mi metto a pensare a quello che mi aspetta; mi guardo intorno e il giardinetto di fronte a me, bagnato ma rigoglioso, mi regala un’insolita, forse agognata vitalità. Sorrido. Questa volta, riesco quasi a vedere me stessa dal di fuori: la chiostra dei denti è in piena evidenza, il mio viso è luminoso, raggiante, gli occhi sono limpidi e sembrano tranquilli.

Fingi di sentirti bene, ma sei una fottuta perdente.

Quella voce.

Deglutisco e, in un attimo, non riesco più a vedere il mio sorriso. Sento solo che i miei occhi sono sgranati, come se fossi in una stanza e qualcuno, improvvisamente, avesse spento tutte le luci, lasciandomi in balia del buio più nero.

Grida. Grida, Sirya! So che vuoi farlo. Che muori dalla voglia di gridare.

Mi porto una mano alla testa, come se avessi appena ricevuto una martellata. Getto la sigaretta nemmeno a metà, la strofino con la suola delle ballerine e, respirando compiutamente, entro in ospedale. Spaesata, mi guardo intorno, in cerca della reception; non appena l’ho individuata, mi avvicino.

- Buongiorno. Ho un appuntamento col dottor Liguori. –

La segretaria, capello corto e rosso, mezza età, aria stanca, odiosa e repressa, mi fissa in modo davvero poco professionale, come se si aspettasse qualcosa da me.

- Lei è? –

Oh, certo. Il nome.

- Sirya Misani.-

Controlla al suo computer e, mentre lo fa, l’aria professionale sembra esserle tornata, mentre quella odiosa e repressa non l’ha lasciata un attimo.

- Quarto piano, studio 56 –

Decido di non ringraziarla. Mi volto e premo entrambe le mani sul petto, come se potessi fermare i battiti convulsi del cuore. Una terribile agitazione s’impadronisce del mio respiro, che non riesce a diventare regolare.

- Stanza 56. –

Sono davanti alla porta, che è di quel celeste tipico degli ospedali. Prima di bussare, tento ancora una volta di fare un respiro compiuto. Niente da fare. Do tre colpi a pugno chiuso e un ‘avanti’ lontano e cortese mi spinge ad abbassare la maniglia.


***


Liguori mi accompagna alla porta. Mi stringe la mano sorridendomi e strizzandomi l’occhio.

- Andrà tutto bene, non si preoccupi. –

Mi passo la mano rimasta libera tra i capelli, lottando con me stessa per non eccedere, per non gridare che so benissimo che sia tutto un complotto. Mia madre e Liguori. Mia madre e questo dottorino dal camice bianco e immacolato, dall’aria fottutamente rassicurante.

Mi lascia la mano. Continua a sorridermi.

- A martedì. -

Annuisco, cercando di non incrociare i suoi occhi indagatori, invadenti. La sanno lunga, quegl’occhi lì.

Al piano di sotto, la segretaria è intenta a spalmarsi una buona quantità di rossetto rosso scarlatto: piega le labbra con destrezza, le protende davanti al piccolo specchietto tondo e, dopo uno sguardo compiaciuto rivolto alla sua immagine, resta a fissarmi. Mentre mi sistemo il foulard al collo, la guardo, irritata.

Anche lei lo sa. Tutti sanno che sei una perdente. Tutti sanno che sei pazza. Te l’ha detto anche il dottore. Il dottore che complotta con tua madre. E la segretaria sa di quel complotto. Per questo ti guarda così. Sirya…

Un blocco improvviso al petto m’impedisce di respirare. Snodo il foulard appena sistemato e lo metto in borsa. La hall mi sta stretta. La segretaria continua a fissarmi e vorrei gridarle di lasciarmi in pace, di non attraversarmi con quello sguardo che mi deturpa, che mi violenta. Quel rossetto… quel rossetto troppo vistoso, troppo rosso, che sembra sangue. Improvvisamente, le pareti bianche della hall iniziano a diventare rosse. Sangue ovunque, dello stesso rosso di quel rossetto. Strizzo gli occhi, li chiudo, poi li sgrano.

Sangue.

Ancora quel sangue. Alzo la testa: dalle sette lampade al neon attaccate al soffitto, sgorga una cascata rossa. Mi sposto verso destra per salvarmi e cado addosso a qualcuno.

- Signorina. Si sente bene? –

Deglutisco la saliva in eccesso, mi ricompongo e mi accorgo che i muri sono tornati puliti. Le lampade al neon emanano la loro luce forte e bianca. Fisso quella signora sulla settantina, elegante, apparentemente benestante, fine, con lo sguardo tra l’incredulo e il preoccupato e le perle – sicuramente vere – al collo.

- Scusi. Ho avuto un mancamento. Sto bene. –

La signora sospira e mi sorride, salutandomi con un elegante cenno della testa.

La guardo allontanarsi e noto che tutti mi fissano. Dio. Devo aver attirato l’attenzione cadendo addosso a quella donna.

Vattene. Corri via. Anche camminare sulla corsia di un’autostrada sarebbe meglio che stare qui dentro. Tutti ti guardano, perché tutti sanno chi sei.

Vorrei dire a quella voce di sparire per sempre. Già, tutto è iniziato da qui.


***


Un sibilo di vento. Un fruscio di foglie. Il rumore del mare. E poi quella voce. Sempre la stessa, sempre lo stesso timbro, sempre le stesse parole. La prima volta che l’ho sentita, ero in cucina.

Mia madre preparava una torta e piangeva, perché mio padre se n’era andato con un’altra più giovane, più fresca, più avvenente. Già, gli uomini sono così.

- Se solo tu non l’avessi fatto arrabbiare, se solo ti fossi comportata meglio! Sai quanto teneva alla scuola. Sai quanto sarebbe stato orgoglioso di te, se ti fossi messa a studiare seriamente, senza pensare a festini, discoteche e minigonne! – Continuava a piangere – Se solo fossi stata una figlia diversa, ora sarebbe qui. – In quel momento, pensavo che mia madre fosse terribilmente ingiusta. Avevo la superbia e la ribellione tipiche dei quindicenni. Ricacciai indietro le lacrime e, con la mia faccia tosta, le risposi a tono.

- Adesso sarebbe colpa mia se ti ha lasciato, vero? Dipendeva da me, dal mio andamento scolastico il vostro rapporto di coppia? È così? –

La guardavo fissa negli occhi. In quel momento, provavo odio. Repulsione. Voglia di gridare. Rabbia. Tutto questo mescolato a un dolore lancinante al petto.

- Chi me l’ha fatto fare a metterti al mondo… Gesù! I figli danno solo problemi. Ah, se tornassi indietro! –

Forse non era sua intenzione, ma mia madre mi ferì, quella sera. Le sue parole scavavano nella mia anima facendomi male.

Ucciditi. Esci ora, vai in mezzo alla strada, buttati su un’automobile in corsa. Non servi a nessuno.

Ecco la voce. Mi risuonava nei timpani stordendomi tutta. Era la voce della verità. La voce del dolore. La voce di qualcuno che mi voleva bene, che vedeva la sofferenza prima di me e che cercava di salvaguardarmi, o porre rimedio. Nei secondi immediatamente successivi alla frase di mia madre, io credetti che quella fosse la cosa giusta da fare. Ero come ipnotizzata e sentivo che avrei fatto tutto ciò che la voce mi avesse chiesto. Perché era la voce di un qualcuno che mi voleva bene. Magari era la voce di un angelo. O di Dio.

Avevo accantonato quest’episodio, quella voce, anche perché non l’avevo più sentita. Non sapevo che quello sarebbe stato l’inizio di un calvario.

Col passare degli anni, la mia situazione peggiorò. Se a quindic’anni uscivo anche troppo e mi divertivo, a venti stavo serrata in casa. Non sopportavo nessuno. Ero sicura che tutti quelli che mi circondavano sapessero cosa pensassi, cosa provassi. Mi sentivo viscida e nuda, sotto lo sguardo indagatore della gente. Non scendevo nemmeno più a fare la spesa. Mi sentivo osservata dalla cassiera, dai clienti, da chiunque. Sempre sotto i riflettori, sempre col dito puntato. Ero sicura che i vicini parlassero male di me. Che complottassero qualcosa per farmi del male. Fu questo il periodo in cui ebbi la prima allucinazione visiva. Ero a casa, ancora con mia madre. Stava convincendomi ad uscire, ad accettare l’invito di un’ex compagna di classe, ma io ero irremovibile. All’inizio, cercai di stare calma, poi scoppiai. Che ne sapeva lei, della cattiveria che c’era là fuori? Come poteva minimamente immaginare cosa la gente pensasse di me? Quanta ipocrisia, quanta falsità? Non poteva saperlo, perché lei faceva parte di quel complotto, perché lei era come loro. Mia madre mi guardava con severità mista a compassione. Improvvisamente, vidi migliaia di scarafaggi attraversarle il viso, scendendo giù agli arti, sino a ricoprire tutto il corpo. Strizzai gli occhi e poi li sgranai. Quegli scarafaggi neri erano ancora lì. Corsi verso di lei, tentai di scrollarle di dosso gli orrendi insetti, ma non venivano via. Mia madre mi sembrò un mostro. Gridai. Mi accasciai. Avvicinai il petto alle ginocchia e mi strinsi le gambe, poggiandovi sopra la fronte. Volevo nascondere le mie lacrime. Ma volevo anche nascondere il fatto che io avessi paura. Paura di mia madre. Paura di ciò che vedevo.

Viscida. Tua madre è viscida. È uno scarafaggio.

Stavolta, la voce mi si presentò con un rumore strano, come se si fosse frantumato un vaso di cristallo. Mi fischiavano le orecchie e chiusi gli occhi. Quando mi risvegliai, mi ritrovai a letto, con mia madre vicina, che dormiva con la bocca spalancata. Doveva essere notte fonda.


***


Sono malata.

L’ha detto il dottorino col camice bianco immacolato e con gli occhi indagatori.

Sono gravemente malata.

- Prima te ne fai una ragione e prima guarirai. – Così ha detto Liguori.

Mia madre. Lo scarafaggio gigante e viscido che avevo visto. La scaricatrice di colpe. La donna sola e repressa, che ha riposto tutte le sue energie, tutta la sua vita nelle mani vuote di un uomo che l’ha scaricata, come un’auto da rottamare. È stata lei a contattare il dottorino. Dopo la mia ultima allucinazione, che non sto qui a spiegare, ha fatto una ‘telefonata veloce’ ad un suo conoscente dottore. Mi ha preso un appuntamento. Mia madre fa parte del complotto, ne sono sicura. Sta studiando, insieme agli altri, il modo più veloce – forse indolore, in fondo sono sempre sua figlia – per farmi del male. Il dottor Liguori, che si porta a letto mia madre e che l’abbandonerà, prima mi sorrideva perché sa del complotto. La segretaria mi fissava perché ne fa parte anche lei. E ne fa parte anche la settantenne con cui mi sono scontrata: non è stato un fottuto caso, no. La riccona con le perle al collo è venuta di proposito verso di me, per scrutarmi gli occhi, come il dottorino, come la segretaria. Voleva vedere di che colore fossero gli occhi di una che deve perire inevitabilmente. Voleva vedere se conservassi ancora la luce dell’innocenza. Voleva godere, la vecchia. Godere del mio dolore, della mia fragilità, della mia diversità. Tutti vogliono godere nel vedermi affondare.


***


Sono seduta sulla panchina del giardinetto. Piove ancora. Ho i capelli bagnati appiccicati al viso. Il trucco mi cola dagli occhi e, anche se non mi vedo, so che le mie guance sono attraversate da irregolari strisce nere di mascara.

Dio, quant’è pavida, la gente. La strada dopo il giardinetto è completamente deserta e questo solo perché piove a dirotto. Amo i giorni di pioggia anche per questo. Io e la panchina. Io e il cielo d’acciaio. Io e la pioggia che mi lava, che mi purifica.

Io e quella voce.

Ecco, ora sono etichettata come ‘malata’. Ma so che non è vero. So bene di non esserlo. Vogliono convincermi che io sia pazza, tutti. Liguori per primo, dato che si porta a letto mia madre e sa che io non approvo.


Schizofrenia paranoide. Così l’ha chiamata il dottorino.


***


Un germoglio. Mi sento così. Una neonata già adulta.

Sono passati cinque anni e mezzo da quel giorno di pioggia, dalla panchina, dal camice di Liguori, da quel giardino bagnato ma rigoglioso. In questo tempo, ho cercato di curarmi, senza riserve. Con l’aiuto di Liguori, ho preso il controllo della mia condizione. Ma non è solo grazie al dottorino; da qualche anno, è arrivato Luca ed è fantastico. È la mia roccia ed io sono l’onda irruenta che sbatte contro di essa. Luca mi sostiene. Non mi giudica. Mi aiuta a non farmi del male. Fa sì che i miei petali non appassiscano troppo in fretta. A volte ci riesce, altre no. Ci sono giorni bui e tristi. Giorni in cui quella voce mi parla, m’insulta, mi incita a fare cose oscene. Poi ci sono giorni di sole. Giorni in cui sono felice quando cammino sull’erba, quando mi chino, accarezzo una pratolina e resisto alla tentazione di coglierla, permettendo ad essa di vivere la sua breve vita, di lacrimare brina all’alba, di farsi solleticare dalle zampette di un’ape laboriosa. In questi giorni, sono felice senza un perché. O forse il motivo esiste: sono viva. Posso svegliarmi ogni giorno, pensare una cosa e farla. Posso prendermi cura del mio corpo, senza avere allucinazioni; della mia mente, senza pensare che ci siano complotti in corso contro di me; del mio cuore, senza aver paura di soffrire.

Passeggio per la stanza, infilo le mani nelle tasche dei pantaloni, guardo le mie ballerine bianche e mi viene in mente il camice del dottore, dello stesso colore. E pensare che, qualche tempo fa, ero convinta che mia madre avesse una storia con Liguori, che loro due, insieme, stessero complottando per farmi sprofondare, coinvolgendo la segretaria, la signora elegante, tutti. Scuoto la testa, mentre le mie labbra si distendono in un sorriso triste. A volte, mi chiedo come sia arrivata a questo. Mi chiedo perché la mia mente abbia intrapreso la strada misteriosa, tortuosa e oscura della schizofrenia. Mi dico che sia ingiusto che la mia giovane vita sia macchiata da tutto questo. I miei anni migliori saranno sempre legati alle allucinazioni, alle voci, alle paure. Liguori mi disse che tutto risiede nei traumi infantili che ho avuto, nella mia fragilità. Il dottore è lui e credo che, tutto sommato, ci sia un fondo di verità, in ciò che ha detto.

Mi getto sul letto. La posizione supina è quella che preferisco: guardo il soffitto che sembra lontano da me, ma poi mi accorgo che non lo sia poi così tanto. Così come non è mai stata distante da me la voglia di lottare per guarire. Niente è lontano da noi, se lo vogliamo.

Sospiro. Mi porto una mano alla fronte e accarezzo i capelli. Scendo più giù, passo per il collo, sino ad arrivare alla pancia. Alzo la maglietta e mi accarezzo il ventre, dolcemente.

- Piccola, che fai qui? Non mi hai sentito rientrare? –

Alzo il busto di scatto, spaventata. Incredibile come i pensieri possano impossessarsi di qualcuno, sino a fargli perdere la cognizione della realtà. Luca mi sorride serafico e avanza verso di me, con le mani affondate nei suoi soliti jeans chiari.

- No, non ti ho sentito. Stavo pensando. –

Si siede al bordo del letto. Dio, cosa darei per far sì che il suo sorriso resti sempre così luminoso e rassicurante. Se potessi, lo berrei, per averlo sempre dentro di me.

- A cosa? –

Tremo all’idea di parlargli. Non posso sapere come reagirà. Basterebbe anche un suo sguardo a deturparmi l’anima, a farmi sprofondare nell’abisso più oscuro dell’universo. Non rispondo. Con una mano, prendo una ciocca a caso dei miei capelli e abbasso la testa, come se dovessi esaminarla scientificamente.

- Ehi… -

Quando lo guardo, noto che il suo volto si è appassito, come un fiore con i petali chiusi. Cerco di rassicurarlo con gli occhi, ma so che il mio sorriso non è autentico e odora di paura.

- Luca, io… -

La mia mano è ancora sotto la maglia, come qualche minuto fa, prima che arrivasse lui. Non l’ho spostata di un millimetro ed ora, a contatto con la mia pelle, inizia a sudare.

- Aspetto un bambino -

Ci sono cose che rimarranno dentro di noi per tutta la vita. Sono sicura che ricorderò per sempre gli occhi di Luca, dopo questa frase: spalancati, increduli, timidi, euforici, felici, smaniosi. E tutte queste emozioni hanno attraversato i suoi grandi occhi scuri in un secondo. Mi fissa con la stessa espressione di pochi istanti fa.

- Dimmi che sei sicura. Dimmelo -

Mi prende le mani e me le stringe forte, quasi senza accorgersene.

- Sono sicura. Ho un ritardo di dieci giorni e… stamattina ho fatto il test. Prima di dirtelo, volevo esserne sicura, magari avrei dovuto… Luca, sei felice? Cosa ne pensi, io… io non so se sei felice, se lo vuoi, questo bambino… io non so se tu … -

Mi bacia all’improvviso, mentre nelle nostre bocche si diffonde un sapore innocente, timido, salato: il sapore delle lacrime.

- Oh, Sirya… oggi è il giorno più bello della mia vita –

Le mie lacrime continuano a scendere. Lacrime di gioia, di entusiasmo, di eccitazione. Lacrime di futura, giovane mamma, che vengono dissolte dai pollici di Luca, che mi tiene il viso tra le mani.

- Non potevi farmi un regalo più bello. Ma perché avevi paura di dirmelo? Hai sempre saputo che io ti amo, che voglio stare con te tutta la vita, che… -

Questa volta, sono io che lo bacio all’improvviso. Magari, il bambino in arrivo avrà la sua forza, la sua generosità, il suo coraggio. Magari avrà i suoi occhi. Non lo so, non posso saperlo. So solo che mi sento felice.

- Vieni con me - .

Luca mi prende la mano e, dolcemente, mi fa alzare dal letto, per portarmi sul balcone della nostra camera, che dà sul mare. Mi sfiora il ventre ancora piatto e sorride, incredulo. Non so che ore siano ma, dato che il sole sta sprofondando lentamente nel mare, dev’essere il tramonto. Una luce viva, ma allo stesso tempo tenue circonda ogni cosa. Luca si mette dietro di me, cingendomi i fianchi e poggiando il mento sulla mia spalla. La brezza tiepida ci avvolge completamente e noi ci facciamo avvolgere, in silenzio. Tempo fa, consideravo i silenzi come un qualcosa di negativo, di sospettoso, di oscuro. Ora è diverso. Questo non è silenzio. È serenità, pace, libertà, speranza.

- Sarà un bambino felice. Avrà la tua forza . –

- E la tua bontà, la generosità, l’altruismo che tu… -

Mi fa voltare di scatto e mi soffoca le parole, con un forte bacio sulle labbra. Poi ci avviciniamo alla ringhiera. Guardo l’acqua più lontana del mare, ma non mi spingo sino all’orizzonte; alzo la testa verso il pezzo di cielo sopra di noi. Tutto ciò di cui ho bisogno, in questo momento, è qui: Luca e il bambino. Non mi serve guardare lontano.

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