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Una storia di utente_cancellato

Io Sono Samir

Un bambino non dovrebbe mai vedere la guerra. Samir è ancora piccolo quando vede sua madre e la sua piccola sorellina morire a causa di una

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7 minuti

Pubblicato il 12 settembre 2019 in Altro

Tags: #guerra #war

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Quella mattina, quando mi alzai, vidi mia madre guardare la televisione. Forse quello che stava vedendo non era qualcosa di bello poiché mia madre non era tanto felice nel guardarlo e le sue mani tremavano.
Quando mi ci avvicinai per chiederle cosa avesse, prese il telecomando e spense la televisione.

“Mamma, posso uscire con i miei amici?”.

“Samir, oggi non puoi restare a casa?”.

“Ma mamma, io voglio andare a giocare con gli altri!”.

“Va ben, vai… ma stai attento”.

Guardando bene mia madre notai che era più strana del solito, in altri giorni sarebbe stata lei la prima a spingermi ad uscire, sta di fatto che quel giorno uscii.
Scesi sotto casa dove avevamo un cortile e, quando i miei amici arrivarono, iniziammo a giocare. Iniziammo a correre, prendemmo un vecchio pallone di stoffa e lo iniziammo a calciare dando il via ad una vera e propria partita di calcio.

“Passa Samir, passa”.

Mi ricordo che quando feci quel tiro mi concentrai molto.
Tirai verso il mio amico però la palla andò da tutt’altra parte, non avevo mai avuto una mira infallibile.

“Tranquillo Samir, vado a recuperarla io”.

Il mio amico corse a prendere la palla e quando tornò da noi ci informò che per la prima volta nella sua vita aveva visto un carroarmato. Mi ricordo che ci mettemmo tutti alla ricerca di questo presunto carroarmato il ché era ironico poiché nessuno di noi ne aveva mai visto uno. Cercammo di capire dove lo avesse visto poiché quando siamo andati a controllare non c’era più.

“Vi giuro che l’avevo visto. Era proprio lì”.

“Sicuramente avrai visto una macchina e l’avrai scambiata per un carroarmato”.

Stemmo un po' a discutere sulla questione, poi ricominciammo a giocare, questa volta però a nascondino. Facemmo la conta ed uscii io. Mi misi al muro ed iniziai a contare.

“Pronti o no, io arrivo”.

Mentre cercavo, ricordo che il silenzio della città venne interrotto dal suono di una sirena.
Il quel momento vidi mia madre affacciarsi al balcone ed iniziare ad urlare qualcosa ma, a causa del rumore che copriva la sua voce, non la sentii. Tutto ad un tratto vidi qualcosa colpire la mia casa, poi un boato e mi ritrovai disteso a terra.
Le orecchie mi fischiavano, aprì gli occhi e mi iniziai a guardare intorno, non capivo cosa fosse successo, era accaduto tutto troppo in fretta. Ancora disteso per terra guardai nella direzione di casa mia, era sparita.
O meglio, al suo posto c’erano macerie, un grosso cumulo di macerie. Di casa mia non rimaneva nulla.

“MAMMA!”.

In quel momento fu l’unica parola che riuscì a pronunciare. Sentivo un peso sullo stomaco, i miei amici erano scomparsi, ero rimasto solo. Cercavo di alzarmi ma ogni mio movimento fu invano.
Mia madre e la mia sorellina erano in quella casa avrei dovuto andarle a salvare ma non riuscì a muovermi.
Tutto ad un tratto mi si avvicinò una sagoma maschile che mi prese in braccio e mi portò con lui.
Mi stropicciai gli occhi per capire chi fosse e poi, finalmente, lo riconobbi.

“Papà”.

“Ciao Samir. Dobbiamo andarcene di qui”.

“La mamma e la sorellina sono ancora in casa”.

“Poi passerò a prendere anche loro”.

In realtà mio padre sapeva già che per loro non c’era più speranza, non passò mai a prenderle. Ci mise un po' a spiegarmi che in realtà erano morte sotto le macerie della casa, piansi molto quel giorno.
Quella stessa giornata mio padre ed io salimmo su un grosso gommone giallo.

“Papà, dove stiamo andando?”.

“In un posto migliore figlio mio, tranquillo!”.

Mi mise la mano sulla testa e mi ci diede un bacio. Voltando e guardandomi indietro pensai che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto a mia terra, lo pensai sì… ma sapevo che non sarebbe andata così.
Scappammo dalla mia terra, scappammo dalla guerra e dalla morte.
Affrontammo un lungo viaggio via mare ed infine arrivammo in una terra stupenda. I campi erano coltivati, le spiagge erano pulite e, come disse mio padre, le persone sembravano calorose fra di loro.
Sembrava quasi il paradiso.
Il tempo passava e mio padre iniziò a lavorare in fabbrica mentre io iniziai a frequentare la scuola per imparare la lingua del posto che mi aveva ospitato con tanto amore.
Diciamo che a scuola non mi trovai bene, mi tennero sempre tutti lontano. Mai nessuno si interessava a sapere chi io fossi e mai nessuno mostrava interesse per la mia storia. Volevo farmi nuovi amici, ma nessuno voleva avere contatti o legami con me.

“Ciao, io sono Samir”.

Non rispondeva mai nessuno, si allontanavano tutti. Volevo solamente qualcuno con cui parlare ma nessuno si faceva avvicinare da me o provava quanto meno ad avvicinarsi.
Quando tornavo a casa evitavo di raccontare a mio padre come mi trovavo a scuola poiché quando tornava dal lavoro era sempre molto stanco.
Gli anni passarono e più crescevo più mi abituavo alla solitudine. Non mi interessava più sapere il perché nessuno si avvicinasse mai a me, sapevo di essere diverso e sapevo che l’uomo ha paura di ciò ce non conosce, peccato che mai nessuno provò a conoscermi fino a quando, arrivato alle superiori un ragazzo per la prima volta mi si avvicinò.

“Ciao, io sono Marco”.

Mi avvicinai con cautela al ragazzo, avevo paura che mi stesse prendendo in giro e volevo capire se potessi fidarmi o meno.

“Ciao, io sono Samir”.

Fu la prima persona ad interessarsi veramente alla mia storia. Gli raccontai ogni minimo dettaglio, i miei amici di un tempo, mia madre, mia sorella e la bomba.
Con il passare del tempo trovai in lui una persona con cui potermi confidare, con cui potevo aprirmi senza problemi. Gli raccontai che a casa mia il rapporto tra me e mio padre era quasi inesistente. La fabbrica aveva dovuto mandare a casa parecchi operai e chi riuscì a rimanere dovette ricoprire tutti gli orari rimasti vuoti. Mio padre usciva la mattina presto e tornava la sera tardi, lavorava anche la domenica. Non ci vedevamo mai, fino a quando mio padre un giorno tornò prima da lavoro.

“Samir, mi hanno licenziato”.

“Perché papà?”.

“Perché il medico ha detto al mio capo che mi sono ammalato a causa dei gas nocivi che ho inalato in questo lungo periodo”.

È grave?”.

“No figliolo, tranquillo”.

Qualche giorno dopo mio padre morì, ancora oggi non so cosa me lo portò via. Mio padre aveva un desiderio che, fin da quando ero piccolo, mi ripeteva in continuazione.

“Vorrei tanto morire nella mia terra, vorrei che il mio corpo venisse seppellito lì”.

Quando ebbi compiuto 18 anni con i miei ultimi risparmi pagai un biglietto aereo per tornare nella mia terra pur di realizzare l’ultimo desiderio di mio padre. L’aereo atterrò più lontano rispetto al luogo in cui dovevo andare, quindi mi toccò affrontare un altro viaggio mediante un’auto che presi in affitto.
Raggiunta la mia terra andai nel posto in cui abitavo, era assurdo, le macerie erano ancora lì.
Presi le ceneri di mio padre e le sparsi in aria, proprio come avrebbe voluto lui. Non ebbi nemmeno il tempo di fare una preghiera per l’anima di mio padre che un militare mi si avvicinò alle spalle puntandomi la sua arma alla testa.

“Voltati lentamente”.

Mi girai verso di lui, il suo volto e la sua espressione non erano amichevoli.

“Sei un disertore”.

“Sono venuto qui solo per esaudire l’ultimo desiderio di mio padre”.

“In silenzio. Tu ora mi segui”.

Lo seguii senza obiettare, mi rinchiusero in prigione. Mi dissero che io abbandonando la mia patria sono andato contro di essa.
Mi picchiarono, mi sputarono in faccia, mi fecero mangiare pane ed acqua fino a quando non avrei deciso di unirmi a loro. Volevano obbligarmi ad arruolarmi, a prendere le difese della mia terra, la stessa terra che mi portò via sia mia madre che mia sorella.
Prima di accettare la loro richiesta feci passare anni, decisi che fosse meglio arruolarmi piuttosto che continuare ad essere picchiato. Così abbandonai tutti i miei ideali ed impugnai un fucile.

“Ottima scelta Samir”.

Chinai il capo e andai dove mi fu indicato.
Avevo 24 anni quando mi ritrovai dinnanzi al “Nemico”. Entrambi faccia a faccia, il fucile puntato l’uno contro l’altro.

“Abbassa l’arma, non voglio spararti”.

“Neanche io voglio sparare, abbassa il fucile”.

La mia scarsa fiducia nel genere umano non mi permise di fidarmi del ragazzo di fronte a me, entrambi eravamo spaventati, avevamo paura. Nessuno voleva uccidere l’altro. Qualcuno però lo fece, mi ricordo che sentii uno sparo, poi caddi in terra. Per la prima volta nella mia vita sentii freddo. Il militare si avvicinò a me e cercò di fermare l’emorragia cercando di tenermi sveglio.

“Come ti chiami soldato?”.

“Io… io sono Samir”.

“Samir? Io… io sono Marco”.

“Marco amico mio”.

Quella mattina chiusi gli occhi per sempre.

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