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Una storia di Flavius

Oltre Chivasso

Tornare a Torino non è mai cosa semplice

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16 minuti

Pubblicato il 17 aprile 2020 in Altro

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Mi sono svegliato prima dell'alba, questa mattina. Avevo dormito per terra, in un boschetto al di fuori della città. Ero sulla strada da molto tempo, ma ancora non mi ero stancato di quel viaggio che mi teneva fuori di casa da tre mesi. Durante la notte, mentre non ero cosciente, sono uscito dal sacco a pelo e al risveglio mi sono ritrovato infreddolito e umidiccio a causa della rugiada mattutina. Mi sono alzato e ho iniziato a stiracchiarmi, ma subito ho notato come il collo fosse bloccato dalla cervicale. Diavolo, la cervicale non me la dimentico mica. Sempre con me, dannata, non sapevo cosa fare. L’analgesico leniva, ma nulla più. Era un male che mi perseguitava da tempo e ancora non riuscivo a farci l’abitudine; me la portavo dietro, sperando non esplodesse. Ma ogni tanto, specialmente quando cambio ambiente e quindi temperature, soprattutto nei posti umidi, torna prepotentemente a bussare alla porta, provocandomi delle fitte nella testa che mi tenevano e mi tengono stordito per un paio d’ore. Mi sono guardato intorno, rintontito dalla cervicale e dall'essermi appena svegliato, per capire che strada prendere; nei dintorni doveva esserci una cittadina, ma non sapevo in che direzione avviarmi. Non potevo star fermo, non serve a nulla stare fermi, così ho deciso di arrampicarsi sopra un pioppo. Nonostante la mia scarsa abilità e nonostante l'acuirsi delle fitte che, dalla testa, si portarono alle anche e alla gamba destra, riuscì ad arrampicarmi fino al punto più alto raggiungibile, prima che i rami più giovani potessero cedere sotto il mio peso. Ma la fitta vegetazione non mi ha permesso di guardare oltre il mio naso. Tutto quello sforzo è stato quindi inutile e scendere era più complicato di salire, dovendo poggiare ora il sinistro, ora il destro, evitando di cadere e di rompermi l'osso del collo. Tutto era occupato dalle fronde degli alberi, non c’era anima viva, nessun rumore, se non i versi degli insetti. A quel punto ho deciso di continuare dritto: qualcosa l’avrei trovata. Un’ora di cammino dopo, tra la folta vegetazione ho sentito dei rumori provenire lungo il pendio. Non avevo ancora incontrato la città, ma potevo chiedere informazioni, così ho iniziato la discesa, tagliando la strada tra alberi e discese scoscese. Arrivato giù a valle, c’era un casolare vecchio. I pollai erano pieni di galline, la terra arata da poco e ho capito che doveva esservi qualcuno. Una voce mi chiamava, prima sembrava un bisbiglio, poi è diventato un urlo, ma non di quelli aggressivi, bensì estremamente allegro nella tonalità del suono. - Mario, sei tornato! - Un uomo anziano, sulla sessantina, il volto bruciato dal sole, la folta barba grigia che ormai tendeva al bianco e una chioma diradata che resisteva, nonostante qualche buco qua e là. Nel frattempo, era uscita dalla porta una donna, sempre sulla sessantina, dai capelli rossi, freschi di colore. - Ti aspettavamo- disse la donna Non conoscevo quelle persone, non le avevo mai viste prima, ma loro sapevano chi fossi e mi aspettavamo. Ma mi aspettavano perché? Come facevano a sapere che sarei arrivato? - È da mesi che ti aspettiamo- continuò la donna - Io…io non ricordo chi siete. Come fate a conoscere il mio nome, non vi ho mai visti. - Non ricordi? Certo che sei il solito sbadato. Ogni volta la stessa storia. Siamo noi, non ricordi? - Non ricordavo affatto, ma ho fatto cenno di sì, per evitare l’imbarazzo. Mi hanno invitato a fare colazione; due uova strapazzate, del formaggio, una ciambella al cioccolato. La cucina era piccola, in muratura. Un camino di marmo verde, dell’edera sui muri. In alto uno striscione di bentornato, scritto a mano. Non era la prima volta che avessi dei vuoti di memoria; già da tempo non ricordavo cosa avessi fatto nei giorni precedenti, dove fossi stato tutto questo tempo. Sapevo soltanto quando ero partito, ma non dove fossi andato. Da stamattina ci penso ed è da stamattina che sento una certa angoscia, perché non ricordare è terribile. Cosa ho fatto in questi mesi? Dove sono stato? Non so dove sono stato ieri, so soltanto dove mi sono ritrovato, in quel bosco, in quel punto. Ma è inutile pensarci adesso, la mattina è passata. - Come posso raggiungere la città più vicina? - Come fai sempre. Prendi il treno qua dietro. Ma seriamente non ricordi nulla, eppure fai la stessa tratta da due anni. Dovresti andare dal medico in città. Scendi a Santhìa e poi vai da Brendato, in via Rostice. È molto in gamba. Te lo avremmo detto sessanta volte. - Si si, andrò lì. A presto allora - a fra qualche mese, Mario -. Sono uscito da quella casa e ho attraversato le risaie. Mi sono bagnato gli stivali, ma grazie al cielo l’acqua non è penetrata nei calzini. Ho oltrepassato una recinzione e ho visto un cane marrone ed enorme che mi fissava, ma non abbagliava. Anzi, si è buttato a terra in attesa di essere coccolato. Dal recinto accanto, un signore mi salutava col braccio alzato: - Bentornato Mario, vai a Santhìa? - Ciao, vado a Santhìa, si. Come stai? - Bene, solita vita. È da mesi che non torni, eh? Quanto ti fermi, Jolanda vorrebbe salutarti. - Starò poco, ma passerò di certo -. L’ho salutato con un sorriso, non sapevo neanche chi diavolo fosse. Perché tutti quanto mi conoscono? Ma quando ero passato di lì? Arrivato alla stazione dei treni, mi diressi in biglietteria a prendere il biglietto. - Il solito per Santhìa? - mi ha detto la bigliettaia sorridendo. - Il solito. – risposi, balbettando: tutto ciò mi inquietava. - Dovresti fare qualcosa per questa tua timidezza. Ogni volta che vieni qui sei sempre balbettando. Sei bello, ma ti mangio mica, né. - Farò qualcosa, sicuramente. Presi il biglietto e andai di corsa al binario. Il treno sarebbe partito a breve. Sono salito sul binario quattro, mi sono accomodato sulla carrozza cinque, seconda classe, vicino al finestrino. Accanto a me una giovane donna, sulla ventina, molto bella e che mi sorrideva. - Ehi, bentornato. - Grazie - Non ti ricordi, vero- disse sorridendo - No, sinceramente no. - Sono io, Federica. Ma quante volte dobbiamo fare questa conversazione?- e rise- vuoi il giornale? - Si grazie. È il 21 giugno 2014, da due anni e 23 giorni sono in viaggio, come ho scoperto questa mattina. Il mondo era cambiato, da quello che leggevo, ma non mi rendevo conto di come fossimo arrivati a quel punto. Teneva un vestitino corto, sopra le ginocchia. Aveva delle belle gambe e i raggi del sole le sbattevano sulle cosce. Il vestito era di un tessuto molto delicato, così, tra una sfogliata e un’altra di giornale, le guardavo ora le gambe ora le mutande che si intravedevano. Arrivò un tizio, lei si alzò per scambiare due chiacchere. Chi diavolo era, non era neanche così bello, ma cazzo, perché mi innervosivo così, eppure la conosco appena, ma, forse, era vero che l’avevo conosciuta da qualche altra parte, si, probabilmente era così, quel senso familiare, quelle sue cosce e quel culo che ora si intravedeva dal vestitino, grazie luce solare. Ma ha finito subito di parlare col tizio e con esso il mio divertimento. Iniziò a parlarmi di strani avvenimenti in paese. Io non capivo, ma facevo finta di ascoltarla, mentre la guardavo. Cristo quanto ero arrapato, chissà se avevo scopato in questi due anni, chissà se avessi avuto il tempo di masturbarmi, non ricordo, non ricordo dannazione. - Io scendo qui. Ci vediamo fra tre mesi? - Si, immagino di sì. - Bene, fra tre mesi - Aveva detto sorridendo e io sono sprofondato in un silenzio mortuario e vuoto. Non ho un suo recapito, non so il cognome. Potevo chiederle facebook, chiederle comunque il numero, nonostante non avessi un telefono da due anni. Ma stavo tornando a casa, il viaggio era finito. Superata Chivasso c'era Torino e avrei potuto vederla. Le poltrone scomode avevano acquisito col tempo la forma dei viaggiatori, diventando estremamente profonde e scomode. I glutei prudevano, addormentati, lasciando una poco serena sensazione di bagnato, quasi fosse lo strato evacuato di un incontinente. L'odore di piscio del vagone non aiutava, ma alzarmi per cercare altro posto non era nei piani e la mia pigrizia mi comandava di resistere nonostante il pizzicare delle narici. Ai tempi viaggiavo sempre in treno: quell'odore l'ho ritrovato ovunque ed era diventato familiare, quasi come lo stufato di natale, quando nonna aggroviglia della carne e pretende di essere lodata più del dovuto per lo sforzo. Ho altri ricordi sparsi, immagini per lo più, odori, cosa che ricordo sempre in maniera nitida. Il piscio mi rimbomba in testa, quasi una malattia, un amore ormai andato. Quel piscio mi riporta a una sera. Mi sforzo, vedo dei capelli per terra, sangue per terra sull'asfalto, cocci di vetro, piscio. Ancora piscio. Ho sempre trovato affascinante il treno, questo lo ricordo in maniera vivida. Da piccolo il mio primo viaggio fu in treno. Un mondo a sé dove tutto va senza fermarsi. Fuori dal finestrino tutto si muove, ma dentro l'immobile. Ciò mi affascinava perché in qualche modo mi ci rivedevo: tutto cambia ed io sempre fermo. Fuori, prima di arrivare a Santhià, i campi di settembre, la prima nebbia che si depositava sopra di essi, la voglia di guardare dall'esterno, senza averci niente a che fare. Il tempo non scorreva più di tanto e la cosa mi tranquillizzava; perché al che fare dopo non trovavo molte risposte. Uscire era sempre una novità mai voluta, vivere una verità scomposta. Una ragazza mi guarda e mi sorride. Io la guardo e lei si gira, abbassa la testa e ride. Mi rigiro, lei di nuovo mi guarda e sorride. Mi alzo, qualcosa mi dice che ci sta; non è male, sempre meglio di niente. Quella di prima è scesa, non ricordo il nome, quella di prima era meglio. Quella di adesso non era quella di prima, ma andava dalla mia stessa parte, più comodo. Inseguire l'altra di prima per andar dove? Inseguirla, come se l'avesse d'oro. Mi siedo accanto a lei, ma non spiccico parola. Lei parla a macchinetta, io l'ascolto ma vorrei essere altrove. Parla troppo, ma non chiede niente di me e la cosa mi irrita in una donna. Ha delle belle tette, ma mi è passata la voglia. - è la mia fermata - che fai stasera? - mi chiede - ho un impegno stasera. E poi domani riparto - beh ti lascio il mio numero, magari ci possiamo vedere qualche volta. - sicuramente Sono sceso dal treno e mi sono incamminato verso il centro. Nonostante quello che dicano tutti sti strani tizi, io non ci sono mai stato qui, così iniziai a girare. Era molto piccola come cittadina, sarà meno di diecimila abitanti, il centro dominato dalla chiesa principale, tutto il resto sparute case. Vicino alla chiesa c’era un B&b; forse sarebbe meglio iniziare a pensare per la notte, ho pensato. Un piccolo edificio a due piani, il calcinato della facciata è a pezzi, piante di geranio scendono da vasi di plastica un tempo marroni e oramai scoloriti. Il portone verde scuro, di legno pesante. Ho suonato al citofono, ma niente. Risuono, ma ancora niente. Così ho deciso di andarmene, ma dove andare? Quanti B&b potevano esserci a Santhìa? Mentre stavo per andarmene via, una signora spalanca la finestra del palazzo al secondo piano. - Mario, aspetta un momento. Hai sempre fretta eh? - Una signora pasciuta, rugosa e verace scende di corsa e mi apre la porta e mi spinge dentro casa, senza che io la conoscessi. - Mario, come al solito sempre puntuale, tre mesi precisi. - Già - Allora, è arrivata la solita posta. Vuoi leggerla o salire in camera? - Salgo prima in camera e porto con me la corrispondenza, se non le dispiace. - Fai come vuoi, se vuoi c’è anche il pranzo, trippa. - No no grazie, sto bene così. La camera? - Secondo piano, prima porta a destra. Ehi, dove vai? Le chiavi -. La scala era vecchia, i gradini stretti e malconci: avessi avuto una valigia sarebbe stato più complicato. La stanza aveva le pareti di un verde acqua oramai schiarito; qualche intonaco qua e là cadente, la muffa verde ai lati della doccia. Sulla scrivania di mogano una lettera di mia madre. - Quando torni a casa? perché sei a Santhià da due anni? perché non vuoi tornare a casa? Tuo padre sta male. Non so perché tu non voglia tornare qui, ma ti supplico, torna solo per un giorno e poi puoi ripartire. Solo per vedere tuo padre, solo per vederti -. Quella lettera è stata la conferma che tutti i personaggi che avevo incontrato oggi mi conoscessero per davvero. Le scrivo che ci avrei pensato. Mi faccio una doccia, mi cambio i vestiti ed esco da casa. Mentre chiedevo dove avesse lo studio il dottore, pensavo a mia madre, a mio padre. Mentre camminavo pensavo a casa mia, al cancello di casa, al mare all'orizzonte, ai piatti un porcellana. Suonai al citofono del dottore, il quale mi accolse con un sorriso. – ti aspettavo, accomodati. Il dottore poteva avere sulla sessantina d'anni, ma aveva un certo fascino, nonostante l'età. Gli donavano molto le folte sopracciglia, il naso aquilino e le rughe sotto gli occhi. Sul metro e novanta, probabilmente uno sportivo, data la muscolatura. Mi fece sedere nel suo studio, su una poltrona di vera pelle. Alle pareti laurea e varie certificazioni: la mia attenzione si soffermò su quella di psicologia. - ho anche una laurea in psicologia- alzando il mento e spostando un ciuffo cadente.- allora, la prima volta che venisti qui ti feci fare una tac. Non ricordi, o almeno immagino di no. Il tuo cervello è a posto, il problema è nella tua psiche. Cosa c'è che non va? - nulla, anche perché non so a cosa alluda. - partiamo dall'inizio. Abbiamo poco tempo, dato che scapperai, come al solito. Sospetto, dato quello che ci siamo detti in queste sessioni, che tu abbia un problema con i legami. Hai paura di legarti? - no, non credo, cioè, li amo, ma voglio essere libero. Capisce? Andare oltre, non fermarmi. Per questo ho fatto questo viaggio, per vivere alla giornata, solo per qualche anno. - tu non ti sei mai mosso da questa zona. Non sei mai stato da nessuna parte. Sei in un limbo geografico ed emotivo. Nulla deve muoversi; tu ti muovi solo un po', solo per avere l'impressione di muoverti. Vuoi lasciare i tuoi legami e al tempo stesso non vuoi. Allora ti perdi, in te stesso – tossì. - questo non ha senso, io voglio farmi una famiglia, voglio stare con gli amici, voglio lavorare, voglio costruire... - ma sai che non sai costruire, non è così? Annuì soddisfatto - sai bene cosa non vuoi, sai bene cosa vuoi, ma non sai fino a che punto tu sia convinto della correttezza di ciò. Mi spiego meglio:- si alza dalla sedia, appoggiandosi sul tavolo- e se sbagliassi? E se ciò che vuoi fosse ciò che non vuoi e viceversa? Questo ti chiedi e quindi meglio non muoversi? - scusi dottore, se avesse ragione lei, se non fosse un problema neurologico, se non mi fossi mosso da qui, nei vari intervalli della durata di tre mesi, dove sono stato? - in quell'arco di tempo, tu stavi in capanno, vicino a dove ti sei svegliato. Ti ho seguito più volte. Abbiamo provato anche a farti uscire da lì, ma la notte tornavi, in qualche modo. Allora ti portavamo del cibo e ti raccontavamo di un sacco di città, quelle che tecnicamente avresti visitato, al fine di costruirti un ricordo e di "indirizzarti" in un certo qual modo. Per cercare di crearti un ricordo. I tuoi genitori sanno tutto, non preoccuparti. - perché dovrei fare tutto questo? Non capisco - vuoi staccarti e non vuoi farlo. Non vuoi far soffrire della tua assenza e al tempo stesso speri che almeno qualcuno ne soffra. Dentro sei felice, ecco perché lo fai. E poi... - e poi? - e poi c'è qualcosa che ti ferma nello scendere a Chivasso. C'è qualcosa che ti frena. Non ho mai capito cosa, ma si rifesce in qualche modo alla città. -Dottore è impazzito? Non ha senso. Cioè lei mi fa un'analisi psicologica e poi mi tira fuori Chivasso. Non ha senso. Ok, non sarà il massimo come città, ma perché non dovrei scendere? - Non tutto ha senso. So soltanto che non vuoi scendere a Chivasso. Devo andare, ho una cena e devo scappare. - Dottore ma che fa? Va via? Mi dice delle cose senza senso e poi va via? - Si, scusami. Ma tanto ci vediamo tra tre mesi. Ciao ciao ciao -Sono uscito più confuso che mai da quell'incontro. Ho camminato lungo le strade di Santhià, deciso ad andare a Chivasso. A breve sarebbe partito un treno per quel maledetto paesino. Sono tornato in b&b, ho suonato al citofono e ho trovato la signora con il suo bagaglio in mano. - ci vediamo tra tre mesi, Mario. Ho preso il bagaglio, e ho corso verso la stazione con l'intenzione di uscirne. Dovevo uscire da quell'incubo, da quello scherzo assurdo che mi stavano preparando, perché non poteva essere altro che uno scherzo. Sono arrivato in biglietteria, un uomo mi guarda e mi dà in mano un biglietto per Chivasso. - ci vediamo tra tre mesi -. Il viaggio da Santhià a Chivasso dura circa quindici minuti. Il treno arriva da Milano, direzione Torino. Era tardi, i vagoni quasi vuoti. Mi siedo, ma sento un'ansia salire. Inizio a sudare, mentre scrivo, e a guardare quei pochi volti che mi sorridono e mi salutano -ciao Mario-. Penso a mia madre, a mio padre. Pensò alla mia vita, alla mia precarietà. Penso di amare e di morire. Penso che, a conti fatti, niente mi era chiaro, se non quell'odore di piscio del treno e una paura matta di Chivasso. Lo speaker annunciò che entravano alla stazione di Chivasso. Il controllore, un basso, mingherlino e baffuto uomo mi sorrise. - ciao Mario, il biglietto? - eccolo. Signor macchinista, cosa c'è oltre Chivasso? - Il nulla-. La risposta all'inizio mi sorprese. Andare verso il nulla che cosa comportava? Un eterno muoversi sopra delle rotaie? O il buio cosmico? Queste domande mi solleticano un'ansia esistenziale che mai avevo provato fino ad allora. Il volto spento del macchinista non mi è di conforto. Eppure, oltrepassata Santhià e giunto alle porte di Chivasso, quando il sole era già calato sul prato piemontese, il fascino dell'ignoto lo portò a considerare l'idea di infinito come un non stare mai fermi. Che avrei fatto non lo sapevo. Ma fermandomi lì, non l'avrei comunque saputo. Mi tranquillizzo pensando che, nonostante tutto, qualunque cosa fosse accaduta, non mi sarei mai fermato a Chivasso.


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