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Una storia di DomenicoDeFerraro

CANTO DESTO NELLA MORTE

L’amore un cane che si morde la coda da solo.

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10 minuti

Pubblicato il 10 novembre 2019 in Storie d’amore

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Canto desto nella morte , declinando il capo nell' ora fuggiasca fingendo di credere di essere padrone del mio destino. Era novembre , breve come l’amore nell'ora conclusiva , vagabondo sotto le stelle, sognai una metrica nuova, un modo diverso. Esule fui sulla scia del senso che induce alla follia , nell’ingrato comprendere, seguii il movimento di un orologio a pendolo. Dolci ricordi , ora mi ritornano in mente , come fossero una liscia di pesce pescata di frodo ,così seguendo la gaia illusione giunsi in Gerusalemme.


Tu cosa cerchi tra le ombre del passato ?

Mi volete pigliare per fesso

Qui si lavora

Qui si entra nell' ossesso

Andate a ramengo

Non è bene , dire parolacce

Sarà per un altra volta

Lei volge lo sguardo all'impossibile

Farebbe meglio a passarsi la mano per la coscienza

Lei di certo capisce ogni cosa

Non mi sembra un complimento

Sarà l'età evolutiva

Chi la dura la vince

La fila è lunga

Per carità voi state vaneggiando

Era per fare chiarezza

Non è una cosa seria essere morti

Noi siamo morti nell'anno mille

Avanti il prossimo


Così il discorso ruota intorno ad un idea , ruota intorno ad una visione metafisica fatta di visioni surreali , egocentrica, incapace di digerire il concetto dell’essere folli . La civiltà sembra cadere in un crescendo di pazzie e concupiscenza . Ogni cosa ho compreso , tranne l’ errore d'essere banale in un barlume di coscienza, scivolo in umori sacrali traboccanti dalla bocca , colma di vari concetti. Sono giunto a credere che la vita, forse vale una medaglia . Sono posseduto dal sesso e con l’ ali spiegati nell' aria fredda e malvagia giungo dove tutti sono sinceri. Lungi per vani accordi , sono giunto ad una incerta conclusione , al senso delle cose raminghe , migranti esistenze che si sommano nel corso di questo tempo. Pur proseguendo nella banalità delle idee, in amori senili , fatto di line e punti incerti paragrafi ficcati dentro il sacco dell’ignoranza , ogni cosa vedo e provo il dolore delle rime ed il peso della storia . Poi fuggo da questo dolore , ritorno bambino, come la ranocchia nel laghetto sono baciato dalla donzella. Mi trasformo in un principe . Ballo nel buio, trascino le mie catene come un fantasma. Forse. Rinnegherò il senso di questa ragione, pur giunto ad essere me stesso, perbacco ecco chi incontrerò alla fine di questo viaggio un mesto signore vestito di stracci.


Prego entrate non abbiate paura

Non sarò da intralcio ?

Non faccia molte domande in merito . Siamo tutti infelici.

Non posso entrare, ho le scarpe sporche di fango.

Vi pare una scusa

Dite la vostra, perché a me scappa dal ridere

Avete un accento straniero

Sono di Napoli

Di Napoli or dunque un uomo qualunque

Mo’ facciamo le persone serie

Perbacco il trionfo della volgarità

Ma che vaccate d’Egitto quella è Ginetta

Che orribile sbaglio

Io sbadiglio se non lo piglio per il collo

Oh mio dio voi mi volete uccidere ?

Non tengo denari

Chi poi paga la luce elettrica

Non io, sono di Modena

Che scusa è questa , voi trafigete il mio cuore

Che dite, non tengo pazienza

Non fa niente, facciamo a metà

Voi siete gentile

Io mi corico adesso

Ti sveglio alle otto

Va bene ci vediamo alla festa


Ecco dopo tanti sacrifici, sono giunto nell'ora prossima alla morte. Io continuo a cantare, vanamente , con la mente che eletta s’eleva ad una gioia che scende nella gola, sale verso l’alto nel giorno del giudizio . Rivedo il signore vestito di rosso andare in bici . Scendere lungo via del corso, pedalando allegramente andare dalla sua amante. Lei vestita di giallo l’attende ridente . Il pappagallo in gabbia canta : scetatevi guaglioni di malavita. Mentre il vigile fa a botte con la signora senza trucco. Tutti davanti ad un immagine , io dormo confortato dal mio triste destino, infine rimango perplesso di tante allusioni , false assonanze uscite da fragili dilemmi , con la mente invasa da varie storie , senza senso, rimango al mio posto come sempre.

Alcuni si alzano in volo.


Voi avete visto a Peppino ?

Io ero con mio marito

Mo’ lo piglia a pesci in faccia

Siete un inetto

Voi un rinale

Lei una samenta

Siete incorreggibili

Terribile scorreggia

Ora la volete finire sta arrivando l’ autoambulanza

Voi che dite

Che dico

Voi chi siete ?

Noi chi siamo

Triste destino scalare i muri della morale

Un altra volta stia più attento.

Qui , non ora, il mio cuore continua a battere

Sia fatta la volontà di nostro Signore


Tutto mi è chiaro. Non tengo pazienza , la banca dell'acqua è chiusa Come ve lo debbo dire , l’ acqua è poca , la papera non galleggia.

Stanne arrivare. Fatevi sotto. Non fate come le altre volte.

Così o vile virtù mi conducesti a Torino. Io ero felice di essere quello che ero inconsapevolmente. Ho cercato di fuggire dal male e dall’illusione che ogni sentimento, potrebbe essere vero . Poi attesi la sera , la verità dei fatti con te figlio del volgo, con quella voglia di fuggire che non sazia l’angoscia non patisce nella crescita esponenziale , cosi siamo diventati uomini.


Nel pensiero mi fingo e spero in altri intendimenti, di si fallace virtù Come quando andai con il mio destriero per vicoli e strade senza acchiappare consensi , senza sesso e senza il rispetto. Aspettai la notte giungesse in remoti racconti desto nel mio canto. Avevo intenzione serie, avrei voluto parlare di tutti i miei errori. Impedimenti ma di mia virtù fallace , fui costretto a seguire altri propositi.


Voi fate finta di niente

Ci mancherebbe quella è più buona di una frittata

Forse il vento vi ha spinto nella fossa

No, giammai era ignara di quanti morti ci fossero

Foste fatta ad immagine di lei

Ero certo che me l’avresti detto.

Sono un laureato

Si vede ,

Si sente

Vi volete rovinare

Non tengo la cultura adatta

Che c'entra siamo tutti bravi in cucina

Voi siete di Roma

No , Napoli

L’avevo capito

Forse era una semplice intuizione.

Non gradite un bicchiere di vino.

Ma certo, con gusto

Bevete piano

E’ bollente

Il bello della vita

Mi chiamo Gennaro

Piacere Michele


La sera ritorna come un treno veloce . Sfreccia , va, verso quello che ho sempre sognato. L’amore un cane che si morde la coda da solo. Tutto scivola nell’anonimato in un canto lugubre, in questo corpo divorato dal dubbio , poi lontano dal pericolo in galoppo verso una terra che t’accolga come figlio. Sono stato sciocco , pigro , non ho compreso gli altri e forse il senso d’essere quello che avrei voluto dire. Il mattino mi ha trovato nudo sopra un letto di piume, macchiato dal sangue dei martiri, in fila ad acquistare un cornetto caldo a bere un caffè corretto. Mentre la gente continuava ad entrare ad uscire dalla mia vita.


Questo mi merito , l’incomprensione. L’ essere dimenticato dentro un ricordo . Avrei voluto , uscire dal seminato , essere il seme , essere la pioggia che bagna questo solco, ove cresce questa pianticella. Ma sono stato preso dalla follia e dall’accidia , sono divenuto un incubo, un piccolo sogno che abbraccia il mondo intero , corre intorno ad un idea concentrica, fatta di sogni e sillabe ballerine.

Belle lettere con la lingua da fuori che leccano il francobollo.

L’errore fu scrivere sulla tua fossa : qui giace un uomo di lettere.


Quattro passi intorno ad un idea

Non sono pronto a capire il tuo mondo

Ma se appare il mostro non mi spavento

Perbacco , chiamiamo il becchino

Sono il signor bocchino

Che cavolo centra

il sole è una lampadina

La luna una falce calante

Io mi gratto le ascelle

Bella non dire basta

Che centra ?

Centra , tutto centra .

Tutto ritorna , poiché siamo giudici di noi stessi

Signore, lei m’inquieta

La sorte gioca brutti scherzi.

Che diamine ora ritorno dal meccanico

Signore sei qui che m’ascolti

Bello dormire con i suoi sogni che trasudano di versi armoniosi, zampillano come acqua dalla fonte di Efeso. Ed io fui lesto ad uscire dalla scia di un canto , vidi il mare agitarsi e mille domande mi giunsero nel mio cuore . Ero in preda alla follia . Perduto nella mia sorte , narrai come il mondo cambia. Assunsi una forma precisa. Una fisicità di fatti legati alla morale. Ed ero felice di vivere una vita mezzana con addosso quell’odore di pesce e di curiosità . La morte è una bambina che gioca dentro di me , gioca con le sue bambole, io con le mie domande. Tutto scorre , tutto cambia , tutto assume una forma fisica , fatta ad immagine di una vergine , di un cristo sofferente. Sono ad un passo dal comprendere il mio mondo . Non ho più paura di essere arrestato . Sono quello che sono nella buona e nella cattiva sorte. Vivo la mia esistenza, nell’agnostica etica.


Tra non molto , capirò cosa cerchi da me .

Questa è la mia fine

Per diana accidenti , accidentaccio

Cerchi d’afferrare la formula della felicita

Signore io sono tuo figlio

Io tuo padre

Ahimè ho già provato questo dolore , ora non ricordo quando assaporai la gioia d’essere tutt’uno. Ma dopo tutto è vano , se dico che tutto quello che vedo, provo è frutto dello spirito santo.

Certo io in cantina ho mangiato carne , bevuto vin santo .

Buona la pizza era assai soffice

Non sono io a spingere il mondo egli mi segue io lo circondo di domande.

Siamo alla frutta

Non si mangia in maniche di camicia.

Togliti il capello

Per diana lo dicevo che non dovevo venirci

La morte ci porterà lontano

Spero dentro un sogno

Dolce sarà il canto



Quanta confusione , la falsità trasuda da questo corpo è impressionante. Al bar il signore mi ha voluto parlare della sua vita . Mi ha tenuto fermo davanti ad un bicchiere di vino per ore , mi ha raccontato di quando era ragazzo . Di sua moglie e di quando fece il giro del mondo a cavallo di un cammello. Io ho cercato di sorridere , perché mi veniva la tosse. Ero obbligato ad ascoltare ogni cosa . Poiché ho sempre cercato un senso a quello che dico . E perdinci la vita è stata dura con me. Sono stato il pane, sono stato il cappio intorno al collo . Eppure ho cantato la mia vita , come fosse un negro della Giamaica in maniche di camicia. Ho cantato con l’anima in un blues che soffiava forte dentro di me . Nel vento andavo , volavo, scendevo, cercavo una ragione , un genio che potesse dirmi in quale modo , avrei potuto uscire da quel lungo tunnel. Ed i turisti erano nudi sull’autobus delle venti. Tutti seduti in fila, si scambiano baci e carezze, poi una bomba esplose . Spezzò l’autobus , spezzò il fiato ed il canto divenne un ombra raminga che vaga per luoghi oscuri con addosso l’odore del sesso . Ora sono in mille e più di mille a comprendere , quanto amore è rimasto in quel corpo bruciato dalla vita.


Mi credi folli mi disse il conducente . Mentre il turista si abbassava la visiera, si vestiva in fretta , come fosse un signore normale. Una molla che viene tirata , diritta, ritorna , ritorce , cerca, spezza , spruzza un colore , macchia e la macchina passò il semaforo. Passò nella spensieratezza della giovinezza , per una stradina stretta , piena di morti che ridevano.


Mi troverai cosi fermo nella mia domanda di sempre

Se ho cercato di capire cosa significa essere liberi ,chiedo scusa

Tutto ti sarà congeniale

Ma non diciamo fesserie

Siamo soldati

Siamo condannati a combattere

Accattatevi ò samurchio

Bevetevi ò brodo di purpo

Venite, assettatevi, assaggiate

Grazioso il signorino

Passate , appresso

La signora sta con voi ?

E mia moglie

Qua si mangia è non si paga

Sembra , tutto genuino è saporito

Forza venite

Non vi fate pregare

Chi dice oh vince una maglietta

Noi vogliamo una mogliera

Noi una bottiglia di vino buono

O malamente non si smentisce mai

Sta con la signora senza mutanda

Venite gente allegra

Quanta gente in questa commedia

Non è una cosa seria

Fate spazio signori.


Prego entrate , prendete , tutto quello che volete sarà vostro . Sarà vostra questa vita. Ed io ho atteso tanto, per essere qualcuno , ed ora come un oca in mezzo all’aia starnazzo , impazzo, ma tutto cambia, anche la mia follia . Ed ero felice di credere , per non morire , giudicai la sorte essere una vile canaglia ,ma ero profondamente turbato dal caso . Cosi andai per altri lidi, incontro al mio destino, come ispirato dal canto di mille muse, fui portato in braccio dal vento , verso quello che credevo giusto poi giacqui nella mia incoscienza nel mistero dell’esistenza. Ora sono giunto , dove sono cresciuto, mi rivedo un uomo d’altri tempi, ammiro l’amore , non giudico più come un tempo passato, poiché chi di spada ferisce , di spada perisce . Cresciuto in me un dubbio atroce, una calunnia , figlia delle mie passioni , fiorita lungo una strada dimenticata , oltre quella cortina , oltre quel muro, ove odo ancora le voci delle fanciulle in fiore.


Continuo a rincorrere questo mondo fiabesco e sono profondamente turbato di come ogni cosa a volte possa essere , una forma vuota, un crogiolo di idee melliflue . Questo è stato il fine del mio verseggiare , l’amore dopo tanto scrivere mi ha posto un cartello scritto , dietro la schiena con su scritto , scemo chi legge.







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