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Una storia di QuintoMoro

I racconti del buco nero

Storie brevi di ordinaria follia

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27 minuti

Pubblicato il 08 gennaio 2019 in Thriller/Noir

Tags: #drammatico #grottesco #infanzia #storiavera #surreale

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Questa è una serie di racconti autoconclusivi, che si svolgono però tutti nello stesso luogo e finiscono per avere alcuni tratti in comune.

Qui potete leggere il primi due, per gli altri visitate il mio sito www.cantastoriestonato.com, la navigazione è libera e senza registrazione. Buona lettura!

Storia di Robert

Nessuno l’aveva visto aprirsi, e anche se ci fosse stato qualcuno a fissarlo, mentre la crepa inghiottiva l’intonaco, non ci avrebbe fatto caso. Eppure era uno di quegli eventi improbabili da osservare, un poco d’intonaco che si stacca non è gran cosa, ma si è più abituati a vedere un muro già scrostato che osservarlo mentre il processo si consuma. È come se i muri ci tenessero ad invecchiare con discrezione, senza drammi, muti e rassegnati, mostrando di volta in volta una ruga o una crepa. Solo che questa non era una crepa come le altre, il nero si presentò da subito molto nitido nonostante il sole che batteva dritto sulla superficie del muro, lo spazio di qualche millimetro, scuro perché profondo, come qualcuno ci avesse piantato un chiodo per poi sfilarlo.

Nessuno ci prestò attenzione per settimane, finché un dodicenne che passava di lì spipettando una sigaretta vide in quel cerchietto nero il nascondiglio perfetto per nascondere la sua malefatta. La cicca era ancora a metà ma aveva assolto il suo scopo: procurare quel pizzico di ammirazione tra i compagni mentre se l’accendeva appena varcato il portone della suola, noncurante all’apparenza ma con gesti precisi e teatrali. I genitori sapevano che Robert fumava, come tutti in casa, dai nonni alle sorelle maggiori e nessuno gli avrebbe contestato la sigaretta in sé quando la sua provenienza.

Robert non fumava per sfida, era cresciuto in mezzo al fumo e alla cenere, e già a otto anni, ciucco per un’occasione particolarmente allegra, il padre l’aveva sfidato, perché il bimbo l’assillava chiedendo – più per scherzo che altro – una sigaretta come tutti gli altri. Il padre gliene aveva messo in mano una, a patto che riuscisse ad accendersela direttamente dal fuoco del camino. E Robert si era preso una sberla, perché s’era bruciacchiato le dita lasciandola cadere tra le braci, ma era stato forte e senza piangere aveva sfidato il padre con sguardo alto e fiero ad offrirgliene un’altra. La sigaretta non cadde, prese fuoco e si sarebbe consumata subito se il piccolo Robert non si fosse affrettato a soffiarci sopra e poi tirare per tossire almeno un po’ di fumo. La sfida era vinta, e anche se da quel giorno per molto tempo non aveva più assillato nessuno, arrivato alle scuole medie ci aveva messo poco a volersi distinguere tra i primi tabagisti, andando a fumare nel bagno o negli anfratti del cortile della scuola coi compagni più grandi.

Nessuno l’aveva rimproverato per aver preso il vizio di famiglia, ma nessuno voleva saperne di condividere il pacchetto con lui. La famiglia era povera, e le sigarette andavano sottratte con destrezza, guai a comprarle. Per tutto il primo quadrimestre della seconda superiore Robert era riuscito a scroccarne qualcuna dalla borsa dell’insegnante di religione, che chiudeva un occhio per non scadere nell’ipocrisia di una predica a quel vizio. Questo fino a poco prima le vacanze di Natale, quando qualcuno l’aveva calunniato per il furto di qualche banconota dal portafogli dell’insegnante. Robert era l’unico che qualcuno avesse mai visto infilare le mani nella sua borsa, così non s’era sprecato tempo in interrogatori e indagini. Nessuno aveva creduto alla sua innocenza, e quale movente migliore per quel furto più delle sigarette, e quale conferma migliore della povertà della sua famiglia.

Robert aveva ingoiato il rospo. Era stato sospeso e pur di evitare le botte aveva continuato ad uscire di casa tutte le mattine, rientrando puntualmente per il pranzo dopo aver bighellonato con la squadriglia dei ritirati dalle superiori. Loro non lesinavano le cicche, e l’avevano aiutato a scoprire – a suon d’intimidazioni e minacce – chi fosse stato l’infame che l’aveva incastrato. Robert lo seppe solo al rientro dalle vacanze scolastiche, quel tizio non lo conosceva nemmeno, aveva una faccia ebete e un po’ da secchione ma a scuola andava peggio di lui. Robert lo gonfiò di botte davanti a tutti, sul marciapiede dall’altro lato della strada prima di entrare a scuola. Fu sospeso di nuovo, cosa che a parer suo non aveva senso, essendosi consumato il misfatto alla ragionevole distanza di venti passi dal cancello. Il perché della rissa non fu mai chiarito, o meglio, nessuno tra professori e genitori lo venne mai a sapere. Il motivo, semplicemente, era la mala fama che Robert s’era appena fatto. Tra i ragazzi invece la verità si sapeva, e in tanti presero a guardarlo con parità di timore e rispetto. Quando rientrò dalla seconda sospensione, tutti – lui compreso – davano per scontato che sarebbe stato bocciato. Non era mai stato una cima, il buon Robert, ma prima dei fattacci qualche sufficienza l’aveva portata a casa, prima di mancare quei trenta giorni che sapevano d’ergastolo a rate, amari doni di Natale e Pasqua. I suoi genitori l’avrebbero scoperto solo a giugno, perché nessuno s’era curato di convocarli se non per ambasciata del ragazzo, e in una famiglia di tal mala sostanza non c’era da stupirsi troppo di tanto sprezzo per le regole.

Fu così che in quella metà di maggio Robert prese, di giorno in giorno, a buttare la sua cicca a metà nel buchetto sul muro ben tinteggiato di giallo del casermone davanti a quella gran spianata di terra incolta. Era strano che nessuno si fosse preso la briga di costruirci o di seminarlo. Apparteneva a un tal taccagno che poteva permettersi un pezzo di terra tanto grande alla periferia del paese, senza fare altro che ararlo due volte l’anno senza buttarci mezzo seme. A Robert piaceva quella strada, c’era una gran pace. Poteva prenderla dall’alto o dal basso: casa sua e la scuola stavano agli angoli opposti della diagonale di quell’enorme rettangolo che includeva, oltre agli sgarrupatissimi casermoni anni Sessanta della scuola, il campo sportivo – in terra battuta e caolino, un macello per le ginocchia – e quel grande campo incolto.

Robert vide il buchetto e ci buttò la cicca senza spegnerla, più educato che buttarla per strada. Il buco era profondo, forse una sacca vuota tra i mattoni, o il vano di un foratino di cemento. Fatto sta che ogni cicca veniva inghiottita senza resistenza. Era diventato il suo portacenere personale, ed era poi successo che un vecchio, uno di quei pensionati che non hanno altro da fare che rompere le scatole ai lavoratori edili e ai ragazzini che fumano, l’aveva rimproverato, perché avrebbe potuto incendiare l’intero palazzo. Robert l’aveva presa a ridere, ma quello aveva insistito, e Robert l’aveva mandato a farsi fottere. Era la prima volta che insultava una persona anziana ma quello gli aveva dato il tormento, senza contare che era il giorno in cui la bocciatura era diventata ufficiale. Se l’aspettava, ma gli dava comunque noia. Sulle prime aveva anche pensato di mentire, fingere d’essere bocciato e farsi regalare una bella stecca di sigaretta per premio. Avrebbe passato una bella estate, ma la bugia avrebbe solo potuto accrescere le conseguenze. Sempre che ce ne fossero state, di conseguenze. Sì, in casa gli chiedevano come andava a scuola, ma a nessuno importava davvero. Avrebbe anche potuto ripetere la seconda e, una volta promosso, fingere di venir bocciato ripetendo la terza. O fingere anche d’aver preso la licenza media e rifiutare d’iscriversi alle superiori. Ogni variante poteva funzionare ma non aveva voglia di mentire per mesi o anche anni. Meglio prendersi qualche calcio in culo fintanto che aveva un po’ di dignità, e che l’estate cominciava e si poteva spazzare via ogni paranoia solo guardando il sole.

Ma quello non era proprio l’anno di Robert.

Nelle campagne dall’altro lato del paese era scoppiato un grande incendio, il fumo aveva oscurato il cielo e le fiamme avevano distrutto un allevamento di bestiame. Una volta, da piccolo, suo padre ce l’aveva portato. Ci aveva lavorato per qualche tempo, e c’era da esser felici che per una volta avesse perso il lavoro. I braccianti migliori, i più affidabili, lavoravano là anche per dieci o vent’anni. Era una proprietà importante d’una famiglia conosciuta da tutti in paese. I padroni non erano antipatici come ci si immagina sempre la gente ricca, non avevano obiettato che il piccolo Robert visitasse i recinti e i capannoni, l’avevano anzi accompagnato, permettendogli di dar da mangiare un po’ di foraggio fresco ai cavalli e alle mucche, accarezzare pulcini e oche. La moglie del padrone gli offrì ciambelle alla marmellata di albicocche, fatta da lei disse. Era stato uno dei giorni più belli della sua infanzia. Tutta la famiglia era più felice a quel tempo, o così si era convinto che fosse.

Per domare l’incendio c’erano voluti quattro giorni. Nessuno aveva mai visto niente di simile. La campagna era stata distrutta per ettari. Dai ponti dell’autostrada e dalle case più alte da quel lato del paese si vedeva uno scenario apocalittico. Le colline verdi d’inverno e gialle d’estate erano nere. Un nero intenso, senza quelle screziature di sterpaglie ocra e scie bianche e grigie di cenere che capita di vedere dopo il passaggio del fuoco. Era stato un incendio selvaggio, come se la terra stessa si fosse trasformata in carbone, in ogni zolla da poco rivoltata per la semina, in ogni pietra e piega del terreno.

Robert si era lasciato convincere dalla cricca dei ritirati delle superiori – con cui faceva ormai gruppo fisso – ad andare a vedere i resti del grande incendio. Si diceva che il campo fosse cosparso delle ossa dei bovini, alcune delle quali sembravano scheletri in un museo di storia naturale. I ragazzi volevano vedere degli scheletri autentici, nessuno ne aveva mai visti, non tanto grandi, non come gli scheletri dei gatti dopo che gli hai fatto il bagno nella benzina, disse il capo della cricca. Questi erano scheletri di mucche e tori, teschi di cavalli grandi quando un sacco di patate. Qualcuno sperava in un souvenir, una testa di bue con le corna, o una testa di capra da appendere in cameretta.

Partirono di primo pomeriggio, quando il sole batteva violento e tutti se ne stavano rintanati a succhiare aria dai condizionatori. In casa di Robert c’era solo un ventilatore da tavolo, bianco e celeste, vecchio e senza la grata di protezione anteriore, gli piaceva provare a fermare le pale con il dito quand’era piccolo, suscitando l’ira delle sue sorelle e della madre, riversa sul divano come una balena spiaggiata e sudaticcia, troppo stanca anche per alzarsi a dargli uno sculaccione. A Robert il caldo non dava fastidio, come non gli dava fastidio il freddo. Si sentiva spesso come quel ragazzo selvaggio nel film che avevano visto ad ottobre – quando non era ancora diventato un nemico pubblico – quel ragazzo che non parlava e non sentiva il freddo né il caldo.

Quando varcarono il ponte della superstrada, passando per le roulotte degli zingari che sarebbero scomparse di lì a poco. Ora che la campagna incendiata andava raffreddandosi i focolai della rabbia e del sospetto si preparavano ad esplodere nella loro vampa. Quei tizi sporchi e malvestiti sarebbero scomparsi in un modo o nell’altro, migrati in cerca di luoghi più sicuri o distrutti da un altro incendio, quello che avrebbe visto loro come vittime e che nessuno avrebbe pianto. Il paese aspettava solo i funerali che si sarebbero svolti il lunedì seguente, ché la polizia aveva ancora i suoi rilievi da fare e il fuoco – come sempre – era già stato giudicato di origine dolosa. Si parlava addirittura di una sigaretta. Il vecchio capo zingaro fumava, lo sapevano tutti. Robert si ricordava suo padre irritato perché gli stava davanti nella fila al tabacchino, perché chissà dove li trovava i soldi per le sigarette. A Robert, l’idea che fosse stata una sigaretta a fare tanti danni, metteva i brividi. Avrebbe potuto essere anche lui il colpevole. Non in quel caso, lui non passava in quella strada sin da piccolo, da prima che suo padre lo sfidasse davanti al caminetto. E lui aveva il suo portacenere personale dentro il muro di quel casermone a cinquanta metri da casa. Lui non gettava le cicche per strada.

Mentre lo scenario dell’incendio cominciava a mostrarsi, Robert si convinse che nient’altro che la furia dell’Inferno avrebbe potuto scatenare un tale scempio. Ci sarebbe voluto più di una sigaretta per scatenare un simile disastro, un’intera pioggia di scie infuocate lanciate all’unisono dal più grande raduno di tabagisti del mondo, intervenuti ad una riunione di mangiafuoco circensi e pompieri della squadriglia quattrocentocinquantuno.

Strano come l’odore di bruciato si presentasse così all’improvviso. In realtà tutti s’erano abituati al fumo e all’odore di fuliggine in quei giorni. Ma al limitare della zona del grande incendio, l’odore investiva con una violenza nuova, come il cambio tra l’umidità sulla pelle per la spuma degli schizzi delle onde sulla scogliera e il gelo dell’acqua in tutto il corpo dopo un tuffo.

Robert era senza fiato e riprese fiato solo grazie a qualche battutaccia che non aveva sentito da uno dei compari, ma la risata di riflesso, contagiosa, l’aveva costretto a respirare con la bocca. C’erano ancora fumarole qua e là tra i bitorzoli di terra annerita, ed era difficile attribuire al solo sole di luglio il calore che si percepiva dal campo.

Uno dei più esuperanti del gruppo s’era avventurato nel campo, e dopo aver danzato e saltellato come sui carboni ardenti, gli altri l’avevano seguito.

Robert viaggiava in fondo al gruppo. In due s’erano accesi una sigaretta, Robert ringraziò qualsiasi dio esistente che in altri avessero rifiutato di fare lo stesso, evitandogli il ruolo della mammoletta.

Lo scheletro del capannone si stagliava sull’orizzonte. La pianura non era mai sembrata così ampia e profonda. Sembrava un miracolo che il calore non avesse fuso anche il metallo. Robert si voltò a guardare quella che un tempo era stata la cupola del granaio, e pensò a come somigliava a quella foto sul libro di storia nel monumento di Hiroshima. In lontananza c’erano i resti della casa in cui i padroni erano morti carbonizzati ma distolse subito lo sguardo, sforzandosi di non ripensare alle ciambelle alla marmellata, con quella spolverata di zucchero a velo, e quella forma a petalo sopra e sotto, il piccolo buco in cima da cui traboccava la dolce crema di albicocche.

Nel nero della terra non di distinguevano le ombre della struttura, nemmeno sotto il solleone. Il metallo rumoreggiava, piano, come il lamento di un animale morente troppo forte per accasciarsi ma sfinito e disperato. I suoi compari s’erano fatti più silenziosi, i codardi si guardavano intorno temendo di venire schiacciati dai resti della struttura, i capi avanzavano insultando gli altri zigzagando tra gli scheletri.

Gli scheletri.

Gli scheletri erano come tutti li avevano descritti. I buoi dovevano essere mastodontici, grandi come nelle sue memorie di bambino. Uno sembrava accucciato come un cane che sonnecchia rilassato con la testa fuori dalla sua cuccia, le zampe stese di lungo, il muso per terra, le costole ancora integre a sostenere la colonna vertebrale in una gabbia di fumo per quei chili di carne e viscere consumati dalle fiamme. Altri scheletri sembravano integri solo per lo scherzo d’essere ammucchiati, nella calca del terrore mentre le fiamme salivano, con le ossa di uno compenetrate con quelle dell’altro in un grottesco totem, quasi un trono per dio sinistro e malvagio.

C’erano urla in lontananza e per un istante a Robert parve di sentire quelle degli animali che morivano tra le fiamme, ma erano più squillanti di come s’immaginava quei muggiti, erano le voci dei suoi compari che si allontanavano, fuggivano forse. Per un istante Robert pensò che qualcuno avesse preso fuoco, o fosse stato aggredito da uno scheletro dell’armata delle tenebre bovina. Alzò lo sguardo e vide uno dei ragazzi correre via con un teschio in mano, tenuto per una delle corna. Lo vide che lo lasciava cadere mentre correvano più veloci, e poi il suono dei clacson e le urla indignate di gente più in là sul ciglio della strada. Gridavano, da quella camionetta bianca, gridavano alla mancanza di rispetto e all’infamia. Gridavano anche contro di lui. Robert guardò di nuovo i suoi compari, ormai lontani nella nube di fuliggine alzata dalla corsa. Robert guardò sotto i suoi piedi le ossa e sentì la terra sotto le ginocchia, la sentì calda sotto le mani, senza paura di bruciarsi, stringendo quella poltiglia c’era stata carne e terra dentro e sotto i corpi delle bestie.

Non ricordava l’ultima volta in cui avesse pianto per qualcosa.

Storia di Diego

“E’ ora di pranzo, rientra in casa”

Diego era sordo. Non a tutto. Solo a certe cose. Era sordo a buona parte di quello che diceva sua madre. Una specie di sordità inversa, di quel tipo che le cose urlate non si sentono, al contrario di quelle dette sottovoce.

Diego aveva sei anni ed era mancino. Aveva un sacco di giocattoli. A bizzeffe, sua madre continuava a comprarglieli in continuazione. Lui non capiva nemmeno perché lo facesse. Non che gli dispiacesse, anzi, erano i momenti in cui si sentiva più felice. Tutte le mattine quando rientrava da fare la spesa, lei tornava con un giocattolo nuovo. Anche suo padre a volte gliene portava. Ma la verità era che a Diego importava solo del pallone. Non era affezionato ad uno in particolare. Andava bene qualunque pallone o palla, qualsiasi cosa potesse far rimbalzare contro un muro, prendendolo a schiaffi o a calci. Le palline da ping pong le adorava. Avevano quel loro strano modo di rimbalzare, erano leggere, e soprattutto gli piaceva il rumore che facevano, così caratteristico, unico. Anche le palle da tennis non erano male, un po’ troppo ribelli però, riottose, schizofreniche. E gialle. Non gli piaceva il giallo. I palloni da pallavolo erano i suoi preferiti, perché poteva usarli coi piedi e non le mani, ma sapeva per esperienza –nei suoi sei anni di vita di palloni ne aveva visti e studiati tanti con gli occhi, con le mani e con i piedi – che non tutti i palloni che sembravano da pallavolo erano autentici. Valeva lo stesso per quelli da calcio. I palloni bugiardi si assomigliavano tutti, erano di plastica, o quella gomma che se li lasci sotto il sole s’incresca e poi si secca, fino a rinsecchirsi. Si sgonfiano, i palloni finti.

Sua mamma gliene comprava sempre tanti, poteva comprargliene anche quattro o cinque in una settimana, eppure si rifiutava sempre di comprargli quell’unico che voleva lui. Diego voleva il pallone di pelle ma costava troppo. Il che, pur non avendo grandi cognizioni di moltiplicazioni, matematica o economia spicciola, era abbastanza ridicolo. Meglio avere un solo pallone che non si buca mai di dieci palloni che si bucano subito. Sua madre però non la pensava così. Per lei era molto più importante farlo contento quattro volte a settimana con quattro palloni nuovi, e poterlo rimproverare ogni volta che ne rompeva uno, piuttosto che farlo contento una volta sola e non poterlo rimproverare mai per averlo rotto.

Ed era lo stesso coi giocattoli. Diego non era abituato a chiedergliene di nuovi. Quando se lo portava appresso a fare la spesa, non era mai lui a pretendere, era sempre lei a chiedergli: “lo vuoi questo?” e come dire di no! Dopotutto, lei voleva solo farlo contento, sempre contento. Anche se poi si arrabbiava se non giocava col gioco nuovo ma sempre e solo con quel maledetto pallone. Quello schifoso pallone. Quel pallone di merda. Quel pallone del cazzo.

Diego riusciva a non preoccuparsi fintanto che sua madre sembrava prendersela col pallone invece che con lui. Almeno finché non la combinava abbastanza grossa, come rompere un vaso, sprimacciare un fiore o rompere qualsiasi cosa di vetro. Vetro e palloni, nemici giurati. Certo, poi lei odiava il pallone ma gli sculaccioni se li prendeva lui. Ma in fondo sapeva di meritarseli. Era nato discolo, lo era sempre stato e lo sarebbe stato sempre. E forse era questo che gli dava più fastidio di tutto: sapere che non riusciva ad imparare nulla dalle lezioni impartite dalle mani a guance e natiche, perché lui sarebbe tornato a sbagliare, e a quel punto perché preoccuparsene troppo. Solo che di quel passo non sarebbe mai diventato un campione, e anche per questo, perché preoccuparsi di un tiro sbagliato allora.

Aveva sbagliato così tanti tiri, contro le piante grasse, i fiori, i vasi, le finestre, i vestiti stesi ad asciugare, e oltre il cancello, che alla fine la madre l’aveva spedito a giocare in strada. Diego sapeva d’essere fortunato per questo. A nessuno dei suoi compagni d’asilo era permesso di giocare a pallone in strada, di allontanarsi da casa più di qualche passo, anche perché gli altri vivevano nelle strade più trafficate, mentre lui poteva stare tutto il giorno a giocare dovendosi spostare solo quattro o cinque volte per far passare una macchina. Si sceglieva un bel muro e cominciava a calciare a più non posso. Certo, anche così sua madre si arrabbiava perché lui faceva davvero troppo rumore, e qualche sberla veniva a tirargliela per convincerlo a tirare piano. Ma non si può tirare piano. Chi ha mai vinto una coppa tirando piano? Non l’avrebbe vinta lo stesso. Sapeva di non meritarsela l’iscrizione alla scuola calcio. Il campo sportivo però era così vicino. Cioè, era lontano. Lontanissimo. Ci volevano almeno duemila passi per raggiungerlo, ma riusciva a vederlo dalla strada. Il muraglione oltre il campo incolto, i grandi fari e le grida di pomeriggio quando i giocatori – quelli veri – facevano le partite. Aveva supplicato suo padre di portarcelo almeno una volta, ma lui lavorava e quando stava a casa era sempre stanco. E la mamma che stava sempre in casa aveva da fare. Anche se doveva solo guardare la televisione e parlare e fumare con le sue amiche.

Diego era troppo basso per vedere cosa ci fosse dentro quel buco nel muro. Riusciva a toccarne il bordo inferiore se alzava le braccia ma aveva paura che dentro ci fosse qualche animale. Somigliava a quei buchi che le rondini usano per fare il nido, anche se non ne aveva mai visto una entrarci. Più probabile che dentro ci fosse qualche ratto, e se Diego fosse riuscito a colpirlo mentre tirava fuori la testa e l’avrebbe ucciso forse sua madre sarebbe stata fiera di lui, trovando finalmente utile la sua passione per il pallone e magari l’avrebbe iscritto alla scuola calcio. Così Diego cercava sempre di colpire il punto del buco, e la sua precisione migliorava di giorno in giorno: poteva centrarlo anche quattro o cinque volte di fila tirando dal ciglio opposto della strada, o allontanandosi ancora e facendo dei tiri in diagonale, con un bell’effetto.

Un pomeriggio, le amiche di sua madre erano arrivate tutte insieme, uno di quei raduni in cui bevevano caffè e fumavano sigarette per tutto il pomeriggio, ridendo e parlando a voce alta. D’inverno Diego se ne andava a chiudersi in cameretta, ma d’estate c’era troppo caldo perché dall’una alle sei il sole batteva proprio sul muro della sua stanza, trasformandola in un forno. Poiché la mamma non lo voleva tra i piedi quando c’erano le sue amiche, l’aveva mandato a giocare fuori.

Erano le tre del pomeriggio. Il solleone di agosto picchiava duro, tanto che aveva fatto un’altra vittima tra i suoi palloni di gomma, squamato e poi sgonfiato. Eppure l’aveva lasciato all’ombra, dietro il vaso dei fiori, ma la mamma li aveva spostati e il pallone era finito proprio all’angolo del cortile più battuto dal sole. Arrabbiato, Diego uscì in strada.

“Non allontanarti” aveva gridato la mamma, prima di perdersi in una risata di qualche sua amica.

Diego fece il giro dell’isolato, a passo più lento sotto le ombre, giocando a far camminare la mano dal cofano di un’auto all’altra, con l’indice e il medio a far da gambe rapidissime sulla lamiera bollente. Poi lo vide. Se ne stava vicino ad una grata di scolo, vicino alla macchina impolverata e con le ruote sgonfie che faceva parte del panorama del quartiere da quando lui era nato. Di solito Diego pasticciava e disegnava sui finestrini sporchi, scrivendo parolacce piene di orrori di ortografia, ma stavolta c’era qualcosa di meglio. Era un pallone di pelle. Il colore bianco e grigio delle toppe consumate, la gomma esterna smangiata, ma era gonfio. Diego si chinò a raccoglierlo come fosse un tesoro, era più pesante dei suoi palloni di gomma, lo fece rimbalzare e il suono era magnifico. Non come quel rintocco metallico cui era abituato. Era un suono pieno, secco. Si guardò intorno, chiedendosi da quale casa, da quale cancello o muretto troppo basso era stato spedito. Non c’erano bambini della sua età da quelle parti, o almeno nessuno che lui conoscesse. Non aveva mai nemmeno sentito nessuno giocare a pallone, ma l’avrebbe riconosciuto quel suono così nuovo?

Diego mise giù il pallone, e sempre guardandosi intorno come un ladro, facendo finta di niente, tirò un calcetto. Com’era duro e pesante rispetto ai palloni di gomma. Con quello sì che avrebbe dovuto tirare forte, e quant’era bello il brivido del colpo sul piattone del piede, quasi il rinculo di una fucilata. Ed essendo più pesante, non rimbalzava ad ogni sassolino sulla strada, cambiando direzione a casaccio. Filava dritto, scorreva sull’asfalto come sull’olio. Diego lo raggiunse e sempre guardingo gli diede un altro calcetto distratto, portandolo alle ombre del caseggiato di casa sua. Se qualcuno l’avesse visto giocare con un pallone non suo, si sarebbe difeso dicendo che lì l’aveva trovato, e lì l’avrebbe lasciato, anche se aveva tutta l’intenzione di nasconderlo da qualche parte per poterci giocare di nuovo.

A Diego sarebbe piaciuto mettersi a tirare contro il grande muro col buco, per affinare da subito la mira col nuovo mezzo, ma il sole picchiava troppo duro e rimase nel lato ombroso della strada. Cominciò a giocare, i primi tiri richiesero più sforzo del solito, il pallone di pelle era obbediente ma pretendeva forza ed energia, tanto che dopo i primi dieci minuti era sudato come dopo un’ora col pallone di gomma. Ma il divertimento non lasciava spazio alla stanchezza e i suoi tiri diventavano sempre più alti e più forti. Pam. Sbam. Tum. Tumf. Un suono pieno e forte, il rimbombo di ogni colpo faceva esultare il bimbo per la bella riuscita del tiro, proprio là dove voleva, all’angolo alto del muro appena sotto il cartello della via. Stum. Stum. Tam. Lento e ritmato canto di tamburi. Sbum. Sinistro. Tam. Destro. Punf. Di testa. Tutti contro il muro, mai un tiro fuori dal bordo. Con quel pallone avrebbe centrato una porta da calcio cento volte su cento, gli sarebbe bastato un solo tiro per segnare e far vincere la sua squadra. Già si vedeva il migliore della scuola calcio, il goleador della squadra, il cannoniere del campionato, a far impazzire i tifosi del paese con sua madre in prima fila ad incoraggiarlo. Ed eccola lì, come un sogno avverato, sua madre apparsa dal nulla.

“Ciao mamma, guarda cos’ho trovato!”

La mamma gli andò incontro e pat! La sberla lo colse così impreparato che Diego non sentì neanche il rumore.

“Ti sembra questa l’ora di fare casino?” la voce della madre era trasformata, come si trasformava sempre quand’era furiosa, ed eccola con tutto il corpo eclissargli la vista, chinandosi su di lui, afferrandolo per il braccio con la sinistra e mandare a segno gli sculaccioni con la destra. Pam. Tam. Tam.

“E’ tutta l’ora che rompi i coglioni con quel pallone!”

Diego sentì il culo nudo. La madre gli aveva calato i pantaloni e le mutandine, e continuava a colpire con tutta la sua furia. Sciak. Sciak. Squatch.

“Chi ti ha dato il permesso di uscire in strada? Chi ti ha dato quel pallone?”

Diego sentiva a malapena le domande, interrotte dalle sue grida di pianto. Il culo gli bruciava come si fosse seduto su una padella accesa, piena d’olio bollente. Non era olio, era la pipì che gli scorreva lungo la gamba, giù ad inzuppare la scarpa, umiliando il suo sinistro fatato.

“Guarda, guarda com’è rosso!” stava dicendo la mamma. Diego aveva tenuto gli occhi chiuso e li riapriva ora, col collo girato innaturalmente dietro di sé, per non vedere il volto della madre deformato dall’ira, scorgendo ora una delle amiche di lei venuta a vedere. Poi ecco far capolino il volto di un’altra sopra la spalla della prima. Per un attimo non gl’importava che lo stesse picchiando, Diego avrebbe solo voluto avere i pantaloni addosso.

“Ma… ti sei pisciato addosso?”

Sciaf. Per un attimo il pianto si era interrotto. Quest’ultimo schiaffo non l’aveva neanche sentito. La vista delle amiche di sua madre gli aveva spezzato il respiro.

“Io adesso non ti cambio, resti pisciato addosso finché non torna tuo padre, poi glielo spieghi tu perché sei in queste condizioni!”

“Dài Lella, vieni dentro che ho rifatto il caffè”

“Si dài, lascialo in pace che ormai l’ha capito”

La madre volse a Diego un ultimo, terribile sguardo, poi mentre se ne andava raccolse il pallone di pelle portandoselo via, con un’ultima minaccia di farlo a pezzi di cui il bimbo colse solo vaghi frammenti.

Rimase così impalato, coi pantaloni abbassati, umido di piscio e lacrime.

Tum. Tum. Tunz. Un’auto aveva girato l’angolo, la radio a tutto volume, il finestrino aperto a mostrare un braccio robusto e tatuato. L’auto gli rallentò davanti, il signore alla guida lo guardò ridacchiando.

“Nasconditi l’uccellino che te lo mangia il gatto”

L’auto sparì in lontananza. Diego, finalmente scosso, si guardò intorno. C’era laggiù un gatto bianco, il pelo sporco ed emaciato, mezzo guercio, non sembrava interessato al suo né a nessun altro uccello. Diego tirò su i pantaloni, le mutande sembravano carta vetrata sulle natiche arroventate. Barcollò fino a girare l’angolo. C’era un rumore strano. Un cik-ciak che lo seguiva, poi si accorse che era la sua scarpa umidiccia. Tolse le scarpe e le calze. L’asfalto era rovente e gli ustionava i piedi. Fissò il muro di casa sua, parte del balcone al piano di sopra, la finestra della sua cameretta. Rimase in mezzo alla strada aspettando di vedere un’auto comparire in lontananza. Non si sarebbe spostato. Che lo schiacciassero, e che sua madre corresse a spremere tutte le sue lacrime di coccodrillo. Guardò il buco sul muro, quello spazietto nero che nemmeno il sole battente poteva schiarire.

Diego attraversò la strada, fin oltre il corto marciapiede che ove si apriva quell’enorme campo incolto. Si chinò a rimestare con le mani tra quei duri sassi di terra che si sfaldavano mostrando il loro cuore di dura roccia. Scelse un sasso rotondo e levigato, simile ad un hamburger. Il respiro gli si era fatto grosso, ma non come nel mezzo del pianto. Era un respiro gonfio di rabbia, un respiro trattenuto fra i denti stretti e gli occhi assottigliati. Tese il braccio e lasciò cadere il sasso, sfoderando il suo sinistro al volo.

Il sasso fece una parabola perfetta, fin dentro al buco. Diego si accasciò a terra tenendosi il piede spezzato. Singhiozzando sottovoce, senza gridare. Il sasso non aveva toccato i bordi del buco, non li aveva scheggiati, s’era infilato dritto nello spazio buio che l’aveva inghiottito muto. Eppure i bordi del buco s’erano crepati, scivolando in dentro, raddoppiandone il diametro. Adesso era abbastanza grande per infilarci la testa a guardare, non ora forse, ma fra due o tre anni, quando sarebbe cresciuto.


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