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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

Kaleidoscope

(..ciò che si scompone di notte e si ricompone di giorno).

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9 minuti

Pubblicato il 28 gennaio 2019 in Humor

Tags: #Diario #Illuminazioni #Notte #Sassi #Sogni

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Kaleidoscope, (..ciò che si scompone di notte e si ricompone di giorno).


E dire che stamattina sono uscito di casa con i migliori propositi, solo che … appena messo il naso fuori dell’uscio, ho visto che pioveva e ho dovuto fare marcia indietro a prendere l’ombrello che quell’imbecille di mio fratello aveva usato e rimesso a posto bagnato e così come era ridotto, cioè nonostante un colpo di vento lo avesse semidistrutto. Non che fosse un gran bell’ombrello, ma mi piaceva, e come ogni altra cosa, ci tenevo a conservarlo, anziché dovermi bagnare per una stupida pioggia che oggi ha deciso di cadere giù.

No, perché dover andare a piedi alla fermata dell’autobus e magari aspettare cinque o dieci minuti sotto l’acqua, non mi sembra una buona prospettiva dalla quale cominciare a osservare la giornata che mi viene incontro. Meno male eccolo che arriva! L’autobus, intendo. Perché non si ferma? Non saprei! Risponde l’anziana signora che si è appena riparata sotto la pensilina facendosi largo col carrello della spesa, e spingendomi sotto l’acqua, dicendomi: Tanto lei ha l’ombrello, può ripararsi, altrimenti che lo porta a fare una passeggiata? Sorrido.

Chiudo l’ombrello e lo infilo nel cestino dei rifiuti sotto gli occhi di tutti che mi guardano scandalizzati, certo non sanno che è rotto, anzi irreparabile, e che quella è la fine che gli spettava. Nessuno, tutta via, fa il gesto di accaparrarselo, neppure gli altri che, nel frattempo, hanno raggiunto bagnati di pioggia la fermata sperando di ripararsi sotto la pensilina gremita. Arriva il bus e mi trova impreparato, perché ero preso nell’osservare la strana umanità che a quell’ora si affanna alla fermata.

E mentre cerco di capire cosa ci fanno tutti quanti lì, questi salgono in fretta, quando la signora, mi chiede se una volta salita i gradini, posso gentilmente passarle il carrello della spesa: “Ma le pare, non si preoccupi, ci penso io!”. Dico. Fatto è che appena lasciato il carrello nelle sue mani, l’autista del bus pensa bene di chiudere le porte e ripartire. “Deve aver pensato che ho accompagnato la mamma al bus”, mi dico da perfetto imbecille quale sono.

Momentaneamente ha smesso di piovere e decido di camminare, in fondo sono appena tre fermate per raggiungere l’Ufficio Postale, se non piove diventa quasi un piacere, non c’è ragione di aspettare che passi un altro autobus. Detto fatto, ho appena fatto quindici passi eccolo che arriva, il bus, e quasi vuoto per giunta. Non lo crederete, al venticinquesimo passo riprende a piovere e mi trova senza uno straccio di ombrello che, benché rotto un po’ mi riparava.

Nel frattempo un automobilista, di quelli che non si ferma davanti a niente e a nessuno, prende in pieno una pozzanghera e schizza tutta l’acqua addosso a chi, come me, stava per attraversare il semaforo col giallo. “Magari non l’ha vista, non può averlo fatto apposta, vero?”. Mi chiedo, e ovviamente sorrido alla cattiva sorte che, come si sa, non perdona. Sento un passante dire a un altro: “Ecco il solito imbecille contento, glielo avrei fatto vedere io a quello!”.

Quello doveva essere l’automobilista che intanto s’è allontanato ignaro del danno che ha causato. “Pazienza!”. “Già, dice bene lei, si fa presto a dire pazienza, intanto sono fradicio e rischio di prendermi un raffreddore”. “Beh, non è mica la morte del mondo, che vuole che sia un raffreddore?”. “ Mio nonno, ad esempio, è morto dopo una freddata, gli è venuta la febbre cui è seguita una polmonite e poi … beh, forse non stava già bene”. “No, è certo che stava proprio male”. “Beh, allora sa che le dico, che di una morte si deve pur morire”.

Non c’è che dire, me la sono cercata, per fortuna non siamo tutti uguali e c’è chi prende la giornata con filosofia, mi dico. Certo che la morte del nonno fu un evento assai disastroso, ricordo che anche quel giorno pioveva a dirotto, quando la macchina del funerale si avviò veniva giù un temporale che gli intervenuti furono costretti a scappare a gambe levate, a tal punto che non li abbiamo più rivisti. Nella chiesa addobbata, alla fine eravamo quattro gatti zuppi che dicevano le omelie per un defunto che non arrivava mai.

Poi, ci fu il colpo di scena, la bara era stata portata in un’altra chiesa, dove ovviamente aspettavano un altro defunto, che non era il nonno. Il suo migliore amico, col quale il nonno sempre scherzava su chi se ne sarebbe andato prima, al culmine della funzione si avvicinò un filino di troppo alla bara e quando si chinò, scivolò all’ingiù con la testa battendovi contro, che quasi dovemmo portarlo in ospedale.

Mi chiedo se sia l’effetto della pioggia a mandare sempre tutto storto, oppure … (?) Non oso pensarlo, allora che cosa dovrebbe accadere in quei paesi anglosassoni dove una giornata dopo l’altra, sono tutte ugualmente uggiose? Comunque non c’è ragione di prendersela più di tanto, si sa che spesso la morte gioca brutti scherzi, ma non è la sola, mi dico davanti allo sportello della posta, in fila per fare alcuni versamenti.

Dopo aver fatto la coda, è finalmente il mio turno, quando una vecchina viene a infilarsi nello spazio a dir poco interstiziale, fra me e il bancone, e presenta il suo conto corrente da fare. È certamente un’invasione malagevole la sua, quanto arrogante, ma cosa dire a una vecchina tutta trine e merletti che sembra uscita dalla scatola dei biscotti. La guardo, mi guarda, mi sorride, le sorrido. “C’era forse prima di me?” - chiede. “Forse” - le rispondo. “Sa che non l’ho vista”. “Me ne sono accorto, ma con me non ha veduto neppure le altre dieci persone che sono in coda”.

“Che sbadata sono, deve scusarmi, sa alla mia età a volte non si fa caso alle banalità della vita”. “Per carità, signora, anche il suo conto corrente però non sembra poi così importante?”. “Scherza, è la bolletta del lumino che rischiara la notte del mio defunto marito, non sia mai rimanga senza luce”. “Perché suo marito dormiva sempre con la lampada accesa?”. “Forse aveva solo paura della morte” - dice un signore in fila dietro di me. “Che insolente, parlare così del mio povero marito”. “Guardi che parlava di lei” – dico. “Mascalzone!” - grida la vecchina rifilandomi un’ombrellata sulla testa. E sapete con quale ombrello?

Chi nella vita non si è trovato almeno una volta a dover affrontare una situazione di stress o particolarmente complicata sa bene che esprimere le proprie emozioni negative aiuta subito a stare meglio e a superare il difficile momento che incombe. È ciò che capita a me ogni qual volta mi trovo ad affrontare un’esperienza traumatica come cadere, che non è casuale come si può pensare, ma è sintomo d’irresponsabile perdita del controllo e del conseguente ritrovamento. Una reazione che non è scontata, tra l’una e l’altra possibilità, ci si può perdere per la strada.

È indubbio che la riflessione personale passa attraverso il vissuto di ognuno, direttamente dal comportamento individuale nella struttura dell’ego e del super-ego e nei suoi meccanismi di difesa, così come questi vengono strutturandosi nel corso della socializzazione primaria. E se sei nato per cadere, o intruppare contro qualcosa o qualcuno, sei bell’è fatto. Fatto è che un giorno mi è capitato di cadere, e di brutto anche, nel modo che si sarebbe detto un ruzzolone, o meglio un capitombolo, in cui mi sono volato e rivoltato per tutti i dieci metri di una strada in discesa, dove peraltro avevano appena finito di passare l’asfalto.

A quel punto che qualcuno ha gridato “Attenti arriva una valanga!”. E poi giù, tutti a ridere, tranne me, evidentemente. Avrei voluto vederli con una prognosi di un ginocchio lesionato e sanguinante, un lividore all’anca, un gomito scorticato e bruciante, pantaloni e camicia da buttare, e per finire almeno venti giorni necessari per rimettermi in sesto. “Che vuole che sia, l’importante è che non si è fatto niente!” – ha detto il medico in modo estemporaneo. Ho accusato il colpo, quando una signora in attesa di una risposta medica, che mi guardava da quando ero entrato, mi chiede se per caso ero caduto.

“Sì” – rispondo. “Certo è una brutta caduta, ma è caduto dalla moto?”. “No”. “Allora ha fatto un incidente d’auto?”. “No, signora, sono caduto per la strada”. “Così, per la strada?”. “E sì, per la strada”. “Beh, da stupido!”. “Grazie tante”. “Mi scusi, non volevo”. Non voleva, voleva eccome, neppure io non sarei voluto cadere, eppure sono caduto, e malamente pure!

Non tutto ciò che capita, accade per caso, si dice. Ormai lo so per certo, così come non succede spesso di morire due volte, come, infatti, è capitato al Papa. Al Papa? Sì, certe cose capitano anche a Lui. Rammento una mattina che attraversavo piazza San Pietro la trovai gremita di una folla immensa, quando tra la gente che piangeva, che pregava, che domandava, e che si raccomandava, corse un grido: “Il Papa è morto!”. “Pace all’anima sua” m’è venuto spontaneo dire, ma non perché volessi mancargli di rispetto, anzi il contrario, pensavo che la mia ingiunzione valesse quanto quella di chi pregava, di chi piangeva o di chi implorava.

Macché, probabilmente non è così che, in fatto di religione, funziona l’indulgenza. “Vedi è un affare di fede, non è mica morto uno qualunque!” – dice l’amico che incontro. “Davvero non l’ho pensato neppure un momento”. “E allora, perché si è rivolto alla Sua persona in quel modo sgarbato, direi così offensivo?”. “Io, non volevo, ma giacché è morto, mi è sembrato il minimo che si potesse dire, in fondo questo Papa non è mai stato in pace con nessuno!”.

Beh, da sempre si dice che morto un Papa se ne fa un altro, qualche giorno dopo attraversando di nuovo San Pietro incontro di nuovo lo stesso amico. “Che ci fa qui tutta questa gente?” . “Ma come non sai, il Papa è morto!”. “Ancora, ne sarà già stato fatto un altro, immagino”. “Appunto l’altro, come tu dici, è morto”. Non credo di capire, per cui evito di commettere lo stesso errore della volta precedente.

“Beh, non dici niente?”. “Che cosa dovrei dire, che mi dispiace?”. “Che so magari anche solo, pace all’anima sua?”. “E no, tante grazie, è lui che è morto, e se è andato in pace, tanto meglio per lui, altrimenti …”. “Altrimenti?”. “Che vada al diavolo e tu con lui”. “Davvero penso tu non abbia compreso, è il nuovo Papa che è morto”. “Già, beh non capita a tutti di morire due volte, non ti pare?”.



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