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Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine Racconti Brevi

Toccare il Fondo

Un Breve racconto sul Bullismo

56 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 05 settembre 2019 in Altro

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Quando m’iscrissi in quella scuola, non avrei mai pensato che mi sarebbe successo tutto questo, non avrei mai pensato che sarei finito in una bara sotto terra. Non è un bel posto, è buio e freddo qui sotto.


Cammino tenendo per mano mia madre e mio padre, mi chiamo Luca ed ho sei anni, sono veramente felice di iniziare le elementari. Arrivati davanti al cancello della scuola mia madre, s’inginocchia davanti a me e mettendomi le mani sulle guance mi sorride.

“Sei diventato un ometto. Mi raccomando, comportati bene a scuola”.

“Certo mamma, ti voglio bene”.

Mia madre mi passa lo zainetto di Spider-man e lo metto in spalla. Mi dirigo verso la porta d’ingresso, dove ci sono i miei compagni insieme alla maestra che aspettano me per entrare in classe tutti insieme. Mi giro verso mia madre e la saluto con la manina. Una volta riunitomi con il gruppo, la maestra ci fa cenno di entrare e di seguirla. In mezzo a tutti questi bambini c’è il mio amichetto Roberto.

“Ciao Luca”.

“Ciao Roberto”.

Mi ci avvicino abbracciandolo, lo voglio veramente bene. All’asilo giocavamo sempre insieme ed eravamo migliori amici. Arriviamo in classe e ci sediamo vicini, la maestra sembra simpatica non smette di sorridere nemmeno un secondo.

“Benvenuti al vostro primo anno di elementari, che begli ometti che ho di fronte. Che ne dite di iniziare a fare le presentazioni in modo da conoscerci tutti e diventare amici? Inizio io. Io sono la maestra Luisa, sono la vostra insegnante di Inglese. Ho trentadue anni e amo molto dipingere”.

La maestra Luisa è proprio una bella persona, simpatica e dolce.

I miei compagni iniziano a presentarsi a uno a uno, non avrei mai pensato che in mezzo a loro potesse esserci il mio assassino.

“Il mio nome è Alessandro, ho sei anni e mi piace molto il wrestling”.

“Il wrestling è uno sport violento”.

Mi è venuto spontaneo rispondere, forse ho sbagliato. Anzi sicuramente ho sbagliato, il suo sguardo diventa cattivo.

“Forse è violento per le femminucce come te”.

“No, io sono Luca. Luca è un nome per maschietti. Pure la mia mamma dice che sono un ometto”.

“Il cocco di mamma è un ometto, te l’ha data la merenda?”.

“Sì, guarda”

Tiro fuori il mio porta merenda di Hamtaro mostrando lui che avevo una brioche e un succo di frutta.

“Che femminuccia, Hamtaro non è per i maschi”.

Il quel momento la maestra interrompe i nostri discorsi.

“Bambini, comportatevi bene. A scuola siete tutti fratelli, non dovete prendervi in giro”.

Nella mia ingenuità non avevo nemmeno capito che Alessandro mi stesse prendendo in giro, anzi, pensavo fosse interessato veramente a quello che mi piaceva.


Forse i miei genitori avrebbero dovuto istruirmi sul male che possiamo trovare nel mondo, forse avrebbero dovuto dirmi che non tutti sono brave persone e che non tutti i bambini hanno dei bravi genitori. Oramai è troppo tardi.

Suona la campanella e inizia la ricreazione, la maestra si allontana dall'aula dicendo che a breve sarebbe arrivata la maestra di matematica. Metto la tovaglietta sul banco ed esco la merenda dal porta merenda. Mentre mi sto apprestando a mangiare, Alessandro si avvicina, ingenuamente gli rivolsi la parola chiedendogli se volesse un pezzo della mia merenda, ma Alessandro se la prese tutta.

“La mia mamma ha detto che dovevo mangiarla io”.

“E invece l’ho mangiata io”.

“Sei cattivo”.

“Sei cattivo, gne gne, che femminuccia”.

Mi spinge e cado dalla sedia, lo guardo e inizio a piangere.

“Mi hai fatto male, ora lo dico alla maestra”.

“Tu non dici niente a nessuno, sennò ti picchio”.

Quel bambino mi fa tanta, troppa paura. Decido di dargli retta nella speranza che smettesse di trattarmi male. Questo era solo l’inizio.

Passano i giorni, le settimane e i mesi. Alessandro è sempre più violento nei miei confronti, aveva detto che mi avrebbe insegnato a essere un maschio, io pensavo volesse diventare mio amico e invece lui continuava a picchiarmi, ogni giorno di più. Nessuno si accorgeva di niente ed io non raccontavo nulla. Ho paura, paura che lui possa farmi ancora più male.

“Luca, dammi la tua merenda!”.

“Io ho fame”.

“Ti ho detto di darmi la tua merenda”.

“... no…”.

“Come scusa?!”.

“Ho detto di no”.

Mi alzo e lo spingo facendolo cadere a terra davanti tutta la classe. Non so cosa mi fosse successo, ma quel giorno riuscì a difendermi, riuscì a mangiare la mia merenda tranquillamente.

Il giorno dopo, però, durante l’ora di matematica, mentre la maestra era girata dandoci le spalle Alessandro prese le forbici e iniziò a tagliarmi i capelli. Mi lasciò quattro buchi sulla testa. I miei genitori se ne sarebbero accorti subito, così pensai che fosse una bella idea indossare un cappello in modo che non lo capissero. Suona l’ultima campanella e dopo aver messo lo zaino in spalla, indosso il cappellino. All’uscita c’era solo mia madre che con un grosso sorriso mi aspettava davanti al cancello. Corsi verso di lei abbracciandola.

“Luca, come mai hai il cappellino?”.

“La maestra ha detto di indossarlo perché il sole è forte”.

In quel momento la mia mamma non fece altre domande e salimmo in macchina. Una volta arrivato a casa però, mia madre mi disse di togliermi il cappello perché dentro casa il sole non c’è. Non volevo toglierlo, avevo paura della reazione che avrebbero avuto i miei genitori, avevo paura che venendolo a sapere Alessandro si sarebbe arrabbiato. I miei genitori riuscirono a togliermi il cappellino e vedendo i buchi sulla testa iniziarono a farmi domande. Io avevo paura e non riuscivo a parlare, loro mi riempivano di domande ed io non riuscivo a rispondere. Era come se fossi diventato muto, non ho più detto una parola da quel momento. I miei genitori avevano capito che era successo qualcosa a scuola ed erano intenzionati a venirne a parlare a scuola.

Il giorno dopo, quando i miei genitori mi accompagnarono a scuola, non si fermarono al cancello. Proseguirono fino alla mia classe volendo parlare con la maestra. In quel momento c’era la maestra Luisa che non sapeva nulla di quello che era successo.

“Durante la mia ora non è successo nulla”.

“Lo capisco, ma vorremmo sapere cos'è successo visto che mio figlio non parla più”.

“Non so cosa dirvi, di sicuro cercheremo di guardarlo di più per scoprire chi possa essere stato. Lo riferirò ai miei colleghi”.


I miei genitori erano veramente arrabbiati, forse io non capivo la gravità di quello che stava succedendo. Forse ero veramente ingenuo come pensavo. Sta di fatto che dopo quel giorno per un paio di settimane le situazioni si erano placate. Alessandro mi aveva lasciato in pace. “Finalmente ha finito di disturbarmi” pensavo…


Sono tranquillamente seduto al mio banco, quando Alessandro si avvicina al mio banco.

“Sai cosa voglio vero?”.

“Vattene o lo dico alla maestra”.

“La principessina sta iniziando a trasformarsi in un Uomo?”.

“Smettila con le tue battutine, non fai ridere”.

Alessandro non accetta le mie risposte, mi spinge, cado a terra. Non è finita, mi afferra dal collo e mi solleva poi mi sbatte nuovamente a terra, e poi sbatte ripetutamente la mia testa verso il muro. Mi lascia andare, la maestra è entrata in classe.

“Luca, che ci fai disteso a terra?”.

Mi alzo guardando Alessandro, guardo la maestra e con un sorriso finto le rispondo che sono caduto. Le lezioni procedono. A casa ero sempre più silenzioso, sempre più spento. Non ero più il bambino sorridente di un tempo, non volevo andare più a scuola, i miei non si spiegavano il perché, avevo sempre amato la scuola.


Forse se glielo avessi detto in tempo avrebbero potuto cambiarmi di scuola, forse se avessi parlato tutto si sarebbe risolto, avrebbero allontanato Alessandro ed io avrei potuto continuare a studiare ed a frequentare la scuola. Forse, la colpa di tutto questo è stata mia.


Quella mattina Alessandro era più arrabbiato del solito, sono venuto a scoprire che si comporta così perché i suoi genitori si sono lasciati e lui sta con suo padre che lo picchia sempre. Forse ha bisogno di un amico, so che è sbagliato ma questa volta sono io che mi ci avvicino.

“Alessandro, tranquillo. Non essere triste, i tuoi genitori non si sono lasciati per colpa tua”.

Forse era meglio che non parlavo. Alessandro è diventato rosso.

“Tu cosa ne sai di quello che sto passando?”.

Mi afferra dal collo e mi sbatte al muro, prende una matita appuntita e la infilza nel palmo della mia mano che inizia a grondare sangue. Non avevo mai visto tutto questo sangue prima d’ora. Mi solleva e mi ributta per terra. I miei compagni non hanno mai fatto nulla, non hanno mai raccontato nulla. Li capisco, anche loro erano spaventati. Mi ricordo ancora che, prima di essere sbattuto per l’ultima volta al muro pensai al sorriso dei miei genitori quando mi avevano accompagnato il primo giorno. Supplico Alessandro di fermarsi, gli dico che inizio a non sentirmi molto bene, non mi sente è colmo di rabbia. Ho proprio esagerato. Mi sbatte per terra, guardo Roberto che mi guarda con le lacrime agli occhi e poi fisso negli occhi Alessandro.

“Tranquillo, ti capisco. Io ti perdono”.


Ricevetti un calcio in faccia. Questo è tutto quello che ricordo. Adesso sono qui, al freddo in una bara. Voglio la mia mamma, il mio papà. Ho freddo.

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