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Una storia di Jado

Questa storia è presente nel magazine Viaggi

La mamma di Nikliw

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6 minuti

Pubblicato il 04 settembre 2019 in Viaggi

Tags: #storie #viaggi

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Nikliw non si chiama Nikliw ma se anche fosse non farebbe differenza, potrebbe chiamarsi anche Nikliw e sarebbe sempre lui, a casa lo chiamano Bob, da sempre. Nella cucina annerita dal fumo del carbone che arde nel braciere, la mamma di Nikliw si confonde con l’aria, perché la mamma di Nikliw è nera come il buio che c’è. Si muove senza urtare nessuna delle padelle sparse per terra, come in un gioco ad occhi chiusi, la mamma di Nikliw non ha bisogno di luce, la mamma di Nikliw vede con la memoria, e a sentirmi sulla soglia i suoi denti bianchi si aprono in un sorriso sospeso come aspettando un saluto, un sussurro che non manco di porgerle. La mano tesa a stringere la mia la vedo col calore che emana, lo sento spandersi veloce lungo il corpo, una sensazione di pace che acquieta ogni altro pensiero, come un alito leggero a spegnere fiammelle di candele, e indugio a lasciarla andare. Nikliw le somiglia, come la mamma somiglia al nonno, lo stesso sorriso proteso, gli zigomi già alti che si gonfiano sotto gli occhi lucenti, lo sguardo che tende al basso, discreto come una riverenza appena accennata. La mamma di Nikliw si è seduta a mangiare con noi una sola volta, l’unica in cui ci siamo ritrovati insieme tutti, perché la mamma di Nikliw prepara la colazione, prepara il pranzo, prepara la cena, ma tranne quella volta non l’ho mai vista mangiare, neanche da sola. La mamma di Nikliw la mattina è sempre in piedi, sempre prima di chiunque si alzi, a rigirare la polenta nella pentola sul gas, mentre l’acqua del tè si prepara a bollire, le banane sul braciere si sciolgono in crema, gli avocado appena colti dal giardino pronti in un piatto. La mamma di Nikliw il pomeriggio sgrana il mais bianco sopra un telo sotto al sole, nel giardino con l’albero dei fiori rosa, il mais da farne farina per la polenta da mangiare come il pane, polenta senza sale, polenta di solo acqua e farina, polenta che accompagna tutto, polenta che non può mancare, polenta da appoltigliare di continuo con le dita di una mano in un movimento continuo e ritmico, come ad accompagnare una musica, una melodia silenziosa, ad assecondare i movimenti dei denti che masticano, mentre l’altra prende il resto, ognuna per proprio conto, le posate non servono e non ce ne sono, nessuna distanza tra le mani ed il cibo che entra nella bocca. La mamma di Nikliw la sera svanisce; distratto come sono dal cibo che ci porta, me ne accorgo solo a cena finita, la intravedo sul ciglio del corridoio ad assicurarsi che a nessuno manchi niente, guarda quasi di nascosto i piatti di ognuno e si ritrae, poi non la vedo più, è andata a dormire, mi dice Nikliw con la stessa discrezione materna. La mamma di Nikliw usa la porta sul retro, ha scarpe di tela che non le senti neanche frusciare, scivola sopra un tappeto fatto di aria, non la senti entrare, non la senti uscire, non senti il passo mentre passa accanto, è un vento leggero che non sposta l’erba dove tutti lasciamo il segno. La mamma di Nikliw indossa una gonna lunga e un maglione di lana, qui a più di duemila metri piove ogni giorno e quando piove fa freddo, il capo dentro il turbante leggero del suo foulard degli stessi colori dei fiori delle piante del giardino, gli stessi colori dei muri della casa, colori che si stendono sulla pelle nera della mamma di Nikliw. La mamma di Nikliw ha sempre bambini attorno, i suoi figli sono grandi e questi sono nipoti, vicini; tutti a piedi nudi, abiti laceri e sporchi di terra bagnata e loro di terra bagnata sporchi ancora di più; sul cammino calpestato l’erba non cresce e la terra intrisa di tanta acqua ogni giorno diventa argilla da plasmare, si attacca agli abiti e ai piedi nudi e rimane sulla pelle sotto il sole che la secca, a che serve lavarsi se poi di nuovo piove e di nuovo la terra si attacca, a che serve cambiarsi se di nuovo gli abiti si impregnano di quel fango rosso, e del suo odore di melma, che ogni giorno li tinge un po di più. È terra, è terra e acqua, terra su cui camminano, terra bagnata su cui giocano, si rincorrono, su cui scivolano e si rialzano per ricadere, a che serve lavarsi. La mamma di Nikliw li lascia fare, attorno come pulcini con la chioccia, vengono, vanno, ritornano; se ne stanno appollaiati sull'asse di legno sotto l’albero grande che qualcuno deve aver posto apposta per loro, se ne stanno a guardare fissi la mia pelle bianca e appena lavata; come deve essere strano vedere un bianco così da vicino da poterlo toccare, come deve essere strano vederlo e poterlo toccare la prima volta; la prima volta la mano si avvicina timorosa e si ritrae in fretta, come se dovesse bruciare, come se potesse far diventare bianca anche quella loro che tocca. Come la mamma di Nikliw, li lascio fare, come deve essere strano scoprire che la pelle bianca risaputa in qualche modo esiste davvero; deve essere strano, a guardarli, ma non riesco ad immaginare. La mamma di Nikliw guarda divertita alzando appena lo sguardo, guarda loro con aria materna e me come a ringraziarmi per vedermi con loro in questo gioco alla scoperta. Quando la mamma di Nikliw è sul limitare del giardino è un punto colorato all'orizzonte, su su sul crinale della collina di fronte, lontana, lontanissima, oltre il pendio della nostra e la valle ricoperte di piante di tè, arbusti dal busto forte e grosso che sembrano bonsai, tè che sempre qualche donna è china a raccoglierne le foglie, banani carichi di frutti verdi da cucinare, gialli da sbucciare, alberi di papaia dai frutti grossi come meloni, alberi di mango non ancora maturi, alberi alti di avocado dalla pelle nera come la mamma di Nikliw, canne da zucchero dritte come lance che si ammassano e tolgono la vista della strada di sotto, e piante e piante di cui non conosco il nome, ma sempre quelle piante sono, in una miriade di sfumature di verde, ora lucido, ora opaco, basta inclinare anche di pochissimo lo sguardo, cangiante con il sole che avanza, una vista sconfinata che la vista, per quanto avida, non riesce a contenere. Un punto sul crinale della collina di fronte, la mamma di Nikliw si incanta anche lei dinanzi a questo paradiso che inevitabilmente fa insorgere in me l’esitazione che un dio debba esistere, un dio che non può non essere buono; un’esitazione che la mamma di Nikliw sono certo non ha. Suggestioni che affiorano alla mente assorta mentre la mamma di Nikliw invita a pregare, ogni fatto una preghiera, ogni preghiera un ringraziamento; grazie per averci fatti arrivare, Nikliw e me, sani e salvi dopo un lungo viaggio, grazie per avere Nikliw portato a casa un ospite, grazie per avere io portato a casa un figlio, grazie per averci fatti incontrare, suo figlio e me, tanti anni addietro, grazie per farci ritrovare tanti anni dopo, grazie prima di ogni pasto, grazie dopo ogni pasto, grazie per un nuovo giorno la mattina, grazie per il giorno andato la sera, grazie per darci la luce di dire grazie.

Della mamma di Nikliw non conosco il nome, qualunque sia è sempre la mamma di Nikliw.

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