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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

Marcel Proust - Tableau Monet

..sulla musica di Claude Debussy

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24 minuti

Pubblicato il 19 novembre 2020 in Arte

Tags: #ClaudeDebussy #ClaudeMonet #MarcelProust

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Marcel Proust - Tableau Monet

..sulla musica di Claude Debussy.

Claude Monet - le 'Nynphéas'
Claude Monet - le 'Nynphéas'

«Je qui n’est pas moi...»,

andava dicendo il giovane Elstir al Narratore, alias Marcel Proust, che troviamo nelle pagine de La Recherche, con un lieve sorriso sul filo delle labbra che lo rendeva oltremodo ‘amabile in ogni momento’. Lo diceva cosi, per una sorta di stravaganza che lo vedeva scettico riguardo alle opere dei numerosi artisti «..très, très innovant» esposte al Salon d’Automne del 1904 al Gran Palais des Champs Elysées in cui figuravano tra le altre, almeno due dipinti del maestro Claude Monet, le cui opere tuttavia erano già visibili al pubblico in altri musei parigini.

Marcel gli ricambiò il sorriso avvolgendosi nelle coperte del letto in cui si attardava pigro, cercando di dare al suo personaggio una qualche ‘dimensione autorevole'. La sua scrittura si protraeva lenta, quasi stanca, per aver egli fatto tardi a uno di quei festini che sempre seguivano ai ricevimenti eleganti che si tenevano nottetempo a Parigi, ai quali, se invitati, come dire, non era opportuno rinunciare. Com'era solito fare Marcel non vi rinunciava mai, la sua onnivora presenza nei saloti della bonne societé gli offriva la possibilità per imbastire nuove ‘relazioni’ e lo spunto per delineare i suoi personaggi, quegli stessi che poi trasferiva nei suoi quaderni neri stranamente allungati, con una calligrafia sottile, quasi nervosa, colma di note e rimandi.

Di fatto, nel personaggio di Elstir, il pittore che incontriamo nel salotto dei Verdurin, spesso appellato anche Biche o Tichene e molto ammirato dal Narratore, c’è indubbiamente qualcosa del maestro Claude Monet, così come anche di altri artisti dell’epoca, soprattutto di quelli che avevano aderito all'allora 'nuova' tendenza pittorica cosiddetta ‘impressionista’. Tendenza che si proponeva di «..non rappresentare le cose cosi com’erano, ma secondo le illusioni ottiche di cui constatava la ‘visione’ primaria, colte nella luce che le circondava», e che nelle pagine della Recherche, Marcel/Elstir trasformerà in una parafrasi di una certa importanza per l'arte tout-cour: «..quando si guarda qualcosa, ciò che conta, più ancora dell’oggetto guardato, è lo sguardo

Claude Monet - 'Impressione al levar del sole'.
Claude Monet - 'Impressione al levar del sole'.

Sono queste parole invero che ben rendono il senso conchiuso della poetica pittorica degli 'impressionisti' applicata all' ‘illusione ottica’ che la nostra personale prospettiva delle cose suggerisce. Illusione di cui Marcel Proust si servirà ampiamente per dilatare e deformare, quasi fino al parossismo, lo spazio intorno a sé, l'immagine di quel demi-monde che lo circondava e che, in un certo senso, forse lo spaventava grandemente se aveva trovato rifugio nell' ‘infinita ricerca di se stesso’. Quasi volesse cancellare un fosco pregiudizio che gli imponeva prepotentemente di aderire alla soggettività del suo ‘personaggio’, come appunto lo scaltro Elstir che, in quel momento, egli immaginava dimorare nella ‘stanza dei suoi giochi impossibili’, pur trovandosi immerso nella perfetta solitudine dei suoi pensieri.

È in questa dimensione onirica, o se vogliamo, nella ricreata ‘illusione d'una 'lanterna magica’, che approccio, virtualmente parlando, un'impossibile conversazione con Marcel Proust lui-meme, autore dell'opera più avversata del '900 letterario europeo: «Quel Marcel!» (*) che, ‘fuori dai luoghi e dal tempo’, immaginava di passare una ‘matinée idéale’ in compagnia dell'amico Elstir, cedendo il proprio spazio narrativo a quel che sarà definito l' ‘inganno proustiano’.

Una 'finzione' dunque, che ben s'accorda con la volontà del suo invisibile Narratore allorché, sul punto di formulare un ricercato ‘gioco narrativo’, affronta con suggestiva contestualità, per quanto suggerita dall’evidenza delle cose, e la trasforma in ’invenzione narrativa', nel ‘desiderio di approfondire’ il senso dell'esistenza che si conduce.

Quel che lo stesso Elstir si troverà poi ad esporre nel momento della sua realizzazione in personaggio; cioè, che la percezione indiretta e fervida della ‘realta’ non avviene soltanto tramite lo sguardo, bensì, attraverso «Le signe de l’irréalité des autres ne se montre-t-il pas assez, soit dans leur satisfaction.» (..Il segno dell'irrealtà degli altri non si mostra nel loro assenso, non abbastanza, solo nella loro soddisfazione). Per poi aggiungere che: «Ciò che nella ‘realtà’ vediamo conta poco senza la fantasia e la memoria...» Tuttavia Proust, che si riteneva un uomo ‘senza fantasia’, in fine si ritrova a condividere l'importante concetto, con cui il giovane Elstir definisce 'poeticamente' l'impressionismo nell'arte: «..l’‘impressione’ era (é) la materia prima dell’opera d’arte, da cui era (é) necessario partire per decifrare e dare espressione al rapporto di ciascun artista con l’universo in cui questo vive: il cielo, la terra, le acque, gli esseri e le cose

Allorché, lasciata la penna fra le pagine bianche del suo nero taccuino, Proust comprese di aver formulato un ricercato ‘gioco letterario’ in cui la realtà, per quanto suggerita dall’evidenza delle cose, poteva trasformarsi in un’invenzione da utilizzare come procedimento della sua infinita ricerca, e si lasciò scivolare nel sonno ...

Marcel Proust
Marcel Proust

È quanto pure afferma nel suo libro Giuliana Giulietti (*) nel proporre le tappe piu significative del "..percorso creativo di Claude Monet nella formazione estetica di Marcel Proust", sottolineando quelli che sono i punti di contatto tra le due poetiche, 'pittorica e letteraria' che li distingue, permettendoci così di scoprire come l’elaborazione dei grandi temi proustiani: ‘il tempo, l’oblio, la memoria involontaria’, sia costantemente intrecciata alle meditazioni dello scrittore sulla pittura di Monet, dai suoi primi dipinti 'impressionisti' all’invenzione delle opere ‘seriali’, rivolgendo particolare attenzione alle tele delle 'Cattedrali', dei ‘Mattini sulla Senna’ e delle ‘Nymphéas’.

Con straordinaria acutezza e in ragione di profonde affinità, Proust intuì che il vero ‘soggetto’ di quei meravigliosi dipinti ‘seriali’, che il suo sguardo osservava passando da una tela all’altra, fosse il 'tempo', ‘sovrano reggitore e regolatore della nostra vita e dell’universo', che nel suo segreto fluire, trasportava in un costante andirivieni 'dal nulla verso il nulla', esseri e cose. Come del resto lo stesso Proust si trovò ad affermare, in un altro passo molto significativo della sua opera matura, di non sapere esprimere con altre parole ciò che più s'avvininava a quella sorta d'irrealtà: «Siamo tutti costretti, per rendere sopportabile questa realtà, a coltivare in noi qualche piccola follia

Consapevole di quanto effimero fosse lo splendore dell’attimo che subito si spegne, il maestro Monet aveva cercato nelle sue opere ‘seriali’ piu apprezzate, di poter attestare – attraverso la durata del tempo – la caducità e l’oscurità della morte che ad esse si accompagnava. Sia quindi per Monet come per Proust, l’opera d’arte diventava così il luogo in cui fissare: «..una realtà che stava per lasciarli per sempre». Per ritrovare poi, nel felice presente della creazione pittorica, come nella intuizione scrittorea, quel 'tempo perduto' che poi sara il tema di fondo della Recherche.

Un escamotage, se vogliamo, che mi permette di ricoprire il ruolo di ‘virtuale’ Narratore del racconto che segue, in cui Marcel Proust può immaginare la sua ‘matinée idéale’ in compagnia di Elstir, e raggiungere a piedi il Musee dell’Orangerie, nel momento in cui egli rivolgendo la parola all’amico gli dice: «Mon chère, non potevi esprimere altrimenti il fatto che persino l’evidenza può essere un’invenzione, come dire, semplicemente una impressione, o meglio, la nostra sottesa emozione che finalmente rivela il nostro arcano desiderio di possessione. Insomma, che è assolutamente inutile impegnarsi per raggiungere la verità (la realta oggettiva delle cose). Essa può solo caderci addosso, non richiesta, non prevista, inspiegabile

Musée de l'Orangerie - sala delle Nymphéas di Claude Monet.
Musée de l'Orangerie - sala delle Nymphéas di Claude Monet.

A quell’ora del giorno, la luce naturale che entrava dall’ampio lucernario ovale del soffitto, discendeva tranquilla sul ricreato stagno ch’era stato di Monet a Givergny, accendendo di sfumature opali le piu belle Nymphéas che si fossero mai viste, immerse com’erano nell’immutabile sospensione del tempo: «...come farfalle che attente si posano, cospargendosi degli odori e dei profumi di quel luogo incantato, immerso nel mobile giocare dell’acqua con le nubi e del cielo che in esso si riflette, nei diversi momenti dei giorni e delle stagioni» - scriverà Marcel Proust.

Marcel trattenne il respiro affannato, nel timore di rompere il silenzio assoluto di quel luogo incantato, assorto in una intima immobilita che avrebbe richiesto forse solo la preghiera, quando gli sembrò di vedere nuove bellissime Nymphéas schiudersi davanti ai suoi occhi increduli. Cosa che gli capitava ogni qualvolta posava lo sguardo più a lungo, di trovarle cioè diverse a seconda dell’ora, della stagione, sicuramente dell’umore di chi, come lui in quel momento, sentiva di amarle davvero – «...doveva pur esserci una ragione perché provasse un simile insospettato trasporto?» – si chiese. E in realta una ragione c’era, ed era di intima quanto profonda sensualita che la vicinanza di Elstir allo stesso modo gli procurava.

Piu tardi, avrebbe scritto la sublime pagina in cui egli parla dei colori: «..giacché il colore che creava in sottofondo ai fiori era più prezioso, più commovente di quello stesso dei fiori; e sia che facesse scintillare sotto le ninfée, nel pomeriggio, il caleidoscopio di una felicità attenta, mobile e silenziosa, sia che si colmasse verso sera, come certi porti lontani, del rosa sognante al tramonto, cambiando di continuo per rimanere sempre in accordo, intorno alle corolle dalle tinte più stabili, con quel che c’è di più profondo, di più fuggevole, di più misterioso – con quel che c’è d’infinito – nell’ora, sembrava che li avesse fatti fiorire in pieno cielo

«Ho bisogno di qualche tempo, per capire le mie ninféeaveva commentato a sua volta lo stesso Monet – ...le avevo piantate per puro divertimento, le coltivavo senza pensare di dipingerle. E poi, all’improvviso, ebbi la rivelazione di quanto fosse magnifico il mio stagno, e presi la tavolozza.» Era quanto in quel momento rammentò Marcel che teneva a mente ogni passo delle 'lettere' del Maestro, quasi fossero una confessione d’estrema sincerità che lo lasciava senza parole. Si rivide in Elstir che passava in rassegna i tratti della pittura del maestro Monet, e ne approfittò per sedersi sull’invitante divano avorio posto al centro della sala espositiva, quando ‘tout d’un coup’ gli sembrò di sentire l’affannosa voce dell’anziano pittore che avvicinatosi al suo orecchio gli bisbigliava: «Io volevo dipingere l’atmosfera. La bellezza del clima che le avvolge, e questo non è altro che l’impossibile.»

Così, come a lui era sembrato impossibile poter fermare il tempo che sentiva trascorrere fin troppo in fretta, gli sembrò che ogni cosa dovesse ancora accadere, che fosse presente all’origine del dipinto, del fervore dell’ispirazione che aveva accompagnato l’artista nel dare forma alla sua ‘impressionistica’ visione, alle sue scelte coloristiche, alla stesura ‘emotiva’ del colore, alla sua capacita di fermare la luce di quell'attimo 'inponderabile quanto immenso’ nello spazio angusto delle tele affisse alle pareti dell'Orangerie.

Null’altro sarebbe stato possibile aggiungere a quelle splendide Nymphéas che erano

lì a dimostrare l'assenza nel pittore di dubbi creativi, né di ripensamenti tardivi. Ancor meno una qualche insicurezza nella mano del Maestro che verosimilmente le aveva rubate al tempo per consegnarle vive all’eternità, allorché scrisse: «Monet ci fa amare i luoghi che raffigura dei suoi giardini – scriverà Proust in un bellissimo articolo – «..i suoi quadri ci rivelano in ogni momento l'essenza incantata che la nostra fantasia può trovare nei corsi d'acqua seminati di isole in certe ore inerti del pomeriggio; la trasparenza bianca e turchina delle nubi e del cielo, il verde delle piante e dei prati, il rosa dei raggi già declinanti sul tronco degli alberi, e nell'oscurità illuminata di rosso dei cespugli, un campo, il cielo, una spiaggia, un fiume, come cose divine verso le quali vorremmo andare.»

Per poi aggiungere: «Anche coloro che sono meno capaci di intenderli sanno che in quei quadri collocati l’uno accanto all’altro, essi contemplano pensieri, che quei quadri sono preziosi, mentre la tela, i colori che vi sono disseccati e lo stesso legno dorato che li incornicia non sono tali.» Ecco! … esclama infine Marcel/Elstir: «Noi siamo lì, chini sullo specchio magico, ce ne allontaniamo cercando di bandire qualsiasi altro pensiero, di comprendere il senso d'ogni colore, ciascuno dei quali richiama nella nostra memoria impressioni provate in passato, le quali si associano in un'architettura altrettanto aerea e multicolore che i colori sulla tela, vanno costruendo nella nostra fantasia un paesaggio.»

Claude Monet.- paesaggio con papaveri -
Claude Monet.- paesaggio con papaveri -

E non poteva che essere così, se Marcel convinto scriverà, che : «Grâce à l'art, au lieu de voir un seul monde, le nôtre, nous le voyons se multiplier, et autant qu'il y a d'artistes originaux, autant nous avons de mondes à notre disposition» - (Grazie all'arte, al posto di vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi, e fìn tanto che ci sono artisti originali, tanto più abbiamo mondi a nostra disposizione

Nel silenzio che seguì alla breve parentesi riflessiva, sembrò a Marcel di percepire il soffio del vento che faceva muovere le foglie d’intorno e che talora increspava l’acqua dello stagno; perfino di udire i suoni emessi dagli insetti e il canto degli uccelli che lieti abitavano quello che egli considerava il nuovo stagno (quello di Givergny), il piu straordinario che mai gli fosse dato osservare, nuovo in quanto surreale e che noi, al seguito delle sue parole virtualmente abbiamo fatto nostro. Acciò, in concomitanza con lo sguardo di Marcel che verosimilmente le osserva librando lo sguardo dall’incavo dei suoi occhi sulle tele, rende a noi possibile raggiungere quella stasi della memoria visiva che permette il totale estraniamento dal presente che s’adombra di luce riflessa, e di quella rimembranza estatica colma di magia, che Monet aveva trasferito tout court nella tela ‘Impressione al levar del sole’, che Marcel aveva osservato a lungo al Musée Marmottan.

Fu in quel momento che Elstir, vedendolo assorto, interruppe la sua metafisica ‘assenza’ richiamandolo alla realta con una domanda: «Hai veduto la meraviglia delle ninfee bianche, e di quelle blu là in fondo? È come perdersi in un giardino di colori, dove il blu compenetra e assorbe tutte le luci del giorno.» Ma in quel momento la realtà era l’ultima cosa che avrebbe potuto interessare Marcel che invece andava alla ricerca di un modo ‘altro’ di esprimere la sensazione emotiva che aveva provato un istante prima, allorchè aveva osservato le Nymphéas come fosse la priva volta, e ancora una volta ne era rimasto folgorato, restando senza alcuna possibilita di appello alle parole.

Marcel non gli rispose, era ancora lì che si crogiolava nell'essenzialità della luce catturata da Claude Monet quando, inaspettatamente, gli sembrò di sentire una musica in sottofondo, le note di un piano che dolcemente s'infondevano nell’aria. Si disse sicuro di conoscerla già, di averla ascoltata moltissime altre volte, chissà, forse suonata proprio dal suo formidabile autore: «..Ma certo, come non averla riconosciuta fin da subito» – si disse, richiamando alla mente il succedersi delle note di “Reflets dans l’eau” di Claude Debussy che, in breve, prese a seguire lasciandola scorrere fluida sotto la punta delle dita. Le note si posavano come gocce di rugiada sulle Nymphéas divenute adesso di un opale smagliante ...

«..Quasi danzassero nell’atmosfera assolata, nel tremolio della piena luce», scoprendo d’improvviso come la musica dell’uno compenetrasse in modo straordinario la pittura dell’altro, «...come se le tessere musicali del Claude musicista, fossero l’essenza naturale delle Nymphéas uscite dalla luminosa tavolozza del Claude pittore, e che quelle note avessero le stesse proprietà dell’acqua in cui si rispecchiavano», sembrandogli che le olezzanti ninfee continuassero a vivere di vita propria denro quel giardino incantato, variando di tonalita coloristica ad ogni vibrazione dell’aria, ad ogni variazione di luce, come se la musica di Debussy fosse la linfa che le avrebbe mantenute in vita per sempre.

Claude Monet - particolare delle Nymphéas.
Claude Monet - particolare delle Nymphéas.

Lo stesso Monet sembrò rivolgersi a Marcel per bocca di Elstir che ripeteva a memoria quanto egli stesso aveva scritto al suo amico Amand Gautier, mentre insieme passeggiavano lungo i sentieri di Givergny sul finire del giorno: «Ho trovato migliaia di cose qui che mi affascinano e alle quali non posso proprio resistere. […] In nessun altro luogo la terra è colorata dal vapore dei profumi, il cielo rivestito da un tale mistero», aveva detto a sua volta il maestro Monet, parlando della propria natura di pittore, ripetendo le stesse parole amorevoli che solitamente rivolgeva a ogni singola ninfea come a una farfalla: «Va’. Sii libera. Trova pace. Insegui il sogno, chiedi l’impossibile.»

«Da dove proviene l’ardente desiderio che la spinge a cercare l’impossibile monsieur Monet?» – immaginò di chiedere Marcel al maestro, con quel calore che spesso lo infervorava di desiderio di voler conoscere l'intimità di ogni persona che incontrava e che attraesse la sua morbosa curiosità. Fatto questo che egli sfruttava al massimo, permettendogli di penetrare, in mezzo a tanta profusione di bellezza, il ‘segreto’ di ognuno, come in questo caso, il senso pittorico e altrettanto poetico dell’arte ‘impressionista’: «Noi che vogliamo essere artisti, soffriamo di tutte le debolezze degli altri, probabilmente ingigantite dal fatto che lavoriamo e viviamo fuori della vita normale. […] È come la necessità che abbiamo di respirare, di mangiare, per sopravvivere», rispondeva il maestro Monet con il suo accomodante savoir fare e il piacevole candore che lo distingueva.

Da parte sua Elstir mai avrebbe immaginato di immergersi in un bagno di colore come quello che in quel momento le straordinarie Nymphéas offrivano ai suoi occhi attoniti, ‘il bianco chiarore lunare’ che si rifletteva nell’opale dei loro petali, ‘il bleu profondo delle alchimie pittoriche’ di uno stagno che neppure riusciva a immaginare potesse esistere davvero. Cosi come Marcel non si sarebbe mai aspettato di poter colloquiare apertamente col maestro Monet che sembrava invece ascoltarlo con pazienza: «Chissà se avrebbe accettato il suo invito per una soirée che intendeva organizzare in suo onore?», si chiese Marcel, pensando che al tempo stesso avrebbe potuto rivolgere lo stesso invito al maestro Debussy. Sarebbe stata davvero ‘una stravaganza’ non da poco, si disse concedendosi un sorriso che gli illuminò il viso, per poi cedere all'assurdità del suo pensiero.

Claude Monet
Claude Monet

All’ora di pranzo, dacchè era ancora a letto, riflettè sul fatto che non c’era stato momento in cui il suo pensiero non fosse per Elstir, quando avvertì l’essenza del suo profumo sul cuscino. Si disse con piacere che gli avrebbe tenuto compagnia «..almeno fino al sopraggiungere della notte.» Di certo, più tardi, avrebbe osservato il cielo imbrunire dalla finestra senza avvertire il peso della solitudine. Il ricordo della sua visita all’Orangerie, la musica di Debussy che nella sua mente trasfondeva il tutto in un’emozionante e raffinata mescolanza di sonorità armoniche “lointain et expressif”, lo infervorava ancora per l’immediatezza e la delicatezza del colore timbrico che molto s’accostava agli effetti luminosi e alle ombreggiature coloristiche dei dipinti di Monet. In un certo senso gli restituiva l’effetto ipnotico che l’aveva estasiato, con la stessa intensità in cui il suo sguardo era rimasto ‘impressionato’ dalla natura vivente e tuttavia immobile dei suoi quadri.

«Me ne duole, perché – ..andava confidando Debussy, prezzolato ospite della sua mente – in fondo non è che un gioco di suoni, con quelle sue inconfondibili partiture dolenti, che nel dar forma a immagini istantanee ed a cangianti atmosfere, si susseguono in rapide pennellate e macchie di colore strumentali che trovano una loro giustificazione pittorica, ancor più che poetica e musicale», per quanto, per una qualche indefinita ragione, quelle parole fossero pronunciate riguardo alla sua musica, Marcel trovò che aderissero così magicamente alle immagini pittoriche per cui si taque, senza lasciare ulteriore spazio alle parole ...

Illustrazione scenografica per la partitura "Al chiaro di luna" di Claude Debussy.
Illustrazione scenografica per la partitura "Al chiaro di luna" di Claude Debussy.

Non diversa gli sembrò la posizione assunta da Monet, il quale, pur sostenendo l’insostenibile, difendeva la fragilita delle sue Nymphéas – «..l’inconsistente verità del colore dall’intraprendenza della luce nell’ombra», rispose il Maestro restando pur tuttavia indifferente al ‘dolore’ fisico che l’instabilita della sua pittura causava alla naturale fragilita del suo ospite improvvisato. Allo stesso modo Debussy rifiutava i procedimenti musicali in cui la ragione non lasciava spazio alla semplice percezione che – secondo lui – «..non richiedeva d’essere risolta, bensì d’essere gustata – in senso musicale semplicemente ascoltata – cioè percepita dall’orecchio dell’ascoltatore senza che questi dovesse andare a scoprire idee astratte in un dedalo di complicati sviluppi.»

Claude Monet, che riconosceva un’affinita fra l’estetica musicale di Debussy e la sua pittura, parlando delle proprie 'armonie impressionistiche' e degli accostamenti coloristici della sua pittura, concluse il suo intervento con una sorta di vaga incertezza – «.. è che

ci colpiscono allo stesso modo di una frase musicale o di un accordo senza tuttavia l’aiuto di un’idea precisa o dichiarata.» Al quale rispondeva Debussy: «Analoghe possono considerarsi le affinità pittoriche e letterarie, dell’ ‘Alchimie du verbe’, teorizzate da Arthur Rimbaud il quale, a sua volta, tiene aperta la porta alla poesia raffinatamente suggestiva, propria dei Simbolisti. È questo l’unico mondo a cui vorrei appartenere» – aggiungendo infine, ben sapendo che l’arrivarci rasentava talvolta l’impossibile.

Marcel sentendosi escluso da quella conversazione che si dilungava stancamente e che altresì restava lontana dalla sua intenzione, se ne risentì – «..sarebbe mai stato capace di appartenere a quell’ ‘unico’ mondo al quale Debussy diceva di voler appartenere? Avrebbe mai raggiunto l’impossibile cercato da Monet?» La risposta a entrambe le domande non poteva che essere che una, e una soltanto – «No, e per una infinità di ragioni. Non in ultima quella che entrambi i maestri appartenevano a un mondo che non era il suo, cioè a quella schiera di artisti e intellettuali, che la bonne société avrebbe in seguito definiti ‘perdu’», cosa che infine lo segnò di amara delusione.

«Me ne duole – ripeté Marcel con la medesima sospensione che Debussy aveva dato alle sue parole perché sono schiavo di un passato che pure non smette di ferirmi, di colmarmi di sofferenza, nello strazio intimo e crudele della mia solitudine, mentre voi, non fate altro che parlare del sublime ordine delle cose, della bellezza estetica delle forme, della pittura e della musica, senza mai pronunciarvi sull’amore che l’accompagna. […] Deve pur esserci da qualche parte la fonte di quell’amore che, come voi, io sento aver dato vita a tutte queste cose … o forse, ho sbagliato tutto, e non c’è amore perché l’amore è impossibile?» chiese infine, sdegnato dalla sua stessa affermazione.


Claude Debussy al piano.
Claude Debussy al piano.

D’appresso, più che un insieme di suoni espressivi la musica di Debussy si trasformò in richiamo, un’invocazione che si faceva supplica fino a diventare aggressiva, per il modo di pigiare i tasti del pianoforte. Accadde che, ‘tout d’une coup’, la musica aveva smesso di suonare, e nel silenzio gli parve di udire il coperchio del piano a coda ricadere sulla tastiera con un tonfo sonoro. Marcel esitò nell’incertezza alquanto inconsueta di qualcosa che gli era sembrata sfuggire al suo controllo – «…Davvero non saprei dire cos’è, dovuta forse a un qualche accadimento, o solo a un’altra realtà che rende così labili i miei ricordi in questo momento», si disse, del tutto consapevole delle sue capacità evocative. Ancorché la sua forza emotiva, per quanto repressa dalle severe difese che s’imponeva, gli restituì la sconcertante cognizione di una solitudine velata dall’ombra di fughe improvvise – «...di immagini percepite affrettatamente, dove i colori si rincorrevano e si mescolavano, in una fuggevole “impressionistica” sequenza di visioni.»

«O forse no!», esclamò preoccupato, per quanto già percepiva la sottesa felicità dei ricordi colorarsi di un qualcosa che felicità non era, e che pure sollecitava in lui il riaffacciarsi d’una vaga inquietudine – «...come d’una infinita sospensione del tempo in cui albergava pavida la sua anima», che pure lo vedeva partecipe del momento in cui il silenzio improvviso degli uccelli, seguito all’addentrarsi della luce del tramonto, lo lasciò attonito, in contemplazione di quell’imponderabile essenza che nessun altro avrebbe mai potuto cogliere. Un attimo dopo Elstir non era più con lui, improvvisamente sembrò a Marcel come se ogni cosa intorno si frantumasse in un pulviscolo dorato, recuperando quella lucidità che spesso, dopo aver scacciato le nuvole che si addensavano all’orizzonte, tornava a illuminargli il viso. Era come se – «..forse, determinate esperienze, si vivono solo in una logica stranamente rovesciata», si compiacque di dire infine, consapevole di aver contemplato una luce da lui stesso evocata e che adesso illuminava i propri ricordi, i suoi piu singolari convincimenti, pur immaginando quanto di piu seducente e oscuro avrebbe potuto esserci nell’intensità delle ombre che si addensavano nella sua stanza, fra le coperte e i cuscini del suo letto.

Si convinse di non poter arrestare il corso degli eventi, che col passare del tempo il sole dei suoi ricordi d'infanzia prima o poi sarebbe giunto al tramonto e che la notte l’avrebbe inghiottito con il disperdersi della luce nell’oscurita delle tenebre: «..Anche l’oscurità si lascia amare da chi è propenso a cercarvi un fioco riverbero di luce» – aggiunse, ma era quella un’ammissione che gli causava non poco risentimento verso quell’uomo (Estir?) che in quel momento, verosimilmente, l’aveva abbandonato: «Com’era passato in fretta il tempo, come poteva essere già così buio?», si chiese, allorché a notte fonda vagava con la mente alla ricerca d’una qualche emozione remota, allungando il passo verso Boulevard Saint-Michel pullulante di vita, ravvivato dalle luci dei lampioni e delle insegne appena accese dei bistrot che aspettavano d’essere visitati dalla folla che, imperturbabile della sua presenza, continuava il suo andirivieni lungo i marciapiedi.

Marcel Proust cammina lungo il Boulevard Saint Michel
Marcel Proust cammina lungo il Boulevard Saint Michel

«Là, tout n’est qu’ordre et beauté / Lux, calme et volupté …», (Là dove tutto è ordine e beltà / Lusso, calma e voluttà); proferì Marcel citando Baudelaire, alludendo a un universo poetico di rasserenante bellezza, per quanto solo apparentemente intriso di vivida luce e di sfolgoranti colori. «Ci sono cose che non si possono fare mai, ma che sono invece le migliori... », ripeté, alleggerito dall’incredibile quanto pervasiva sensualità che poco prima l’aveva colto. Poi, fu un dolce pensiero ad accarezzargli la mente, avrebbe fatto volentieri una sosta in un bistrot, «..un buon caffè, è proprio quello che mi ci vorrebbe adesso! […] Forse è così che in fondo accade, dovremmo non voler sfuggire alle ombre, lasciare che si espandano in noi...», aggiunse riflessivo, al margine di una fulgida sensazione ancora pregna dei colori e dei suoni che gli restituivano l’illusione della vita.

Si disse certo che qualcosa doveva essere accaduta, seppure non notasse niente di diverso intorno a sé, che tutto, al dunque, era uguale a prima, come sempre, avvolto dallo spleen che l’attanagliava. Identica era l’atmosfera che si respirava per la strada, uguale l’euforia della gente che affollava i marciapiedi, i camerieri che si davano da fare fuori dei locali per accaparrarsi qualche nuovo cliente, tutto procedeva nella solita stanca monotonia. «Se davvero qualcosa era potuto accadere, ormai non aveva più nessuna importanza» – pensò, significando che quanto poteva essergli accaduto, l’avrebbe presto dimenticato.

«Fin dove gli sarebbe stato possibile penetrare quel mondo di naturati e raffinati equilibri che era la vita? Come spiegarsi che una giornata così piena di luce poteva dirsi conclusa senza preannunci né d’alba breve, né di timida aurora?» – ripeté a se stesso, sentendosi improvvisamente circondato dal buio. Guardò l’orologio infilato nel taschino del suo gilé e data l’ora e la lunga fila di gente che si accalcava fuori dei locali, decise che avrebbe rinunciato al caffe, di cui ormai non sentiva piu nemmeno il bisogno. Piuttosto – «...avrebbe continuato la sua passeggiata per Boulevard Saint-Michel, mescolando i passi a tutta quella gente che, come lui, cercava di dare un senso alla propria vita, incurante della solitudine che portava con sé» – aggiunse, volgendo uno sguardo distratto alle figure zodiacali che fluttuavano silenziose nel cielo notturno di Parigi.

Del resto, lui même, aveva l’abitudine di far corrispondere i suoi personaggi ‘immaginari’ alle persone che aveva conosciuto nella vita reale, per impossessarsene e fare di ognuno di essi il proprio sconsolato amante, e appagare così, il suo manifesto desiderio di costante sensualita – «..in fondo anche Elstir era un suo personaggio, l’aveva creato dal nulla, apparteneva soltanto a lui, ben conosceva in quale antro buio egli si nascondeva», si disse, certo che l’avrebbe ritrovato, quand’anche l’avesse voluto.


Una lezione d'arte al Musée Marmottan
Una lezione d'arte al Musée Marmottan
Jarden de Givergny dipinto di Claude Monet - particolare
Jarden de Givergny dipinto di Claude Monet - particolare

Note:

(*) Mario Lavagetto, “Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust”, Einaudi 2011.Marcel

(*) Giuliana Giulietti, “Proust e Monet: i più begli occhi del XX secolo”, Donzelli 2011.


Bibliografia di consultazione:

Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”, Meridiani Mondadori.

Luciano De Maria / Giovanni Raboni, “Album Proust”, Meridiani Mondadori.

Eric Karpeles, «Le musée imaginaire de Marcel Proust. Tous les tableaux de À

la recherche du temps perdu», (tit. orig. Paintings of Proust: A Visual Companion to In Search of Lost.Time), traduz. dall'inglese al francese di Pierre Saint-Jean, Thames & Hudson, 2009.

Marcel Proust, “Il Pittore. Ombre. Monet”, (articolo su apparso in LaRecherche.it, rivista letteraria on-line, 2008).

Eleonora Sparvoli, “Contro il corpo: Proust e il romanzo innaturale”, Franco Angeli 1997.



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