scrivi

Una storia di MirianaKuntz

Fuori produzione

76 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 11 maggio 2021 in Storie d’amore

0

I denti le battevano come lo scroscio di una locomotiva. Più battevano più lei sembrava stanca di farlo. Ludovica era solita bere le sue bevande sul terrazzino improvvisato costruito insieme a lui, il suo primo ed unico amore. Gli avevano messo una bella pedana per livellare le altezze, erano stati in missione per trovare due sedie graziose della giusta misura, di un legno che adesso non ne fanno più. Il tavolino intrecciato era stato scelto per lo stesso motivo. Le cose che alla fine si erano trovati ad acquistare avevano tutte lo stesso denominatore, non ne producevano più, e ridendo pensavano la stessa cosa del loro amore. Un amore così non lo fanno più. Ludovica rideva ogni volta che il suo uomo parlava così di lei ad alta voce, sfidando i gelosi, i pettegoli, gli schizzinosi, persino le zanzare. Il loro amore si era diluito nelle bevande che avevano bevuto ogni mattina insieme sul terrazzino, si era spaso nei fiori interrati, piccoli semi, che germogliando avevano invaso la balconata. Quando Michele amava Ludovica, non c’erano fiori, ora che lui se n’era andato non c’era spazio per un altro bocciolo, eppure lei sembrava non vederli più. Qualcuno era morto abbandonandosi al suo destino, cadendo a capofitto verso il basso, nuotando nel vuoto di quelle colazioni senza risate. Qualcun altro resisteva ancora, aggrappandosi alle inferriate arrugginite, succhiando acqua dalla condensa del piano superiore. I sopravvissuti osservavano Ludovica ogni mattina che ormai beveva senza sentire più niente. Un giorno Michele era tornato alla porta di casa, senza valige, senza fiori, senza biglietti d’amore, si era schiarito la voce, aveva portato la mano ad altezza spalla, e tamburellando sulla scapola di Ludovica le aveva detto semplicemente -scusa- Aveva riso tristemente, si era poi drizzato nelle spalle, quasi fiero delle cose che avrebbe detto dopo la tosse. Aveva poi aggiunto che tutto torna nella vita, che era stato così impegnato a farle del male, che quando si era davvero innamorato di un’altra, aveva compreso cosa volesse dire Ludovica col suo pianto.

Michele era di un’altra, e lei lo sapeva, perché adesso aveva gli occhi lucidi, la voce rotta nel mezzo, aveva persino perso lo sguardo di sfida che lo accompagnava anche quando faceva l’amore. La sofferenza per un’altra donna lo aveva plasmato e reso agnello ferito. Ludovica osservava quella scena impietrita, stringendo la tazza della tisana alle ortiche col pollice piegato all’indietro. Era tornato per sbatterle in faccia la sua felicità travestita da dolore, Michele era tornato per dirle a gran voce che non capiva la sua sofferenza perché forse il loro non era stato amore, almeno non come quello attuale. La sua non era sofferenza, non era pizzicotti, non era lacrime, non era acido venoso, era semplicemente uno stallo, quel momento in cui lui combinava casini, e l’altra, la sventurata, faceva i conti con ciò che sarebbe stato. Ludovica conosceva bene il copione, la ragazza che adesso sedeva al suo posto, lo avrebbe perdonato, di nuovo, e sarebbero tornati insieme. Michele non era affranto, non era triste, non era distrutto quanto lei, era semplicemente fermo ad aspettare che il mezzo punto tornasse ad avere le sembianze di una virgola, e nel plasmare le cose lui ne era il maestro assoluto.

Nei suoi occhi c’era compassione e biasimo, lui guardava lei come si guarda un cane randagio che hai cacciato via, e che poi incontri nel bel mezzo di una vita da barbone. Cane e padrone, divenuti parte dello stesso circo d’abbandoni e stenti, comprendono di essere forse uguali. Eppure Ludovica non condivideva il suo stesso destino, e non vedeva in lui un nomade, un senza tetto, uno che non sa cosa mangiare e cosa fare. Tutte queste cose le riconosceva invece in lei, che da quando lui se n’era andato era diventata vittima e carnefice di sé stessa, una senza tetto, una che cammina sotto la pioggia, che scorda l’ombrello, che non compra la cena, che non chiude occhio senza ansiolitici, che non ride, non sogna, che non innaffia le piante.

Poi Michele con la seconda pacca sulla spalla, aggiustandosi la giacca, scese di corsa le scale e sparì nel nulla. Ludovica si chiedeva se dopo essere passati con un rullo su una persona, un paio di scuse potessero bastare. Si chiedeva se le sue parole potessero ridarle il senso della vita, riempirle lo stomaco vuoto, renderle i capelli che aveva perso per il nervoso, se quelle scuse rattoppate potessero ricucire i tagli che aveva nascosto sotto i vestiti, mettere insieme i cocci delle loro tazze preferite, ridarle il sonno, l’allegria per le cose piacevoli, e la calma delle serate silenziose. Quando i suoi denti smisero di battere, si rese conto che non bastano delle scuse, e non basta sentirsi parte della stessa cerchia, se alla fine i mondi che avevano conosciuto appartenevano ad universi differenti.

Michele piangeva per un amore che faceva fatica a partire, Ludovica implodeva per un amore interrotto senza ragioni. Accarezzando le rose selvatiche che erano cresciute da sole accanto a quelle naturalmente piantate, capii che non ci sarebbero stati momenti come quelli passati, che lui non avrebbe più detto -un amore come il nostro è fuori produzione- perché in effetti lei stessa, ingrediente cardine si era sottratta alla mistura, incapace di diluirsi in altri fluidi, divenire un ottimo collante, colore nuovo per le pareti di un altro.

Le rose selvatiche si abbandonarono alle cure, pronte per dimenticare la cattività.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×