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Una storia di Yolima

Amos Light e la Zona Oscura, capitolo due.

Yolima M.

168 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 30 aprile 2020 in Fantasy

Tags: #fantasy #harrypotter #magia #mondomagico #oscurit

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Erano passati solo dieci anni quando il piccolo Amos Light era andato a vivere dai Puffley. I suoi genitori erano morti e lui doveva convivere con l’idea che fino ai diciotto anni sarebbe stato in quella casa. La graziosa casa di campagna non era cambiata affatto, dopo tutto quel tempo il sole continuava a sorgere su di essa illuminando di luce d’orata la cucina per poi andare a illuminare il soggiorno dopo pranzo. Cambiava solo una cosa in quella casa con il giardino e con la stalla dietro casa: le foto appese al muro. Le fotografie appese sulle pareti di casa denotavano lo scorrere del tempo. C’erano fotografie che ritraevano i rampolli di casa Puffley, con i loro sorrisi e i loro bei visini perfetti che facevano compagnia alle medaglie e coppe vinte nello sport negli anni. In soggiorno, dove si accoglievano gli ospiti per l’ora del the, sopra il caminetto in pietra c’era una grossa fotografia che faceva da padrona su tutte le altre. Era una fotografia di famiglia, in prima fila c’era la Signora Puffley con le sue adorate tre figlie, in seconda fila venivano il Signor Puffley insieme ai due figli maschi. Entrambi stringevano una coppa appena vinta dopo una gara di canottaggio.

In tutte le foto di famiglia e non Amos non compariva neanche una sola volta.

I Puffley erano stati molto attenti a non far finire il nipote nelle fotografie di famiglia, nessuno doveva sapere che lui viveva lì.

Eppure Amos Light viveva lì tuttora. Ogni mattina si sedeva insieme a loro per fare la colazione e la cosa si ripeteva per il pranzo e la cena. Proprio in quel momento sua zia lo stava per andare a svegliare, come faceva ogni mattina.

Amos sentì i suoi passi allontanarsi fuori dalla stalla dove il ragazzo passava le sue notti ormai da due mesi, dopo aver fatto cadere involontariamente una vecchia tazzina appartenuta a Sally. La ragazza offesa dal grave gesto aveva chiesto al padre di dare a Amos una punizione esemplare e il Signor Puffley che adorava punire il nipote, lo aveva mandato a dormire insieme agli animali. Da allora Amos passava le sue giornate in mezzo a cavalli, maiali e pecore. Non che la cosa li dispiacesse.


« Sveglia ragazzo! È giorno! Julian vuole le sue uova! Muoviti!»


Amos spinse via la coperta, restò qualche minuto a fissare il soffitto quando udì di nuovo i passi di sua zia, era tornata per vedere se quel scansafatiche di suo nipote si fosse alzato.

« Non ti sei ancora alzato?! » urlò

« Arrivo. Mi infilo i pantaloni e sono pronto»

«Muoviti! Hai tante cose da fare! Preparare le uova per Julian, fare la spremuta per Sally, stirare le camicie del Signor Puffley! Muoviti, Amos Light! »

Erano rare le volte che sua zia lo chiamava solo Amos senza chiamarlo anche per cognome. Era un modo per dire che lui non faceva parte della famiglia e mai ne avrebbe fatto parte.

Amos ormai aveva fatto l’abitudine e la cosa non lo feriva più come una volta.

Si guardò nel minuscolo pezzo di vetro che aveva con sé, i suoi capelli avevano un gran bisogno di una lavata come la sua faccia, ma restava sempre a bocca aperta quando guardava le sue orecchie. Dovete sapere che le orecchie di Amos non erano orecchie comuni. Erano a punta. E lui le adorava. Erano ottime orecchie per appartenere a un giovanotto come lui. Poteva udire i suoni più lontani. Le orecchie erano sue alleate. Lo avvertivano sempre quando stava arrivando qualcuno, come per esempio Julian e i suoi scagnozzi. Era grato alle sue orecchie a punta, più di una volta lo avevano messo in salvo.

« Ricordati di coprirti le orecchie! » aggiunse la zia con voce aspra prima di allontanarsi nuovamente.




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