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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

“Le piace Brahms?”

Musicologia all’origine della cultura globalizzata / 1

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8 minuti

Pubblicato il 03 novembre 2019 in Recensioni

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Copertina del libro - Bompiani Editore
Copertina del libro - Bompiani Editore

“Le piace Brahms?”

Musicologia all’origine della cultura globalizzata / 1


Le piace Brahms?” (1) – fa chiedere François Sagan dalla bella arredatrice quarantenne al suo giovane amante. Ovviamente non rammento la risposta – ammetto che è passato un certo tempo – sebbene, personalmente, avrei risposto: ‘a volte sì, o forse decisamente no’, solo perché penso di non piacere affatto al signor Brahms. Se invece la domanda mi fosse stata rivolta riguardo altri compositori come Tchaicovski o Dvorak o qualcun altro avrei dato una risposta certamente più determinata: ‘semplicemente sì! E questo, in qualche modo, fa la differenza, seppure ciò suoni alquanto strano a dirsi da parte di chi, come me, ama tutta la musica in genere.


A spiegarci i perché di questa discordanza ci ha pensato Oliver Sacks, neurologo e psichiatra, nel suo libro “Musicofilia” (2), in cui la musica è trattata come patologia, lì dove essa rappresenta di fatto una disfunzione, o meglio una disorganizzazione nella normalità. Un libro di non facile lettura ma che riserva infinite sorprese, o meglio, possibilità sorprendenti per quanti fanno della musica una costante esperienza emotiva. Così come nell’ascoltarla o riascoltarla agiscono in funzione di una sempre rinnovata scoperta, per cui ogni momento “si mostra come se il passato può esistere senza essere ricordato” – come già vissuto – “e il futuro senza essere previsto” – quindi tutto da vivere e da godere al meglio.


Ma quella che in ambito strettamente neurologico, può risultare una disfunzione cerebrale, non vuol dire che noi ‘umani’ fungiamo semplicemente da agenti “sinestetici”, o almeno non del tutto e/o non ancora. Per quanto qualche dubbio il neurologo Sacks lo crea, perché scorrendo le molte pagine del libro qua e là è possibile che ci si ritrovi con qualche patologia in più. Finanche di essere fruitori tormentati da sentimenti musicali, che so, di frequentare l’Opera e deprecare il Musical; detestare certa musica cosiddetta ‘moderna’ e, al contrario, di nutrirsi escusivamente di jazz; essere piuttosto fan dei Beatles che dei Rolling Stones, degli U2 invece che dei Coldplay o viceversa, e di subire una sorta di ‘musicofilia pregressa’. Nel senso di soffrire di allucinazioni musicali, o da epilessia musicogena ad esempio – ma che orrore!

Oliver Sacks
Oliver Sacks

Tuttavia, molto più tranquillamente, ciò che ci permette di addentrarci nelle diverse dimensioni della musicalità, in quello che è il paesaggio sonoro della nostra ragione, e che riguarda il sentimento, la memoria e l’identità. In breve, di entrare in quello stadio emozionale affettivo che da sempre la musica regala a tutti noi, seppure nel diverso modo di sentirla ed apprezzarla. O che pure, al di là della seduzione e/o dell’indifferenza che talvolta ci coglie, si addentra nella malinconia che suscita in noi, ma che talvolta era la cura che cercavamo.


Per quanto ciò sia in netto contrasto con la polemica sollevata da Igor Stravinski sugli effetti della musica che, in “Il linguaggio degli angeli” (3) scrive: “La maggior parte delle persone ama la musica in quanto si propone di trovarvi delle emozioni quali la gioia, il dolore, la tristezza, un’evocazione della natura, lo spunto per sognare o ancora l’oblio della ‘vita prosaica’. Vi cerca una droga , un doping. […] Sarebbe ben poca cosa la musica se fosse ridotta a una simile destinazione. […] In realtà sempre più spesso “.. non giungono a comprendere che la musica è un fatto a sé, indipendentemente da ciò che essa può suggerire loro”.


In tempi più recenti la letteratura scientifica si è prodigata al massimo per spiegare come: “Parlare di musica sia un modo per continuare a farla echeggiare in noi, o semplicemente per convincerci che esiste”. Ma – scrive Augusto Romano, psicanalista di orientamento junghiano, nel suo libro “Musica e Psiche” (4) – “cosa diversa è scrivere intorno alla musica, in quanto significa fare della mitologia (pregressa), ma la musica quando ci accade, si sottrae alla mitologia, perché è mito in azione”. È interessante notare come la stessa tematica torni a far riferimento alla radice della musica, afferente alla sua natura ‘prodigiosa’ di incantamento e di misticismo, legata agli elementi cosmologici confluiti nei miti e nelle religioni, esattamente così come la ritroviamo nella cultura di molti popoli, che riscontriamo essere estemporanea a un proprio passato, bensì attiva al presente e tenacemente proiettata verso il futuro.

Copertina del libro - Bollati Boringhieri
Copertina del libro - Bollati Boringhieri

La musica – scrive E.T.A. Hoffmann in “Kreisleriana” (5) – dischiude all’uomo un regno sconosciuto; un mondo che non ha nulla in comune con il mondo sensibile esterno che lo circonda e in cui egli si lascia alle spalle tutti i sentimenti definiti da concetti per affidarsi all’indicibile”. Per cui “l’indicibile è dunque quel mondo che non si presta a essere raccontato con le parole e che può esser detto solo dalla musica”. Anche per questo, e non in ultima istanza, la ‘cultura musicale’ del mondo è entrata a far parte del programma UNESCO a salvaguardia del patrimonio ‘immateriale’ dell’umanità, patrimonio che noi tutti siamo chiamati a preservare e ad accrescere.


Come anche scrive Claude Lévi-Strauss in “Antropologia strutturale” (6): “..fra tutti i linguaggi, solo la musica riunisce i caratteri distinti e contraddittori d’essere a un tempo intelligibile e intraducibile”, l’unica vera lingua che accomuna il mondo intero.

Intelligibile e intraducibile come lo è forse quel senso di malinconia profonda che mi sale quando ascolto certa musica di Brhams, tale da chiedermi se esiste una musica della ‘tristezza’.


Per molto tempo gli psicologi della percezione si sono concentrati soprattutto sugli aspetti uditivi della musica, poi hanno tentato di mettere in relazione emozioni e strutture musicali, arrivando alla ben nota conclusione per cui il modo minore (e in particolare l’intervallo di terza minore) sarebbe quello della tristezza mentre il modo maggiore trasmetterebbe gioia: una certezza in parte smentita con esperimenti effettuati su persone esposte a culture musicali diverse da quella Occidentale, ma che alle nostre latitudini sembra funzionare.

Lo conferma uno Studio (7) della Tufts University interamente dedicato al tema del rapporto tra arte, intrattenimento ed emozioni.


Si è trattato di un semplice esperimento di avvicendamento all’ascolto della musica in base al ‘mood’ che questa ispira agli ascoltatori, annotandone le sensazioni e i rispettivi stati d’animo. Una lieve predilezione è stata riscontrata per la musica “triste” (effetto che il ricercatore spiega in base alla capacità della musica triste di evocare emozioni più intense rispetto a quella “felice”), ma la novità è che pare che le persone tristi solitamente scelgano la musica soprattutto in base alla familiarità: “..che evoca ricordi piuttosto che un brano adeguato al nostro umore , del tutto avulso dal nostro paesaggio sonoro interiore”, a dimostrazione della potenza della musica nell’evocare emozioni.


Per quel che riguarda, il ‘mood’ di una musica non dipende solo dalla tonalità, ma anche da altri elementi, come ad esempio il ‘ritmo’. Da qualche parte ho letto un esempio nel quale mi riconosco appieno, ed è quello della notissima melodia ebraica Hava Naghila (che più minore non si può) ma che in genere evoca feste, matrimoni e danze sfrenate. Inoltre ho una predilezione per la musica vocale, e non riesco a prescindere dal significato delle parole. Quando sono triste ascolto soprattutto jazz o cantautori, a volte rock (perché c’è della rabbia in quasi tutti i momenti di tristezza) e molta, moltissima musica barocca, come nei due album che seguono: "Sarabande" di Jon Lord (*) del 1976, e "Romance 76" di Peter Bauman (*) 1976, di straordinaria fattura compositiva rock-classical rispettivamente condotte dalla Philharmonia Hungarica Orchestra, e dalla Philharmonic Orchestra Munich.

Copertina del vinile.
Copertina del vinile.

"Il tema della musica contenuta in questo album ripete quello di una suite di danza barocca.

Una forma di musica che è stata portata ai massimi livelli da Bach.

Il titolo di ogni traccia è il nome di una danse usata in una di queste suite da ballo, e ho cercato di usare lo stesso tempo e di sentirmi un originale Sarabanda, Giga, etc." (Jon Lord)

Copertina del Vinile.
Copertina del Vinile.

Questo album che ricrea l'atmosfera di Henry Purcell in alcuni passaggi della costruzione, presenta due ineccepibili particolarità per l'anno di produzione, in aggiunta alla composizione iniziale: l'utilizzo di un Projekt Electronic Berlin per la programmazione 'su misura' del 'synthesizer' e l'apposita creazione del base per 'keybord' realizzata con la Palm Production Germany,


Va qui detto, che l’emotività strumentale in cui una certa musica è suonata (o se vogliamo composta) è trasmissibile attraverso i suoni, le scelte tonali, le lunghezza delle note, ecc. Per esempio, alcuna musica del noto Brahms che ripeto, m’incute tristezza, così come Mahler talvolta m’incute angoscia; mentre altri mi danno sobrietà, come nel caso di Vivaldi o, euforia come Mozart. Per esempio adoro Berlioz, per non dire di Richard Strauss o dell’impareggiabile Stravinsky.


Mi chiedo se potrei esserne io la causa di questa defiance, oppure? Intendendo con ciò che non necessariamente ho bisogno di sapere se è Mahler oppure Brahms che sto ascoltando, quando invece è la loro musica che risveglia in me certe sensazioni di fastidio talvolta epidermico. O, se è davvero tale la fragilità dell’ “Uomo di vetro” (*) cui io sono, perché rischiare di rompermi in pezzi, nell’ascoltare un brano musicale di questi due compositori? Oppure – come scrive Vittorino Andreoli nel suo libro appena citato, sono più semplicemente quell'uomo la cui “..fragilità arricchisce, mentre la potenza lo distrugge, lo riduce a frammenti che si trasformano in polvere”. (?)


La domanda è destinata a rimanere sospesa in aria, del resto come la musica che risuona nel cosmico volgere delle sfere, siamo destinati a restare nell'infinito volgere dell'eternità.


(continua)



Bibliografia di riferimento:


(1) François Sagan, “Le piace Brhams?” – Longanesi 1959.

(2) Oliver Sacks: “Musicofilia” – Adelphi 2009.
(3) Igor Stravinski, cit. in “Il linguaggio degli angeli”, Augusto Romano, op.cit.

(4) Augusto Romano, “Amore e Psiche” – Bollati Boringhieri 2002.

(5) E.T.A. Hoffmann, “Kreisleriana” in “Romanzi e racconti”, Einaudi 1969.

(6) Claude Lévi-Strauss, “Antropologia strutturale” – Il Saggiatore 1966.

(7)International Journal of Art, Culture and Design Technologies(Texas A&M University, USA)

(8) Vittorino Andreoli, “L’uomo di vetro” - Rizzoli 2018


(*) Jon Lord, "Sarabande" - Purple/EMI 1976

(*) Peter Baumann, "Romance 76" - Virgin Records 1976


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