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Una storia di Purpleone

Merlock Sholmes e il caso del ravanello indiano

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8 minuti

Pubblicato il 21 febbraio 2020 in Humor

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Dedico queste poche righe introduttive agli amici e commilitoni del Lancelot Army Club che, con mio sommo compiacimento, dovranno ora rimangiarsi le innumerevoli occhiate di scettico disappunto riservate al sottoscritto. Pensavano, i tapini, che mai e poi mai il grande Merlock Sholmes avrebbe concesso, ad un passabile cronista dilettante quale io sono, il privilegio di narrare le proprie gesta. E invece, volenti o nolenti, dovranno ingoiare il metaforico viscido batrace.

Ringrazio ancora una volta Sholmes per la fiducia nelle mie capacità narrative e umilmente confido nell’indulgenza del lettore.



Londra, 21 settembre 1889

Dott. John Zotzon





Era da poco tramontato l’opaco disco del sole e già le vie andavano colmandosi di quella nebbia rancida che solo il nostro vecchio Tamigi è in grado di generare.

Mentre iniziava la vita notturna dei non pochi lestofanti del porto, al 221A di Baker Street era in corso un'accesa discussione.

“Vi ho già detto infinite volte, signor Sholmes, che codesti vostri esperimenti finiranno per mandarmi a fuoco la casa. Ora basta! Sappiate che non intendo tollerare oltre queste vostre mattane! “

Sholmes sollevò lievemente un sopracciglio e le rispose senza affatto scomporsi.

“Cara la mia signora, ho detto e ripetuto, anche io infinite volte, che questa stamberga che voi ostinatamente chiamate ‘casa’ non corre il benché minimo pericolo. Anzi, una sana esplosione potrebbe rimediare laddove i vostri discutibili gusti hanno fatto fiasco.”

La signora Groptermaster fece per ribattere ma Sholmes non aveva finito e anzi, andava infervorandosi sempre più.

“Inoltre lei dovrebbe ricordare che il sottoscritto, oltre ad essere il più geniale investigatore della terra, è anche un più che discreto chimico dilettante. Il fumo che impregna questa stanza altro non è che SCIENZA, e questo mio studio sulle ceneri combuste delle carte igieniche usate sarà un giorno, senza ombra di dubbio alcuno, di vitale importanza per la Giustizia!”

Incapace di trattenermi mi lasciai andare a un poco signorile battito di mani.

Purtroppo questa manifestazione di maschia solidarietà irritò non poco la padrona di casa che mi lanciò uno dei suoi ben noti sguardi da medusa. Io però, ormai avvezzo a ben altri strali, chinai rapidamente il busto e lo schivai di buona misura. Non altrettanto lesta fu Matilde, la nostra tartaruga svizzera naturalizzata ebrea, che perse immediatamente i sensi.

La megera, puntellandosi sui piedi e portando le mani ai fianchi in guisa d’anfora etrusca, si rivolse nuovamente a Sholmes.

“Comunque non sarà bruciando carta igienica usata che troverete i soldi per pagarmi l'affitto di questo mese!”

Avendo il vantaggio dell’ultima parola volse malamente le terga e uscì dalla stanza chiudendo con violenza l'uscio.

“Caro Sholmes, credo che questa volta l’arpia abbia ragione. Non vediamo un penny da ormai tre mesi.” azzardai sinceramente preoccupato.

“Tranquillizzatevi Zotzon, vedrete che qualcuno arriverà a sollevarci da questa forzata inattività. Ne sono certo.”

Con calma serafica riprese quindi a caricare la sua pipa gigante Nepalese con diversi pezzi di carta igienica usata. Si apprestava ad accendere quando sentimmo la testa di bronzo battere veementemente contro il portone di casa.

“Questo è per noi!” Esclamò Sholmes trionfante alzandosi dallo scranno.

Incredulo andai alla finestra che dava sulla strada e, sporgendomi in fuori di qualche spanna, feci in tempo a vedere una sagoma sparire oltre l’uscio.

“Ma, diavolo d'uno Sholmes, come avete fatto a prevederlo?”

“Elementare caro Zotzon, elementare.”

Poco dopo un bizzarro personaggio sedeva sulla poltrona stile Luigi XXX riservata agli ospiti. L’uomo veleggiava forse verso i due lustri, ma decifrarne l’età non era agevole. Sfoggiava grossi favoriti a ornamento delle gote rubizze e, tanto in secchezza quanto in altezza, stava alla pari con il Grande Investigatore. Vestiva all’occidentale ma era chiaramente di origini orientali, forse indiane. Mentre io vanamente elucubravo sulla sua etnia e le possibili date del suo genetliaco, Sholmes fece accomodare l’ospite trattenendo a stento la propria impaziente curiosità.

“ Orsù dite, caro signore, cosa possiamo fare per voi?”

L'uomo deglutì una decina di volte poi parlò con leggero accento straniero che cercherò, per quanto mi è possibile, di riportare fedelmente.

“Voi scusare sei sono une pochito imbaraziagito, ma neine conosce bene vuestra lingua, e to pauria de no mi fare intiendere.”

“Non vi preoccupate” fece Sholmes, notoriamente versato in qualsiasi idioma “Vi intendiamo benissimo. Esponeteci pure il vostro problema.”

L'uomo, che si presentò come Segretario Particolare del Sultano ……………., (i lettori perdoneranno la mia ritrosia a rivelarne il nome, ma ho giurato, al riguardo, la massima discrezione) ci mise al corrente che, nella sede dell'Ambasciata del Sultanato, erano scomparsi i preziosissimi "Ravanelli dei Quattro Marajà".

Ci disse che questi rarissime radici, coltivate in una speciale serra, davano un raccolto ogni quattro anni e che quindi erano una prelibata delizia riservata solo al palato del Sultano.

Fece una pausa e subito riprese spiegandoci che l’abile furfante si era introdotto nottetempo nelle cucine e, dopo aver forzato la dispensa reale, aveva trafugato tutti i ravanelli. Naturalmente avevano svolto delle indagini interrogando e addirittura minacciando tutto il personale, (in particolar modo gli addetti alla cucina) ma ogni tentativo di identificare il sacrilego ladrone era fallito miseramente.

Il Sultano era praticamente fuori dalla grazia del Profeta e quindi la faccenda doveva essere risolta al più presto.

Il mio amico ascoltò i fatti con gli occhi rovesciati all'indietro, sintomo questo di grandissima concentrazione, poi chiese se era possibile visitare subito il Palazzo per un accurato sopralluogo.

L’uomo non ebbe niente in contrario e i due uscirono dallo studio senza neppure rivolgermi un'occhiata. Devo dire che al momento rimasi decisamente contrariato vedendomi escluso dall’ispezione, ma poi decisi che era meglio fare buon viso a cattiva sorte e andai ad esercitarmi di fronte allo specchio del bagno.

Dopo circa due ore Sholmes rientrò a casa, da solo, e mi raccontò tutto per filo e per segno. Eluse con un cenno della mano le mie richieste di una particolareggiata descrizione della sontuosa villa del Sultano e della cui opulenza egli non aveva colto il minimo segno. Come sempre tutta la sua materia grigia era concentrata in un’unica direzione e non c’era distrazione di sorta.

Mi disse però che, mentre era chino sulla serratura della dispensa, che appariva chiaramente forzata, aveva visto con la coda dell'occhio – che è risaputo essere la parte che maggiormente percepisce anche le più piccole inezie – qualcosa, nell’angolo più oscuro della stanza, che aveva immediatamente attirato la sua attenzione. Lesto come un ratto e, senza che alcuno lo vedesse, aveva raccolto e riposto la "cosa" nelle capaci tasche della sua mantella col proposito di studiarla con più calma. Concluse dicendomi che aveva anche chiesto per l’indomani mattina una lista del personale impiegato all'Ambasciata.

Sinceramente della lista non m'importava un fico secco. Bramavo invece di sapere cosa diavolo mai avesse raccolto da terra.

Quando glielo chiesi mi guardò con un'espressione che non mi piacque affatto.

“Domani mattina”, mi disse. E fu tutto. Rimase più abbottonato di un vestito da curato, quel diavolo d'uno Sholmes.

Non vi nasconderò che passai una notte quasi insonne torturandomi la cervice e svegliando il mio amico ogni venti minuti.

“Ditemi cos'è?” Lo imploravo attraverso la porta chiusa, ma lui niente.

Più irremovibile della Rocca di Gibilterra mi rispondeva sempre con lo stesso monosillabo:

“No!”

Arrivai perfino a proporgli la cessione, per una settimana intera, della mia razione di pudding al lampone, ma non ci fu niente da fare. E si che ne è ghiotto.

Comunque la notte passò e finalmente arrivammo a mattina.

Passai all'attacco nel momento di sua massima vulnerabilità e glielo chiesi mentre sorseggiava la rituale tazza di tisana alla Bismark (con un uovo dentro, naturalmente).

Preso così alla sprovvista, tra tuorlo e albume, egli non riuscì ad opporre adeguata resistenza.

“ Ecco qua, caro Zotzon.” disse con un sorrisetto malandrino. Mise una mano nella tasca della mantella e mi fece vedere un minuscolo semino nero.

“Questo è l'indizio che mi permetterà di scoprire l'autore del furto dei Ravanelli.”

Io scrollai il capo incredulo.

“Non vi pare un poco azzardato Sholmes?”

“Niente affatto. Questa notte, mentre voi caparbiamente insistevate con la vostra prematura richiesta, ho passato in rassegna la mia monografia ‘Bacche e semi nel Commonwealth Britannico’ per identificare con certezza il mio reperto. Ora mancano solo due piccoli tasselli per avere la sicurezza matematica delle mie deduzioni.”

In quel momento suonarono alla porta.

Naturalmente era lo straniero con leggero accento straniero.

Sholmes lo fece accomodare sulla solita poltrona e gli chiese se avesse portato la lista. L'uomo annuì sorridendo e gli porse un pezzo di carta che pareva proprio un lista. Sholmes tirò un grosso sospiro, trattenne il fiato e si immerse nella lettura. Noi restammo a fissarlo senza emettere suono.

Finalmente, dopo un quarto d’ora di profonda meditazione, Sholmes tornò alla superficie. Si levò il monocolo poi guardò dritto negli occhi prima me e poi lo straniero.

“E' proprio come immaginavo!” Esclamò solenne.

“Dite, caro signore, che sapore ha il pregiato Ravanello?”

“Ma di fuormaggio cacio, naturelmont.” Fece lui, stupito dalla nostra ignoranza in fatto di radici esotiche.

“Benissimo! Allora potete arrestare il contadino che lavora all'orto dell'ambasciata. E' lui il colpevole!”

“Ma come essere possibile tutto ciò?” Domandò esterrefatto lo straniero levandomi le parole di bocca.

“E' semplice”, fece Sholmes condiscendente mentre mostrava il semino.

“Durante il mio sopralluogo ho trovato questo seme inavvertitamente finito sul tappeto di fronte alla dispensa. Un seme di pera! E ora che ho saputo che il Ravanello sa di cacio, non posso non ricordarvi quel che dice il famoso proverbio.”

“E che dice?” recitammo noi in coro.

“Elementare, cari miei: ‘al contadino non far sapere quanto è buono il cacio con le pere’. Questo dice la vecchia e infallibile saggezza popolare.”

Io restai ammutolito e secco per la grande perspicacia del Grande Investigatore. Anche lo straniero restò di stucco. Si riprese solo quando Sholmes gli sventolò sotto al naso il costo della consulenza.

Quando l’uomo, dopo avergli baciato più volte servilmente la mano fu uscito, non potei fare a meno di azzardare una domanda:

“Ma come avete fatto?”

“Elementare Zotzon, elementare.”

Scossi il capo incredulo ma mi ricredetti dopo qualche ora, quando ricevemmo un telegramma dall’ambasciata che confermava l’incredibile intuizione del Grande Investigatore. E questo è tutto.

Diavolo d'uno Sholmes.



FINE


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