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Una storia di Elolita

Temporale a punta Fango

la vita sull'isola

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7 minuti

Pubblicato il 19 novembre 2018 in Altro

Tags: #breve #mare #narrativa #racconto #temporale

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Mi incammino verso il paese da casa mia, a punta Fango. Sul ciglio della strada, spero che passi qualcuno in macchina. Il temporale sopra la mia testa sta assumendo la sua forma definitiva, ha smesso di vorticare e si è fermato minaccioso e cupo, proprio sopra la struttura abbandonata del vecchio villaggio turistico Diltur. Ho deciso di incamminarmi prima che sia troppo tardi. La stagione è finita da poco, è inizio Ottobre ma già l'isola è pressappoco deserta. Passa un furgoncino, sporgo il braccio con il pollice teso. Il furgoncino si ferma. Alla guida un muratore, sporco, al suo fianco una signora che potrebbe essere sua madre o sua nonna. Sorridenti, mi fanno salire e ci stringiamo nei due sedili davanti. Dietro il furgoncino non ha sedili ed è pieno di attrezzi da lavoro e materiale edile.

Il furgoncino riparte. La signora stringe in mano un sacchetto colmo di finocchietto selvatico.

"Unni vae tutta sula? Cu stu tempo poi." mi chiede lui.

"Devo scendere in paese, mi servono delle cose dal supermercato. La mia macchina è in panne. Non parte da tre giorni."

"E chiffà, unn'hae conserve?" si sporge la signora.

"Bè, le ho consumate. Però ha ragione, dovrei procurarmi altro cibo in scatola o cose così per evenienze come questa. Ma sa, mi serve la carta igienica. Non ho nemmeno lo scottex o dei tovaglioli o, non so, dei fazzoletti per il naso". Il guidatore tossisce. Stiamo tutti in silenzio per un po', la pioggia cade lieve mentre ci allontaniamo da quel grumo di nero che resta fermo dov'era, ed incombe sopra punta Fango.

"Domani cunvene andare a cogghiere babbaluce. Nesciono cu sta pioggia", dice la signora. Noi annuiamo seri.

Procediamo per il lungomare Sud dell'isola, che è deserto. Siamo stati abituati nei mesi estivi a dover schivare turisti in bicicletta, intere famiglie disposte a rischiare la morte per strada investiti da uno Speedy Taxi, a costo di farsi un bagno nelle nostre limpide acque. Oggi il mare è mosso di rimasugli di Scirocco, il vento è in continuo cambiamento perché i temporali non permettono al Maestrale di entrare deciso come vorrebbe. Di solito il panorama su questa costa dell'isola è diverso, più quieto.

Arriviamo in paese, qui ancora c'è un po' di sole. Si sta bene. Mi congedo dai signori del furgoncino. Sulla strada per il supermercato, cerco di guardare avanti e non posare lo sguardo sui locali ed i negozi della via del corso. Quando l'isola si svuota, ogni anno i suoi abitanti iniziano a ricordarsi che c'è un'intrusa, per di più femmina, che vive da sola a punta Fango e gira su una macchina degli anni '70. Io vorrei tanto sentirmi parte della comunità qui. Mia madre è cresciuta qui, mia nonna ci è nata. Solo che non ho più parenti in vita, almeno qui. Gli abitanti di adesso non sanno che condividiamo lo stesso DNA, loro mi vedono come una forestiera ricca che sperpera soldi di famiglia stando in vacanza tutto l'anno. In realtà faccio la scrittrice e lavoro nel cinema: lavoro da casa e saltuariamente su qualche set, è un lavoro breve ed intenso, di solito dura un paio di mesi. Le paghe sono buone e settimanali, mi consentono di vivere tranquillamente per tre o quattro mesi. Poi sono sempre punto a capo e devo cercare un nuovo lavoro, una nuova produzione o scrivere un pezzo abbastanza interessante da essere venduto a qualcuno.

Certo degli amici qui ce li ho. Sono i pochi in grado di capire che tipo di privilegio e di fortuna sia capitata loro nel nascere in questo pezzo di scoglio. Capiscono dunque la mia decisione di trasferirmi, la rincorsa alla quotidianità piccola e lenta. Sono cresciuta in città e ci sono rimasta per tutta l'Università. Adesso i miei contatti lavorativi sono abbastanza forti per permettermi di non dovere essere presente di persona ad ogni evento o manifestazione per "farmi vedere": per questo mi sono trasferita in fondo all'Italia.

Entro al supermercato e mi ferma Julio.

"We, vita mì". Mi dà un bacio per ogni guancia e procede verso le casse. Prendo un cestino, al reparto frutta e verdura peso qualche pomodoro, delle zucchine. Una melanzana, ancora piena e rotonda nonostante sia Ottobre.

Mi si avvicina Peppe, mi dà un bacio per ogni guancia. Peppe lavora al supermercato, imbusta la spesa dei clienti alle casse e sistema gli ortaggi negli espositori. Quando non lavora al supermercato si prende cura del terreno di famiglia e di sua madre. E' un ragazzo semplice, come dire. Sembra un po' ritardato ma secondo me è solo analfabeta. Non mi sembra che non capisca le cose o che non arrivi ai concetti. Però penso che non possa usare le casse perché non sa leggere.

"Ciao Peppe, come va oggi?" gli chiedo.

"Solita vita. Sempre a travagghiare."

Gli sorrido.

"Senti Peppe, quanti anni hai?" gli chiedo.

"Ne ho quarantadue".

"E come mai lavori qui da 15 anni e non ti hanno mai lasciato toccare le casse e fare scontrini?" gli chiedo.

Peppe si blocca. Mi guarda, e come se non ci avesse mai mai e poi mai pensato, si gratta il mento e si fa scuro, pensoso.

"Ma sai che non te lo so dire?". Lo lascio lì, fermo a grattarsi il mento al reparto frutta e verdura.

Persone come Julio, o Peppe, sono persone che di solito incontro almeno una volta al giorno in paese. Li conosco da 25 anni. Ho trascorso qui minimo 3 mesi l'anno, da 25 anni. Vivo qui da un anno e mezzo. Eppure ogni volta che mi vedono, ogni volta che mi salutano mantengono questa certa formalità riservata solo ai turisti. Ai forestieri, ecco.

E mi chiedo: come fare ad appartenere davvero ad un luogo? E' il luogo di nascita a sancire la propria appartenenza ad un nucleo, ad una società? Io non so più che fare, capite? Il mio migliore amico si chiama Carlo e sarà presto eletto sindaco. E questo non lo dico io ma lo dicono i sondaggi. E lui mi accetta! Mi tratta come se fossi davvero di qui, perché io sono davvero di qui, mia madre è di qui e mia nonna è nata qui. Io parlo il dialetto di qui. Perché può accettarmi lui, l'istituzione, ma non possono accettarmi tutti gli altri?

Insomma, predo la carta igienica, le altre cose di cui ho bisogno, e vado a pagare. Peppe corre alle casse e mi imbusta la spesa. Stiamo in silenzio, io, Peppe e Duccio, il titolare del supermercato.

"Perché non mi hai mai fatto lavorare alla cassa a fare gli scontrini?" chiede Peppe a Duccio.

Io li guardo curiosa. Duccio mi consegna lo scontrino, io gli do dei soldi.

"Non mi fido, Pè" dice Duccio onestamente.

"Ma che pensi che ti potessi rubare i sordi?" chiede Peppe in uno sforzo linguistico non da poco.

"No, no, non penso questo. Potresti sbagliarti però, fare qualche errore, ecco" gli risponde gentile Duccio.

Io ringrazio e mi allontano, esco dal supermercato, mi accendo una sigaretta e vado verso casa di Sandro. Sulla strada mi salutano in tre o quattro persone, qualcuna coi baci qualcuna con un semplice cenno della testa, cosa che preferisco di gran lunga.

Arrivo sotto la finestra di Sandro e busso piano sulla persiana.

"Sandro?" lo chiamo.
"Chi è?"

"Io".
Sandro mi apre, sta fumando una canna e sta giocando a Fortnite sulla Play Station 4. Il suo cane, Ulisse, che ha 6 anni e pesa 60 kg è sdraiato a terra che muore di caldo. In camera di Sandro fa davvero caldo.

"Sandro mi hai detto tu di passare prima. Mi puoi portare a casa? Sta per mettersi a piovere e io non ho la macchina". Sandro continua a giocare, mi passa la canna. Finisce la sua partita mentre io fumo, si alza e va di là. Io faccio qualche coccola ad Ulisse, è un cane che mi vuole molto bene e io lo trovo dolcissimo nonostante la sua stazza.

Sandro torna in camera con un sacchetto di plastica in mano.

"Mi sono fatto dare delle cotolette da mia madre così non spendiamo per la cena".


Più tardi, a casa mia dopo cena, Sandro se ne va via, va a dormire a casa. La pioggia batte fortissima sulle tegole della cucina. Alla fine ha vinto lo Scirocco, soffia furioso dall'Africa. La pioggia porterà sabbia.


Lavo i piatti, mi stendo sul divano e giro una canna, metto Mad Max in bianco e nero. Scrivo un messaggio a mia madre, le dico che mi manca. Torno a guardare il film e mi scende una lacrima. Mi piace tanto il buio, il silenzio che c'è qui.


Mi sento sola.

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