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Una storia di Riverflowsinyou87

Il viaggio

Lungo la strada verso me stessa

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8 minuti

Pubblicato il 01 luglio 2021 in Storie d’amore

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Quella mattina d’estate, i raggi del sole battevano roventi sulla mia pelle, il sudore scorreva inesorabile sulla mia fronte e sui miei occhi. Ero annebbiata, tormentata, ripiegata su me stessa. Eppure, riuscivo a sentire l’ebrezza del vento, la freschezza dell’aria, tipica della montagna, il fruscio delle foglie, la melodia degli uccelli, e questo mi bastava.

Ero viva, nonostante tutto.

Una nuova sfida prendeva forma dinnanzi ai miei occhi. Un viaggio. Un cammino, fuori e dentro me stessa.

Un lungo sentiero, tutto in salita, immerso in un bosco fittissimo.

Fissavo il sentiero, ne disegnavo mentalmente i contorni e mi perdevo. Sì, il mio sguardo si perdeva nel punto più alto, nell’orizzonte, laddove la vegetazione, il monte, gli alberi divenivano un tutt’uno col cielo. Anelavo la vetta, il cielo, le nuvole, l’infinito e l’oltre.

Desideravo ritrovarmi, e per farlo, dovevo perdermi.

Col cuore sanguinante, le gambe tremanti e la vita mutilata, decisi di andare.

Non era importante arrivare, ma muovermi, andare lontano e ancora lontano.

Con lo zaino in spalla, mi misi in cammino verso l’ignoto.

I primi passi erano totalmente ingessati. Avevo la sensazione di essere bloccata, di fare uno sforzo sovraumano a muovere i piedi, le gambe, tutto il corpo, in un faticoso coordinamento.

Ben presto, capii che non era la pesantezza dello zaino a rendere i miei movimenti rigidi e insicuri, ma erano tutte le paure, le frustrazioni e i dolori che gravavano sulle mie spalle e sul mio petto.

Istintivamente, mi liberai di tutto ciò che era superfluo, non necessario e ingombrante. Finalmente, lo zaino risultava leggero, e anche io. Ora potevo camminare, senza quegli inutili pesi.

Ad ogni piccolo passo, via la rabbia, via la paura, via il dolore, via le aspettative, via l’insicurezza, via tutto. C’ero solo io e la natura, che come una mamma mi accoglieva dolcemente nel suo grembo e mi guidava con maestria.

Ogni tanto, mi fermavo, chiudevo gli occhi, percepivo la frescura sulla mia pelle, ascoltavo il cinguettare degli uccelli e il fruscio degli alberi, e mi sentivo viva, libera, in pace con l’Universo.

Proseguii il mio viaggio per un tempo sconosciuto. Nulla era definito, non vi era né tempo né spazio, era tutto infinito. Io stessa ero infinita, non nel corpo, ma nell’anima, che leggera fluttuava nell’aria, protesa verso il cielo, e l’oltre. Ero aria pura e mi nutrivo solo della bellezza del Creato.

Andai avanti finché la stanchezza si impossessò del mio corpo.

All’ombra di un immenso albero di castagno, mi fermai, per recuperare le forze, per ascoltare ciò che stava avvenendo intorno a me, e soprattutto dentro me. D’impulso, tentai di cingere con le mie esili braccia il tronco dell’albero, più che potevo. Mi sentivo protetta, al sicuro, sotto la sua chioma verde splendente, e comprendevo di essere parte di qualcosa molto più grande di me. Volevo restare lì, in eterno, in quello stato di beatitudine, ma qualcosa distolse la mia attenzione. Era il rumore dell’acqua, che proveniva da chissà dove.

Mi allontanai dal sentiero e mi inoltrai nel bosco, guidata unicamente da quel suono. Poco dopo, mi trovai dinnanzi a un torrente, totalmente immerso nel silenzio e nella natura. L’acqua limpida e gelida mi chiamava potentemente a sé e mi invitava a immergermi. Mi levai di dosso lo zaino, mi sciolsi i capelli, mi spogliai, e completamente nuda, sprofondai lentamente in quel perpetuo fluire. Con gli occhi chiusi e il corpo abbandonato, lasciai che l’acqua si occupasse di me, delle mie ferite ancora vivide, e mi purificasse.

Lasciai andare la mia vecchia pelle, per divenire una donna nuova.

Riemersa dall’acqua, mi asciugai comodamente, baciata dal sole.

Avvertivo un gran sollievo e mi sentivo rigenerata e in perfetta armonia con tutto ciò che mi circondava.

Ad un tratto, un brivido mi percorse lungo la schiena, come se un pericolo fosse in agguato. Mi girai di scatto e lo vidi. Un ragazzo, a pochi metri da me, seduto ai piedi di un albero, mi stava osservando. Si accorse del mio spavento, e si alzò in piedi, mise giocosamente le mani in alto in segno di pace e mi rivolse il sorriso più bello che avessi mai visto.

In preda alla confusione, mi rivestii e presi il mio zaino in tutta velocità.

Mi avvicinai a lui, come una volpe si avvicina all’uomo per la prima volta, con un misto di paura, diffidenza e curiosità. Annusavo la sua sicurezza, la sua pacatezza, e sapeva di buono. Aveva il volto limpido e pulito di un bambino, gli occhi grandi e profondi color dell’ambra, i capelli mossi neri, e le labbra rosee e sottili che incorniciavano un largo e ridente sorriso. Tutto, nel suo viso, sembrava rassicurarmi.

<<Andiamo?>> mi disse, indicandomi con la mano il percorso che avevo interrotto.

Feci cenno di sì col capo e, dopo un po’, mi trovai a camminare dietro di lui. Silenziosamente, seguivo i suoi passi, come se fossi la sua ombra, e non mi domandavo perché ero in compagnia di un estraneo, in mezzo al nulla. Accoglievo il nuovo, il destino fortuito, e stranamente ero a mio agio.

Lui avanzava abilmente avanti a me, mi suggeriva dolcemente i passi da eseguire, mi offriva la sua mano liscia e affusolata nei tratti più impervi, e quando la mia mente cominciava a vagare tra i pensieri, mi riportava lì dov’ero semplicemente col suo sorriso.

Piano piano, prendevo coscienza che il cammino mi aveva cambiata. Certo, percepivo la fatica e la stanchezza nei movimenti ma ora, avanzavo a testa alta, sicura di me stessa e con una fiducia verso l’altro, mai provata prima.

Ero una donna diversa, e guardavo la compagnia di quel ragazzo come una opportunità, una possibilità tangibile di aprirmi, di lasciarmi andare, e di non avere più paura.

Lui era una presenza premurosa e silenziosa, non mi faceva sentire invasa nel mio intimo, ma libera di essere e arricchita di emozioni nuove, inebrianti.

Tra di noi, le parole non servivano, eravamo complici nei silenzi, negli sguardi fugaci e nei gesti attenti. Un patto intimo e segreto ci legava. Non vi era alcun bisogno di chiedere, domandare, indagare. Non desideravo sapere, ma solo vivere, assaporare il presente, insieme a lui.

Lentamente, si insinuò in me un forte e insano desiderio. Lo osservavo muoversi con cautela, scalare agilmente le pareti rocciose, e fantasticavo sul suo corpo nudo, sulla sua pelle bianca candida, sul suo fisico tonico e asciutto come una scultura di marmo. Più ci pensavo, più mi infiammavo. La smania di averlo fluiva tenace nel mio sangue, offuscava la mia mente, e si impadroniva di ogni cellula del mio corpo.

Non me ne resi quasi conto che gli toccai la spalla con fermezza e gli dissi di fermarsi. Lui si arrestò e attese una mia mossa.

Il sole stava ormai tramontando alle nostre spalle e, non molto distante, vidi un piccolo rifugio di montagna, abbandonato a sé stesso e sperduto nel verde.

Gli indicai con la mano la piccola baita, lo presi per mano e gli sussurrai di seguirmi. Lui mi sorrise e acconsentì, senza fare domande.

Una volta sul posto, realizzai con sorpresa che all’interno non vi era assolutamente niente a parte un camino acceso e una grande coperta, posizionata per terra di fronte ad esso.

Scrutando l’ambiente circostante, mi assicurai di chiudere bene la porta e mi avvicinai al focolare per godere di quel tepore. Lui rimase a fissarmi perplesso, sulla soglia della porta.

Dopo, mi adagiai sulla coperta e lo invitai a raggiungermi, cercando invano di non pensare alla passione che stava divampando nel mio corpo.

Eravamo finalmente vicini, uno accanto all’altra, occhi negli occhi, respiro nel respiro. Avevo voglia di lui, di donarmi a lui, di essere dentro di lui.

Senza distogliere gli occhi dai suoi, mi spogliai, liberandomi di tutti gli indumenti, e rimasi nuda. Presi il suo viso tra le mani, lo accarezzai dolcemente e baciai la sua fronte, i suoi grandi occhi, il suo naso pronunciato e le sue soffici labbra. Poco dopo, staccai con fatica le labbra dalle sue, e sotto il suo sguardo indagatore, gli sfilai la maglietta, i pantaloni e i boxer. Mi incantai a guardarlo nudo e inerme, steso su quella coperta. Era l’incarnazione della perfezione e ora, non potevo più fermarmi.

Mi misi a cavalcioni su di lui e iniziai a ondeggiare dolcemente. Lui, contagiato dal mio stesso desiderio, chiuse gli occhi, allungò le mani, afferrò i miei seni e i miei fianchi, e mi guidò in una danza solo nostra.

Eravamo uniti, incastrati, come parti di uno stesso albero, le cui fibre si intrecciano tra loro, si nutrono delle fresche profondità della terra, e con le foglie si innalzano fiere verso l’azzurro del cielo.

Insieme raggiungemmo l’apice del piacere, e un’ondata di calore mi invase, facendomi prima contrarre per poi lasciarmi andare.

Chiusi gli occhi e mi adagiai su di lui.

Stretta nel suo abbraccio, capii che il mio pellegrinare era finito.

Ora, ero a casa.


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