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Una storia di utente_cancellato

La Chiave D'Annunzio

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100 minuti

Pubblicato il 16 dicembre 2018 in Thriller/Noir

Tags: #caporetto #dannunzio #investigatore #massoneria #storico

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Aveva smesso di piovere da qualche ora e l’umidità che usciva dall’asfalto caldo saliva tra le automobili parcheggiate lungo il marciapiede. Nell’unica auto in movimento, l’uomo, seduto sul sedile posteriore, giocherellava distratto con una moneta nella tasca destra della giacca; il tassista parlava a vanvera sui soldi pubblici sperperati qua e là da sindaci e governi mentre la luce gialla dei lampioni passava indifferente sul finestrino a intervalli regolari. Erano quasi le ventidue quando l’auto accostò davanti al vecchio edificio rinascimentale. All’ultimo piano una luce era ancora accesa nello studio dell’avvocato Diego Spicciaroli. Scendendo dalla macchina l’uomo si voltò indietro un istante ed ebbe conferma del suo sospetto: lo stavano seguendo.

Quelli passati erano stati giorni di grande fermento da quando lui e Spicciaroli avevano deciso di proporre la loro idea. Mostrare a tutti quel cimelio era stata una mossa decisamente ingenua. Semplicemente non avrebbero dovuto esporsi tanto e ora forse era troppo tardi.

Si avvicinò alla porta su cui era affissa la targa di bronzo dello studio e posò il dito grasso sul pulsante consunto sotto di essa. Da una finestra aperta udì il trillo freddo del vecchio campanello, poi la porta si aprì con uno scatto e un leggero sibilo elettrico. Sbuffando salì le scale limate da tanti piedi e, attraverso la porta socchiusa, vide il viso torvo e accigliato dell’avvocato guardare la tromba delle scale dietro di lui.

«Ti hanno seguito?»

«Sì. È tardi Diego, ci osservano da vicino.»

L’uomo entrò e l’avvocato richiuse la porta facendo girare la chiave fino a fine corsa del chiavistello. Quando Spicciaroli si voltò, il suo compagno era già pesantemente accomodato in una delle poltrone per i clienti, e con un fazzoletto si asciugava il sudore dalla fronte e dai folti baffi bianchi.

«L’hai portato?»

«Certo che l’ho portato, perché sarei qui altrimenti?!»

«Ssst! Abbassa la voce!»

L’avvocato raggiunse la finestra con la massima rapidità che gli consentivano le sue vecchie gambe malandate e la chiuse.

«Ormai non fa alcuna differenza Diego.»

Appoggiandosi al suo costoso bastone di mogano Spicciaroli raggiunse la poltrona dietro la sua scrivania mentre l’altro gli parlava spossato dall’ansia e dal caldo.

«Ci ho riflettuto a lungo e dobbiamo liberarcene.»

«Vuoi mandare a monte tutto?!»

«No, ma dobbiamo passare il testimone, o non riusciremo a fare un bel niente! Ci stanno troppo addosso.»

«Hai trovato qualcuno?»

«No, lo manderemo a quel ragazzo di cui ti ho parlato.»

«Assolutamente no! Non ho intenzione di discuterne ancora: è un’idea folle! Tanto varrebbe non aver nemmeno cominciato.»

«Se la pensi così dimmi tu cosa fare, vecchio cretino! Dai, sentiamo, che cosa pensi di poter fare a questo punto? La vuoi tenere tu?»

«Non è una soluzione, lo sai bene. Dico solo che dovremmo pensarci su ancora un po’.»

«Non abbiamo tempo! Non abbiamo tempo per pensarci su, Diego! Dobbiamo levarci dalle mani la chiave o sarà perduta! Non lo dico mica per me! Ormai sono fregato, lo so. Quanto tempo pensi che ci lascino? Non sono convinto nemmeno io che questa sia la cosa migliore, ma dobbiamo rischiare. Se ti può tranquillizzare, il ragazzo ha stima in me e farà quello che gli dico.»

Le folte sopracciglia di Spicciaroli si contrassero sopra il naso mentre egli rimasticava le parole dell’amico. Infine l’avvocato capitolò con un verso gutturale.

«È un tipo sveglio?»

«Certo, per chi mi hai preso? Penso sia il tipo adatto.»

«Va bene allora. Sia quel che sia.»



CAPITOLO 1.





Riccardo si sedette a tavola e spostò il tovagliolo che sua madre aveva messo ancora una volta sotto il piatto, dimenticandosi del fastidio che questo dava al ragazzo. Dopo tanto tempo Riccardo si era arreso e non si lamentava più: la distrazione di mamma aveva avuto la meglio.

Il tempo quella mattina era tornato bello e l’aria calda di fine primavera, piacevolmente rinfrescata dalla pioggia del giorno prima, entrava dalla porta-finestra del balcone. Stella posò un piatto di carbonara fumante davanti al figlio e si sedette al suo fianco.

«Com’è andata a scuola?»

«Mamma, vado all’università, non a scuola.»

«Non è una scuola anche quella? Non ci vai per imparare?»

«È andata bene, grazie.»

«Ti verso dell’acqua?»

«Mm hmm.»

Riccardo aveva già la bocca piena e lo sguardo immerso nel piatto e non si curava di sua madre che lo guardava mangiare con un sospiro perennemente fermo in gola. Era abituato a divorare il pranzo all’una e un quarto osservato da sua madre come una scimmia allo zoo: lei era costretta a mangiare prima di lui per non fare tardi al lavoro. E dopo che il tumore si era portato via papà sei anni prima, Riccardo si era abituato anche a sostenere lo sguardo mortificato e lagnoso di Stella. Così quel giorno non colse la muta supplica che usciva dagli occhi di sua madre.

«Riky?»

«Mmm?»

«Ultimamente va tutto bene? Cioè, è successo qualcosa?»

«No, niente. Perché?»

«Me l’hanno detto tante volte le altre mamme: credi sempre di sapere tutto di tuo figlio e poi… scopri che ti sei solo illusa e ti senti una scema.»

«Mamma, sei impazzita?»

«Voglio che tu mi dica la verità Riccardo.»

«Ma che cacchio…»

Stella sollevò una busta sopra la tavola.

«Perché ricevi la lettera di uno studio legale? Hai fatto a botte con qualcuno? Hai rubato qualcosa? Hai idea di quanto costi risarcire un dente rotto? Io non l’ho aperta perché voglio saperlo da te!»

«Ma ci mancherebbe altro che tu legga la mia posta! Io non ho fatto niente mamma! E grazie per la fiducia. Da’ qua.»

Riccardo usò il coltello per strappare il bordo superiore della busta lungo la piegatura.

«Sarà pubblicità. O un errore.»

Mentre cercava di rassicurare più se stesso che la madre, il ragazzo sentì i battiti del cuore accelerare, ma rallentarono di colpo quando estrasse dalla busta solamente un piccolo pezzo di carta liscio e ingiallito.

«Che roba è?»

«Fa vedere.»

Sul foglietto c’erano due lunghe file di numeri ed una sola parola:


2,8-31,2-26,5-25,2-28,1-42,2-31,1-55,4-34,1-41,2-48,1-95,1-55,1-82,2-57,1-21,4-62,3-62,4-64,2-22,3-66,1-13,3-68,1-35,8-70,1-44,3-74,7-93,1-81,3-73,4-88,4-20,1-111,3-64,7-115,2-101,2-116,3

221-556-241-253-251-569-311-453-334-564-344-986-362-656-372-354-452-783-463-263-121-789-146-156-316-686-351-633-362-356-411-565-324-669-333-786-342-745-354-656-372

Alalà


Riccardo rigirò il foglietto tra le dita. Si rese conto dalla carta, dall’inchiostro e dalla calligrafia che doveva essere molto vecchio. In più, la parola “Alalà” gli ricordava un film degli anni sessanta con Nino Manfredi che ironizzava sul fascismo. Il titolo era “Gli anni ruggenti”. Era uno dei film preferiti di sua madre e, da bambino, l’aveva costretto a guardarlo almeno cento volte. Ricordava uno dei personaggi più buffi: Carmine Passante, il segretario politico del paese che chiamava la sua squadra d’azione “Gli Alalà”. Forse quel foglio consumato era del periodo fascista, ma perché lo studio Spicciaroli glielo aveva spedito? Probabilmente avevano scritto il suo indirizzo per sbaglio, ma sulla busta c’era proprio il suo nome. Forse si trattava di un caso di omonimia.

«Tò guarda pure. E ora mi devi delle scuse mamma.»

«Mah, non si sa mai. Chissà cosa combini quando non ti vedo. Ma che cos’è?»

«Non lo so. Finisco di mangiare e li chiamo.»


Riccardo Costa aveva ventiquattro anni, era magro, bruno e taciturno, con una particolare predilezione per la mitologia e i poemi epici. Soprattutto per questo s’era iscritto alla facoltà di lettere. Per questo e per Lidia, l’amica con cui era cresciuto e che, dopo essersi trasferita dall’altra parte della città, gli aveva detto che finita la maturità avrebbe fatto lettere.

Ora erano alla fine e, se Lidia era felice e soddisfatta, Riccardo aveva perso un po’ di entusiasmo e non desiderava altro che finire e buttarsi lo studio alle spalle.

Pensava a questo mentre teneva distrattamente il cordless contro l’orecchio.

Dall’altra parte il telefono squillò tre volte; alla quarta una voce femminile stridula e annoiata disse: «Studio legale Diego Spicciaroli…» terminando con quella sospensione vocale che intendeva significare:

«Chi è che rompe adesso?»

«Ah, eh, sì, buongiorno. Vi chiamo perché ho ricevuto una lettera, cioè, una busta .»

«Chi è che parla, scusi?»

«Mi chiamo Costa Riccardo.»

«Riccardo Costa?» chiese la segretaria come se accusasse Riccardo di aver sbagliato addirittura a pronunciare il proprio nome.

«Sì, esatto.» confermò lui chiedendosi perché le stesse dando ragione.

«Le passo l’avvocato.»

E prima che il ragazzo avesse il tempo per aggiungere altro partì la Cavalcata delle Valchirie di Wagner.

Riccardo non si aspettava certo di parlare con Diego Spicciaroli in persona solo per segnalare un errore della segretaria, ma pensare di poter denunciare quella strega direttamente al suo superiore gli dipinse un sorriso maligno sul viso.

«Signor Costa?»

«Sì, buongiorno.»

«Sì, senta, non posso parlare ora: ho molto da fare. Possiamo vederci magari?»

«Come? No, ma io non intendevo dist…»

«Insisto. Facciamo così: mi venga a trovare a casa dopo le ventuno, le va? Via San Giovanni D’Avila, civico due. L’aspetto!»

Si udì il click del telefono e il suono intermittente della linea occupata.

«Eh no cazzo!» gridò Riccardo: tanto non c’era Stella a sentirlo.

Compose nuovamente il numero e attese di nuovo il quarto squillo.

«Studio legale…» cominciò la segretaria.

«Sì, sono di nuovo Costa: è caduta la linea. Volevo solo dirvi che…»

«L’avvocato non può rispondere ora. Mi ha lasciato detto che la aspetta a casa sua stasera.»

«Ma io…»

«Ha anche detto di avvisarla che non c’è nessun errore, ma non può spiegarglielo al telefono, e non posso neanch’io perché non so di cosa stesse parlando. Ha detto che lei avrebbe capito.»

«… d’accordo, la ringrazio.»

Il ragazzo premette il tasto rosso sull’apparecchio prima di sentire per intero il saluto piatto della segretaria. Era spiazzato.

Allora era veramente a lui che l’avvocato Diego Spicciaroli aveva mandato un biglietto del periodo fascista pieno di numeri. Ma perché mai? L’unico modo per scoprirlo era, a quanto pareva, andarci a parlare con questo benedetto avvocato. Oltretutto Riccardo pensò che non fosse il caso di mettersi a bisticciare con un famoso legale come il dottor Diego, anche se non apprezzava quella fetta di società danarosa e arrogante in cui un ragazzo qualsiasi non poteva opporsi alle decisioni dell’influente professionista di turno, ma, in effetti, era così che andavano le cose ed era inutile ribellarsi. C’era solo un problema: via San Giovanni D’Avila non era una di quelle vie trafficate dove i residenti amano veder passare tram o autobus. In effetti in via San Giovanni D’Avila i numeri civici arrivavano solo fino al tre ed era una via abbastanza lunga e fuori mano. Inoltre, quella sera, la macchina serviva a sua madre per andare alla cena dell’ufficio, uno dei pochi momenti di aggregazione a cui poteva partecipare. Quello e il quotidiano caffé delle nove e mezzo coi colleghi.

L’unica soluzione era chiedere a Lidia.

«Pronto?» Riccardo riconobbe la voce di Nicola.

«Ciao Nichi, sono Riccardo. C’è tua sorella?»

«Te la passo.»

Riccardo sentì i tonfi bassi e ovattati dei piedi di Nicola che correvano sul tappeto del corridoio mentre il ragazzo chiamava «Lidiaaa!». In casa loro si stava rigorosamente in calzini.

«Pronto Riky?»

«Hey, ciao. Ricordi quel favore che mi dovevi?»

«Non ci provare bello, non ti devo niente da quando l’altro ieri ti ho restituito l’espresso alla macchinetta dell’università.»

«Dai Lilli, me lo faresti un piacerino piccolo piccolo?» pigolò Riccardo in falsetto.

«Che vuoi? Scommetto il riassunto del libro di Bruncati?»

«No. O meglio, sì, ma non solo. Mi servirebbe un passaggio questa sera. Mia mamma usa la macchina e devo andare in via San Giovanni D’Avila.»

«Non so neanche dov’è.»

«Lo so io. Allora?»

Riccardo sentì la ragazza gridare lontano dalla cornetta «Nic! Ti serve la macchina stasera?» poi tornò con la voce più vicina e chiara «Ok scroccone, ti ci porto io. A che ora?»


La sera, quando la Punto bianca della madre di Lidia imboccò via San Giovanni D’Avila, la ragazza sgranò gli occhi vedendo i lampioni in ferro battuto intramezzare un’elegante fila di cipressi sul lato sinistro della strada. La via era ammantata con fine ghiaia bianca che scricchiolava sotto le ruote dando ai visitatori quell’idea un po’ intimidatoria di non trovarsi al proprio posto, lontano dal silenzioso e prosaico asfalto della città.

Mentre avanzavano lentamente Riccardo sbirciava i lineamenti di Lidia baciati dalla luce delle lampade. L’amava da sempre, da quando erano bambini. Amava i suoi occhi marrone scuro, banali come la Coca cola, i suoi capelli di un biondo spento che lei con ironia chiamava “biondo concime” e la sua bellezza genuina, che si esprimeva in tutte le occasioni, senza bisogno di intermediari cosmetici. Anche quella sera era bellissima.

Superarono il civico uno e dovettero proseguire ancora un bel po’ prima di intravedere, al di là di una piacevole macchia d’alberi, il cancello del civico due.

«Senti Riky, se vuoi fare una rapina hai scelto il posto giusto, ma l’autista sbagliato. Che accidenti ci devi fare qui? Cerchi moglie?» chiese Lidia ancora stupita dall’eleganza di quel luogo.

«Ma che ne so, devo parlare con uno che mi ha detto di venire qui. L’avvocato Spicciaroli, lo conosci?»

«Dovrei?»

Assieme allo sfarzoso ingresso del parco dell’avvocato si parò di fronte a loro un camionncino rosso e bianco e, tutt’attorno, un riflesso blu intermittente. Un’ambulanza.

Attorno ai portelli posteriori spalancati, la servitù di villa Spicciaroli si scambiava occhiate sconvolte e lamenti striduli. Lidia accostò e Riccardo scese senza dire nulla, attirato da quella scena curiosa, come una falena dalla fiamma.

«Mi scusi, che succede?» chiese all’infermiere che stava chiudendo le porte dell’ambulanza.

«Un decesso. Tu sei parente di qualcuno qui attorno?» chiese l’uomo squadrandolo senza interesse.

«No, sono solo… ma chi è morto?»

«L’avvocato, il padrone della villa.»

«Come… Di che è morto?» Riccardo non chiuse la bocca alla fine della frase: lo stupore glielo impediva.

«Non lo sappiamo ancora, non posso dire nulla.» poi l’infermiere chiuse il secondo portello con uno schianto, sollevò le spalle con espressione mortificata e salì al posto del passeggero. Riccardo si dovette scansare per lasciar passare il mezzo di soccorso che si allontanò tra i cipressi scuri col suo lume blu lampeggiante.

La servitù piangeva e un uomo anziano e barcollante stava per richiudere il cancello senza accorgersi di Riccardo che si affrettò ad uscire chiedendo scusa. L’uomo gli chiese che cosa stesse facendo lì e Riccardo spiegò il motivo della sua presenza. Dopo averlo ascoltato distrattamente l’uomo al cancello scrollò le spalle:

«Mi dispiace» disse con accento meridionale «Non potrete parlarci più col dottor Spicciaroli. Eh sì, perché è morto.»

Richiuse il cancello e il ragazzo parlò tra le sbarre.

«Ma lei sa di cosa è morto? Io ci ho parlato solo oggi pomeriggio e stava bene. Credo.»

«E come no? Stava bene certo! Io, se è per questo, c’ho parlato pure stasera, che vuol dire? Quando è la tua ora, è la tua ora.» pose le dita a carciofo e le scosse davanti al viso basito di Riccardo.

Quando il vecchio si fu allontanato mostrando di non voler continuare il discorso, Riccardo si voltò e tornò alla macchina.

«Beh? Che succede?» chiese Lidia.

«Mi è morto l’avvocato.»

La ragazza si limitò a mostrare il suo stupore strabuzzando gli occhi.

«Eh, appunto. E adesso che faccio?»

«Ci facciamo una birra?» propose la ragazza senza troppo trasporto.

Riccardo osservò via San Giovanni D’Avila proseguire nel buio oltre il grande cancello e annuì assorto.


La mattinata in facoltà era trascorsa velocemente, offuscata da quell’evento insolito e pesante come urtare la macchina in coda davanti alla propria mentre si sta valutando con troppa attenzione il sedere di una passante. Non aveva ascoltato molto della lezione. Nemmeno ora che finalmente si concedeva un caffè con l’amica, sentiva il discorso astruso sull’Iliade che Lidia gli vomitava addosso come se Achille le avesse fatto uno sgarro personale.

Riccardo si era ben guardato dall’attribuire all’inaspettata morte di Spicciaroli la gravità con cui, invece, questa l’aveva colpito: non voleva che Lidia pensasse che era uno “sensibile”, che nell’accezione maschile del termine significava gay. Non che ci fosse qualcosa di male nell’esserlo, ma lui non lo era e non voleva indurre qualcuno in errore.

In realtà trovare l’ambulanza che portava via il corpo freddo e inerte di Diego Spicciaroli lo aveva sconvolto parecchio.

Verso le dieci e mezzo, Lidia decise di smettere di fingere di non essersene accorta:

«Oh, Riccardo! Va bene che non te ne frega niente, ma almeno fermami! Sai quanto devo bere per reidratare la mia lingua dopo un discorso su Omero? E hai idea poi di quanta pipì mi tocca fare?»

«No, scusa. Ti ho ben seguita fino alla parte di Achille travestito da donna.»

«Mm, cioè quello che ti ho detto la settimana scorsa.»

Lidia si abbandonò sullo schienale morbido della poltroncina.

«Certe cose succedono, Riky. Che ci vuoi fare. Per fortuna non è successo a qualcuno che conoscevi, no?» disse a bruciapelo.

Riccardo apprezzò la solita schiettezza di Lidia, quella spontaneità onesta che lo faceva sentire tanto a suo agio.

«Sì, sì. Ma non è che io sia dispiaciuto per l’avvocato: non so neanche che faccia avesse. È l’idea che poco prima stesse bene, che avesse addirittura un appuntamento e poi… più niente.»

Lidia si limitò a stringere le labbra e ad annuire, come se, in fondo alla sua mente, anche lei condividesse l’incredulità di Riccardo.

Poi vide che il relatore del suo amico si avvicinava al loro tavolo scansando gli studenti in piedi.

«Arriva Baiocco. Mi sa che cerca te.» disse sottovoce «Buongiorno professore, tutto a posto?» aggiunse quando Baiocco fu a portata di voce.

«Ciao Ferranti.» rispose l’uomo ansante «Costa, ti ho cercato tutta la mattina! Senti, per quanto riguarda la tua tesi su D’Annunzio…»

«Sì professore, mi dica.»

«No, dobbiamo parlarne con calma. E in un posto più riservato del bar dell’università. Ora vieni a lezione?»

«Ci vengo anch’io.» disse Lidia intromettendosi: detestava essere messa da parte.

«Beh, ci vediamo dopo la lezione nell’aula insegnanti del terzo piano, Costa. Ma vieni da solo che non ho tempo da perdere.»

Lanciò un’occhiata alla ragazza che spalancò la bocca e si affrettò a dire: «Nemmeno io ne ho, professore! Mi sa che non ci sarò al suo corso il prossimo semestre!» ma Baiocco si era già allontanato in fretta come era venuto.

«Ma pensa te che stronzo!» disse Lidia dopo qualche momento di silenzio stupefatto.

«Non è proprio un gentiluomo…» confermò Riccardo.

«No, è proprio uno stronzo! Tanto vale dirmelo in faccia: “Ferranti, non ti voglio tra le palle.” Sarebbe stato almeno più onesto!»

«Ma un po’ meno elegante.» puntualizzò il ragazzo divertito.

Alla lezione di Baiocco andò anche Lidia: il corso era quasi alla fine e lei contava su quell’esame per completare i crediti di quell’anno.

Riccardo era seduto di fianco a lei e si chiedeva se Lidia sapesse che lui l’amava. Come poteva non averlo ancora capito? Ormai lo sapevano tutti: Stella, i genitori di Lidia, Nicola, l’omino basso del bar…

Forse anche Lidia lo sapeva. Ma se lo sapeva perché non diceva niente?

Beh, perché non lo ricambiava, era così ovvio. Ma se non lo ricambiava e aveva capito i suoi sentimenti, perché non gli diceva chiaramente quello che provava evitando che Riccardo le morisse dietro per tutta la vita?

Era da un po’ che gli studenti aspettavano il professor Baiocco. Quel ritardo era una cosa assolutamente insolita da parte dell’insegnante. Alcuni studenti presero l’iniziativa di andare a cercarlo. Tornarono quasi subito gridando come se fosse scoppiato un incendio.

«Il professore è stato male! È rosso in faccia e tanto gonfio che sembra senza mento! Lo stanno portando via in ambulanza!»

Alcune ragazze si misero a strillare e in molti si precipitarono giù cercando di scoprirne di più. Si udì qualche parola nell’aria densa di tensione e paura:

«È morto!»

Riccardo sentì il cuore farsi più grosso e prepotente mentre la sua testa gli suggeriva un’idea assurda: era lui a causare la morte di chi voleva parlargli dietro appuntamento?

Afferrò Lidia per un braccio e gridò per superare il frastuono degli studenti spaventati:

«Io esco a prendere un po’ d’aria! Se puoi raggiungimi, occhei?»

Lidia annuì, Riccardo corse lungo il corridoio e dopo pochi minuti tutto quel trambusto si stemperò nel silenzio del cielo primaverile lasciando solo un sottile e subdolo velo d’angoscia sul fondo del cuore del ragazzo.



CAPITOLO 2.




Passò un ora e mezza prima che Lidia si sedesse sull’erba del cortile di fianco a lui. Per un po’ rimase zitta, poi disse solo:

«È morto.»

Riccardo stava seduto con le ginocchia tirate verso il corpo, il mento appoggiato nell’incavo tra le gambe. Non si mosse, ma la sua bocca cominciò ad avere un tremito.

«Pare sia stata una reazione allergica alla puntura di una vespa. Era in bagno e l’ha punto sul collo. È andato subito in shock anafilattico e non hanno fatto in tempo a salvarlo.» proseguì Lidia.

Riccardo parlò tra i polpacci e la ragazza non capì nulla.

«Eh? Che hai detto Riky?»

«Porto sfiga!» disse lui tirandosi su e guardandola negli occhi.

«Ma che cazzata.»

«Ieri Spicciaroli, oggi Baiocco… Tutti quelli che mi dicono “dobbiamo parlare” muoiono.»

«Tutti… Non tutti, Riky. Due!»

«Sì, uno il giorno dopo dell’altro. E tutti dopo aver espresso il desiderio di parlare con me.»

«E cosa vuol dire? Capita. È improbabile, raro, ma capita. A quanto pare capita.»

Lidia cinse il collo di Riccardo con un braccio e l’attirò a sé premendo la guancia contro la sua.

«Dai Riccardo, non fare così. Capisco che tu sia dispiaciuto, ma non cominciare a colpevolizzarti come fanno nei film. Non è proprio il caso, eh? Dai, su.»

Riccardo annuì e la ragazza gli scompigliò i capelli con un’energica carezza.

«Io devo andare ora. Devo passare a prendere Nicola. Ho promesso di dargli un passaggio se avesse lasciato la macchina a me stamattina.»

Lidia si alzò e si ripulì sedere e cosce dall’erba umida.

«Ci sentiamo stasera, occhei? Ti chiamo.»

«Grazie Lilli. A dopo.»

La ragazza sorrise e si diresse verso la strada.


In metrò la puzza di plastica e di persone sporche era una tra le cose che Riccardo odiava di più. Quello e dover riscontrare ogni volta quanto fosse appiccicaticcio il dannato palo per reggersi in mezzo ai vagoni.

Mentre tornava a casa appeso a uno di quei pali, vide Marco Pirotti seduto di fronte a lui. Con Pirotti si salutavano una volta sì e una no. Non era un genio, né molto simpatico, ma era abbastanza cortese. Uno di quei miscugli, insomma, che creano quell’indecisione sul fatto di salutarlo per strada o fingere di non averlo visto.

Ma quel pomeriggio era proprio di fronte a lui.

«Ciao.» disse Riccardo abbozzando un sorriso delle sole labbra.

«Ciao.» rispose l’altro.

Riccardo cercò qualcosa con lo sguardo per non dover cominciare una fastidiosa chiacchierata di circostanza con Pirotti, e scoprì di essere di colpo entusiasmato dalla pubblicità della palestra “Fitness-is-wellness” che gli capitava davanti agli occhi quasi tutti i giorni.

«Hai sentito di Baiocco?» chiese Marco che, a quanto pareva, non conosceva il linguaggio non verbale.

«Sì. Ero in aula ad aspettarlo quando ce l’hanno detto. Sono uscito subito perché c’era troppo casino.»

«Mi è dispiaciuto per lui. Era uno dei pochi che conosceva veramente la materia.»

«Mm. L’avevo scelto come relatore per la tesi.» buttò fuori Riccardo senza sapere che altro dire.

«Sai che dopodomani fanno il funerale?»

«L’hanno già fissato?»

«Sì. La moglie ha fatto tutto per telefono con le pompe funebri. Quando si hanno i soldi si fa presto.»

Riccardo rabbrividì: che cosa idiota da dire in quella circostanza. Pirotti era uno capace di andare dalla vedova e dirle:”Beh signora, almeno adesso può scegliere lei il canale da guardare in tivù!”

Riccardo salutò Marco Pirotti e scese una fermata prima del solito. Era una lunga passeggiata, ma meglio un quarto d’ora di proteste delle sue gambe che due minuti di stronzate di Marco Pirotti.


A cena Riccardo raccontò a sua madre di Baiocco. Non gli era affatto indifferente il fatto che fosse morto. Riccardo stimava molto il professor Francesco Baiocco e ancora faticava a credere che fosse caduto esanime poco prima di una lezione.

«E ora come farai con la tesi?» chiese Stella aprendo l’acqua sopra i piatti sporchi.

«Non lo so. Non ci ho ancora pensato.»

«Mi dispiace Riky.» sussurrò Stella comprensiva. Poi aggiunse: «Ti va di guardare un film stasera?»

Riccardo annuì: aveva bisogno di distrarsi.

E fu proprio quando Poirot stava per svelare la soluzione del caso nel vagone ristorante dell'Orient Express che squillò il cellulare di Riccardo. Il ragazzo uscì in balcone con un’imprecazione che si fermò a metà quando lesse il nome sul display: “Lilli.”

«Ciao Lidia.»

«Oh Riky, non hai idea di che cosa mi è successo! Sono incazzatissima!»

«Davvero? Che c’è? Stai bene?»

«Volevo chiamarti prima, ma non potevo: c’era la polizia a casa mia. Hanno tirato tutto per aria, c’è un casino che sembra che abbiamo dato uno di quei party da college americano.»

«La polizia? Ti hanno perquisito casa?»

«Sì. Hanno rovistato dappertutto. Hanno detto che era un’indagine antidroga e avevano una carta firmata da un giudice e timbrata dal tribunale. E tu prova a chiedere spiegazioni a quegli stronzi! Ti svuotano a terra il cassetto della biancheria ma non ti dicono per quale cazzo di motivo sono in camera tua a sfasciare tutto! Guarda c’ho un nervoso che… grrr!»

«Ci credo! Hanno detto indagine antidroga? Ma hanno trovato niente?»

«Riccardo? Non ti ci mettere anche tu per piacere! Che vuoi che abbiano trovato? Si sono messi ad assaggiare il borotalco e la farina quei deficienti.»

«No, certo, scusa. Intendevo che magari con qualche altro pretesto potevano rompervi le palle ancora per qualcosa.»

«Mah… Per ora pare di no. Ora scusa, ma dobbiamo rimettere tutto a posto e ci vorrà un po’. Tu domani vieni in facoltà?»

«Tu?»

«Io sì, devo recuperare dei libri da una tizia che ho contattato via email. Ci vediamo al bar alle dieci?»

«Va bene, così mi racconti. Notte Lilli, anzi, buon lavoro.»

«Sí, appunto. Notte, a domani.»

Riccardo riuscì a vedere i titoli di coda del film scorrere verso l’alto mentre sua madre gli chiedeva:

«Chi era?»

«Lidia. Com’è finito?»

«Non so, non ho capito molto. Non ero attenta.» rispose Stella sbadigliando.


Per raggiungere il bar dalla fermata del metrò bisognava attraversare tutto il cortile e il piazzale davanti all’ingresso. Quella mattina l’aria era tornata calda e umida e Riccardo fu contento di non avere lezione, visto che le aule erano degli enormi forni. Mentre da lontano sceglieva un tavolino libero dove poter aspettare Lidia, una voce lo fermò nel centro del piazzale:

«Costa? È lei Riccardo Costa, giusto?»

«Sí, sono io. Buongiorno professore.» disse il ragazzo voltandosi e riconoscendo uno degli insegnanti di storia con cui aveva avuto un corso l’anno prima. Era Cosimo Aiello detto “il sorcione” per il colore e il taglio dei capelli, e per la leggenda metropolitana che voleva che, in gioventù, avesse dormito in un cartone dopo aver perso le chiavi di casa.

«Finalmente la trovo. Ha saputo del professor Baiocco?»

«Sí certo. Ero tra quelli che lo stavano aspettando in aula.»

«Oh, mi dispiace. Io e lui non eravamo propriamente amici, ma avevamo una buona complicità intellettuale. Due giorni fa mi ha chiesto di occuparmi di lei.»

«Di me?»

«Sí. Mi ha detto: “Cosimo, se mi dovesse capitare qualcosa, vorrei che aiutassi Riccardo Costa a completare la sua tesi su D’Annunzio”. Capisce Costa? È come se mi avesse affidato il suo testamento intellettuale. Perciò quando vorrà portarmi l’indice della tesi o quello che ha già realizzato, gli darò un’occhiata.»

«Ah… Non so se… Pensavo di cambiare tesi.»

«Non ne ha bisogno, giovane. L’aiuterò io. Come le ho detto, lo devo alla memoria di Francesco.»

Riccardo annuì debolmente e non troppo convinto.

«Va bene, la ringrazio.»

«Allora aspetto il suo materiale. A presto Costa.»

Il professor Aiello si allontanò lasciando Riccardo sperduto in mezzo al piazzale. La voce di Lidia richiamò la sua attenzione e Riccardo si riscosse. La ragazza lo raggiunse, lo prese a braccetto e si diresse verso il bar.

«Buongiorno ciccio. Ben svegliato. Dalla tua faccia si direbbe che sia stato tu in piedi fino alle quattro a risistemare casa.» disse la ragazza intercalando con uno sbadiglio.

«Ciao. No, è che ho fatto un incontro che non mi aspettavo proprio.»

«Cioè?»

«Aspetta, hai detto le quattro? E ti reggi ancora in piedi?»

«Un caffè aiuterebbe. Che nottata.»

«Ma alla fine che cacchio volevano?»

«Ah non so. Mica ti spiegano niente.»

Raggiunsero un tavolino appena lasciato da una coppia di ragazze e Riccardo fece vedere due dita all’”omino basso” come Lidia chiamava il barista.

«I tuoi che hanno detto?»

«Mio padre tranquillo, ma se non la fermavo, mia mamma scannava Nicola. Su di me non ha dubbi, ma a sentire “droga” si è messa a strillargli dietro davanti a tutti. Visto che Nichi è l’unico della famiglia che fuma, se c’è qualcuno che si droga è sicuramente lui. Capisci l’apertura mentale di mia mamma?»

Riccardo rise cogliendo l’aria di sufficienza con cui Lidia raccontava l’episodio: non pareva più troppo turbata.

«L’avete convinta della sua innocenza?»

«Sí, aiutati dal fatto che Nicola prende tutti ventinove e trenta, e dal fatto che sta con Valentina da quattro anni e mezzo. E sai che mia mamma adora Valentina. L’argomento più convincente è stato: “Valentina non starebbe mai con un drogato”.»

Anche Lidia rise. Aveva occhiaie profonde e scure, ma il buon umore non le mancava nonostante il sonno.

L’omino basso posò due caffè sul tavolino e li salutò. Loro ricambiarono, poi Lidia aprì una bustina di zucchero sopra la tazzina e vi inzuppò il cucchiaino per mescolarlo.

«Tu invece? Di che incontro parlavi?»

«Ah già. Questo ti piacerà: secondo te è possibile che Baiocco sapesse cosa gli stava per succedere?»

«Non penso. È stato punto da un insetto… Come fai a prevedere una cosa del genere?»

«Hai presente Aiello?»

«Il sorcione.»

«Esatto. Mi ha avvicinato e mi ha detto che Baiocco l’altro ieri gli ha chiesto di aiutarmi con la tesi se gli fosse successo qualcosa. Non è strano?»

Lidia rimase in silenzio per un po’ osservando l’amico e studiando attentamente le sue parole. Intanto il cucchiaino continuava a tintinnare colpendo i bordi della sua tazzina, finché Riccardo le disse sorridendo:

«Lidia? Credo che lo zucchero si sia sciolto, ormai.»

« Aiello è un idiota.» sbottò lei «e forse è interessato personalmente alla tua tesi.»

«Perché?» chiese Riccardo dopo aver provato inutilmente a ricostruire il ragionamento di Lidia.

«Per due ovvi motivi. Uno: Baiocco non poteva sapere che cosa gli sarebbe successo il giorno dopo; due: anche se l’avesse saputo pensi che si sarebbe preoccupato della tua tesi? Senz’offesa Riky, ma tu non hai ancora combinato nulla. Anche il fatto di farla su D’Annunzio è stata un’idea di Baiocco, no?»

«Certo. Quindi?»

«Quindi o Aiello mente sapendo di mentire, e allora è un idiota perché si è inventato una scusa assolutamente assurda per mettere le mani sulla tua tesi, anche se, come ripeto, non c’è nulla su cui mettere le mani, il che lo renderebbe ancora più idiota. Oppure Baiocco gli ha veramente detto tutto quello che ti ha riferito, e allora sarebbe un idiota perché non si è nemmeno posto la domanda: “come faceva il mio esimio collega a sapere di stare per essere punto da una vespa che gli ha poi causato la morte?” In ogni caso c’è sotto qualcosa.»

«Non ti pare di fare la complottista per nulla?»

«Riccardo, quando fai l’ottuso, cieco e sordo mi fai incazzare. Ho o non ho ragione? Ti sembra normale che il sorcione venga da te e ti dica che Baiocco prima di morire per la puntura di un insetto gli abbia comunicato le sue ultime volontà?»

«No, ha lasciato di stucco anche me. Ma Aiello non ha motivo per mentire se vuole l’indice della mia tesi. In primo luogo, gli basterebbe chiedermelo. Poi non c’è un motivo particolare perché gli interessi. Anzi, io non ho nemmeno cominciato a scrivere un indice, quindi…»

«Quindi non ha mentito: Baiocco sapeva di stare per morire.» concluse rapidamente Lidia.

La ragazza buttò giù il caffè in un sorso continuando a guardare Riccardo negli occhi per verificare se anche lui stava sospettando la conclusione a cui lei era giunta.

«Pensi che Baiocco sia stato ammazzato?» chiese sottovoce Riccardo.

Lidia si limitò ad alzare le spalle.

«Non so nulla di medicina, ma non è da escludere. Solo…» la ragazza si tenne il mento e levò lo sguardo verso l’alto immersa in un’intricata riflessione.

«Solo cosa?»

«Se Baiocco sapeva di stare per essere ucciso e si è preoccupato che tu finissi la tua tesi, significa che ci sei dentro anche tu. O, perlomeno, la tua tesi, anche se non so proprio in che modo.»

Riccardo sollevò un sopracciglio incredulo. Lidia stava ancora riflettendo e alla fine scosse la testa e disse:«Sai che faccio? Chiamo una mia ex compagna delle superiori che ora fa medicina, e le chiedo se sarebbe possibile organizzare una cosa come quella che è capitata a Baiocco. Così ci leviamo il pensiero.»

Riccardo annuì e bevve il suo caffè. Poi si ricordò di Pirotti.

«Domani mattina c’è il funerale. Pensi di venirci?»

Lidia scosse la testa. «No, sarebbe un’ipocrisia. Io non l’ho mai retto quello, mi dispiace. Non andrò a ballare sulla sua tomba, ma nemmeno a piangerci. Tu vai?»

«Era uno stronzo, ma era un professore molto valido ed io ci andavo d’accordo. Poi, dopo questa cosa di Aiello, non posso non andarci.»


CAPITOLO 3.




La mattina dopo la bara di Baiocco stava proprio lì davanti, sul piazzale dell’università circondata da corone di fiori. Il sindaco, ornato di fascia tricolore, elogiava le grandi doti di uomo e di letterato dell’illustre Francesco Baiocco. Molti studenti erano intervenuti con le loro facce più smunte e seriose e, oltre a loro, un paio di centinaia tra uomini e donne. Vicino al sindaco la moglie di Baiocco piangeva con un fazzoletto orlato di pizzo tra le mani.

Riccardo aveva messo la giacca elegante. Aveva trovato un passaggio e ora se ne stava in piedi ad ascoltare le solite cose che si dicono ai funerali quando non si conosce il defunto. Per suo padre era stato diverso. In primo luogo non era stato un rito civile, ma religioso. C’era stata una lunga messa con canti e preghiere, e il prete, che era stato amico di Giacomo Costa, ne aveva parlato con trasporto e commozione. Non c’era tutta quella gente, ma del resto, Riccardo dubitava che uno come Francesco Baiocco avesse avuto tanti amici. Probabilmente era gente legata a lui per motivi accademici.

Non durò molto. Dopo circa una quarantina di minuti la bara fu caricata sul carro funebre che partì per il cimitero, dove Riccardo non aveva intenzione di andare. La vedova rimase dov’era per raccogliere le condoglianze dei presenti che avevano intenzione di disertare la sepoltura. Riccardo si mise in disparte a osservare. La lunga fila che dondolava lentamente accorciandosi davanti alla donna in lutto presentava alcuni studenti, tutti i professori e molti uomini adulti vestiti elegantemente. Come tutti anche Riccardo guardava la vedova nel suo dolore misurando se stesso attraverso le reazioni della donna.

In quel momento profondo e autentico, Riccardo colse un particolare che lo fece sentire superficiale: gli parve che l’ultimo uomo che aveva fatto le condoglianze alla moglie di Baiocco l’avesse baciata tre volte al posto di due. Che si fosse sbagliato a contare?

Ma dopo un paio di studenti un altro la baciò tre volte, poi un altro ancora. Poi fu la volta di un vecchio con la barba lunga e bianca come un profeta dell’Antico Testamento, anche per lui tre baci sulle guance. “Che cosa bizzarra” pensò. Forse qualcuno aveva visto il primo e aveva pensato che ai funerali, per una tradizione a lui sconosciuta, si usassero tre baci al posto di due, e l’aveva imitato. Poi gli altri avevano visto quello confermare il primo e la cosa era andata via via consolidandosi come una nuova pratica rituale. A volte certe cose succedono.

Dietro il ragazzo c’era un gruppo di signore che, dopo aver fatto le condoglianze, si erano parcheggiate in seconda fila per tirare le somme della faccenda e scovare, a furia di chiacchiere, qualche oscuro particolare che alle altre fosse sfuggito. Quando una bella donna in lacrime si accostò alla vedova, Riccardo le sentì trasalire sorprese. Prestò attenzione alle loro parole e sentì che una diceva: «Poverina, guardate, è venuta anche lei!»

«Mamma mia, che forza d’animo, povera. È venuta a consolare la Baiocco.» fece un’altra.

«Beh, dopotutto anche la Baiocco era andata al suo. Almeno si consoleranno a vicenda, no?» disse una terza.

A quel punto Riccardo si voltò e si avvicinò a una donna grassa vestita come un After Eight e chiese: «Mi scusi, lei sa chi è quella signora bionda che si è appena allontanata dalla vedova?»

La donna non sembrava aspettare altro: «È la vedova Spicciaroli. Anche suo marito è morto tre giorni fa.» rispose a voce bassa ma concitata attirando l’attenzione delle altre.

«Quattro giorni fa.» la corresse una.

«Non era mercoledì?» fece la prima.

«No, era martedì.»

«Ma sei sicura?»

Riccardo rimase a fissare la moglie dell’avvocato Diego Spicciaroli e, quasi soprappensiero disse:

«Sì, era martedì sera.»

Le donne lo osservarono in silenzio, poi, vedendo che il ragazzo non le stava più considerando, ripresero a parlare tra loro.

Allora Spicciaroli e Baiocco erano amici! Quello era uno di quei dettagli che Lidia avrebbe voluto sapere. Che strana coincidenza.

Mentre Riccardo era rapito dai propri pensieri, un uomo sulla quarantina gli si avvicinò sorridendo.

«Nicola?»

Riccardo si voltò a guardarlo. Gli occhi dello sconosciuto sorridevano dietro un paio d’occhiali con una montatura argentata molto sottile. Capì che stava parlando con lui.

« No, mi chiamo Riccardo.»

«Ah, certo, Riccardo, scusa. La memoria mi gioca brutti scherzi. Come sei cresciuto, faticavo a riconoscerti. Ma tu non puoi ricordarti di me, dico bene?»

«In effetti no, mi deve scusare.» disse Riccardo leggermente imbarazzato.

«Oh, tranquillo, non potresti. Sono Luigi Dardelli. Conoscevo i tuoi, ma ormai sono anni che non li sento più. Come stanno?»

«Mamma sta bene, ma mio padre è morto sei anni fa.»

«Cosa? Davvero? Oh, come mi dispiace. Era così giovane… posso chiederti che cosa è stato?»

«Tumore al fegato.»

«Mi dispiace moltissimo, davvero.»

«Grazie. È passato molto tempo ormai.»

«Certo, ma dispiace sempre.»

Rimasero un po’ in silenzio osservando la vedova baciare e ringraziare giovani e vecchi. Poi Dardelli chiese: «Conoscevi Baiocco?»

«Sì, era il mio relatore.»

«Brutto colpo anche questo. Ma è la vita, come si dice, no?»

«Già.»

Retorica da funerale.

«Quindi studi lettere. Era tuo relatore per la tesi?»

Riccardo annuì in silenzio.

«Ora ti toccherà cambiare relatore. O forse tesi. Questi sono i classici danni collaterali. Eri a buon punto?»

«No, in realtà non ho ancora cominciato.»

«La mia l’ho fatta sulla sindrome di Gilbert, anche se non meritava una tesi.»

«Non l’ho mai sentita.»

«Lo credo bene, tu sei un letterato, mica un medico. La tua sarà su qualche scrittore importante.»

«Avrei dovuto farla su D’Annunzio.»

Luigi sorrise e annuì leggermente.

«Bene. Ora vado che sennò non arrivo per la sepoltura. Ti serve un passaggio?»

«Oh, no grazie. Non vengo al cimitero.»

«D’Accordo. Allora stammi bene. Ciao.»


Quando fu di nuovo a casa Riccardo si levò la giacca e la posò sullo schienale di una sedia della cucina. Mentre Stella gli gridava dietro che non era così che si trattava una giacca elegante, Riccardo aveva già imboccato il corridoio e preso il cordless.

«Pronto?» fece la voce della madre di Lidia.

«Buonasera signora. Sono Riccardo, come sta?»

«Ciao Riccardo. Tutto bene dai, anche se… Ti ha detto Lidia della notte scorsa?»

«Sì, mi ha detto. Che imbecilli.»

«Guarda, mi sono così spaventata.»

«Eh, ci credo.» disse Riccardo alzando gli occhi al cielo: voleva parlare di cose importanti con Lidia, non mettersi a cianciare con sua madre!

«E Stella come sta? Volevo chiamarla in questi giorni, solo che con tutte queste cose…»

Riccardo sentì la voce di Lidia dire: “Dai mamma, non gliene frega niente! La chiami dopo Stella, ora passamelo!”

«Mm, vabbè. Ti passo Lidia.»

«Grazie signora, buonasera.» Riccardo sperò che la madre di Lidia non intuisse dal tono della voce che stava trattenendo una risata.

«Ehi, allora? Com’è andata?»

«Palloso, grigio, triste. Un funerale.»

«Eh certo.»

«Ma qualcosa da segnalare alla tua attenzione c’è stata.»

«Pirotti ha detto qualcosa di sconveniente alla vedova? Sai, a volte vorrei fargli fare un bel test del Q.I. Scommetto che non supera il quindici.»

«No, qualcosa di più serio: ho scoperto che Baiocco era amico di Spicciaroli, l’avvocato da cui mi hai portato l’altra sera.»

Silenzio dall’altro capo del telefono.

«Lidia, sei lì?»

«Stai scherzando?! Ci sono delle coincidenze un po’ troppo strane in questa storia.»

«Già. E tu? Hai sentito la tua amica?»

«Sì. Monica dice che in teoria organizzare un omicidio del genere sarebbe possibile solo conoscendo la situazione clinica della vittima, cioè il fatto che era allergico al veleno d’ape, e iniettandoglielo. Ha detto che la morte in questo caso sopraggiungerebbe nel giro di una decina di minuti. Questo significa che qualcuno avrebbe dovuto farlo pungere da un’ape o da una vespa di proposito e all’interno dell’università. In pratica è quasi sicura che si tratti di morte naturale.»

«Mm. E tu cosa pensi?»

«Non lo so. Poi mi vieni a dire certe cose… E se fosse tutto collegato?»

«Collegato con cosa?»

«Con la busta che Spicciaroli ti ha inviato per errore.»

«Non è stato un errore, Spicciaroli mi ha chiaramente fatto riferire che non lo era. E mi aveva invitato per spiegarmi tutto. Forse non è una cosa da sottovalutare.»

«Direi che l’abbiamo fatto finora. Bisogna che scopriamo qualcosa di più sul biglietto.»

«Sai che faccio? Chiamo la vedova Spicciaroli e chiedo a lei. Magari sa di che si tratta o perché suo marito l’aveva mandato a me. La segretaria mi aveva già detto di non saperne nulla, e poi è una stronza.»

«Ottima idea! Quando ci parli?»

«Cerco il numero e la chiamo. Magari vado lì. Vuoi venire anche tu?»

«Sará meglio, che tu da solo non vai molto lontano.»

«Grazie Lidia, la tua stima mi commuove.»

«È assolutamente sincera, te lo garantisco. Senti andiamo con la mia macchina o la tua?»

«La mia. Domani mia mamma non la usa. Ah, volevo dirti un’altra cosa. Al funerale, ho notato una cosa strana: alcuni baciavano tre volte la vedova. Forse è solo una moda, ma non mi sembravano tutti giovanissimi. Insomma, non erano tipi da seguire le mode.»

«Tre baci eh? Beh, se vuoi guardo in internet se ha un qualche significato.»

«Sì dai, già che ci siamo.»

«Occhei. Allora fammi sapere per domani. Bacino.»


Erano passate da poco le sedici e trenta quando la macchina di Riccardo si fermò davanti al cancelletto del condominio dove abitava la famiglia di Lidia. Il giovane tirò fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni e, per far squillare una volta il telefono dell’amica, premette due volte il tasto verde: tanto l’ultima chiamata aveva sempre lei come destinatario. Dopo tre o quattro minuti Riccardo vide le gambe slanciate della ragazza trotterellare attraverso la passerella che divideva il cortile. Ormai non aveva più quel balzo al cuore che si avverte le prime volte che si scopre di essere innamorati, ma vedere Lidia riusciva sempre a colmargli il cuore di calore e sicurezza.

«Ciao. Pronto all’indagine?» disse la ragazza aprendo la portiera e calandosi sul sedile del passeggero.

«Spero che non si tratti di nulla di complicato: ultimamente sono già abbastanza stanco e nervoso.»

L’auto ruggì e si mosse verso via San Giovanni D’Avila.

«Ah, prima che mi dimentichi: ho cercato in internet i vari significati dei tre baci.»

«Trovato qualcosa di interessante?»

«Ho letto che è una pratica comune in molti paesi ed è una moda che sta lentamente prendendo piede anche qui da noi. Ma non penso che questi due casi si adattino alla nostra situazione.»

«Non mi pare, no.»

«Invece senti questa: è usanza di alcune logge massoniche, quelle che vantano i culti più antichi. Si baciano tre volte perché il tre simboleggerebbe la perfezione, Dio o qualcosa del genere. Pensa che il terzo bacio andrebbe sulla fronte per baciare “l’occhio spirituale” ma ora si usa ritornare semplicemente sulla guancia.»

Riccardo ebbe un momento di smarrimento. Possibile che…

«Vuoi dire che la moglie di Baiocco appartiene alla massoneria?»

«No, scemo! Baiocco era massone! Molte logge nemmeno ammettono le donne. Comunque è solo un’ipotesi, anche se finora è quella più plausibile per spiegare i baci alla moglie.»

Raggiunsero la via alberata e silenziosa che, nel sole del pomeriggio, pareva ancor più elegante.

Quella domenica la signora Rosa Tantini, vedova Spicciaroli, aveva dato appuntamento, al giovanotto che l’aveva chiamata, per le diciassette in modo da avere il tempo di fare il riposino dopo pranzo. Specialmente in quei giorni tristi doveva risparmiare le forze.

L’Opel grigia di Riccardo Costa si fermò davanti al cancello; Carmelo il portiere verificò l’identità dei passeggeri prima di aprire e farli parcheggiare dentro.

Il giardino era maestoso e ordinato. Sentieri di ghiaia candida come neve disegnavano figure geometriche attorno a siepi perfettamente potate e alberi tondi come palloni. Aiuole coloratissime e profumate contornavano i tronchi più alti e accompagnavano gli ospiti verso l’ingresso della villa: un portico bianco e pulito alla cui ombra stavano eleganti panche e tavoli da cocktail.

Quando Riccardo e Lidia raggiunsero l’ingresso si fece loro incontro una donna sui quarantacinque ancora avvenente: lunghi capelli biondi pettinati con cura e pelle, se non liscia, tirata tanto che Lidia si aspettava di scoprire un paio di mollette dietro le orecchie; le ciglia erano scure e lunghe, come il vestito che, unito all’espressione affranta della donna, rendevano palese a chiunque la vedovanza.

«È lei Riccardo? Dalla voce al telefono la facevo più maturo.» disse Rosa allungando appena il braccio per stringere debolmente la mano al ragazzo. «E ha portato un’amichetta» continuò in tono vezzoso e porgendo la destra anche a Lidia «Ma com’è carina, complimenti!»

«Grazie» dissero in coro i ragazzi. Riccardo rivolse un fugace sguardo imbarazzato a Lidia, poi disse:

«La ringrazio per averci ricevuto signora. Ci rincresce disturbarla in un momento come questo, ma non potevamo attendere.»

«Certo, certo.» disse placidamente Rosa osservando il giovane bruno che le stava davanti. Poi aggiunse: «Nessun disturbo ragazzi. Non posso mica rimanere in lutto tutta la vita no? Dopotutto è morto Diego, mica io. Entrate, su.» Fece un cenno con un dito e si voltò. Oltrepassò un corridoio abbellito da molti quadri dai toni scuri e, ancheggiando sicura e svelta sui tacchi, attraversò un grande salone in direzione di una porta a vetri sull’altro lato.

Lidia spinse Riccardo dietro alla donna e raggiunsero un terrazzo soleggiato che s’affacciava su un laghetto pieno di pesci rossi e canne. Vicino al parapetto in marmo levigato c’era un elegante tavolo sotto a un ombrellone.

«Filippo! Porta una sedia per la signorina!» disse la donna dopo essersi seduta, poi, rivolgendosi a Lidia aggiunse: «Mi deve scusare, ma il suo fidanzato non mi aveva parlato di lei, così non ero preparata alla sua presenza.» sfoggiò un sorriso dolce come una caramella al miele e chiese: «Devo ancora prendere il mio caffé, ne gradireste una tazzina?»

Lidia si sedette sulla sedia che nei piani della vedova era destinata a Riccardo e, sorridendo più che poteva, disse: «Oh, grazie infinite signora. Ne sarei davvero felice.»

Rosa si voltò per gridare a Filippo di preparare tre caffé; poi prese un portasigarette bianco dal tavolo, lo aprì, si servì da fumare e ne offrì ai ragazzi che scossero la testa ringraziando. La donna arroventò la punta della sigaretta; tirò una boccata abbondante e la soffiò verso il sole caldo; poi si appoggiò allo schienale della sedia di vimini intrecciato e, finalmente, chiese:

«Allora, cosa posso fare per voi, miei cari?»

Arrivò la terza sedia e anche Riccardo prese posto.

«Vede signora, martedì scorso ho ricevuto una busta dallo studio di suo marito…»

«Buonanima.» aggiunse Rosa repentina.

«Certo.» Riprese Riccardo «. Comunque, nella busta ho trovato questo.»

Mise sul tavolo il biglietto sgualcito e Rosa lo osservò sporgendosi un poco dalla sedia senza toccarlo. Aspirò un altro tiro di sigaretta e guardò ancora il ragazzo come per dire: “E quindi?”

«Sa per caso di che si tratta?» chiese Riccardo.

La donna indugiò di nuovo sul biglietto incurvando i lati della bocca, poi scosse la testa.

«Spiacente, non ne ho proprio idea.»

«E per caso non le viene in mente per quale motivo suo marito me l’ha spedito?»

«Mio marito, pace all’anima sua, non mi diceva mai nulla delle sue cose.»

Riccardo aprì la bocca e disse solo: «Ah.» finendo il repertorio e ammettendo a se stesso che, da lì in poi, non avrebbe saputo che altro fare o dire.

Fortunatamente Lidia non era così facilmente liquidabile. Si sporse sul tavolo e prese una sigaretta dall’astuccio bianco di Rosa e un accendino d’argento con una complicata incisione. Portò la sigaretta alle labbra, accavallò le gambe e fece per accendere. Si bloccò, fece diventare gli occhi due fessure e disse: «Oh, non le dispiace, vero?»

«Ma prego, ci mancherebbe cara!» rispose Rosa con una risata argentina.

Lidia accese la sigaretta facendo rimanere l’amico di stucco. Buttò dalla bocca una maldestra nuvoletta grigia e si rivolse alla vedova:

«Come la capisco! Noi donne siamo sempre l’ultimo pensiero per questi…» e indicò Riccardo con un gesto della mano «ma che vuole fare… Mia madre mi ha sempre detto: Lidia, sei donna e, in quanto tale, sei nata per soffrire.»

«Sua madre è molto saggia, signorina.»

«Era. Purtroppo è morta che sarà un anno.»

Riccardo, sprofondato nella sedia, aveva rinunciato quasi ad ascoltare Lidia mentre raccontava senza ritegno certe balle recitando la parte della snob. Ora fissava i propri piedi cercando di controllare il rossore del volto.

«Oh, sono mortificata, non potevo saperlo!»

«Ovviamente, cara signora. Non tema. Poi ho saputo che anche lei…»

«Eh già, ho appena perso il marito.»

«Che Dio l’abbia in gloria.» si affrettò ad aggiungere Lidia.

Rosa mise una mano sul cuore e annuì solennemente mimando con la bocca la parola “amen”.

«Vede Rosa… posso chiamarla Rosa?»

«Ma certo tesoro!»

«Per quanto un uomo ci tratti male, noi donne siamo sempre pronte a dargli tutto il nostro amore. Come diceva mia madre: “il cuore è nella donna quello che il braccio è nell’uomo”»

«Che belle parole! Sante parole! Ma sa che è proprio così? Diego non mi ha mai considerato granché, ma io l’ho sempre rispettato. Per lui c’era solo lo studio e i suoi stupidi fratelli.»

«Eccolo un altro classico problema dei maschi: non si separano mai definitivamente dalla loro famiglia d’origine. Sempre così mammoni e…»

«Ma no cara, mi sono spiegata male. Fratelli massoni intendevo. Diego era tutto massoneria e lavoro. Cosa non faceva per fare colpo su quei bambini troppo cresciuti.»

Riccardo trovò finalmente il coraggio di alzare lo sguardo: «Anche suo marito era massone? Davvero?»

«Eccome! E sapeste come ne era orgoglioso! Anche se da qualche mese non faceva che lamentarsi. Ma perché? Lo è anche lei Riccardo?»

«Io?» fece il giovane impacciato, ma Lidia li soffiò del fumo addosso e lui fu occupato a tossire mentre lei chiedeva a Rosa: «Di che si lamentava Diego?»

«Del fatto che oggigiorno la massoneria sia vista come “un club per vecchietti sfaccendati” diceva. Come il circolo delle bocce o gli amici della briscola. Lui desiderava dare lustro alla sua fratellanza, ma nessuno lo assecondava.»

«Tranne Baiocco. Lui era d’accordo, vero?» chiese Lidia come se volesse la conferma ad una domanda la cui risposta era ovvia e scontata.

«Mah, non saprei dirlo con certezza. Andavano d’accordo, questo sì. Si vedeva con Francesco molto più che con gli altri, ultimamente.»

«E di che parlavano?» chiese Riccardo con interesse crescente.

«Questo non glielo so dire, caro. Stavano sempre rinchiusi nello studio di Diego al primo piano. Io non andavo mica a disturbarli.»

«Possiamo vedere lo studio, signora?» domandò sfacciatamente il ragazzo.

Rosa fece una smorfia: evidentemente la cosa non le andava troppo a genio. Arrivarono i caffé e la vedova si servì dello zucchero per prima, voltandosi poi a guardare il lago mentre sorseggiava la preziosa bevanda nera.

Lidia fece cenno a Riccardo di stare zitto, poi cominciò a elogiare Rosa per il suo caffè, per la casa, il cortile, il laghetto e la cortesia e prontezza di Carmelo e Filippo. Alla fine Rosa si era gonfiata di due o tre atmosfere e Lidia provò a concludere la sua manovra.

«Bene Rosa. Noi non volevamo disturbare, ora ce ne andiamo.»

«Ma nessun disturbo Lidia! Ci mancherebbe! Io sono vecchia, non ho spesso a che fare con dei ragazzi freschi e carini come voi.»

Aveva detto “vecchia” con quel tono esageratamente lugubre che solitamente usano le vere vecchie per farsi dire che non lo sono. Lidia lo colse e s’impegnò, e insistette, finché anche Rosa non convenne che, in fondo, era ancora bella e aitante. Poi la ragazza tornò al punto che le interessava:

«Comunque ora sarà meglio levare il disturbo, che dici Riccardo?»

Il ragazzo sgranò gli occhi e la guardò confuso. Stava per rispondere con una secca quanto maleducata negazione, ma lo sguardo di Lidia lo convinse ad annuire, anche se in modo non troppo rilassato.

«Se dovete proprio andare non vi trattengo, ma tornate quando volete.»

«Grazie, lo faremo volentieri. Ma ora abbiamo davvero approfittato troppo. Riccardo voleva vedere lo studio di Diego perchè è convinto che il biglietto provenga dai suoi archivi privati. Ma è evidente che il ricordo ancora fresco del suo lutto le farebbe vivere quest’intrusione come una profanazione vera e propria. È comprensibile, specie da una donna sensibile e raffinata come lei. Perciò Riky, non insistere.»

Il ragazzo per poco non spalancò la bocca per replicare, ma la durezza dell’occhiata con cui Lidia lo fulminò, lo bloccò in un’espressione immutabile come quella di un busto di marmo.

«Ma no! Per carità, se ci tiene tanto che ci vada! Cosa vuole, gli uomini sono sempre come bambini: battono i piedi se non li si accontenta.»

«Davvero Rosa? Non le dà fastidio?»

«Ma no, ma no! Sono passati già quattro giorni dopotutto. Bisogna buttarsi il passato alle spalle. Finora non c’è entrato nessuno, ma non posso sigillare lo studio per sempre, dico bene?»

Lidia sorrise comprensiva. Poi la donna aggiunse:

«Solo, perdonatemi se non vi accompagno: è lì che hanno trovato Diego.»

Riccardo continuò a non muovere un muscolo, e Lidia si fece mesta dicendo:

«Pace all’anima sua.»


CAPITOLO 4.




Filippo li accompagnò fin davanti alla porta ad anta doppia; l’aprì e rimase fuori, in attesa. I ragazzi entrarono lentamente guardandosi attorno. Due alte librerie coprivano interamente le pareti laterali mentre sul fondo, dietro una grande scrivania in radica lucida, si estendeva per tutta la parete un dipinto che aveva tutta l’aria di essere antico e inestimabile. La sedia davanti alla scrivania era ancora rovesciata come alcuni libri e documenti riversati a terra. Nessuno aveva toccato nulla dopo il ritrovamento di Diego Spicciaroli.

Lidia aveva letto dal sito internet di un giornale locale che il famoso avvocato era deceduto la sera di martedì dopo una crisi ipoglicemica che le situazioni di salute dell’uomo non avevano permesso di prevedere. Il diabete era così: a lungo andare poteva compromettere i recettori nervosi periferici a tal punto da non permettere al malato di percepire le avvisaglie di una crisi dovuta alla carenza di zuccheri nel sangue. Diego era diabetico dalla giovinezza e, dopo anni di cure autonome corrette e regolari come le lancette di un orologio, aveva sbagliato la dose d’insulina provocando la sua stessa morte. Il giornalista che aveva scritto l’articolo concludeva dicendo che anche le batterie degli orologi di miglior qualità si scaricano. Lidia aveva pensato che certe idiozie potevano anche essere risparmiate ai lettori. Specialmente a quelli che il giornale lo compravano.

«Che speri di trovare?» chiese sottovoce la ragazza.

«Se le morti di Baiocco e Spicciaroli sono collegate, questo è il luogo dove potrebbe essere dimostrato. Cerchiamo uno di quei dettagli insignificanti come un capello sulla moquette, tracce di rossetto sui mozziconi di sigarette, bottoni persi… quelle cose da tenente Colombo insomma.»

«Sei serio?»

«Non del tutto, ma mi sto divertendo. Vedi un po’ tu quello che trovi.»

Cominciarono a guardare tra i libri sugli scaffali, tra i fogli a terra e sulla scrivania, sotto la sedia. Nulla.

Lidia notò che sulla scrivania c’era un elegante sottomano in pelle, e sotto questo spuntava una stilografica d’argento. Sollevò il sottomano e quasi le venne un colpo, poi alzò lo sguardo su Riccardo che ancora frugava i vecchi schedari. «Ti sembra abbastanza insignificante questo dettaglio, Riky?»

Il ragazzo la guardò con espressione interrogativa e lei accennò al tavolo con un movimento della testa. Riccardo la raggiunse in fretta e vide che sulla scrivania, poco visibile e nascosta dal sottomano, c’era una scritta intagliata nella vernice con il pennino di una penna stilografica. La scritta diceva:


Il Popolo d’Italia l’ha nascosto 160 919 Alalà”


«Che vuol dire?» chiese distrattamente Riccardo mentre Lidia faceva una foto alla scritta col suo cellulare.

«Prendi un foglio che la trascriviamo.» disse poi la ragazza avvicinando il viso alla superficie della scrivania. «Guarda com’è incerto l’intaglio. La mano che ha tracciato queste lettere era decisamente tremolante.»

«E ci sono ancora i trucioli di vernice secca attorno ai solchi. Questa è stata fatta da poco. Sicuramente dopo l’ultima volta che la scrivania è stata pulita.» aggiunse Riccardo.

«Pensi che l’abbia scritto mentre moriva?» chiese Lidia eccitata: quel dettaglio aggiungeva tanto pepe alla vicenda da farla sembrare un film con Miss Marple.

«Si direbbe di sì.»

«Forse questo messaggio è rivolto a te.»

«Perché dovrebbe? E poi, se fosse così, Spicciaroli non avrebbe trovato proprio il mezzo migliore per farmelo leggere, no?»

«Se un uomo usa le sue poche energie residue per lasciare un messaggio, poco gliene frega di aver scelto il canale più appropriato affinché questo raggiunga il suo destinatario.» disse Lidia con tono ironico «Ma sicuramente doveva trovarlo di vitale importanza. E comunque sapeva che tu stavi per venire qui ad incontrarlo. Magari contava che fossi proprio tu ad entrare per primo in questo studio dopo che avesse perso conoscenza.»

«Già, certo. Questo non è da escludere. Tu hai idea di cosa significhi la scritta?»

Lidia scosse lentamente la testa mentre cercava di decifrare la frase sul tavolo. Riccardo si lanciò in un’interpretazione improvvisata:

«Qualcosa che gli italiani hanno nascosto al mondo… Qualcosa che ha a che fare col numero centosessantamila-novecentodiciannove. Forse una strage! Centosessantunomila persone morte a causa del governo italiano che però non sono mai state scoperte. E poi ha scritto alalà, quindi il governo fascista! Che ne dici?»

La ragazza alzò le spalle. «Forse» disse «che ne so. Farò una ricerca in internet. Queste cose toccano sempre a me. Tu perché non ti fai ‘sto benedetto allacciamento?»

«Ancora questo discorso Lilli? Finché ho te, che me ne faccio? Risparmio sulla bolletta.»


Salutata Rosa Tantini vedova Spicciaroli, Riccardo, verso le diciannove, lasciò a casa Lidia che promise di mettersi subito al computer, e tornò da sua madre che quella sera non aveva nulla da fare, come tutte le altre sere.

Fece girare la chiave nella toppa e spinse la porta usando il movimento dell’anta anche per rimuovere le chiavi; entrò e chiuse la porta col tallone. Dopo il tonfo sentì la voce di Stella dalla cucina. Era al telefono o c’era qualcuno?

Si avvicinò incuriosito e sentì che sua madre parlava della morte di Giacomo, suo padre. Il tumore si era sviluppato nell’intestino e una metastasi aveva raggiunto il fegato. Era stata molto dura, ma per fortuna Riccardo era già abbastanza grande da affrontare la cosa ed essere d’aiuto. Una voce maschile mugugnava per dimostrare la propria attenzione. Riccardo spinse lentamente la porta e mise dentro la testa con discrezione. Sua madre ammutolì e l’uomo lo salutò:

«Riccardo, eccoti finalmente. Mi sarebbe dispiaciuto non riuscire a salutarti. Dopo averti incontrato al funerale mi sono deciso a venire a trovare Stella.»

Era Luigi Dardelli, l’uomo con gli occhiali dalla montatura sottile e il sorriso affabile che l’aveva riconosciuto al funerale di Baiocco.

«Salve, Luigi. Tutto bene?» rispose Riccardo.

«Gli stavo raccontando di papà.» disse Stella con un velo di disagio. «Tu dove sei stato?»

«In giro con Lidia.» rispose distrattamente Riccardo. Allungò una mano verso il cesto della frutta e afferrò una pera.

«No Riky, non metterti a mangiare adesso che è quasi ora di cena.» lo bloccò sua madre. Poi, come se si fosse ricordata dell’ora solo in quel momento aggiunse: «Oh mamma mia che tardi! E io non ho messo su ancora niente. Luigi, ti fermi a cena?»

«No Stella, ti ringrazio, ma non voglio disturbarvi: ti ho importunata abbastanza.»

«Macchè disturbo, dai. Se ti accontenti di due patate e un po’ di tacchino, sei il benvenuto. Vero Riky?»

«Certo.» disse il ragazzo. Che altro poteva dire?

«Guarda che io non faccio complimenti, eh? Rischi che accetti l’invito.» disse Luigi scherzosamente.

«Sul serio, volentieri.» lo incoraggiò Stella.

«Allora mi fermo con molto piacere.»

La cena trascorse lenta e serena. Stella tirò fuori una bottiglia di vino rosso che sperava fosse ancora buono, tre coppette di gelato del supermercato, frutta, caffè e un goccio di amaro fermo in uno scaffale da chissà quanto tempo. Luigi era un abile conversatore, piacevole e allegro. Parlava e lasciava parlare, cosa che Riccardo apprezzava molto. Era una caratteristica che aveva riscontrato solo nelle persone più mature e rispettose. Parlarono del lavoro di Stella, delle vacanze in Egitto di Luigi e delle ambizioni post universitarie di Riccardo.

Quando Luigi si alzò erano le undici passate.

«Ora è davvero meglio che me ne vada, prima che tu sia costretta a invitarmi a dormire sul divano. Sono sicuro che lo faresti.»

«Il divano non è molto comodo, ma, se vuoi, ho pulito la vasca da bagno giusto questa mattina.» rispose Stella divertita.

«Oh grazie, molto gentile ma preferisco il mio letto. Almeno non puzza d’Amuchina.»

Luigi ringraziò più seriamente e scambiò due baci di commiato con Stella mentre Riccardo controllava che non fossero tre.

Si sentì stupido: perché mai Luigi avrebbe dovuto scambiare tre baci con sua madre?

Fu il ragazzo ad accompagnare l’ospite alla porta mentre Stella sparecchiava.

«Riccardo, grazie di tutto, è stata davvero una bellissima serata. Era tanto che non rivangavo i vecchi tempi.»

Luigi si fermò sull’uscio aperto; tentennò per qualche istante, poi disse: «Senti, tuo padre era come un fratello per me. Se ti servisse qualcosa, qualsiasi cosa: questo è il mio numero di cellulare.» passò a Riccardo un foglietto con un numero di telefono scarabocchiato con una biro e aggiunse: «Non farti scrupoli a chiedere. Giacomo avrebbe fatto lo stesso per mio figlio, se mai ne avessi avuto uno.»

Sorrise con un’espressione quasi paterna e Riccardo annuì ringraziando.

Quando la porta fu chiusa, il ragazzo pensò che era stata veramente una bella serata. Luigi era un tipo in gamba e il fatto che fosse stato amico di suo padre faceva sì che Riccardo lo sentisse più vicino di un qualsiasi estraneo.

Poco dopo la mezzanotte Riccardo diede la buonanotte a sua madre, si lavò i denti e s’infilò la T-shirt che usava come pigiama.

Quando i suoi occhi si chiusero sull’accogliente morbidezza del cuscino fresco, si accorse che tutte le novità della giornata non gli avrebbero permesso di dormire molto serenamente.

Fu quando il silenzio della notte l’aveva quasi rapito che il cellulare sul comodino squillò vibrando. Riccardo ci buttò sopra una mano pensando per un istante che fosse la sveglia, senza ricordarsi che lui non aveva una sveglia.

Era Lidia.

«Hey Lidia, tutto bene?» chiese Riccardo a bassa voce.

«Eccome! Ho scoperto a cosa si riferisce il messaggio di Spicciaroli! Sono un genio, dillo!»

«Sei un genio. Allora?»

Lidia sembrava particolarmente euforica, e il suo entusiasmo era contagioso.

«Il tuo centosessantamila non è il numero di morti di una strage, ma una data: 16 settembre 1919; il popolo d’Italia non è né un governo italiano, né l’insieme degli italiani, ma un quotidiano dei primi decenni del novecento di proprietà di Mussolini. E la parola “alalà” del messaggio non si riferisce al fascismo, ma all’inventore del motto “Eja Eja Alalà!”: Gabriele D’Annunzio.»

«D’Annunzio! Quindi anche l’alalà sul biglietto potrebbe riferirsi a D’Annunzio! Ma come hai fatto a sapere queste cose?»

«Ho trovato tutto in internet. Il messaggio identifica una lettera che D’Annunzio ha spedito da Fiume a Mussolini il 16 settembre del ’19. La lettera è poi stata pubblicata sulle pagine del Popolo d’Italia, il giornale che ti dicevo.»

«E che c’è scritto?»

«Niente di speciale in effetti. Te la farò leggere. Comunque sono abbastanza sicura che si tratti di questo, cioè, tutto coinciderebbe! E in più c’è D’Annunzio che lega te a Baiocco. Non stavo nella pelle e allora ti ho telefonato, ma dobbiamo assolutamente vederci per parlarne! E dovresti farmi vedere questo benedetto biglietto: tra una cosa e l’altra ancora non l’ho osservato bene. Ci vediamo domani al bar?»

«Sí, ma che ore sono… Sono le quattro Lidia!»

«Già, è tardino. Facciamo al bar dopo pranzo, Occhei?»

«Sì, perfetto. Grazie Lilli. Sogni d’oro.»

«Sì, e chi dorme più? Ho la testa che non fa che macinare idee sempre più assurde.»

«Sarà meglio invece che tu ti butti a letto, se non la vuoi perdere la testa.»

«Sì, occhei. A domani ciccio! Buonanotte!»

L’aria era ferma mentre il sole la scaldava. Oltre a quella scaldava anche la superficie del tavolino del bar, tanto da non permettere a Riccardo di appoggiarci gli avambracci lasciati scoperti dalla camicia a maniche corte. Se lui aveva sonno non osava immaginare in che condizioni avrebbe trovato Lidia.

Infatti la ragazza si presentò al bar dell’università quasi mezz’ora dopo.

«Ciao. Mi sono svegliata adesso.» disse Lidia sedendosi e facendo un cenno al barista dietro al vetro.

«Ma sei stata su fino alle quattro a fare ricerche?»

«Non è mica così facile trovare le cose giuste con così pochi elementi, sai? Io ho la lettera di D’Annunzio, te l’ho stampata. Tu hai portato il biglietto?»

Riccardo annuì e lo tirò fuori dal taschino della camicia.

«Bene, leggiti questa mentre io do un’occhiata al tuo magico foglietto.» disse Lidia porgendogli un foglio a-quattro.

Riccardo lesse:


“Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d'una parte della linea d'armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente. E voi tremate di paura! Voi che lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese - anche la Lapponia - avrebbe rovesciato quell'uomo, quegli uomini. E voi state lì a cianciare, mentre noi lottiamo d'attimo in attimo, con un'energia che fa di quest'impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un'impresa di regolari. E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Dobbiamo fare tutto da noi, con la nostra povertà. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell'eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua. Non c'è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. Su! Scuotetevi, pigri nell'eterna siesta! Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m'ha visto. Alalà”


«Perché alcune parti sono in grassetto?»

Lidia sollevò lo sguardo dal bigliettino e infilò l’indice nell’asola della tazzina che fumava davanti a lei da qualche minuto.

«Quelle sono le parti censurate dal giornale. Se provi a rileggere la lettera senza quei pezzi di testo viene fuori una missiva molto più fiera, patriottica e ottimista.»

«Certo. Comunque, letto così, non dice nulla. Tu hai ipotizzato qualcosa nelle tue notti insonni? Perché io un’idea ce l’ho, anche se mi sembra un po’ stupida.»

«Forza, sentiamo.»

«Non mi prendi in giro poi, vero?»

Lidia scosse lentamente la testa mentre faceva il primo sorso di caffè. Ma prima che Riccardo potesse parlare la ragazza fece un verso disgustato e posò la tazzina.

«Non ho messo lo zucchero, che schifo!»

Riccardo attese pazientemente di avere ancora l’attenzione dell’amica. Poi, quando Lidia alzò lo sguardo su di lui, disse:

«Penso che il biglietto che mi ha mandato Spicciaroli possa contenere la chiave crittografica per decifrare un messaggio che forse è contenuto in questo testo.»

«Che figata! Come nel Codice Rebecca di Ken Follet o nei libri di Dan Brown! Ecco: Il Codice D’Annunzio!»

Riccardò ridacchio, poi chiese:

«Che ne dici, proviamo?»

«Non qui Riky. Andiamo in biblioteca.»

Lasciarono due euro sul tavolino e si diressero verso la biblioteca vicina all’ingresso dell’università. Riccardo l’aveva sfruttata più di Lidia e da anni ormai aveva il suo tavolo di lettura preferito al primo piano vicino alle finestre, nascosto da un alto scaffale pieno di letture noiose. Anche quel giorno era libero e all’interno dell’intero ambiente non c’era quasi nessuno, visto che le lezioni erano state interrotte in segno di lutto per Francesco Baiocco.

«Forza Riccardo, cominciamo a studiarci il bigliettino. Non è eccitante?»

«Sì, molto.»

Il ragazzo sorrise all’euforia di Lidia e tornò ad osservare la sequenza sul biglietto. Lo confrontò con la lettera e le parti in grassetto tornarono ad incuriosirlo.

«Forse…» cominciò rimandendo poi in silenzio.

«Cosa Riky, cosa?» fece Lidia impaziente.

«Sul tavolo di Spicciaroli c’era scritto “Il Popolo d’Italia l’ha nascosto”. Potrebbe significare “l’ha censurato”, cioè il contenuto polemico della lettera. Forse dobbiamo usare il codice con le parole che Mussolini ha fatto censurare.»

«Ma sí! Certo, è logico! Era un ulteriore protezione per il messaggio! Se questa lettera conteneva un messaggio segreto, D’Annunzio può averla scritta per intero anche al suo vero destinatario. Sapeva benissimo che Mussolini non avrebbe mai pubblicato gli insulti rivolti a lui sul proprio giornale, così sapeva perfettamente quale parte del testo sarebbe stata pubblica e quale no. Così chi doveva decodificare il messaggio non doveva fare altro che comprare il giornale e confrontare la lettera pubblicata con la sua: il testo censurato conteneva il messaggio su cui usare la chiave. Questo spiegherebbe anche un’altra cosa che ho letto su internet riferita alla lettera, e cioè perché D’Annunzio non abbia mai contestato l’epurazione parziale del suo scritto. E D’Annunzio non era il tipo da scrivere cose per non renderle pubbliche, ti pare?»

«Quindi solo la parte sottolineata, giusto?.»

«Giusto. Ragiona ad alta voce, please.»

Riccardo diede di nuovo uno sguardo al biglietto concentrandosi sul primo gruppo di numeri:

2,8-31,2-26,5-25,2-28,1-42,2-31,1-55,4-34,1-41,2-48,1-95,1-55,1-82,2-57,1-21,4-62,3-62,4-64,2-22,3-66,1-13,3-68,1-35,8-70,1-44,3-74,7-93,1-81,3-73,4-88,4-20,1-111,3-64,7-115,2-101,2-116,3

«Allora: ci sono due sequenze. Nella prima ci sono numeri con la virgola e un solo decimale. Potrebbero essere… il numero prima della virgola potrebbe essere la parola e quello dopo la lettera da considerare.»

«Bravo! Dai, proviamo.»

Applicando la teoria di Riccardo al testo censurato, venivano evidenziate alcune lettere:

“...mi stupisco di voi e del popolo italiano. E voi tremate di paura! Voi che lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese - anche la Lapponia - avrebbe rovesciato quell'uomo, quegli uomini. E voi state lì a cianciare, mentre. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Non c'è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. pigri nell'eterna siesta!...”

«Ouidrbfalacaaveedeilusnaclalaavevnte. Direi che non ci siamo.» concluse Lidia.

«Sicuramente no. Anche se ad ogni numero corrisponde una lettera, il che non sarebbe sempre possibile se la mia teoria fosse sbagliata.»

«Non ho capito Rik.»

«Tipo questa qui: “universale”. Corrisponde alla 35,8 quindi “A”. Se al posto di universale ci fosse stato un articolo oppure “voi” non avrebbe nemmeno avuto otto lettere tra cui scegliere.»

«Sì, è vero. Ma non abbiamo ottenuto nulla comunque. Forse la seconda parte del codice serve a sua volta a decodificare questo parolone insensato.»

«E se fosse un’altra lingua? Oui in francese significa

«Lo sanno tutti che oui in francese significa sì, genio. Ma che vuol dire, per esempio: “drbfalacavee”? Non è una lingua straniera. Proviamo con la seconda parte del bigliettino come ho detto io.»

I ragazzi provarono a lungo, ma non riuscirono a trovare un sistema per utilizzare la seconda parte del codice né con la parola che avevano evidenziato, né con il testo della lettera. Provarono levando le lettere singole dal conteggio, levarono anche i monosillabi e tutti gli articoli, poi aggiunsero il resto del testo della lettera originale, ma non videro risultati per alcune ore.

«Ricontiamo tutto ripartendo dalla seconda lettera invece che dalla prima? Magari era una convenzione tra il mittente e il destinatario.» propose Lidia che cominciava a risentire della stanchezza accumulata la notte prima.

«Non avrebbe senso. Ogni numero corrisponde ad una parola solo col primo tentativo che abbiamo fatto.»

Il sole stava lentamente tingendo il cielo coi toni dell’arancione. Riccardo tamburellava su alcuni fogli scarabocchiati con una matita mentre Lidia si teneva la testa tra le mani.

«Dai, ammettiamolo Lilli: non c’è nessun codice, nessuna chiave crittografica. Nessun giallo su cui indagare. Ci siamo fatti prendere come due bambini, ma nella vita reale queste cose non succedono.»

«Ma era tutto così perfetto.» Lidia diede una spinta ai fogli su cui Riccardo aveva annotato i vari risultati, ed essi planarono leggeri più in là sul grande tavolo della biblioteca lasciando scoperto il bigliettino sgualcito di Riccardo. La ragazza lo guardò un momento, poi fu attirata da un particolare. Tirò fuori il cellulare e guardò la foto scattata sulla scrivania di Spicciaroli. Avvicinò anche il testo della lettera spedita da D’Annunzio a Mussolini e gli occhi le si illuminarono di una nuova speranza.

«Riccardo! Mi è venuta un’idea. Se ci hai fatto caso, su tutte le tracce che abbiamo si trova la parola “alalà”. Forse in realtà è un indizio per decodificare il messaggio.»

«Mm… Mi pare un po’ improbabile.»

«È l’unica parola presente sia nella lettera che nella chiave. E anche Spicciaroli l’ha riportata nel suo messaggio.»

«Pensavo fosse solo per rimandare a D’Annunzio.»

«Sì, forse. Ma D’Annunzio non aveva bisogno di rimandare a se stesso nella sua chiave crittografica, ti pare?»

«Quindi?»

«Non so. Io provo solo a indovinare.»

Riccardo si alzò in piedi e fece alcuni passi verso la finestra per sgranchirsi le gambe e schiarirsi le idee. Pose le mani incrociate dietro la testa e socchiuse gli occhi mentre la sua mente vagliava le varie possibilità.

Dopo alcuni istanti si girò di scatto e tornò a sedersi con foga improvvisa.

«Ma certo! Potrebbe benissimo essere!»

«Cosa? Cosa hai pensato?»

«Alalà: A-L-A-L-A la A è in tutte le posizioni dispari mentre la L nelle pari, come lo schema metrico ABAB di una poesia. Forse è la chiave della chiave, come dicevi tu. Proviamo a considerare solo i numeri dal primo saltando quelli in posizioni pari.»

Dovettero eliminare molti numeri e quelli che rimasero furono:


2,8-26,5-28,1-31,1-34,1-48,1-55,1-57,1-62,3-64,2-66,1-68,1-70,1-74,6-81,3-88,4-110,3-115,2-116,3

Cominciarono a cerchiare le lettere senza leggerle: si erano messi d’accordo che l’avrebbero fatto solo alla fine dell’operazione per non rovinarsi l’eventuale sorpresa.


“...mi stupisco di voi e del popolo italiano. E voi tremate di paura! Voi che lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese - anche la Lapponia - avrebbe rovesciato quell'uomo, quegli uomini. E voi state lì a cianciare, mentre. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Non c'è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. pigri nell'eterna siesta!...”


«Ecco fatto.» disse Riccardo.

«Dai, leggi.» lo incitò Lidia appollaiata sulle sue spalle curve sul biglietto.

«Ofalcedilunacalante. O falce di luna calante! Oddio Lidia, c’è davvero un messaggio nascosto!»

La ragazza si portò le mani alla bocca per soffocare un grido acuto d’euforia, poi si piegò abbracciando il collo di Riccardo e gli schioccò un bacio sulla guancia.

«Che figata! Ce l’abbiamo fatta!»

«Sì, sì, ma fai piano che siamo in biblioteca.»

«Chi se ne frega, non c’è nessuno! E ora?»

«Beh, questo è il titolo di una poesia di D’Annunzio. Se non ricordo male è precedente agli anni dell’impresa di Fiume, tipo del milleottocentoottanta. Probabilmente la seconda parte del codice va usata su quella. Cerchiamo un’antologia.»

«Sì, vado a chiedere alla tipa di sotto! Mamma mia, sono troppo gasata!»

Lidia sparì correndo giù per una larga scalinata che scendeva al di là di una terrazza interna. Riccardo intanto osservò la seconda parte del codice.


221-556-241-253-251-569-311-453-334-564-344-986-362-656-372-354-452-783-463-263-121-789-146-156-316-686-351-633-362-356-411-565-324-669-333-786-342-745-354-656-372


Questa volta gli fu molto facile intuire come andava utilizzato e quando Lidia tornò con tre libri di letteratura tra le mani, le sorrise trionfante.

«La tipa di sotto ha detto che sta chiudendo. Abbiamo dieci minuti al massimo, che facciamo?» chiese Lidia ansiosa.

«Tranquilla, cerchiamo la poesia. Se ho ragione ci metterò un attimo a decifrare il secondo messaggio.»

La poesia era in uno solo dei tre libri, quello che aprirono per ultimo. L’eccitazione nei ragazzi crebbe tanto che non si curarono di trascrivere il messaggio, limitandosi a cerchiare le lettere direttamente sul libro con la matita.

Riccardo aveva intuito giusto: anche da questo gruppo di numeri andavano levati quelli in posizione pari seguendo l’indizio “alalà”. I numeri rimasti erano composti da tre cifre. La prima indicava il versetto, la seconda la parola nel versetto, la terza la lettera nella parola.


221-241-251-311-334-344-362-372-452-463-121-146-316-351-362-411-324-333-342-354-372


Applicando i numeri come Riccardo aveva immaginato, trovarono una breve frase.


O falce di luna calante

che brilli su l’acque deserte,

o falce d’argento, qual mèsse di sogni

ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,

sospiri di fiori dal bosco

esalano al mare: non canto non grido

non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,

il popol de’ vivi s’addorme...

O falce calante, qual mèsse di sogni

ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!


«Badoglio ha ben concluso.»

I ragazzi si guardarono sorpresi e confusi.

«Che vuol dire? Che c’entra Badoglio? Non è quello dell’armistizio del ’43?» chiese Riccardo dopo un po’.

«Sì. Non so. Chissà che mi aspettavo.»

La voce della bibliotecaria li raggiunse dal piano inferiore: «Devo chiudere ragazzi! È tardi!»

Uscirono in silenzio, parlando solo per ringraziare la paziente custode della biblioteca. Non riuscivano a cogliere il nesso tra Pietro Badoglio, famoso per il tragico armistizio del 1943 e Gabriele D’Annunzio, conquistatore della città di Fiume.

Fu Lidia la prima a riscuotersi.

«Dai, non lasciamoci scoraggiare! Abbiamo scoperto cose eccezionali, no? Ora andiamo avanti e scopriamo che significano. A casa farò ricerche approfondite!»

«Sì, ma dormi un po’ anche. Ah, e richiama la tua amica dottoressa se puoi. È da ieri che mi chiedo se anche per Spicciaroli si è trattato di morte accidentale. Tu sai com’è morto di preciso?»

«Sì. Dopo un coma ipoglicemico. C’era scritto sul giornale.»

«Bene. Chiedile se è possibile indurlo in qualche modo.»

«Va bene. Ah, senti, posso tenere io il biglietto? In internet ci sono le foto delle lettere originali spedite al Popolo d’Italia. Vorrei confrontare il codice con la scrittura di D’Annunzio, così, per essere sicuri che l’abbia scritto lui. Ti spiace?»



CAPITOLO 5.





Due giorni dopo le lezioni ripresero normalmente. Uniche novità in ricordo di Francesco Baiocco erano una targa commemorativa di bronzo affissa vicino all’ingresso e il nuovo nome dell’aula magna intitolata al professore defunto.

L’odore del metrò al primo pomeriggio era forse più sgradevole che alla sera. Riccardo era seduto su una delle seggiole avvitate al pavimento. Guardava il buio sfrecciare di fianco al vagone cercando di ignorare una signora anziana che, in piedi vicino alla porta, lo guardava con un’espressione di eloquente disappunto. Pareva dire: “Che maleducato! Non mi chiede nemmeno se voglio sedermi.” C’erano altri due posti liberi, ma ad entrambi c’era seduto a fianco un extracomunitario. “Se vuoi appoggiare le chiappe, adeguati al mondo che cambia vecchia razzista.” Pensò Riccardo.

Erano due giorni che non sentiva Lidia. Anzi, il giorno prima l’aveva cercata al telefono, ma lei gli aveva detto: “Sto scoprendo cose interessanti, ma devo approfondirle e cercare fonti che le confermino, altrimenti non riuscirò mai a convincerti. È tutto così pazzesco! Ma ora non te ne parlo, ti richiamo io quando ho finito.” e da allora non si erano più sentiti. Riccardo sperava di incontrarla in facoltà, ma non ci faceva troppo affidamento: se Lidia avesse avuto intenzione di vederlo gliel'avrebbe detto.

Le porte si aprirono con uno sbuffo violento e la gente cominciò a scendere spingendosi nervosamente. Era la fermata dell’università.

Riccardo si alzò e la vecchietta si precipitò per occupare il posto lasciato libero, ma una ragazza incinta si sedette poco prima che la donna raggiungesse la sedia. La porta si richiuse e la metropolitana si portò via la signora frustrata e i suoi problemi di parcheggio.

Il ragazzo seguiva il flusso di studenti chiassosi che ciondolavano verso l’uscita, quando qualcosa l’afferrò per lo zainetto mezzo vuoto e lo tirò verso la porta del bagno; il ragazzo cercò di voltarsi, ma ricevette uno strattone più violento e cadde sulle natiche all’interno della toilette per gli uomini. Davanti a lui stava un uomo che aveva tutto l’aspetto di un barbone, con vestiti lerci, barba e capelli scompigliati e luridi, viso secco e scavato. Non sarebbe stato molto spaventoso, se non fosse stato per una lama di quindici centimetri che gli spuntava dalla mano destra.

Riccardo mise una mano avanti e si alzò lentamente mentre sentiva che delle gocce di sudore cominciavano a radunarsi sulla pelle fredda.

«Calma, calma! Ho solo tredici euro, ma se vuoi te li do.»

«Svuota le tasche!» fece l’uomo nervosamente.

«Sì, sì, ecco. Vedi? Un fazzoletto, il biglietto della metrò, le chiavi di casa. Non ho nulla.» disse Riccardo cercando di stare tranquillo mentre appoggiava il contenuto delle sue tasche sul lavandino al suo fianco.

«Dammi lo zaino!»

Riccardo ubbidì e l’aggressore lo svuotò a terra; si assicurò che fosse vuoto e frugò i fogli e i libri caduti fuori. Poi si alzò con un’espressione rabbiosa. Si avvicinò al ragazzo e gli puntò il coltello contro l’addome.

«Buono, buono, buono! Non faccio niente, non faccio niente!» disse in fretta Riccardo che sentiva di trovarsi nel posto giusto per quello che ora gli scappava.

«Tira fuori il biglietto!»

«Qua… quale biglietto? Ho questo, ma è usato.» disse Riccardo impaurito mostrando il biglietto della metropolitana.

«Voglio il biglietto dell’avvocato!»

«Il biglietto… di Spicciaroli? Come fai a…»

«Dammelo o ti apro!»

«Non ce l’ho qui, lo giuro!»

La porta del bagno sbatté e un uomo comparve sulla soglia. Riccardo lo riconobbe con grande sollievo: Luigi Dardelli.

«Che sta succedendo qui?! Riccardo, stai bene?»

L’uomo armato diede una spinta a Luigi che, colto di sorpresa, lo lasciò fuggire. Il vagabondo ci mise un istante a svoltare dietro un angolo e roli? Non ce l''lla metro? Ho questo, ma è usato.»

disse in fretta Riccardo che sentiva di trovarsi nel post a dileguarsi nel dedalo di scale e corridoi della fermata della metropolitana. Luigi si avvicinò a Riccardo e gli diede una rapida occhiata per scovare eventuali ferite.

«Stai bene?»

«Sì, sì. Tutto a posto, non m’ha fatto niente.» disse il ragazzo cominciando a raccogliere la sua roba.

«Ti ha derubato?»

«No, non ha preso nulla.»

Lasciarono in fretta quel luogo maleodorante e Luigi accompagnò Riccardo all’aria aperta. Il ragazzo era ancora pallido e tremolante.

«Che fortuna che io sia stato qui. Vi ho visti da lontano e sono corso. Davvero non t’ha preso nulla? L’ho sentito gridare qualcosa a proposito di un biglietto. Gli servivano i soldi per la metropolitana?»

«No, si riferiva a un altro biglietto. In effetti mi ha stupito molto che volesse proprio quello.» disse Riccardo ancora troppo turbato per fare attenzione a quello che diceva.

«Quello che? Di che cosa parli?»

«Quasi una settimana fa un tizio, un avvocato, mi ha mandato un vecchio foglietto. Beh, mi ha chiesto proprio quello.» Non andava di raccontare l’intera vicenda a Luigi, quindi tagliò corto sulla vera natura del biglietto di Spicciaroli.

«Un avvocato ti ha mandato un foglietto? Che foglietto? Una convocazione in tribunale?»

«No no, un vecchio foglietto senza valore. Forse c’entra qualcosa con la massoneria.» disse il ragazzo con sufficienza. Sperava di giustificare tutto con quella scusa, ma Luigi parve allarmato, sì fermò e lo afferrò per le spalle.

«Riccardo, sei nei guai! Se c’entra la massoneria sei in pericolo. È gente pericolosa. Ho delle amicizie in polizia, posso chiedere se loro sanno qualcosa, o magari posso chiedere di indagare. A volte tengono d’occhio certi individui. Se mi dai il tuo numero ti farò sapere qualcosa questa sera, intanto sta’ attento.»


Riccardo non entrò in aula, ma deviò verso la macchinetta del caffè. Inserì i centesimi e scelse un caffè macchiato con molto zucchero. Appoggiò lo zainetto vicino alla panca di metallo che stava al fianco del distributore e si appoggiò al davanzale della finestra osservando il cielo nuvoloso che prometteva un po’ di fresco.

Si sentiva stupido. Avevano scoperto che il biglietto conteneva realmente un messaggio criptato risalente a quasi cent’anni prima. Dopo quel foglietto due persone erano morte casualmente prima di riuscire a parlargli. Doveva pensarci da solo che poteva essere pericoloso. Ora che Lidia aveva il biglietto correva chissà che rischi per colpa sua.

Buttò il bicchiere di plastica vuoto e guardò il cellulare che segnava “batteria scarica”. Se avesse chiamato Lidia, la conversazione sarebbe durata poco senza far altro che allarmare la ragazza.

«Al diavolo la lezione» disse fra sé «io torno a casa.»


Entrò in cucina che quasi tutto il pomeriggio se n’era andato. Stella era tornata da poco e lo salutò con aria stanca e affaticata.

«Che vuoi che ti faccia per cena?»

«Quello che vuoi mamma. Tanto non ho molta fame.»

Il cellulare di Riccardo cominciò a suonare e il ragazzo lo attaccò alla corrente perché non si spegnasse. Guardò il display: era un numero non memorizzato in rubrica.

«Pronto?»

«Ciao Riccardo, sono Luigi. Purtroppo ho cattive notizie. Ho saputo che la massoneria ti è molto più vicina di quanto credi. Ti tengono d’occhio. Devi assolutamente sbarazzarti di quel biglietto!»

«Non posso.»

«Riky, non essere testardo, c’è in gioco la tua vita!»

«Lo farei, ma non ce l’ho io ora. L’ho dato a un amica.»

«Cosa? Ma sei impazzito?!»

«Non potevo sapere che era così grave. Ma tu perché credi che siano tanto pericolosi, li conosci?»

«Solo alcuni. Hanno agganci e gente dappertutto. Sei sicuro di poterti fidare di quest’amica?»

«Affiderei la mia vita a Lidia. Non c’è pericolo.»

«Speriamo. Per ora stai attento e guardati le spalle, e dì la stessa cosa a questa Lidia.»

«Ma… Pensi che sia in pericolo?»

«È molto probabile. Ora provo a fare altre telefonate. Ti richiamo.»

Riccardo appoggiò il cellulare sul tavolo con aria smarrita.

«Chi era Riky?» chiese Stella allarmata dall’espressione del figlio.

«Era Dardelli.»

«Chi? Ah, sì, come si chiama… Saverio?»

«No mamma.» disse Riccardo guardando Stella incredulo: era troppo giovane per l’arteriosclerosi «Si chiama Luigi.»

«Ah, già, è vero. Ma che ti ha detto? Perché fai quella faccia?»

«Aspetta mamma. Come fai a non ricordarti il nome di un tuo vecchio amico?»

Stella arricciò il naso e inclinò la testa da un lato socchiudendo gli occhi.

«Cosa? Un vecchio amico? Ma se l’ho visto domenica per la prima volta! Era amico di papà, ma io non lo conoscevo.»

«Ah. Io avevo capito che era legato sia a te che a papà. Me l’aveva detto al funerale, mi ha riconosciuto lui, anche se mi ha chiamato…»

Il ragazzo ammutolì. Si portò una mano alla bocca e si appoggiò al ripiano della cucina per non cadere.

«Oh porca… Che stupido! Sono stato un idiota! Cazzo!»

«Riccardo! Sai che non voglio che dici certe parole!»

Senza degnare la madre di alcuna attenzione il ragazzo staccò il cellulare dalla presa e si diresse verso la porta d’ingresso.

«Mamma, io esco.»

«Dove vai?» chiese Stella seguendo Riccardo nel corridoio. «Perché corri? Che cosa è successo?»

«Niente mamma, mi sono solo ricordato che avevo appuntamento con Lidia: le offro la cena stasera.»

Riccardo corse giù per le scale mentre Stella gli chiedeva in lontananza “Ti sei dichiarato?”. Raggiunse il marciapiede fuori dal portone e chiamò Lidia.

Mentre attendeva la risposta i suoi occhi cominciarono a scrutare irrequieti tutto il circondario alla luce del crepuscolo.

«Riky! Siamo telepatici! Lo sai che stavo giusto per chiamarti? Ho scoper…»

«Zitta e ascolta, non posso dirti nulla al telefono perché non mi sento sicuro e anche perché ho poca batteria. Non fare domande: siamo in pericolo. Specialmente tu. Dobbiamo allontanarci e parlare. Senti, riesci a venire in stazione?»

Lidia rimase qualche istante in silenzio.

«Allora?» fece Riccardo impaziente.

«Sì, scusami. Certo.»

«Bene, vediamoci in stazione tra venti minuti. Ti faccio sapere il binario via messaggio, occhei?»

«Va bene.»

«Ah, senti: usa i mezzi, non la tua auto, che ha già fatto abbastanza danni. E cerca di non farti riconoscere, legati i capelli e metti il cappotto di tuo papà. Non parlare con nessuno. Ci vediamo lì.»

Riccardo chiuse la conversazione e si mise a correre per intercettare l’autobus che stava per ripartire dalla fermata poco distante.


Prima era toccato a Spicciaroli. Diego non era furbo. Nemmeno intelligente. Anzi, se non fosse stato per l’abilità di suo padre e il patrimonio di Rosa non sarebbe stato nessuno.

Per questo non aveva ancora sospettato nulla quando si erano visti l’ultima volta nello studio medico e lui gli aveva dato un flacone di insulina a lunga durata. Conosceva bene la terapia che Spicciaroli seguiva: una puntura di insulina a lento rilascio la sera e una di insulina pronta prima dei pasti. L’insulina a lento rilascio durava ventiquattro ore, fino a quella del giorno successivo, così, la dose, era sempre la stessa, tutti i giorni. Era facile calcolare quando Diego avrebbe usato un nuovo flacone, e l’ultimo che gli aveva procurato non conteneva insulina a lento rilascio. Aveva usato una siringa per perforare il tappo e sostituire il prodotto originale con insulina pronta che sprigionava tutto il suo effetto dopo trenta minuti circa anziché essere rilasciata lentamente nel corso di quindici-venti ore. Il diabete aveva già rovinato la vista dell’avvocato che non poteva accorgersi del forellino sul tappo di plastica azzurro. In questo modo, giovedì sera, Diego si era iniettato una dose di insulina pronta prima di cena. Questo era bastato a mandarlo al Creatore in breve tempo. Sarebbe bastato un po’ di zucchero a salvargli la vita, ma era troppo mal ridotto per accorgersi in tempo degli effetti che il coma ipoglicemico incombente produceva. Era stata una passeggiata: il vecchio si era ucciso da solo. In seguito era bastato andare a trovare Rosa come vecchio amico di Diego per farle le condoglianze e, con la scusa di dare un’occhiata all’armadietto dei suoi medicinali, sostituire il flacone con uno normale.

Per Baiocco era stato diverso: molto più pericoloso, ma più soddisfacente. Ricordava ogni attimo, come se l’avesse inciso nella memoria per gli anni a venire.

Non aveva nemmeno dovuto seguirlo. Gli era bastato informarsi sull’orario delle lezioni e, il giorno dopo la morte di Spicciaroli, era andato all’università e aveva aspettato dentro al bagno più vicino all’aula dove Baiocco doveva tenere il suo corso. Sapeva infatti dell’abitudine maniacale che aveva Francesco di lavarsi le mani ogni dieci o quindici minuti. Era quella la cosa che gli rendeva l’insegnamento una cosa faticosa: durante le lezioni non poteva assentarsi tanto spesso per dedicarsi alla propria igiene. Così era sicuro che Baiocco, prima di entrare nell’aula, avrebbe fatto una capatina in bagno. E così era stato.

Mentre Baiocco si lavava le mani con cura, lui aveva fatto cigolare la porta del wc e si era messo alle sue spalle, sorridendo. Francesco l’aveva riconosciuto e, non essendo poi tanto stupido, aveva capito le sue intenzioni.

«Vuoi farlo proprio qui?» gli aveva chiesto.

Lui non aveva detto nulla. Si era avvicinato con calma e, con un gesto rapido e tranquillo, gli aveva puntato una penna per iniezioni di insulina al collo e aveva iniettato sottopelle il liquido della fiala. Baiocco si era spaventato e lui gli aveva mostrato la penna nello specchio dicendogli: «Sai cos’è questa Francesco? Una penna per l’insulina. Come quelle che usava Diego. Vedi com’è fatta? Ha un ago piccolo piccolo, come il pungiglione di un calabrone.» A quelle parole Baiocco aveva spalancato gli occhi e aveva chiesto in un sussurro:

«Cosa mi hai iniettato?»

«Non insulina, ovviamente. È una sostanza che si usa per curare i reumatismi. Una particolare terapia molto antica che basa la sua efficacia sul veleno d'api. Non ti resta molto, vecchio mio e nessuno chiederà un’autopsia, visto che la causa del decesso pare tanto ovvia.»

Infatti Baiocco aveva cominciato subito a sentire i sintomi: gonfiore, asma, bruciore, capogiro. La paura lo aveva afferrato come un artiglio alla gola.

«Con la dose che ti ho iniettato andrai in shock anafilattico. Ma ho una siringa di adrenalina che potrebbe salvarti la vita. Dimmi dov’è il codice.»

Il professore l’aveva urtato ed era corso fuori, probabilmente per cercare aiuto, ma non era servito. Lui era uscito tranquillamente, così com’era entrato, dall’ingresso principale mentre l’ambulanza inchiodava nel piazzale.

Certo, Luigi Dardelli aveva fatto alcuni errori. Primo fra tutti eliminare Spicciaroli e Baiocco senza prima essere sicuro di dove fosse finito il codice. Ma aveva rimediato raggirando Riccardo Costa. L’aveva seguito e aveva scoperto dove abitava. Aveva aspettato che uscisse e aveva incontrato Stella. La cosa che Dardelli apprezzava di più delle famiglie per bene era la loro prevedibilità: era stato un giochetto divertente far credere a Stella che lui e il suo defunto marito avevano fatto insieme il liceo. Aveva rievocato finti ricordi su insegnanti e stupide vicende scolastiche finché non era stata la donna a nominare il marito defunto, e allora anche Luigi aveva saputo il nome di quel fantasma che ora lo aiutava ad intrufolarsi nella sua famiglia.

Era sicuro che il codice fosse nelle mani di Riccardo perché Baiocco l’aveva convinto a fare la tesi su D’Annunzio e, ovviamente, perché l’aveva visto fuori dalla villa di Spicciaroli.

L’idea degli altri di far perquisire l’appartamento dei proprietari dell’auto dalla polizia era stata una cantonata, e Luigi ne era stato molto felice. Quell’irruzione non era la modalità di intervento che lui preferiva e, dopo quella stupidaggine aveva avuto carta bianca.

Quindi aveva pagato uno straccione perché recitasse quella scenetta in cui lui salvava il giovane Riccardo da un massone travestito da barbone che voleva riprendersi il codice. Quale modo migliore per parlare apertamente del biglietto con Riccardo? Gli era bastato aspettare qualche ora, chiamare il ragazzo e mettergli un po’ di fifa per sapere con esattezza dove si trovava ora il codice.

Dardelli si trovava appoggiato ad un furgoncino blu scuro di fronte a casa di Lidia Ferranti, in attesa. Alla fine quello che voleva c’era finito davvero in quella casa, ma lui l’avrebbe preso a modo suo, non certo con tutto il trambusto con cui erano voluti intervenire i suoi fratelli.

Si levò gli occhiali, pulì le lenti col bordo della polo e se li accomodò sul naso. Per quanto ancora l’avrebbe fatto aspettare la ragazza?



CAPITOLO 6.





Ormai era buio, ma non tardi. C’era ancora tanta gente in stazione. Troppa gente secondo Riccardo che ora non si fidava più di nessuno.

Aspettava Lidia al binario quattro. Allo stesso binario aspettava anche un treno che li avrebbe portati a sessanta chilometri da lì, in campagna dalla nonna di Riccardo. Lidia era in ritardo. Il vociare delle persone lo infastidiva come le urla di un branco di scimmie, e in più temeva che tra tutti quei passanti si nascondessero ladri e assassini. Il treno arrivò con dieci minuti di ritardo. Riccardo cominciò a respirare in maniera affannata mentre i secondi passavano avvicinando il momento in cui il treno, che nel suo piano doveva portarli in salvo, sarebbe ripartito.

Con estremo sollievo vide Lidia in lontananza correre tra i passanti per raggiungerlo. Indossava un cappotto scuro da uomo, un berretto con visiera e aveva tra le mani un sottile plico di fogli bianchi.

Il capotreno fischiò.

«Muoviti che lo perdiamo!»

Riccardo si avvicinò alle porte, intercettò la ragazza in corsa, l’aiutò a salire e la seguì su per le scalette.

Lidia ansimava mentre Riccardo sentiva la testa pulsargli e le gambe formicolargli per l’effetto di troppa adrenalina.

Si spostarono nel vagone osservando la città rimanere indietro mentre il treno cominciava a galleggiare sulle sue ruote di metallo. Non erano vagoni suddivisi da scompartimenti, ma fortunatamente non c’era quasi nessuno, solo una signora che stringeva forte la borsa e, due posti più in là, due senegalesi stanchi e tristi.

Lidia prese posto vicino al finestrino e Riccardo si sedette di fronte a lei.

«Stai bene conciata così.» scherzò il ragazzo per rompere il silenzio impaurito che era calato su di loro.

«Grazie. Lo dirò a mio padre. Il berretto invece è di mio fratello.» disse Lidia levandosi il copricapo e facendo sventolare una coda alta.

«Ora mi dici da che scappiamo? E perché lo stiamo facendo in treno, per giunta?»

«Ho controllato che una persona che conosco non salisse, così ora siamo sicuri di non essere seguiti. Andremo a stare da mia nonna per qualche giorno, l’ho già avvisata. Credo che siamo in pericolo, ma ti dirò nel dettaglio più tardi. Per ora siamo al sicuro. Dimmi tu. Che hai trovato»

Lidia si alzò in piedi, si levò il cappotto e lo lanciò sul sedile a fianco.

«Un sacco di roba. Non so da dove cominciare; mi sono portata degli appunti.» la ragazza si riaccomodò sul sedile, accavallò le gambe e prese dei fogli da una tasca del cappotto. «Innanzitutto D’Annunzio era massone.»

«Ancora massoneria. Ma sei sicura?»

«Sí, ho trovato delle liste di massoni famosi in vari siti. Tra queste c’è una lista del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, la loggia che ha sempre vantato più iscritti nel nostro Paese. È un documento affidabile. Comunque, partendo dalla lettera che ho trovato e dal nome di Badoglio, ho seguito una pista che mi ha portato più indietro dell’Impresa di Fiume.»

«Cioè?»

«La dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio conosciuta come la battaglia di Caporetto: ottobre 1917. Ho trovato un sito che spiega nel dettaglio gli errori commessi dal fronte italiano, ma, a dire la verità, non c’ho capito niente.»

«Sí, ma che c’entra?»

«Secondo me c’entra. Sai che la battaglia di Caporetto è famosa, no? Sinonimo di disastro.»

«Sí, arriva al dunque.»

«Con calma Ciccio! Sono due giorni che mi documento, non te la caverai in cinque minuti. Dicevo: in molti danno la colpa a Cadorna, il generale a capo di tutto. Secondo quello che ho letto, lui ha avuto grande responsabilità, ma colpe più gravi le hanno avute alcuni suoi generali, sopratutto: Capello, Montuori e Badoglio. Non chiedermi cos’hanno fatto di preciso, ma pare che Badoglio abbia addirittura disobbedito a Cadorna in modo così stupido e sfacciato da indurre alcuni storici a pensare ad un tradimento.»

«Quel Badoglio? Dai, non ci credo.»

«È vero! Ho letto che La Commissione d’Inchiesta ufficiale nominata per indagare sulle causa della sconfitta ha trovato tra i principali responsabili proprio Badoglio. E non solo: ha ipotizzato una sorta di patto segreto tra Badoglio e i suoi superiori, Capello e Montuori, affermando che era impossibile che non fossero a conoscenza di quello che stava facendo il loro sottoposto. E, reggiti forte, tutti e tre erano massoni! Almeno, di Badoglio tutti lo pensano, anche se non è un fatto documentato.»

«Wow…»

«Ma non è finita, perché, nonostante questo, la Commissione scagionò del tutto Badoglio e dal rapporto che aveva redatto precedentemente, sparirono improvvisamente ben tredici pagine che parlavano di lui. E, se ciò non bastasse: tieni.»

Lidia sfogliò le pagine sciolte che teneva ancora in mano, ne scelse una e l’allungò a Riccardo.

«Cos’è?»

«Non potevo ricordarmi tutto parola per parola, così l’ho stampata: è una dichiarazione di Cadorna.»


Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime (...) Qui c'entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito. E mi pare che basti per ora!".


«Ma mi hai appena detto che Badoglio non era l’unico ad essere massone, perché lui sarebbe stato graziato e gli altri no?»

«Forse solo perché lui si era limitato a eseguire degli ordini, oppure aveva minacciato di dire tutto se non fosse stato scagionato. O, più probabilmente, perché serviva a qualche altro scopo, ma questo non posso saperlo.»

«Va bene, mi stai dicendo che la disfatta di Caporetto è stata una macchinazione massonica, e posso anche fingere di crederci, ma tutto questo per cosa?»

«Ho letto che Cadorna non andava d’accordo né con i politici del tempo, né con i suoi ufficiali. Dopo Caporetto Cadorna è stato sostituito da… prova a indovinare?»

«Armando Diaz, lo so. E allora?»

«Diaz era un altro massone. Ma non è questo il punto saliente, perché assieme a Cadorna anche il capo del governo italiano di allora, Paolo Boselli, è stato costretto a dimettersi. Chi ha preso il suo posto cinque giorni dopo?»

«Questa non la so.»

«Vittorio Emanuele Orlando.»

«Altro massone?»

«Esatto!»

«Ma sono tutti massoni in questo Paese?»

«Mica solo in Italia! Sai chi altri lo era? Freud. Ed era pure cocainomane.»

Le ruote del treno fischiarono annunciando la prima sosta. Alcune persone salirono e un paio passarono vicino ai ragazzi che rimasero in silenzio per non attirare l’attenzione. Il treno rimase fermo solo un paio di minuti nella piccola stazione, poi ripartì allegro per le campagne che la luna notturna tingeva di blu scuro.

«Va bene Lidia, tutto questo è molto interessante e un po’ allucinante, ma cosa c’entra con D’Annunzio?» riprese Riccardo appena si sentì tranquillo.

«D’Annunzio è la fine della catena, lasciami andare avanti. Allora: dopo tutto ‘sto casino le cose tornano a posto e Diaz diventa un grande condottiero. La guerra finisce e i vincitori si spartiscono i territori.»

«Alla Conferenza di pace di Parigi.»

«Bravo. L’Italia non era soddisfatta della vittoria. Per Italia intendo il popolo, perché Orlando invece si dichiara soddisfatto eccome. Poi, durante la conferenza chiede che Fiume venga annessa all’Italia e il suo ministro degli esteri, Sonnino, anche lui massone, punta i piedi per avere anche la Dalmazia. Certi dettagli li conosci, no?»

«… più o meno.» la storia recente non era mai stata la passione di Riccardo.

«Insomma non si mettono d’accordo; si dimostrano testardi e così non ottengono né l’uno né l’altro territorio. Anche perché Orlando, da bravo rappresentante, sai che fa?»

«Racconta una barzelletta?»

«Visto che il presidente americano Wilson, massone lui pure, gli chiede se veramente sa interpretare la volontà del suo popolo, Orlando si offende e se ne va per tornare solo undici giorni dopo. Sicché la trattativa è andata avanti per due settimane senza l’Italia. Secondo me si è trattato di un escamotage per lasciare il popolo insoddisfatto e incazzato.»

«No, ora non ti sto più seguendo. Scusa, ma perché mai?»

«Mi spieghi perché ti sei iscritto a lettere? Che succede in Italia dopo la fine della guerra?»

«Ne succedono molte di cose...»

«Qualcosa che c’entra col vate della tua tesi.»

«Ti riferisci alla vittoria mutilata?»

«Esatto! Ed ecco il tuo D’Annunzio che sbraita perché l’Italia non ha ottenuto Fiume, ancora di più dopo la Conferenza del ’19. E naturalmente il buon Gabriele è un massone di prim’ordine.»

«Sì, ma ancora mi sfugge cosa c’entra tutto questo con Caporetto?»

«Caporetto è servita a mettere i massoni al posto giusto nel momento giusto. Non sarà l’ultima volta che provocano problemi per far cadere i governi che non sono d’accordo con loro. Buttano giù il Boselli di turno e prendono il suo posto per orchestrare le cose a loro piacimento. A Fiume è successa la stessa cosa, ma andiamo con ordine e occhio alle date: il 23 giugno del 1919 Orlando dà volontariamente le dimissioni lasciando il posto a Nitti. Il 12 settembre dello stesso anno, tre mesi e mezzo dopo, D’Annunzio prende possesso di Fiume, grosso smacco per il governo italiano che vede il poeta sostituirsi a lui e riprendere ciò che spetta all’Italia con un’iniziativa personale.»

«Così mette in cattiva luce Nitti. Ma a che serviva se c’era già Orlando al governo? Cioè, perché far salire Nitti per poi farlo ricadere?»

Lidia sbuffò e sorrise sollevando un sopracciglio.

«Non è così semplice Riky.»

«Mi sta venendo mal di testa.» disse il ragazzo massaggiandosi le tempie con le dita.

«Lo scopo della massoneria è il nodo gordiano della vicenda. Appena l’ho intuito ho indirizzato lì le mie ricerche e ho scoperto che il “capo” della massoneria in quell’anno era Ernesto Nathan, ex sindaco di Roma succeduto nel 1917 allo scultore Ettore Ferrari come Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.»

«E credi che io riesca a capire di che cosa parli?»

«Era la principale loggia massonica di quel periodo che derivava da quella francese, esportata in Europa grazie alle peripezie di Napoleone. Ce n’era un’altra che si era distaccata dalla prima nel 1910, ma il Grande Oriente d’Italia, subendo l’influenza francese, era di convinto stampo repubblicano e anticlericale, inoltre lo era lo stesso Ernesto Nathan. Ettore Ferrari, suo predecessore, era per un massiccio intervento della massoneria nella vita pubblica, l’ha dichiarato lui stesso nel suo discorso d’insediamento, e Nathan non lo ha tradito rimanendo convinto della necessità di intervenire nella cosa pubblica.»

«Come fai a saperlo?»

«Comprati un router! È tutto in internet! Ora non m’interrompere più che perdo il filo! Dove ero arrivata?»

«Grande Oriente d’Italia filo repubblicano e anticlericale.»

«Giusto! Anche D’Annunzio faceva parte di quella loggia. Sostanzialmente quello che volevano i massoni che trafficavano in quel periodo, secondo me, era trasformare l’Italia in una repubblica. Per farlo dovevano portare profondi cambiamenti nello stato e Mussolini si era rivelato un rivoluzionario riformista anticlericale, perfetto per la massoneria.»

«Non hanno fatto bene i loro conti, visto che la repubblica è nata solo nel 1946.»

«Certo, Mussolini ha tradito anche loro, tanto per cambiare. Ma c’è chi sostiene che anche la costituzione della Repubblica Italiana sia merito della massoneria.»

«Dai Lidia, non esagerare, è stato votato un referendum.»

«A seguito di una guerra civile. A scatenarla è stato il caos dell’armistizio dichiarato nel ‘43 da chi?»

«Ah, già: Badoglio.»

«Ancora lui. A quel tempo era subentrato a Mussolini. Ma non divaghiamo. Nel settembre del 1919, abbiamo detto, D’Annunzio invade Fiume e comincia a mettere in imbarazzo Nitti. Ma a Milano il 23 marzo era successa un’altra cosa: erano nati i Fasci italiani di combattimento. Mussolini allora prometteva riforme progressiste meravigliose e, soprattutto, si proponeva come unica alternativa ad una rivoluzione comunista in stile russo, e pareva essere anche repubblicano, per un certo periodo. Insomma, Mussolini indossava la maschera che più gli era utile ed era sempre pronto a cambiarla.»

«Forse per questo Pirandello aderì al fascismo: aveva notato una certa affinità tra i comportamenti del duce e le tematiche delle sue opere.»

«Sì… carina. Comunque la massoneria ci cascò e gli diede appoggio.»

«La massoneria a Mussolini? Ma non è stato il fascismo a perseguitarla di più?»

«Allora qualcosa la sai anche tu! Sono diventati nemici in seguito, quando Mussolini ha stretto accordi con la Chiesa e tradito tutte le promesse fatte ai massoni, temendoli per la loro forza. Se non ci credi ti basti sapere che Il Popolo d’Italia, il giornale di stampo interventista di Mussolini, era stato sovvenzionato da alcuni industriali francesi, massoni, attraverso l’allora direttore del Resto del Carlino Filippo Naldi, stramassone. E tutti sanno che D’Annunzio ha sostenuto Mussolini, specialmente all’inizio. Infatti è a lui che scrive le lettere da Fiume.»

«Cioè staresti dicendo che Caporetto è legata a Fiume, e che entrambe le cose sono state organizzate dalla massoneria per portare al potere Mussolini?»

«È quello che penso. Dopotutto chi è che si è avvantaggiato maggiormente dall’Impresa di Fiume e da tutto quel fanatismo militareggiante se non il fascismo? Naturalmente questa volta la massoneria è stata fregata a sua volta dal pelatone, ma questo ormai non c’entra più. Non è eccitante?»

«Faccio un po’ di fatica a credere che tutto questo sia vero. Se non fosse per il biglietto…»

«Appunto il biglietto! Sai qual è la ciliegina sulla torta? Indovina chi era il Commissario straordinario per la Venezia-Giulia incaricato dal governo Nitti per trattare con D’Annunzio il ritiro da Fiume.»

«Mussolini?»

«Non fare il deficiente! Pietro Badoglio.»

«Ancora lui.»

«Esatto. E ora arriviamo alla fine della storia. Ho dovuto fare le pulci a tutta l’Impresa di Fiume, ma alla fine ho capito che cosa ha scritto D’Annunzio nel messaggio segreto. Lui ha scritto la lettera il 16 settembre e, secondo wikipedia, è stata pubblicata il 20. Secondo me ne ha ricevuta una anche Ernesto Nathan che ne ha decifrato il contenuto, e cioè: “Badoglio ha ben concluso”, che sta a dire: Badoglio ha fatto bene il suo dovere e ora ha finito. Bene, sai che succede il 25 di settembre? Quindi parliamo di cinque giorni dopo la pubblicazione della lettera con la dovuta censura.»

«Ho capito Lidia, arriva al dunque, su!»

«Il 25 settembre, i bersaglieri inviati dal governo per assediare Fiume, disertano e si uniscono a D’Annunzio. Questo dà la scusa a Badoglio per rassegnare le proprie dimissioni, ma probabilmente Nitti mangia la foglia e le respinge. Fatto sta che Badoglio, dopo aver finto di voler riprendere Fiume senza riuscirci, prova a dimettersi come ha scritto D’Annunzio. Capisci? Badoglio ha ben concluso! Certo, ha fatto sì che l’opinione pubblica credesse che il governo aveva fatto il possibile per riprendere Fiume facendo fare a Nitti la figura dell’idiota. E fatto questo cercò di dimettersi: avevano ricevuto il biglietto!»

«Fantastico! Combacia perfettamente. Sei stata grande Lilli!»

«Grazie, lo so. Ora capisci cosa ti ha spedito Spicciaroli? La prova storica e concreta degli intrighi massonici che stanno dietro Caporetto e Fiume. Queste sono solo illazioni, ma con questo brandello di pagina di cent’anni fa, tutto può essere provato.»

Lidia tirò fuori da una tasca il foglietto col codice e lo passò a Riccardo che lo prese senza dire nulla e si fermò a fissarlo.

«Ed è per questo che Spicciaroli e Baiocco sono morti.»

«Mah, questo non lo sappiamo. La mia amica è convinta che anche la morte di Spicciaroli sia accidentale. Anche se non esclude che uno che abbia conosciuto perfettamente lo stato medico di Spicciaroli e abbia conoscenze mediche abbia potuto organizzare una cosa del genere. In pratica come per Baiocco.»

«Ed è stato esattamente così. Penso di aver capito chi è stato. Al funerale di Baiocco un tale, Luigi Dardelli, si è finto amico dei miei e mi ha chiamato Nicola. Solo ora lo capisco: ha solo finto di sbagliarsi. La sera che è morto Spicciaroli noi siamo andati a casa sua con la tua macchina. Io credo che il biglietto fosse di Baiocco, e che sia stato lui a decidere di farmi avere la chiave. Lo penso anche perché mi ha detto lui di fare la tesi su D’Annunzio, credo per mettermi sulla pista giusta. Deve aver detto a Spicciaroli di mandarmi il biglietto perché loro non erano più sicuri: probabilmente temevano quello che poi è successo. La sera in cui Spicciaroli è morto i massoni stavano sorvegliando casa sua e così hanno preso la tua targa e hanno indagato sulla tua famiglia. Per questo poi ti sono entrati in casa per frugarla da cima a fondo: credevano che anch’io facessi parte della tua famiglia. Io ero troppo giovane per essere tuo padre, così, Dardelli, ha pensato che potessi essere tuo fratello e mi ha chiamato Nicola sperando di azzeccarci.»

«Oh mio Dio… Ora manca solo che questo tizio sia un dottore e…»

«Lo è, se la sindrome di Gilbert ha qualcosa a che fare con la medicina. E scommetto che è massone, visto che era al funerale di Baiocco assieme agli altri. Quindi è probabile che avesse in cura entrambi i defunti. Naturalmente è solo un’ipotesi.»

«Ma perché un massone dovrebbe ucciderne altri due?»

«A questo rispondo io Lidia.» disse una voce dal sedile dietro a Riccardo. Luigi comparve nel corridoio alzandosi per andare sedersi nei posti sul lato di fronte al ragazzo.

L’uomo si aggiustò gli occhiali sul naso e sorrise divertito.

«Bel cappotto, anche se devo dire che non ti dona per niente: sei troppo femminile per indossare abiti maschili con disinvoltura.» disse Dardelli guardando il viso spaventato di Lidia, poi si voltò e colse lo stupore di Riccardo: «Scommetto che ti chiedi come ho fatto a salire e a mettermi dietro di voi senza che te ne accorgessi, vero? Sei un principiante Riccardo. Ho notato in stazione ti guardavi attorno, così ho preceduto in auto il treno alla stazione successiva e sono salito immaginando che ormai ti sentissi al sicuro. Ho tenuto le orecchie bene aperte e mi sono avvicinato tranquillamente, visto che Lidia mi vede ora per la prima volta. Dico bene cara?»

Ridacchiò ancora e scosse la testa. Poi applaudì lentamente.

«Bravi ragazzi, devo concedervelo: avete ricostruito ogni cosa quasi alla perfezione. Meglio di Jessica Fletcher, devo ammetterlo. Visto il vostro impegno vi chiarirò gli ultimi dubbi, iniziando da Baiocco e Spicciaroli. Quei due erano pericolosi e fanatici. Loro avevano perso di vista la nostra missione, lo scopo più nobile della libera muratoria: la guida del popolo immaturo. Ormai non facevano che lamentarsi del fatto che la massoneria veniva considerata solamente una specie di club. Con quel codice volevano rendere pubblico quanto avete scoperto per dimostrare il potere e la serietà della loggia del Grande Oriente d’Italia e il suo merito all’interno delle mutazioni storiche. Ma certe cose devono rimanere segrete o, quantomeno, nebulose. Naturalmente non siete i primi a ipotizzare il complotto, ma finché rimangono ipotesi non possono nuocere. Ora quel bigliettino cambia tutto.»

Dardelli indicò il foglio tra le mani di Riccardo e si alzò in piedi.

«Dal canto mio» continuò «credo che l’idea innocua che la massoneria lascia ora passare di se stessa sia un fatto intenzionale. Tutti credono di sapere tutto sulle logge massoniche e credono, in effetti, che non ci sia poi molto da sapere. E questo è un bell’aiuto: nessuno indaga o fa troppe domande. Ma, come dicevo, è solo quello che io credo, ma non mi interessa. Io servo la causa coi miei talenti, non come quei due folli! Baiocco e Spicciaroli si sono giocati tutto a causa di un solo peccato: la vanità è il batacchio che ha battuto l’ultimo rintocco della loro campana funeraria. Tutto per dare lustro alla massoneria. Un sano amore per la confraternita che si è trasformato in un’idea deleteria e folle.»

«E ora perché ci parla così?» chiese Lidia energicamente.

«Come dovrei parlarvi?»

«Perché ci dice tutto questo? Cosa vuole che facciamo?»

Dardelli sorrise e sbuffò divertito.

«Quello che volete. Non rappresentate più alcuna minaccia: senza le prove, tutto quello che potrete dire o fare sarà come soffiare bolle di sapone contro il vento. Anche perché Baiocco e Spicciaroli, come avete detto, sono morti per cause naturali. E non credo che vorrete parlarne a troppa gente, dico bene?»

L’uomo si alzò in piedi e tese la mano verso il ragazzo.

«E ora, se non ti dispiace Riccardo, vorrei il codice.»

Riccardo esitò. Guardò Lidia che l’osservava senza parlare.

«Non essere stupido Costa.» disse Dardelli con tono acido. «Via Parma diciassette, via Montorsi quattro. Fa’ la scelta giusta.» concluse con voce aspra.

Riccardo, sentendo gli indirizzi di casa sua e di Lidia, non ebbe bisogno di riflettere ancora: allungò la mano e lasciò che Luigi gli strappasse via il codice.

«Grazie, ragazzi. Questo lo porterò ai miei fratelli. Penso che lo distruggeranno, ma tra poco non sarà più un mio problema. Arrivederci, e buon lavoro per la tua tesi, Riccardo.»

Dardelli sfoggiò un ultimo sorriso ipocrita e si allontanò attraverso la porta alla fine del vagone. Presto il treno si sarebbe fermato ancora, l’ultima fermata prima di quella dei ragazzi che ora rimanevano in silenzio, riflettendo a modo loro sugli ultimi accadimenti.

Il treno rallentò e fermò la sua corsa sopra una banchina di cemento illuminata da un vecchio lampione solitario. Alla luce tremolante di quella lampada Dardelli li salutò per l’ultima volta e sparì dietro il piccolo fabbricato della stazione.

Fu solo vedendolo sparire che i ragazzi si sentirono di nuovo al sicuro.

«Comunque siamo stati bravi.» disse Lidia terminando ad alta voce un suo pensiero.

«Sì. Peccato aver perso la prova, ma tanto non avrei saputo che farmene. L’avrei mostrata solo a madre, credo. Tanto, chi vuoi che ci creda?»

«E comunque chi se ne frega, no? È stato divertente ed eccitante. Mi dispiace per Baiocco e Spicciaroli, anche se in fondo credo che siano andati a cercarsela. Se almeno fossero stati guidati da sete di giustizia e verità, li ricorderei con maggior stima. E forse mi sentirei in colpa per aver perso il loro codice, ma così no. Hanno cercato di coinvolgerti nei loro capricci senza neanche darti una spiegazione.»

Riccardo sorrise all’amica, convinto che stesse cercando di tirarlo su di morale, poi cambiò discorso.

«Avevi da fare nei prossimi giorni?» chiese.

«Avevo un paio di lezioni… ma penso che potrò anche farne a meno dopo tutto questo.»

«Allora domani ti porto a pescare. Sentirai come cucina il persico mia nonna. Una delizia! Inoltre la campagna in questa stagione è l’ideale per rilassarsi.»

Lidia ridacchiò mentre il treno ripartiva col suo lento mormorio metallico.

«Ottimo! Così avrai anche il tempo di trovarti un nuovo argomento per la tesi. Se vuoi sapere la mia: D’Annunzio non mi è mai piaciuto.»



FINE





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