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Una storia di StefaniaCastella

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Write Here, Write Now.

Tutto vero tranne noi.

Per tutti gli attimi che non cogliemmo.

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8 minuti

Pubblicato il 25 settembre 2018 in Storie d’amore

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"E’ l’ultima volta. Lo sai”.


È l’ultima delle volte in cui dico l’ultima, e alzo lo sguardo dalla strada per ingoiare tutto lo spazio che mi separa dal tuo spazio. È dalla prima volta che ti ho sfiorato la mano per caso, che penso a quanto sia sbagliato restare nella tua mano. Ho detto “mi scusi” e lasciato quel libro al tuo sorriso di scuse. “Se vuole glielo lascio, davo solo un’occhiata” la tua voce profonda scavava un unico solco, profondissimo. C’era tanta gente in quella libreria, di colpo non sembrò più esserci nessuno, tranne noi. Cioè tu, perché io ormai ero scomparsa in un angolo dietro i tuoi occhi.


Hai detto “Un caffè?” e devo aver detto di sì con la testa o con gli occhi prima ancora di dirlo a parole, deve essere per questo che ci trovammo difronte come fossimo nati al tavolino del caffè, e vissuti al tavolino del caffè e invecchiati senza dare al tempo il tempo di scalfire lo sguardo o i pensieri.


Nei gesti che si specchiavano, ritrovavo una strada di casa che portava ad un cuore di cui non sapevo niente.


“Che fai? Dove vai? Quanti anni hai?” Le domande che restano sulla punta delle dita.


“Scrivo”


“Che genere?”


“Non saprei dire in verità. Ma di solito muore sempre qualcuno”


“Allora scrivi di vita. Oggi non morirà nessuno”.


Voglio tenere le mani sul tuo viso finché non mi portano via di forza. Voglio restare incollata ai tuoi occhi finché non sarai troppo stanco e allora li chiuderai e io potrò tornare al mio posto.


“Non è un giorno bellissimo perché muoia qualcuno?”


“Si è un giorno bellissimo”.


E c’è un mare che spia, e c’è un cielo che muore dalla voglia di vedere due anime sfinirsi di sogni irrealizzabili. Li vedi? Passanti distratti, spose sognanti che ondeggiano tenendosi i capelli, cercando di vincere il vento. C’è vento, e ci siamo noi. C’è vento e ci sono io, e insieme a me la vita che vivo io, e la tua la vita di rami legati alla quercia che sei. Siamo rimasti a parlare e le scale sembravano morbida piuma, mentre scendeva la luce come coperta, tra i palazzi segnati dal sole che tornava a dormire.


“Tornerai qui?”


“Tornerò qui”


Quanto pesa la notte che non vuoi abitare perché non vuoi scegliere. Braccia e mani, spalle e ginocchia che si conoscono troppo. “Resta a dormire, hai passato la notte sveglia, hai qualcosa da scrivere?”


Si ho qualcosa da scrivere, sono due mesi che faccio gradini a due a due per raggiungere un posto lontano da casa e sentire la scia di un odore che non mi appartiene. E tutto quel tempo, sembra un unico solo momento che ha racchiuso ogni cosa.


Ma oggi, è un giorno importante, il più grande compie gli anni, ci sarà la casa piena di gente. Non posso tardare. Ma ho bisogno di correre via. Fumo nel vuoto, afferro pensieri, decido che questa non è la vita che dovevo accettare, ma l’ho fatto e l’accetto. E intanto il riflesso della mia colpa riflette i pensieri.


“Questa è l’ultima volta. Magari non viene. Magari non c’è. Al solito posto lontano da tutti, se adesso non è qui non tornerò più. Giuro, lo giuro. Ma incrocio le dita”.


-Questa lettera vale per tutte le parole che avrei voluto dirti e non ti ho detto mai. Sei vita che batte, che stringo tra le mani e so che forse dovrei lasciare andare. Ma non posso lasciarti andare, la mia vita, la tua vita, ognuno di noi vivrà la sua ma, non adesso. Adesso è il nostro tempo di restare. E, ti ho detto tutto? Ti ho mai abbracciato abbastanza? Ti ho mai detto quanto veramente sei parte di me?


Ti ho detto ti amo? Te lo dico perché ti resti il segno su un foglio, che ti dica quando poi non ci sarò. Che io ci sarò sempre. E tutte le decisioni che prenderemo? E tutte le strade che percorreremo, e tutte le risate e le felicità? Il dolore la tristezza, Io le vivrò con te. Se tu vuoi io le vivrò con te-.


Mi hai detto “Dopo tutto questo tempo, non so ancora chi sei, e cosa provi per me. Vorrei che me lo dicessi. Vorrei che lo sapessi e se davvero non vuoi, io non tornerò”.


Ed io ti scrivevo per dirti, rimani.




Dimmi che non ci sei, ma ti vedo e ti afferro per tenerti più forte. Cammina con me, a testa bassa basterà guardare ogni passo, e solo i nostri passi.


“Aspettami qui, ci metto un secondo”. Ti slacci dal braccio e mi sento un po' monca, c’è un uomo e una fila di vecchi vinili e libri, e foto ingiallite, ordine sparso su una tavola sbilenca che sa di cose antiche e preziose.


“Signorina, vuole dare un’occhiata?”


“Sono belli, saranno molto costosi... quei libri, che meraviglia…”


“Signorina i libri hanno tanti di quegli anni da ricordare e tante di quelle cose da raccontare da non essere mai abbastanza costosi o preziosi. I dischi anche. Se li sentisse tornerebbe al medesimo momento in cui qualcuno osservava la puntina scivolare, il disco girare, le mani afferrarsi…mi scusi, ma i ricordi a volte pesano. Ma lei non è di qui vero?”

“Io? No, non…” Incespico tra le parole, e cerco il mio uomo che non vedo più.


“Posso dirle una cosa? Sa, io vivo qui da quando avevo… quanto avrò avuto? Trenta, quarant'anni? Vivo la strada, i miei libri, i passanti, ma, posso dirle una cosa? Se una donna mi avesse guardato, come lei ha guardato quell'uomo, io non avrei fatto le scelte che ho fatto. Ma che fa? Arrossisce? non volevo metterla in imbarazzo”.


Lo vedo arrivare, sorride ha una rosa bellissima tra le mani. Guarda l’uomo seduto, sorride.


“Lui è il mio amico Nicola, venditore abusivo di storie antichissime. Ti avrà fatto una testa così di chiacchiere…”

“No, in realtà io, lui… abbiamo solo scambiato poche parole”. Mi inceppo ancora.


“Amico mio, erano giorni che mi chiedevo come mai non ti fermassi un poco da me. Vedo che sei in buona compagnia così ho capito…”

“Oh non hai capito proprio un bel niente, la signora ed io siamo amici di vecchia data.” ma c'era un rosa testimone muta di qualcosa che resta in sospeso.


L’uomo sorride tra la valanga di oggetti e ricordi, abbassa la testa e poi alza lo sguardo dalle lunghe ciglia, gli occhi azzurri si fermano nei miei, non parla eppure mi sembra di sentirne la voce.


“La signora? È sposata?”


“Si, sono sposata, si. Con un altro, cioè non noi due, non con lui”

“Oh ma io non ho insinuato niente, non mi sarei mai permesso”


Cerco di sorridere, gli stringo la mano. “Adesso andiamo magari ci rivediamo” Gli dico.


Mi sorride anche lui.


“Signorina, mi scusi, signora, sa che questa cosa mi fa pensare?”


Siamo distanti, già quasi lontani


“Sa che esistono, esistono ancora i matrimoni riparatori, lo sa? Sa quanti ne vedo? Di cuori che devono aggiustarsi? Uff! Un’infinità. Non esistono mica solo quelli che devono riparare a figli fuori dalle cerimonie sa? Esistono matrimoni che devono riparare cuori che al di fuori si sentirebbero troppo fragili per restare soli. E lei, mi, promette una cosa?”


“Cosa?” Vedo di spalle il mio uomo che avanza, ed io resto in ascolto.


“Mi promette che ci pensa, a questa cosa che le ho detto? Me lo promette, si?”


Mi volto. Non parlo, cammino.


“Signora, lo sa che la vita è un momento?”


Mi fermo, non mi volto. Proseguo.


“Mi scusi è tardi.”


Guardo l’ora, è l’ora di andare, tornare alla vita che aspetta, al mio posto di sempre.


“Se tu mi dicessi, se mi dessi un segno. Se mi facessi capire che cosa rimane di quello che siamo…” Ma io mi perdo nel vento, e penso soltanto che tanto non riesco a dirtelo non riesco. Ma ti ho scritto, ti ho scritto cosa sento…


Cerco la lettera nella mia borsa, tra cose buttate di fretta, non riesco a trovarla, e ora devo lasciare quell'uomo che adesso è un dipinto davanti a quel mare che sembra d’inchiostro su un foglio strappato.


“Tornerai qui?”


Non rispondo. Devo andare. Non posso restare, devo riprendere la strada di casa.


La testa biondina del mio diciassettenne si perde nell'incavo della mia spalla.


Guardo i suoi occhi dal colore più grigio del cielo in tempesta, sorrido, riprendo un respiro tranquillo.


Abbraccio, apparecchio, si allunga una tovaglia di festa e sorprese, e baci e sorrisi. E io sorrido e abbraccio e sparecchio. Resto da sola, mi raggiunge la sua ombra di giovane figlio già grande nei suoi diciassette.


“Grazie mamma”. Mi bacia. “Ti amo tanto mamma, anch'io”.


Guardo tra le sue dita sottili, un foglio piegato e le parole che ho scritto ad un altro, diventano parole per lui. E io divento di colpo la donna che sono. E resto. E non penso.


Resto, penso soltanto che resto. Anzi non penso. Resto.




“Lo sa, che…La vita è un attimo…”




Che forse non sempre cogliamo. Forse.

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