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Una storia di Purpleone

Il villaggio dei corvi

(Un tributo a H.P. Lovercraft)

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8 minuti

Pubblicato il 21 aprile 2020 in Horror

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Mi chiamo Charles D. Wards e arrivai a Credence, Massachusetts, in groppa a uno scarno mulo, con solo i miei vestiti e la valigia degli strumenti.

Ci arrivai nell'autunno del '31, abbandonando la direttrice principale che da Boston sale verso Nord, seguendo le piste poco battute che s'inerpicano lungo queste lande desolate a malapena segnate nelle carte.

Trovai il villaggio per caso, addentrandomi in una solitaria via che era poco più di un sentiero per carri e avendo, per unica compagnia, stormi di cornacchie svolazzanti tra i radi alberi rinsecchiti che punteggiavano le basse colline tutt'intorno.

Le guglie dei primi tetti mi apparvero a pomeriggio inoltrato e, dopo aver superato una sorta di croce annerita e sbilenca posta a confine, percorsi la strada principale sotto gli occhi diffidenti dei pochi passanti, e di quelli che colsi a sbirciare al riparo delle finestre sporche e dagli usci appena accostati. Mi parvero, coi loro antiquati abiti color cenere, controfigure spente di quegli uccellacci che mi ero appena lasciato alle spalle. Un villaggio di corvi, pensai.

Con la spiacevole sensazione di quegli occhi sulla nuca arrivai davanti all'ufficio dello sceriffo, feci per smontare dal mulo ma una voce dall'interno mi fece desistere, intimandomi di restare in sella.

L'autore di quell'imperativo e secco avvertimento apparve poco dopo sul vano della porta. Portava un ampio e sudicio capello nero sulla testa smunta e spigolosa, e sottolineò le sue parole sputando a terra un grumo di saliva scura.

Il più educatamente possibile manifestai la mia intenzione di fermarmi per qualche tempo, e di esercitare la mia professione di medico per guadagnarmi così di che vivere.

Mi fissò per qualche secondo, come rimuginando sulla mia qualifica, poi portò una mano alla barba ispida che a malapena nascondeva le tracce di una vecchia malattia, forse vaiolo o scarlattina, e annuì.

Non diedi molto peso a quel che mi disse dopo ma, col senno di poi, avrei dovuto: "Non ci ammaliamo molto da queste parti, ma un tizio nuovo, dottore o no, ci fa sempre piacere."

Quando gli chiesi se c'era in città un posto dove sistemarmi mi indirizzò, con un cenno del braccio e poche laconiche parole, all'ultima casa sulla strada.

“Se riuscite a darle una sistemata, è vostra”.

Non feci in tempo a ringraziare che mi volse le spalle, sputò un'altra volta e scomparve nella penombra del suo ufficio.

Mentre incitavo il mulo a proseguire, mi accorsi che una decina di spettatori era scesa in strada in ordine sparso, e tutti mi fissavano muti. Dalle loro espressioni non pareva che fossero particolarmente felici o bendisposti nei miei confronti poi, quello che mi stava più vicino, sollevò lentamente un braccio indicando la strada davanti a me.

Un improvviso refolo di vento freddo mi attraversò la schiena, spronai il mulo e seguii l'indicazione.

Il villaggio non era più che una manciata di case divise, a destra e a sinistra, da una polverosa strada e dopo qualche minuto arrivai davanti all'ultima costruzione sulla via. Smontai e, legando il mulo, volsi lo sguardo sconsolato a quello che sarebbe diventato il mio futuro ambulatorio medico. Sono sempre stato di indole ottimistica ma, in questo caso, il confine tra rudere e catapecchia era veramente labile: imposte semi divelte e macchiate di licheni a coprire piccole finestre sghembe, assi della porta incurvate e rotte in basso in più punti, tanto da sembrare una fila di denti cariati e, dulcis in fundo, un tetto che aveva bisogno di più di una riparazione. Fui tentato di rimontare in sella e proseguire, ma non avevo idea di quanto avrei dovuto viaggiare prima di incontrare un altro insediamento e, soprattutto, non avevo nessuna intenzione di fare neanche un altro quarto di miglio in groppa a quel mulo.

Avrei fatto buon viso a cattiva sorte per il tempo necessario a rimpinguare le mie finanze, dopodiché tanti saluti agli inquietanti e poco cordiali cittadini di Credence.

Quanto mi sbagliavo.

Il tempo di permanenza in questo luogo dimenticato da Dio che, non più tardi di un mese fa, reputavo limitato nel tempo, ora sembrava dilatarsi angosciosamente all'infinito. Nel giro di una settimana avevo terminato le essenziali riparazioni della mia abitazione e, anche se c'era ancora molto da fare, potevo iniziare a ricevere i miei futuri pazienti nella stanza all'ingresso che avevo sommariamente trasformato in gabinetto medico. Avevo sistemato un tavolo per poggiare i miei strumenti e una lampada a petrolio lasciata dal precedente proprietario, una decrepita poltrona per le estrazioni dentarie e, accanto alla finestra, un bacile per le necessarie abluzioni precariamente in equilibrio su un trespolo a tre gambe di metallo arrugginito. E fu proprio dopo quella settimana che iniziai a essere tormentato da una sensazione di vago disturbo che non riuscivo a descrivere, fastidiosa quanto il profumo dei fiori avvizziti in una cripta chiusa da tempo.

Lo schivo e sospettoso comportamento dei paesani non pareva essersi in alcun modo affievolito e, nonostante i miei tentativi di socializzare, continuavano a tenermi a distanza. Consumavo, intorno al mezzodì, l'unico pasto della mia giornata nell'antro (è il caso di dirlo) di una sorta di saloon che sembrava non aver visto giorni migliori e, nel poco tempo che dedicavo a un piatto di fagioli e a un sandwich, ero quasi vivisezionato dagli sguardi furtivi degli altri pochi avventori, e mai nessuno che mi rivolgesse parola. Il massimo cui potevo aspirare era un fuggevole cenno del capo in risposta ai miei educati saluti. E di pazienti, cosa assai più seccante, neanche l'ombra.

Dall'imbrunire in poi era comunque assai peggio. Dopo il tramonto decine di caprimulgi (che da queste parti chiamano succiacapre) si davano convegno sulle assi del mio tetto e iniziavano il loro angosciante saluto al sole morente, e sempre più spesso nel cuore della notte, mentre mi rigiravo nell'inutile tentativo di prender sonno, mi pareva di udire le note confuse di una nenia lontana. Tentai due o tre volte di decifrarne la provenienza ma, dopo qualche passo fuori dal vano della porta, invariabilmente il lamento cessava. Quando poi riuscivo ad addormentarmi ero tormentato da folli incubi il cui ricordo svaniva immediatamente al mio brusco risveglio ma che mi lasciavano appiccicata una sensazione di angoscia senza fine.

Intanto i giorni passavano e sempre più mi convincevo della veridicità delle parole dello sceriffo riguardo al fatto che la gente, qui, si ammalasse veramente di rado, e neppure l'accidente di un dente cariato o una gamba rotta richiesero mai le mie cure, con grave danno per le mie gia scarse finanze. La speranza di rimpinguare i miei averi in questo villaggio, stava rapidamente andando affievolendosi.

Poi una mattina, non trovai il mulo. Al suo posto, per terra, c'erano la coperta e la cavezza ancora avvolta attorno al palo. A qualche passo di distanza quattro o cinque silenti cittadini mi osservavano muti da sotto la tesa dei loro capelli, immobili sulla strada come cactus. Alla mia richiesta di informazioni girarono i tacchi disperdendosi rapidamente come un volo di uccelli spaventati. Lo sceriffo non fu di maggiore aiuto: si limitò a un'alzata di spalle e a una scaracchiata delle sue.

Rientrai più infuriato che preoccupato.

Mi preoccupai però la mattina dopo quando, aprendo la porta, vidi sulle assi uno strano e infantile disegno che, a uno sguardo più attento e con una certa dose di mio raccapriccio, si rivelò essere tracciato col sangue. A quel punto non mi presi neppure la briga di andare dallo sceriffo. Recuperai rapidamente i miei pochi averi e in neanche un quarto d'ora, gambe in spalla, mi lasciai alle terga quell'angosciante villaggio e tutti i suoi degni abitanti.

Al calar della sera avevo percorso diverse miglia e mi ero allontanato dal villaggio abbastanza da non vedere più neanche il campanile della chiesa. Decisi di trovare un posto adatto per passare la notte e, senza allontanarmi troppo dalla strada, presi possesso di una piccola radura circondata da spogli cespugli spinosi e da una curiosa serie di massi disposti rozzamente in cerchio. Raccolsi qualche vecchio ramo dei tanti sparsi attorno, e approntai rapidamente un fuocherello di tutto rispetto quasi al centro di quel bizzarro anello di pietre. Quel che avvenne dopo è per me ancora avvolto nel mistero. L'ultima cosa che ricordo è il baluginio delle fiamme e il lontano canto dei caprimulgi.

Ora sono qui, nudo, avvolto dal buio più assoluto e da un odore fetido e grasso che toglie il fiato. Il pavimento è in terra battuta, e sono circondato da muri di pietra rozza, gocciolanti umidità e infestati da viscidi e putridi funghi. Tastando con le mani ho trovato una porticina di legno massiccio che neppure i miei colpi più disperati sono riusciti a far vibrare. Nonostante questo, le voci che sembrano venire da là dietro mi arrivano in tutta la loro raccapricciante e folle chiarezza. Il loro ritmo sincopato mi riempie di angoscia e terrore e sono certo che quelle parole innominabili richiamino, adoranti, chissà quali demoni dalle insondabili oscurità dell'universo. Non le ho mai sentite prima, ma la mia anima ne avverte ugualmente il loro osceno potere: " YOG-SOTHOTH AI'F GEB' L-EE'H YOG-SOTHOTH 'NGAH-YOG-SOTHOTH".

Eccoli, stanno venendo per me.

Li sento raschiare alla porta.

Un grido interminabile mi riempie la testa: sono io che urlo.


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