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Una storia di Elena97

La sorpresa

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14 minuti

Pubblicato il 13 novembre 2020 in Thriller/Noir

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L’arrosto si rosolava nel forno. Le verdure sfrigolavano in padella. Il vino era in frigo. Il pane era già affettato e messo in tavola, sulla quale Rebecca aveva steso la meravigliosa tovaglia bianca che sua madre aveva ricamato prima di sposarsi. La donna sfiorò il delicato tessuto con la punta delle dita, e poi le fece scivolare lungo tutto il bordo del tavolo di legno pregiato. Il lusso ormai faceva parte della sua vita da anni, ma ancora non ci si era abituata completamente. Osservò i bicchieri di cristallo, le posate raffinate, il porta tovaglioli intagliato. Era tutto stupendo. A Mike sarebbe piaciuto molto.

Rebecca sorrise pensando a lui. Pensò al suo bell’aspetto, ai suoi capelli morbidi e scuri, ai suoi occhi magnetici. Era stata molto fortunata.

Quella mattina aveva detto a Mike che al suo rientro dal lavoro avrebbe trovato una sorpresa ad attenderlo. Non era solita cucinare, perciò il solo fatto che gli stesse preparando una cena come si deve era già una sorpresa piuttosto grande. Tuttavia, non era finita lì.

Mosse un po’ le verdure nella padella col mestolo di legno, mentre quelle continuavano a sfrigolare, e ripensò alla sua storia con Mike.

Si erano conosciuti a una festa di Natale organizzata dall’azienda dell’ex ragazzo di Rebecca, la quale ci era andata leggermente controvoglia, perché la verità era che le cose tra lei e Thomas già non andavano più molto bene, ma lui aveva insistito perché lo accompagnasse. E così aveva fatto. A volte ancora ripensava a cosa sarebbe accaduto se non ci fosse andata. Non avrebbe conosciuto Mike, oppure alla fine sarebbero riusciti a trovarsi comunque l’un l’altra, in qualche modo?

In ogni caso, quella sera lei era lì e lui anche.

I loro sguardi si erano incontrati da un capo all’altro della sala, addobbata esageratamente con decorazioni verdi, rosse e oro. I suoi occhi l’avevano attirata come un pezzo di carne attira un cane randagio che non tocca cibo da settimane. Nel momento stesso in cui l’aveva visto, l’aveva desiderato. Ma dentro di lei, si era detta che non importava, che presto la festa sarebbe finita e non l’avrebbe mai più rivisto. Problema risolto.

Invece, dopo poco, erano stati presentati. Mike era un collega di Thomas. Non svolgevano la stessa mansione, non condividevano nemmeno lo stesso piano e si vedevano poco, ma questo non era bastato a frenare Thomas – che quella sera sembrava su di giri – dal presentarlo alla sua ragazza. E quello fu il suo più grande errore.

Mike e Rebecca iniziarono una relazione clandestina che durò mesi, finché lei non riuscì più a sopportare il peso di quella doppia vita e confessò tutto a Thomas, che la lasciò. Niente di più, niente di meno.

Non soffrì. Non gliene fregava più niente. L’unica cosa che voleva era stare con Mike.

Dopo pochi mesi, erano già sposati. Rebecca aveva avuto il matrimonio più lussuoso e principesco che si potesse desiderare: Mike veniva da una famiglia agiata e la sua professione gli faceva guadagnare una stipendio niente male. La prima notte di nozze avevano scopato come due matti, fino al mattino.

Per Rebecca, era tutto perfetto: aveva l’amore, aveva la passione, e aveva anche i soldi.

Dopo cinque anni insieme, era ancora tutto perfetto.

Vivevano in una villetta fuori città, circondata dal verde dei campi coltivati. Era un piccolo angolo di paradiso, non troppo lontano dalla città da essere scomodo e non troppo vicino da essere caotico.

Rebecca si avvicinò alla finestra del soggiorno, che dava sul vialetto d’ingresso, e, dopo aver scostato leggermente la tenda di cotone, guardò fuori. Mike ci metteva circa un quarto d’ora per andare e tornare dall’ufficio. Sarebbe arrivato a casa a momenti. Tra poco gli avrebbe dato la sua sorpresa.


Quando sentì le chiavi girare nella serratura, si alzò di scatto dal divano.

«Ciao amore», Rebecca salutò Mike.

Lui entrò in casa, la ventiquattrore in mano, i capelli un po’ scompigliati. Sbuffando chiuse la porta dietro di sé.

«Ciao piccola», disse avvicinandosi a lei e dandole un bacio sulle labbra. «Sono sfinito. Una giornataccia, oggi».

Lei gli sorrise teneramente. «Che è successo?»

Lui le fece un gesto con la mano per dirle di lasciar perdere, allontanandosi verso la camera da letto.

Rebecca si strofinò le mani, un po’ nervosa all’idea della serata che li aspettava.

Quando Mike tornò in soggiorno, si era allentato la cravatta e sbottonato leggermente la camicia. Il suo petto si scorgeva appena dietro il tessuto bianco. Le si avvicinò nuovamente e stavolta la strinse in un abbraccio dolcissimo, che lei ricambiò.

«Allora… Non c’era una bella sorpresa per me stasera?» Sollevò e abbassò le sopracciglia ripetutamente e Rebecca rise.

«Sì, ma devi avere pazienza. Intanto di là c’è una bella cena che ti sta aspettando, il che è già qualcosa».

Rise anche lui.

«Sono contento, ho una fame da lupi», disse, andando in sala da pranzo. Era una di quella sale da pranzo enormi, con un lungo tavolo al centro. Ma Rebecca e Mike non si sedevano mai lontani, ai due capi del tavolo, ma vicini, lui a capo tavola e lei sul posto a fianco, appena oltre l’angolo, così potevano prendersi la mano tra un boccone e l’altro, oppure sfiorarsi le gambe con i piedi, e quasi sempre non riuscivano a finire nemmeno la cena, perché si ritrovavano in camera da letto, oppure sul divano, o anche sul pavimento, a fare l’amore, senza poter resistere.

Rebecca si affacciò in sala, e vide che Mike si era già seduto al suo posto e si era preso una fetta di pane, impaziente di cenare. Così, andò in cucina, tirò fuori l’arrosto dal forno e lo posizionò su un bel piatto da portata dai bordi dorati. Ci adagiò a fianco le verdure e portò il tutto a tavola.

«Et voilà», esclamò.

«Wow, incredibile, la mia piccola incapace ha fatto un’opera d’arte stasera», disse Mike, accarezzandole una coscia.

«Ah-ah», lo schernì lei, sedendosi.

Fece le porzioni e Mike cominciò subito a mangiare.

«Che ne dici?» gli chiese lei, prendendo in mano forchetta e coltello.

Lui alzò il pollice in segno di approvazione, senza smettere di mangiare.

La donna sorrise timidamente. Voleva parlare con lui, prima di dargli la sua sorpresa. Doveva spiegargli, o almeno tentare. Ma la sua bocca improvvisamente si era fatta secca e anche solo deglutire le risultava difficile. Forse, dare spiegazioni non era necessario. Decise di provare a godersi la cena.


«Era tutto delizioso, Rebby».

Mike si avvicinò a sua moglie trascinando la sedia sul pavimento e le accarezzò una guancia. Lei premette il viso sul palmo della sua mano, chiudendo gli occhi.

«D’accordo… Allora, adesso è arrivato il momento tanto atteso», sussurrò, maliziosa.

Lui la guardò eccitato. Chissà cosa immaginava nella sua mente.

«Prima voglio fare un brindisi», disse Rebecca. Si alzò e tornò in cucina.

«Ti aspetto qui, allora?» le gridò lui.

«Sì, non ti muovere, eh? Altrimenti ti rovinerai la sorpresa», gli rispose. Doveva essere sicura che Mike non la seguisse.

Una volta in cucina, si fermò per un attimo al centro della stanza. Le mani le tremavano leggermente. Voleva farlo davvero? Ne era proprio sicura?

Il suo cervello le diceva che forse non era la scelta giusta. Forse, c’era un altro modo. Un modo più civile, più tranquillo. Più sano.

Ma il suo cuore… Il suo cuore batteva all’impazzata e il ritmo di questi battiti risuonava in tutto il suo corpo, come se stesse urlando, e quest’urlo diceva una sola cosa: Fallo! Fallo! Fallo!

Prese due calici dalla credenza. Li appoggiò sul banco della cucina. Tirò fuori dal frigo il vino, la bottiglia sembrava quasi congelata sotto le sue dita calde. La stappò. Versò il liquido rosso nei due bicchieri. Aprì l’ultimo cassetto in basso e tirò fuori una boccetta che aveva cercato di nascondere il più possibile sul fondo. La aprì e versò il cianuro nel bicchiere alla sua destra. Lo fece girare lentamente per mescolare il tutto e aspettò qualche minuto.

Quello a destra. Non sbagliarti.


Forse, senza rendersene conto, aveva lasciato passare un po’ troppo tempo, perché improvvisamente la voce di suo marito dall’altra sala la colpì come se qualcuno le avesse battuto le mani dritto davanti alla faccia.

«Tesoro, va tutto bene lì? Che stai facendo?»

Rebecca emise uno strano verso gutturale, svegliandosi come da un sonno durato cent’anni. Si ricompose e, ancora leggermente tremante, prese in mano i due bicchieri. Si sforzò di sorridere, e tornò in sala da pranzo.

È quello a destra.

«Eccomi», si annunciò.

Pose il bicchiere che stringeva nella mano destra davanti a Mike. Sollevò, invece, quello che teneva nella sinistra.

«A noi?»

Mike le sorrise dolcemente.

Rebecca non avrebbe saputo spiegare il perché lo stesse facendo. Non amava più Mike da un po’, ma nemmeno lo odiava, in realtà. Era solamente stanca di vedersi intorno sempre la stessa faccia: quando si svegliava al mattino, quando lo salutava prima che andasse al lavoro, quando lui rientrava la sera.

Lo vedeva persino quando faceva sesso con Jack, il loro giardiniere, che veniva tre volte alla settimana per prendersi cura dei loro cespugli di rose e di ortensie. Mentre la scopava, vedeva negli occhi di Jack quelli di Mike. E non è che a lei importasse più di tanto della sua relazione con Jack, o di lui in generale. Era una cosa tanto per fare, niente di più.

La verità era che Rebecca non riusciva ad accettare che la cosa più importante della sua vita fosse Mike. All’inizio, era bello. Era bello avere qualcuno a cui dedicarsi, qualcuno da adorare. Ma poi, col tempo, era diventato solamente irritante. Tanto irritante da trasformarsi in estenuante. E alla fine, l’estenuante era diventato insopportabile.

Probabilmente, era solo annoiata. La sua vita girava totalmente intorno a lui. Non aveva nient’altro, e finché lui fosse stato presente, sarebbe stato sempre così.

Era arrivato il momento di finirla.

E Rebecca non vedeva altro modo. O forse, non voleva vedere altro modo.

«A noi», le rispose Mike.

Rebecca bevve un piccolo sorso dal suo bicchiere, impaziente che arrivasse il momento in cui le labbra di Mike avrebbero toccato la scura bevanda. Ma quel contatto tanto atteso non arrivò.

«Non riesco a resistere», disse invece Mike, alzandosi e riappoggiando il calice sul tavolo. Mentre lei spalancava gli occhi per lo stupore – e la rabbia –, Mike le si buttò letteralmente addosso e iniziò a baciarla con passione. Rebecca era talmente delusa che faticò a ricambiare il bacio, ma alla fine decise di concedersi. L’ultimo desiderio di un condannato a morte poteva anche essere soddisfatto.

In meno di un secondo, erano in camera da letto.


Mike aveva la testa appoggiata sul suo petto nudo e la guardava fisso, fumando una sigaretta. Lei ricambiava il suo sguardo, impaziente di tornare in sala da pranzo, ma non a tal punto da voler rovinare quell’ultimo momento di gioia a Mike. Gli sfilò la sigaretta dalle dita e prese una lunga boccata. Poi, gliela restituì e lui la spense nel posacenere sul comodino.

«Sei veramente bellissima», le sussurrò, poi.

Lei sorrise, un po’ stupita. «Be’, grazie», rispose.

«No, dico davvero». Mike si tirò su dalla posizione in cui era e si mise in ginocchio. «Sei molto attraente, moltissimo. Io sono così geloso di te, Rebby».

Rebecca si domandò dove volesse andare a parare.

«Sì, lo so, perché sei un capoccione», esclamò un po’ divertita, arruffandogli i capelli.

Lui le sorrise. Per un solo, breve, secondo.

E poi, improvvisamente le afferrò la faccia in maniera brutale, conficcandole il pollice nella guancia con cattiveria. Rebecca urlò, più per lo stupore che per il dolore.

«Mike! Che fai?»

«Sai che sono geloso. Sai che sono geloso, lo sai» ripeté lui come un disco rotto.

«Mi stai spaventando. Sì, lo so, lo so, ma che c’è?» A Rebecca si inumidirono gli occhi.

«E allora dimmi amore, perché cazzo ti fai scopare dal giardiniere? Eh? Sai darmi una risposta?»

Rebecca si immobilizzò. Tutto dentro di lei si bloccò. Il sangue smise di scorrere, il cuore di battere, il cervello di pensare, i polmoni di respirare. Si sentì spoglia come un albero in pieno inverno, e completamente sola, senza nemmeno la neve a farle compagnia.

Iniziò a piangere.

«C-come… Com’è che lo sai?» chiese, la sua voce quasi impercettibile.

Mike strinse ancora un po’ più forte.

«Lo so perché lo so, e basta. Credi di essere molto furba, ma evidentemente non lo sei abbastanza».

«Ok, ok… Mike… Ti prego, ascoltami». Rebecca tentò di deglutire la saliva, senza molto successo. «Ti prego, scusami… Io… Mi sono sentita sola. Mi sono sentita sola e ho sbagliato. Per favore, cerca di capire».

Mike la lasciò andare, dopo averle spinto la testa e averle fatto sbattere la nuca sul muro retrostante. Scattò in piedi sul letto e cominciò a urlare.

«Capire? Cos’è che dovrei capire? Che sei una puttana?» Le rise in faccia. Era rosso, arrabbiato, Rebecca non l’aveva mai visto così prima d’ora. «Perché quello già lo so. E ho deciso che, semplicemente, non posso accettarlo».

Mike si tuffò verso di lei, mentre la donna piangeva disperata. Le si mise a meno di un centimetro dal volto e le diede un buffetto sulla guancia, con aria sfacciata. «Ho deciso che ti voglio morta».

Mike le mise le mani intorno al collo, e premette con entrambi i pollici sulla sua gola. Rebecca cominciò a rantolare, suoni strozzati le uscirono dalla bocca, le sue braccia si agitavano senza sosta, schiaffeggiò ripetutamente le braccia possenti di Mike senza ottenere alcun risultato. Il suo colorito cominciò a diventare bluastro, mentre gli occhi sembravano iniettati di sangue. La lingua penzolava dalla sua bocca come se volesse scappare. Il suo sguardo di supplica non significava nulla per Mike.

E dentro la propria testa, Rebecca continuava a ripetere la stessa frase, tante volte, all’infinito…

È quello a destra, non sbagliarti.


Non appena Mike mollò la presa, la testa di Rebecca cadde di lato, senza vita. Tutto il suo corpo, in un certo senso, si rilassò, abbandonandosi nell’abbraccio della morte, mentre Mike si rese conto di essere sudato e affaticato come dopo un allenamento in palestra.

Ancora in ginocchio sul letto, buttò la testa all’indietro e respirò lentamente. Non osava guardare in basso. Non voleva rivedere Rebecca così. Era una visione insopportabile. Ma allo stesso tempo non si pentiva di ciò che aveva fatto.

Scese dal letto, continuando a dare le spalle alla sua defunta moglie, e rimase fermo così, in piedi con le gambe leggermente divaricate e i pugni serrati, per qualche minuto. Si disse che non aveva avuto scelta.

Perché lei gli avesse fatto questo, non lo capiva. Lui le aveva dato tutto. E lei ci aveva sputato sopra come se non valesse niente.

«Cazzo, è stata lei a volere me», disse, senza quasi rendersi conto di aver parlato ad alta voce.

È stata lei a volere me…

Mike andò in bagno e si guardò allo specchio. Si vergognò di se stesso non appena scorse la sua immagine riflessa. Le lacrime gli affiorarono dagli occhi e non poté fermarle. Lasciò che gli scorressero sul viso in maniera copiosa, sentendosi un idiota. Sentendosi ridicolo e schifoso.

Pose una mano sul viso di specchio davanti a lui, per coprire la sua immagine che tanto lo disgustava.

Non me ne pento, non me ne pento, non me ne pento…

Come mosso da una forza immateriale, tornò di corsa in camera da letto, quasi aspettandosi di vedere Rebecca in piedi, viva e bellissima, a sorridergli con dolcezza.

Invece, lei era ancora lì, giaceva sul letto e i suoi occhi spalancati erano puntati sul soffitto. Nemmeno lei lo degnava di uno sguardo.

Ora si sentiva incazzato. Incazzato, perché se l’era cercata. Lei se l’era cercata e nessuno avrebbe potuto biasimarlo per quello che aveva fatto.

«Non è colpa mia!» urlò.

Doveva calmarsi. Sentiva di doversi calmare a tutti i costi, per poter ponderare sul da farsi. Doveva cercare di rilassare i nervi.

Tornò in sala da pranzo, si avvicinò al tavolo e cominciò a sorseggiare il vino dal bicchiere che prima Rebecca gli aveva messo davanti.

Quello che Rebecca teneva nella mano destra.


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