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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

“La luce oltre le crepe” / 1

Oralità e Scrittura nella Tradizione Poetica Italiana.

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31 minuti

Pubblicato il 15 ottobre 2020 in Giornalismo

Tags: #Letteratura #Oralit #Psicologia #Sociologia #Terremoto

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“La luce oltre le crepe” / 1

Oralità e Scrittura nella Tradizione Poetica Italiana.

Della memoria e dell’oblio.


«Il corso della vita si svolge, per il popolo, secondo una continua e fitta trama di forme tradizionali che ispirano, determinano e interpretano via via le azioni e le situazioni di cui è intessuta l’esistenza dell’uomo» – scrive Paolo Toschi (1) in apertura di “Il ciclo dell’uomo” nel poi non così lontano 1969, e da allora questa realtà non è mai cambiata, almeno secondo la ‘teoria sociale’ intorno allo sviluppo della persona e della società. Se non che l’uomo è diventato uditore vorace, un insaziabile divoratore di ciò ‘che non ascolta più’, dimenticando finanche di esigere significato e valore da ciò che ascolta e, soprattutto, tralasciando di dare un ‘senso’ a quello che dice.
Per quanto tutto questo sembri irrilevante, al contrario, ‘significato’ e ‘valore’ sono due elementi essenziali, disuguali eppure inseparabili della dialettica correlata alla logica del ragionare (pensare, riflettere, desumere) e dell’argomentare (disputare, dimostrare), corrispettive del linguaggio collettivo e comunitario oggi in uso nel mondo. Sia esso espresso in forma ‘orale’, come enunciazione verbale che s’imprime di significato; sia in quella ‘scritta’, come grafia simbolica diversificata, che non possono essere isolate l’una dall’altra per le medesime circostanze che ne costituiscono la causa, il significato e la ragion d’essere.
Ciò non basta però a giustificare, in un ambito o nell’altro, i tentativi di scoprire, comprendere e interpretare lo strato percettivo e/o cognitivo dell’imprimere ‘senso’ all’uso delle parole (utilità, praticità, relazione, comunicazione); cioè dare un ‘senso compiuto’ (intrinseco e/o estrinseco) a ciò che la connotazione emozionale, nel suo insieme, suggerisce al linguaggio nel formulare una frase e/o all’interno di un dialogare in cui vi siano espliciti impulsi emotivi e sensazioni inerenti (percezioni, sentimenti, affetti), condivisi dalla parola orale e/o scritta.

Una trattazione che, almeno secondo Rudolph Arnheim (2), se per un verso può risultare eccessiva d’interesse per quelli che sono i processi primari della percezione, specifici del ragionare; nell’altro verso, sarebbe fin troppo contenuta, per l’inestricabile ambiguità di cui si compone.
Ma come si sa, la mente ha i suoi labirinti in cui talvolta è difficile districarsi, sebbene per farlo va tenuto conto degli ‘impulsi emozionali’, indispensabili in ogni processo percettivo e/o cognitivo, al fine di dare significato, e quindi ‘senso compiuto’ a ciò che si vuole qui analizzare di precipuo interesse ‘teorico sociale’, che vede impegnate discipline diverse di tipo antropologico e socio-psicologico, volte a riconoscere all’essere umano la ‘prerogativa’ (individualistica) di selezione e scelta che gli compete (libero arbitrio).

Inoltre alla ‘determinazione’ (altruistica) di propendere per la sopravvivenza della specie antropica. Determinazione che l’individuo nel corso dei millenni si è trovato più volte ad affermare con ostinazione e tenacia, principalmente in occasione di calamità come terremoti, maremoti, accadimenti cosmici di diverso genere, tendenti a stravolgere l’equilibrio del proprio habitat naturale.
Quella stessa determinazione che ‘l’antropologia strutturale’ di C. Lévi-Strauss (3) riscontra nelle somiglianze culturali presenti nella struttura del pensiero umano, riconducibili alla dicotomia dell’ ‘agire comunicativo’ quanto dell’ ‘agire strategico’: sia nell’oralità, in quanto prerogativa caratterizzante l’individuo sociale (dialogo, scambio di idee, di conoscenza); sia nella scrittura e/o altra forma espressiva dell’attività collettiva (graffiti, pitture rupestri, tessuti, simboli votivi ecc.), attinente alla creatività umana. Trattasi dunque di pre-requisiti che stando alla ‘teoria del riconoscimento’ di Axel Honneth (4) si rendono necessari per quanti, avendo perduto tutto o quasi (condizione, status, posizione sociale) a causa dell’evento sismico al centro di questa argomentazione, si ritrova nella situazione primordiale del ‘dopo’ che può essere risolto solo con uno sforzo comune: sostituendo al proprio ‘conscio individuale’ l’opportunità dell’ ‘inconscio collettivo’.
Allo stesso modo di quanti altri (individui) che, pur nello smarrimento, cercano di dare un ‘senso’ filosofico e/o teologico alla propria ‘sopravvivenza’, contestualizzata nel ‘perché’ di ogni cosa: dalla ragione per cui la natura si abbatte con violenza contro una popolazione che stenta inerme a comprenderne la portata; alla spiegazione logica di un distacco forzoso da quelli che sono i costrutti (significati e valori) di un’intera ‘esistenza’ individuale che li riscatti
dall’incognita archetipica, avanzata da C. G. Jung (5), propria della ‘transitorietà umana’. Transitorietà che nell’inconscio collettivo sarà al tempo stesso ‘causa’ ed ‘effetto’ di una medesima problematica che spazia dall’avere al dare ‘senso’ alla condizione di ‘precarietà’ che si è venuta a instaurare dopo l’evento sismico da parte dei ‘sopravvissuti’.
È psicologicamente accertato che l’individuo sorpreso dallo ‘spavento’ procurato da un evento imprevisto e imprevedibile, quale per l’appunto un terremoto che ne mette a dura prova la sopravvivenza, in molti casi incombe in una sorta di alterazione psicofisica (mentale, dialettico, verbale), come l’improvviso mutismo, la perdita dell’udito, o anche della memoria. Diversamente, mentre uno stato d’ansia e di timore crescente, presuppone una sorta di ‘angosciosa’ attesa del pericolo che un nuovo evento sismico potrebbe comportare. La ‘paura’ connaturata in ogni individuo che si trovi ad affrontare la privazione dei propri affetti e/o l’incapacità di combattere ciò che lo sovrasta, prende il sopravvento, protraendolo in una fase di disordine invisibile che va dal momentaneo ‘smarrimento’ a quello di possibile senso di ‘abbandono’.
Difformemente, mentre gli effetti dello spavento iniziale riguardano un aspetto problematico che l’individuo psicologico si trova a dover affrontare sul piano (soggettivo) strettamente personale; le conseguenze dell’ ‘angoscia’ e della ‘paura’ da sisma vanno altresì valutate sul piano (oggettivo) specificamente sociale, riguardanti la possibile disgregazione dell’intera comunità d’appartenenza che non va affatto sottovalutata. Poiché, seppure a livello inconscio al momento dell’evento sismico non è recepita immediatamente come ‘paura’, in quanto derivata da causa accidentale; altresì essa influisce sull’equilibrio psicologico autoreferenziale che pone il voler ‘continuare a vivere’ in netto contrasto con l’avvenuta perdita di ‘senso’ del proprio status sociale.
“Non sappiamo – scrive Henry Frankfort (6) – come in passato si provvedesse alla necessità dei singoli di un sostegno soprannaturale alle loro personali esistenze. […] Né di quale peso gli elementi sopra evidenziati, esercitino sul problema della sopravvivenza e del rapporto tra forme culturali di immediata rilevanza. […] Come quella di considerare la sopravvivenza apparente, come un atto creativo completamente originale […] da stimolare nuovi modelli di integrazione. Ed è in questa ‘sopravvivenza come rinascita’ che le forme culturali, benché transeunti, riescono a superare la propria scomparsa.”

Terremoto in EMilia - lavori di scavo notturni.
Terremoto in EMilia - lavori di scavo notturni.

Conseguentemente all’evento sismico, la riaffermazione della ‘tradizione culturale’ (qui intesa come amalgama di tutte le espressioni concernenti) da parte del singolo individuo che si trova a dover riconsiderare se stesso all’interno del proprio nucleo (gruppo, clan, società) di appartenenza, si rende quanto mai necessaria, onde arrestare la progressiva involuzione socio-culturale che il sisma ha causato e che improvvisamente avverte come perdita sostanziale di un patrimonio irrecuperabile che solo il recupero della ‘memoria culturale’ di quanti sono sopravvissuti, può aiutare a ricostituire. Necessita una ferrea volontà interiore (individualistica) per riuscire a trasformare in ‘voglia di vivere’, l’estenuante annientamento psicologico e la perdita d’ogni valore affettivo che pure finora l’aveva sostenuto e che l’individuo stesso ha contribuito a formare, onde per cui, ‘continuare a vivere’ si rivela proporzionale a ‘ricominciare a vivere’ che, per quanto auspicabile sappiamo non è sempre possibile.
In quest’ottica pertanto, si pone in evidenza come il problema dello ‘smarrimento’ (confusione, sconcerto, disorientamento) o dell’ ‘abbandono’ (rinuncia, cessazione di interesse, abdicazione), siano consequenziali dell’incapacità relativa all’individuo di dominare gli eventi (nel caso specifico l’evento sismico che si ripete nel tempo), unita alla inequivocabile percezione di totale dipendenza da essi. Questo spiega in parte la fortissima accentuazione emozionale di quanti si pongono interrogativi sul ‘senso’ del proprio agire in un ambito specifico della propria attività, associata e/o della propria condotta nel suo complesso. Ciò che porta alla ‘precarietà’ cui l’individuo va soggetto, in mancanza di una promessa di prosieguo e di futuro benessere in seno alla comunità, o di effettiva capacità di difesa che lo salvaguardi da eventi successivi, e che invece lo scopre del tutto impreparato ad accettare.
Problematica questa che sarà ripresa più volte in questa trattazione ed esaminata nelle diverse accezioni psicologico-filosofiche e socio-culturali corrispettive, affatto discordanti dall’interesse specifico ‘letterario e poetico’ che qui si vuole investigare. Ci metteremmo fuori strada, rifiutandoci di credere che problematiche del genere, solo perché ci appaiono fortemente sfuggenti dai moduli di una società evoluta: “Nondimeno – scrive ancora H. Frankfort (7) – possano negare ogni problematica lì dove l’incognita della sopravvivenza è particolarmente sentita, sarebbe come dare solo parte di una delucidazione che invece richiede un’eventuale spiegazione plausibile.”

Secondo Alasdair MacIntyre (8): “.. la rete di corretti rapporti di dare e ricevere possono essere instaurate solamente all’interno di comunità nelle quali sia assicurata una partecipazione attiva e motivata e un interscambio tra i vari componenti – che lo compongono – […] perché senza di esse lo scambio utilitaristico e manipolativo viene a soppiantare quel più profondo bisogno di ‘reciproco’ e ‘incondizionato’ che è del riconoscimento tipico del mondo delle persone”.
Sta di fatto che la contrapposizione prospettata fra ‘oralità’ e ‘scrittura’ cui si fa riferimento nel sottotitolo, vuole essere solo una chiave di lettura per un argomentare fluido non privo di una qualche specificità che scorge nella ‘poesia popolare’, sia in vernacolo che in lingua, una radice organica e funzionale che gli è propria, all’interno di un percorso che si annuncia avvincente solo se proiettato a restituire dignità alle ‘strutture portanti’ della tradizione. Così come ai costrutti mentali tipici di un territorio quanto al lessico di una popolazione autoctona (popolo, gente, razza), per la capacità intrinseca, quando suggerita dal ‘senso’, di cancellare dalla cultura ufficiale, troppo spesso detrattiva, quei pregiudizi antiquati e obsoleti che essa stessa ha coniato appellando la ‘poesia popolare’, ora a ‘erudizione povera’, ora a ‘folklore clandestino’. Quasi anch’esse non fossero, in ogni caso, espressioni ‘reali e vitali’ della nostra formazione intellettuale in costante evoluzione e che perciò impone rispetto e implica il dovere di contribuire alla sua conservazione.
Ancor più quando la ‘poesia popolare’ si adopera per eludere mediazioni etnocentriche tendenti a invalidare altre forme erroneamente ritenute ‘inferiori’ come, per esempio, la ‘canzone popolare’ (‘non sono solo canzonette’), non trattata in questa ricerca che, altresì, è da considerarsi alla stregua del linguaggio poetico e popolare dei Bardi e dei Trovieri di un tempo. Per quanto componente non emerita della cultura ufficiale, eccezion fatta per la lirica medioevale, la ‘poesia popolare’, dapprima tipica della ‘oralità’ declamatoria e solo successivamente trasferita nei simboli della ‘scrittura’ e della notazione musicale che pure ci ha accompagnato fin qui, è di fatto un bagaglio secolare prezioso e indispensabile del quale non possiamo e non dobbiamo fare a meno. Ciò in ragione del fatto che la ‘poesia popolare’ ad uso civile e sociale ha permesso e continua a permettere al passato, anche quello più remoto, di essere attiguo al presente. In quanto consente alla memoria di rapportarsi con le vicende contingenti, nel caso specifico del terremoto che ha colpito l’Emilia-Romagna, e di quanti non hanno potuto e non possono dimenticare.

Finale Emilia durante il terremoto.
Finale Emilia durante il terremoto.

Ciò a dimostrazione di un ‘fatto culturale’ persistente negli animi e nel pensiero di quanti sono ‘sopravvissuti’ ad eventi catastrofici precedentemente avvenuti, e che si rinnova ogni qual volta la dinamica sismica prende il sopravvento sul lineare corso degli equilibri naturali. Posto che si tratta di eventi terribili, dei quali la ‘memoria del tempo’ riferisce l’inequivocabile testimonianza d’una caducità irreversibile, a cominciare da quelli di più antica memoria fino a quelli qui di seguito elencati: eruzione dell’Etna (1693); terremoti di Casamicciola d’Ischia (1882), di Messina (1908) con ripercussioni in Sicilia e Calabria, e di Stromboli (1919- 1930); fino alle spaventose tragedie del Vajont (1963) e di Firenze (1966). E, ancora, i terremoti che sconvolsero il Belice (1968), il Friuli (1976), l’Irpinia (1980) e gli ultimi in ordine di tempo che hanno colpito l’Abruzzo (2009) e l’Emilia-Romagna (2012) e il successivo che ha colpito Lazio-Marche e Umbria (2016-2017).
Le cui storie di riferimento, almeno quelle più in là nel tempo, sono pervenute a noi grazie alla narrazione ‘orale’ di Cantastorie di strada e dalla viva voce di Poeti cosiddetti a-braccio di umili origini che le declamavano e/o cantavano nei borghi e per le contrade, apprese, a loro volta, dalla gente che credibilmente le aveva vissute, e per questo ritenute attendibili. Narrazioni per lo più di tipo ‘lirico-poetico’ entrate poi nella ‘tradizione orale’ in forma di carmi e canzoni propedeutiche alla formazione di un’unica inequivocabile cultura popolare nostrana; e che solo successivamente ritroviamo, ingentilite e/o impreziosite nella ‘scrittura’ autorevole di poeti e letterati quali Saba, Pasolini, Leydi, Marini, De Simone, Paolini che hanno dedicato ad argomenti specifici (ivi inclusi terremoti, cataclismi, alluvioni,) alcune ‘pagine’ memorabili che non vanno ignorate.
Da non dimenticare inoltre, l’apporto dei numerosi informatori e ricercatori quali Croce, Rajna, Pitrè, Nigra, Barbi, Bosio, Altamura, Pianta, Carpitella, Bosio, Lo Straniero, Cocchiara, Lombardi-Satriani, Di Nola, De Martino, solo per citarne alcuni, che hanno raccolto documentazioni vocali, narrative, teatrali e musicali che nell’insieme formano il patrimonio culturale più autentico della ‘tradizione poetica italiana’. Se mai l’esistenza di una ‘espressione della ‘poesia popolare’ improntata sugli effetti e le problematiche sociali del ‘terremoto’ fosse ancora dubbia, la pubblicazione oggi di una nuova antologia poetica dedicata, come quella qui presa in esame, rivela una dimensione culturale di ben più ampio respiro, che abbraccia tutta la comunità investita dallo sconvolgimento sismico i cui tragici accadimenti abbiamo noi tutti ‘vissuti in diretta’ attraverso i media televisivi e la carta stampata, con articoli, servizi giornalistici, reportage e commenti che hanno impressionato e coinvolto quanti si sono prodigati negli aiuti con spirito di sacrificio, partecipi della sofferenza e del dolore di chi l’ha vissuto in prima persona.

Copertina del libro.
Copertina del libro.

Cronache di un giorno di insana follia.


Si è qui messi di fronte alla narrazione di autentiche sciagure umane e disastri ambientali di grandi proporzioni che, in egual modo, ha colpito il territorio e la popolazione, inclusivi di tutto quanto si evince dalla prefazione di Giuseppe Pederiali, e nelle note dei due curatori Roberta De Tomi e Luca Giglioli, che si sono prodigati nella raccolta e nella diffusione di un'antologia poetica dal titolo suggestivo: “La luce oltre le crepe”, degna di essere annoverata negli annali letterari in quanto ‘testimonianza partecipe’ di un accadimento realmente avvenuto, come appunto l’evento del terremoto in Emilia-Romagna.

La cui tematica, forse non fondamentale ma ricorrente, riaffiora costante nella ’poesia popolare’ di rilevanza civile e sociale, che restituisce spazio alla ‘voce poetica’ e quindi all’ ‘oralità’ declamatoria, allo stesso modo che alla ‘scrittura’ in quanto mezzo di diffusione mediatica di riferimento, rivolta alla selezione e alla catalogazione dei componimenti raccolti come fatto contingente di una realtà triste e dolorosa.

Va detto inoltre, che la scelta degli interventi critici di seguito riportati, non è stata attuata in ordine di un distinguo delle tematiche affrontate, in ragione di una sola tematica presente: il terremoto che ha colpito le regioni dell’Emilia-Romagna. Così come, per un principio di equità della provenienza degli autori stanziali e immigrati presenti sul territorio, non si è tenuto conto dell’uso linguistico italiano o vernacolare con cui i poeti hanno scelto di esprimersi singolarmente. Come neppure dell’attinenza espressiva al tema, la correttezza o no delle locuzioni, la ridondanza verbale, la complementarietà e/o la supplementarietà del fenomeno poetico con altri fenomeni più illustri. Bensì, si è preferito soffermarsi sulla musicalità intrinseca alle parole, ai ritmi e alle assonanze componenti l’intero nucleo ‘poetico-emozionale’ il solo in grado di legittimare l’abbattimento di ogni barriera linguistica e razziale.
Pur tuttavia una scelta andava fatta più per questioni di contenimento degli spazi critici che non per ragioni qualitative, pertanto va detto che ogni singolo poeta presente nella raccolta, nessuno escluso, contribuendo con impegno a una causa onorevole di per sé giusta, ha dimostrato la propria vicinanza umana, sociale e civile alle popolazioni colpite dall’evento sismico con quanto di più umile e discreto ognuno era in grado di disporre: la propria ‘oralità’ e ‘scrittura’poetica, autentica e amica che spero incontri tra la gente la giusta corrispondenza che merita. Pertanto rivolgo a ognuno di loro, il mio più rispettoso e sentito: ‘grazie’.


La cronaca:


“Terremoto in Emilia” – La Repubblica, Maggio 2012.
«La terra trema tra Modena, Ferrara e Bologna. Lo sciame sismico avvertito in tutto il nord Italia, la scossa più forte, la notte del 20 maggio, fa 7 morti. Oltre quattromila sfollati, danni incalcolabili al patrimonio storico e culturale. A una settimana di distanza un altro forte sisma.»
“Emergenza terremoto in Emilia Romagna” – Il Fatto Quotidiano, Maggio 2012.
«Terremoto nelle province di Ferrara, Modena, Bologna e Reggio Emilia del 20 e 29 maggio 2012. Una nuova scossa di terremoto, di magnitudo 3.6, è stata registrata dalla rete sismica dell’Ingv alle 8.48 tra l’Emilia e la Lombardia ad una profondità di 6,1 chilometri.»
“Altre scosse di terremoto in Emilia” – Corriere della Sera, Maggio 2012.
«La scossa, ben avvertita dalla popolazione, ha avuto per epicentro un’area compresa tra Cavezzo, Concordia, Medolla, Mirandola e San Possidonio, nel Modenese, e Moglia, Quistello, San Giacomo delle Segnate e San Giovanni del Dosso, nel Mantovano. La notte, invece, è trascorsa in maniera relativamente tranquilla in Emilia, dove la terra ha tremato una sola volta, alle 2,16. La scossa, registrata dall’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) a 8.6 km di profondita’, è stata di magnitudo 2.4 con epicentro nel Modenese, in prossimità di Mirandola. Ieri sera tre lievi scosse ravvicinate, alle 23.5, 23.27 e 23,34, di magnitudo tra 2 e 2.3, sono state registate nel Modenese e nel Ferrarese.
Intorno all’1,30 del mattino una scossa di magnitudo 2.4 è stata avvertita in Umbria tra le province di Terni e Perugia; il sisma, a 6.4 km di profondita’, ha avuto epicentro in prossimita’ dei comuni di Giano dell’Umbria (Pg), Massa Martana (Pg) e Acquasparta (Tr).»
“Terremoto in Emilia Romagna” – Brescia Today, Maggio 2012.
«La terra ha tremato giovedì mattina, alle ore 6.32. Una scossa di magnituto 3,9, secondo i dati dell'Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia, ha colpito il distretto sismico del Montefeltro a una profondità di 8,3 km. L'epicentro del sisma tra i comuni di Bagno di Romagna e Verghereto nella procinvia di Forlì-Cesena, , in Appennino. Tra i 10 e i 20 km si trovano Santa Sofia, Sarsina, Casteldelci e Sant'Agata Feltria, in Romagna, e Badia Tedalda, Caprese Michelangelo, Chiusi della Verna e Pieve santo Stefano, nell' Aretino. Secondo quanto riferito dalla Protezione civile, la scossa è stata avvertita dalla popolazione nelle zone più vicine all' epicentro, ma al momento non sono segnalati danni. Altre due scosse, di magnitudo 2.5 e 2.4, sono state poi registrate nella stessa area alle 7.01 e alle 7.13, rispettivamente a 9.6 e 8.6 chilometri di profondità.»
Facebook:http://www.facebook.com/pages/BresciaToday/201440466543150
“Terremoto in Emilia Romagna 20 maggio 2012: 6 morti, 50 feriti”.
«Una scossa di magnitudo 6, forte quasi quanto quella che il 6 aprile 2009 distrusse L'Aquila, ha fatto tremare alle 4.05 il Nord Italia, seminando morte e distruzione. L'Emilia-Romagna la regione più colpita, dove si registrano sei vittime, una cinquantina di feriti lievi e ingenti danni a chiese ed edifici storici. L'epicentro 36 chilometri a nord di Bologna - dove la gente é scesa in strada per la paura, ma non si registrano danni particolari - tra le province di Modena e Ferrara. Finale Emilia, nel Modenese, e Sant'Agostino nel Ferrarese, i centri più colpiti.»
«Emilia Romagna: terremoto 20 maggio 2012, giorni successivi. Quattro vittime sono operai, uccisi dal crollo dei capannoni in cui stavano lavorando proprio a Sant'Agostino: due alla Sant'Agostino Ceramiche, un'altro in una azienda di polistirolo a Ponte Rodoni di Bondeno e un altro ancora alla fonderia Tecopress di Dosso. Quest'ultimo è stato individuato sotto le macerie, ma non è ancora stato recuperato. Le altre due vittime sono una ultracentenaria di Sant'Agostino e una tedesca di 37 anni che si trovava a Bologna per lavoro. Ad uccidere entrambe lo spavento per il forte terremoto, che è stato seguito da due repliche di intensità minore: una di 3.3 alle 5.35 e un'altra di 2.9 alle 5.44. Circa duecento, fino ad ora, gli interventi richiesti ai centralini del 118 tra Modena e Ferrara. Evacuati i 35 pazienti dell'ospedale di Finale Emilia, tra cui una donna incinta, che é stata trasportata al policlinico modenese, mentre all'ospedale di Mirandola i pazienti sono stati fatti uscire dalle camere e sistemati in apposite strutture fuori dall'ospedale.»
«In questo momento la nostra priorità assoluta è che le persone possano passare la notte in condizioni accettabili», ha detto il capo della Protezione civile, prefetto Franco Gabrielli, al termine del vertice sull'emergenza terremoto svoltosi in prefettura a Ferrara. «Stiamo chiedendo la dichiarazione di stato di emergenza nazionale in raccordo con il prefetto Gabrielli», ha aggiunto il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani. Tra morte e distruzione, il volto della speranza è quello di Vittoria, una bambina di 5 anni rimasta per due ore sotto le macerie della sua casa di Obici, frazione di Finale Emilia. Ad allertare i vigili del fuoco, che l'hanno estratta sana e salva dai calcinacci, una telefonata da New York di un parente dei vicini di casa.»
«Terremoto 20 maggio, Bologna: 300 persone senza casa a Crevalcore - il paese più lesionato dal terremoto in provincia di Bologna, anche se in maniera inferiore rispetto ad altri comuni del modenese e del ferrarese. Per alcune decine di loro si parla di evacuati, cioè di gente costretta a lasciare la propria casa perché dichiarata inagibile. Molti invece sono cittadini che non si sentono al sicuro nelle proprie abitazioni, impauriti soprattutto dopo la scossa del pomeriggio e passeranno la notte nelle palestre di un centro sportivo. È quanto è emerso dal vertice in prefettura a Bologna convocato dal prefetto Angelo Tranfaglia.»

Effetti del terremoto ad Amatrice - Alto Lazio
Effetti del terremoto ad Amatrice - Alto Lazio

Allorché il silenzio propaga la sua eco luttuosa su un evento sismico che improvvisamente è arrivato a sconvolgere la natura di un territorio spargendo morte e distruzione, inevitabilmente la popolazione colpita subisce una brusca recessione a causa della perdita del ‘vincolo temporale’ con una parte della ‘memoria’ individuale e collettiva di riferimento che entra in cortocircuito per lo sbigottimento inatteso e lo spavento che ne consegue. “Allo stesso modo che la ‘memoria’ è essenziale per la definizione dell’identità, tra i vari elementi concomitanti, quando una persona incappa in una forma di amnesia, uno di quelli che causa maggiore sofferenza è proprio la perdita del senso del sé” – scrive A. C. Grayling (9). Altresì il comune parlare quotidiano (gergale, dialettale, in lingua) tipico del lessico individuale, non rinvenendo la necessaria corrispondenza con la realtà, segnata dallo sconfinamento in corso in ‘territori emozionali’ diversi da quelli conosciuti, s’arresta basita, chiusa nel proprio ‘silenzio’, davanti a quelli ch’erano i ‘luoghi eletti’ della memoria definitivamente e/o apparentemente perduti.
Accade così che le ‘parole’ rivelino tutta la loro usura, il lessico individuale/familiare e/o collettivo/popolare successivamente si impoverisce a causa della sopravvenuta cancellazione (involontaria) di usi e modi di dire del linguaggio ‘vernacolare/gergale/dialettale’ che gli è proprio; legato com’è al proverbiale quotidiano, utilizzato dal ‘pensiero dinamico’ a custodia e salvaguardia della ‘memoria’ del recente passato. Sono infatti le immagini e i volti di quanti la furia violenta del sisma ha spazzato via con le pietre delle case, le fontanelle agli angoli delle strade, i campanili delle chiese, i monumenti insigni, le piazze e i luoghi di ritrovo che, insieme alle fabbriche, le masserie e i poderi agricoli, sono destinati a restare, almeno per un certo tempo, nei ricordi dei sopravvissuti, in quanto ‘luoghi concettuali’ e/o ‘simbolici’ investigati dalla memoria inarrendevole. “Secondo alcuni ciò che fa di un individuo la stessa persona per tutta la sua vita, è l’insieme dei ricordi che si accumulano nella sua mente e che egli si porta dietro". (10)
Acquisizione questa che trae la propria essenza vitale attraverso l’inestinguibile e vigoroso apporto della ‘cultura’ autoctona e/o trapiantata nel territorio, in cui si sviluppa e sedimenta all’interno della ‘tradizione’, in quanto formativa del ‘corpus memoriae’ più o meno coerente, formato da credenze e pratiche condivise nell’ambito della realtà sociale e della ritualità religiosa. Di cui sono parte integrante le testimonianze di eventi sociali e storici, le usanze e i costumi, le credenze e le superstizioni (Feste patronali religiose, Sagre popolari tipiche della ‘civiltà contadina’, gli Almanacchi e i Lunari) che, per lo più, si rifanno alla ‘cultura orale’, per definizione ‘poetica’ e ‘canora’, cioè non mediata dalla scrittura, in cui la pausa ‘silenziale’ è solo un frammento emblematico delle forme e dei ritmi del linguaggio abituale.
Ma è l’insieme dei ricordi, più o meno consci, più o meno inventati e/o elaborati dalla ‘memoria simbolica’ a trasformare i cosiddetti ‘luoghi elettivi’, in luoghi di raccolta del ‘sentimento del passato’ che ogni singolo individuo si porta dietro come bagaglio di esperienze più o meno vissute, conseguenti al pieno ‘riconoscimento’ avvenuto all’interno della tradizione, e che va esteso alle forme del non umano e/o del soprannaturale. Ovvero a quel ‘sovrumano’ che la consuetudine attribuisce alla natura, all’ecosistema terrestre, al proprio habitat, così come ai concetti formativi e intellettivi, al proprio status di salute ecc. capaci di restituire all’individuo e alla collettività, la sua imprescindibile ‘veridicità esistenziale’ all’interno della significazione umana del mondo.
È nei cosiddetti ‘luoghi della memoria’, in cui si raccoglie l’‘identità’ formativa e/o integrativa dell’esperienza umana, seppure ostentata all’interno di un ambiente fluido e in costante cambiamento, che pure si consolida quel ‘valore’ pregno di ‘significato’ che accorda all’individuo e alla collettività intera di cui è parte integrante. Quell’aspettativa di vita ‘costante’ che rende immuni allo scorrere del tempo le necessità della coabitazione solidale, l’integrità di gruppo e la giustizia sociale che, l’evento sismico, per il potere ineffabile che lo distingue, ha ripetutamente nel tempo, tentato di condurre a una funzione ‘sovrumana’ spontanea, legata alla ‘paura epifanica’ delle origini. Il cui significato estrinseco oggi sfugge alla concepibilità, e per questo non meno ineccepibile di emanazione metafisica e/o trascendentale emblematica del ‘sacro’.
Una sorta di osmosi che porta all’annientamento della cosa materiale in sé, con ripercussioni sullo stato psico-fisico dell’individuo e, in qualche modo, della capacità di coesione con la collettività che lo rappresenta e che si trova a fronteggiare apertamente con i soli mezzi che ha a disposizione, la propria atavica paura dello scontro con gli elementi fenomenologici della natura e lo scoramento per l’impotenza di reagire che ne consegue. Uno scontro
prepotentemente impari, in quanto l’evento del ‘terremoto’ arreca come si è visto, oltre allo spavento improvviso, l’angoscia della negatività che incombe sul futuro, senza mai diventare ‘né sapere né possesso’, ma che solo indica l’incompiutezza dell’essere antropico di fronte alla potenza del soprannaturale e/o del prodigio trascendentale. Purtroppo il pregiudizio culturale è qualcosa che frequentemente separa la percezione che l’uomo d’oggi ha di se stesso dalla sua storia passata.
Anche quando tutto ciò contrasta fortemente coi fondamenti della ragione, la scelta conscia e/o inconscia del ‘silenzio della memoria’, non declina l’individuo dall’aggrapparsi al supporto dell’esistenza vissuta, della discendenza e del prosieguo della specie, in ragione di una sopravvivenza possibile. Tuttavia, per quanto dura da sostenere, per superare i condizionamenti che la natura mette in campo quali ostacoli alla contraddittorietà delle intenzioni di difesa della specie, la scelta del ‘silenzio della memoria’ concorre nell’attuare una sorta di ‘rimozione’ forzata e più o meno definitiva dell’avvenimento nefasto, fino a cancellare dal lessico quotidiano le espressioni che lo ricordano più da vicino o che, in qualche modo, riecheggiano il dolore ad esso legato.
Ma se il ‘terremoto’ col suo rombo potente cancella quelle che sono le ‘passioni della mente’, è indubbio che la ragione e/o la memoria, risentano maggiormente della carenza di ‘senso’ nelle parole che le discernono (distinguono, differenziano, caratterizzano). Quelle stesse parole che il ‘silenzio’ dei sopravvissuti raccoglie in sé, e da cui scaturiscono i lemmi luttuosi del dolore e del pianto, l’oralità sospirata della disperazione. Ciò che, straordinariamente, pur si rivelano pregni di una insospettabile vena ‘poetica’ che sovrasta la parola (parlata), e diventa suono, e poi musica, ‘liricità’ epica; attraversa la vocalità orale del mutismo sonoro (pianto rituale, coro muto, barcarole), e che consciamente e/o inconsciamente l’individuo racchiude nel proprio ‘mutismo interiore’.
Ne risulta, comunque, una scelta che svilisce il senso antropologico di ‘sopravvivenza’ che si vuole far emergere in questo scritto, imperniato sul travagliato cammino umano gravato dalla paura. Quella stessa paura che – secondo Umberto Galimberti (11) –“..allontana gli altri, diffondendo intorno a sé un vuoto che più nessuno riesce a riempire; […] lo si scopre quando è già penetrato per devastare, far tacere, nascondere, negare l’esistenza di un mondo interiore abitato che si vuole disabitare”. Ma che si rivela, infine, il solo mezzo per accettare con sottomissione un ‘continuare a vivere’ che, al contrario, si svelerebbe conflittuale con se stesso, di pari passo con il riconoscimento della struttura del male come privazione di un bene dovuto. Sulla base del ‘possesso’ e della ‘necessità’ che si configura quale ‘rete di dare e di ricevere’ che conduce alla realizzazione (per quanto possibile) del proprio benessere individuale e comunitario.
Si tratta di una concessione a parere di molti eccessiva che implica una diversa cognizione del ‘tempo-intermedio’ che passa dalla profondità psichica del dolore (trauma psicologico subito), alla ‘rimozione’ del dolore stesso (come reazione psicologica); dalla ‘memoria’ che ne accantona il ricordo instaurato con la rappresentazione luttuosa (evento escatologico), ai recessi di un’ostilità preconcetta che spinge verso l’ ‘oblio’ più profondo. Stando a Plutarco: “l’oblio, trasforma ogni evento in un non-evento”, fondando la sua concezione sull’assunto che vede nella ‘memoria’ un organo della percezione del passato, proprio come gli occhi e gli altri sensi sono organi della percezione del presente. Franco Rella (12) parla invece del ‘dolore’ come “.. la ripetizione dell’inconscio (individuale e/o collettivo) che si propone come atteggiamento ontologico nuovo: diametralmente diverso, nei confronti del presente e del passato, che tuttavia, (per reazione conforme), rende pensabile anche una diversa costruzione del futuro.”
Un ‘sentire’ comune che è anche un ‘ricordare’, seppure a un livello metafisico, consapevole della precarietà e la caducità del presente che si lascia vivere, e la cognizione del futuro altrettanto precario che incombe. Lo stesso che, nel punto della sua massima resistenza e di massima tensione, ha prodotto in passato l’idea avanzata del pensiero psicoanalitico di Sigmund Freud (13), per cui i due eventi si equivalgono, in quanto “..il ricordare è sempre un rivivere, viceversa la rimozione di un ricordo, rende più difficile che il fatto storico si ripeta due volte alla stesso modo, per quanto, se associato da alcune persone ad un altro ricordo individuale non rimosso, potrebbe, accadere che dall’inconscio tenda ad emergere nella memoria collettiva”, formatasi in ambito filosofico e maturata all’interno del concetto dinamico (metastorico) che l’ha consegnata alla tradizione.
Alla ‘memoria collettiva’ in ambito antropologico e storiografico, si attribuisce l’accezione strutturale di estensione del concetto di ‘memoria individuale’ in quanto, in entrambi i casi, sussiste una condivisione in termini; cioè sia nel caso della memoria esterna (collettiva), sia interna (individuale), questa va comunque riferita a un’unica entità formativa (popolazione, comunità, gruppo sociale, ecc.) in cui, verosimilmente, si è plasmata e ha dato forma al corrispettivo ‘topos’ culturale che, tramandato da una generazione all’altra attraverso le diverse forme della comunicazione (oralità, scrittura, immagini ecc.), in esso si esprime e si rappresenta. Benché ognuno di noi non ne sia consapevole, si profila in questa corrente della filosofia contemporanea. Acciò scrive inoltre MacIntyre: “..una crescente rilevanza di risultati derivanti dagli straordinari risultati che ha ottenuto, concernenti la natura del linguaggio e la varietà di modi in cui l’uso del linguaggio ci consente di stabilire relazioni con i nostri interlocutori o con ciò di cui parliamo.” (14)

Immagine relativa al terremoto nel riminese.
Immagine relativa al terremoto nel riminese.

Nel caso specifico del ‘terremoto’ qui preso in considerazione, la tematica contestualizzata della ‘memoria culturale’ non è sufficiente a colmare ‘il silenzio delle parole’ che anche a noi, argonauti del web e della comunicazione, vengono meno nel momento in cui il rumore roboante del ‘terremoto’ s’accompagna ai crolli, ai cedimenti, alle crepe che attraversano i muri che si sgretolano come sabbia al vento; mentre il suo boato è causa di sbigottimento e paura che, almeno stando alle cronache si ripete con gli stessi effetti disastrosi sugli esseri umani in ogni parte del mondo in cui esso si verifica. Su tutto ci sono oggi i reportage e i commenti che circolano sulla carta stampata e sugli schermi TV che permettono un resoconto in tempo reale di quanto intorno è inaspettatamente cancellato alla vista, e le registrazioni verbali dei sopravvissuti che sull’eco del rombo sismico fanno sentire le loro ‘voci’ accorate, in via di cancellazione dal lessico della memoria.
Certamente di interesse antropologico è il substrato della coscienza sociale cosiddetta ‘di specie’ che s’intreccia con lo studio dell’evoluzione umana (anamnesi di famiglia, DNA, ecc.), che col passare del tempo è andata acquisendo valore di capitale mnemonico importantissimo per lo studio del formarsi nell’identità individuale e/o collettiva di quel ‘paesaggio dell’anima’ che si delinea a livello introspettivo. Non è affatto strano che da questo punto di vista pur rappresentativo della consuetudine di usanze entrate nella tradizione, la singola ‘identità’, esca in qualche modo arricchita dall’esperienza del ‘terremoto’, almeno per la parte che gli concerne. Cioè nell’identificazione di uno ‘spazio’ materiale e/o simbolico cosiddetto ‘luogo della memoria’, nel quale è attivo un processo di produzione di ‘senso’ che, facendo leva sulla continuitàcol passato, lo rinsalda e funzionalizza alle esigenze del presente senza stravolgere la quieta consuetudine dell’ordine delle cose.
Anche la sociologia gioca qui un ruolo importantissimo, onde rileva realtà diverse di un concetto fluido (oggi diremmo liquido) che si intrecciano a formare un’unica ‘identità’ modellata non solo sul ‘vissuto’ personale e di gruppo, ma anche sulla storia biologica degli esseri umani. Vissuto che trasforma un sito (amato, cancellato, dismesso, tragicamente ricordato), in un ‘‘luogo’ della memoria’: sia esso un monumento, un evento storico o un anniversario; una cerimonia, uno sventolare di bandiere e canzoni, oppure la narrazione di leggende e racconti o l’enunciazione di poesie e filastrocche, il cui soggiornare nella memoria, da forma a uno ‘spazio simbolico’ di riferimento, avente significato e/o un valore di mero riconoscimento all’interno della tradizione.

Come ad esempio, un luogo di elezione familiare e/o abitativo che sa di focolare acceso, dell’odore del pane appena sfornato, del profumo di bucato dei panni stesi al sole, delle grida allegre dei bambini che giocano nei cortili, degli sguardi severi sui volti dei vecchi seduti all’aperto che, discutendo fra loro, dimenticano le brutture del passato, per allentare le tensioni del presente che incombe.
Come anche del non parlare delle paure ‘inattese’ e delle lacrime ‘amare’ versate perché non fanno rumore, e di tutti quei ricordi che l’evento sismico improvvisamente ha cancellato, quasi non fossero mai stati. Insieme alle cose materiali che (e il dubbio viene) sembrano soltanto ‘sognate’ all’interno di quel ‘mondo interiore’ costruito sul parlare comune, di ‘verità’ spesso sconosciute che non hanno più ragione di essere. E che pure permette di entrare in contatto con eventi precedenti seguendo le tracce che esse hanno lasciato nella loro mente, per convinzione e/o per convincimento, per cui i nessi causali fra le esperienze fatte e i ricordi del presente formano un ponte con il passato: “Questo intrico di memoria individuale e collettiva che allunga la nostra vita, sia pure all’indietro, e ci fa balenare davanti agli occhi della mente, una promessa di immortalità.”Umberto Eco (15).
Come ha sottolineato Paul Ricoeur (16), la problematica della ‘memoria’ incrocia quella dell’ ‘identità’ tanto a livello collettivo quanto individuale: “Il cuore del problema è la mobilitazione della memoria al servizio della richiesta della rivendicazione di identità”; in quanto tra memoria e identità esiste un legame forte per cui le ragioni di debolezza e vulnerabilità dell’una, vanno ricercate nella fragilità dell’altra in cui la ‘memoria’ rappresenta la “componente temporale dell’identità”, che permette a quest’ultima di risollevare il difficile rapporto con il ‘tempo che passa’ e di proiettarsi verso il ‘tempo a venire’. In pieno accordo con quanto rileva Paola Massa (17) che infatti fa ricorso a come: “Nella dialettica tra passato e futuro, tra ciò che è stato e potrà essere, i luoghi di memoria si costituiscono come universo di simboli nel quale l’intento di conservazione della memoria storica collettiva coincide con il progetto di fondazione dell’identità culturale della collettività stessa”.
Tempo che improvvisamente deflagra, perché un inaspettato assordante silenzio, “che è difficile da descrivere”, lo scardina nel profondo, spesso arrivando fino a soppiantare la ‘memoria civile e sociale’ di un’intera realtà territoriale, contadina e industriale come quella della Bassa che nella conservazione del territorio e delle tradizioni popolari, riponeva una certa ‘continuità’ affettiva della ‘memoria’. Almeno stando a Pierre Nora (18), per il quale: “I luoghi della memoria, non sono ciò di cui ci si ricorda, ma il ‘dove’ in cui la memoria lavora; non la tradizione stessa, ma il suo laboratorio”, configurando così una topografia simbolica che, anche se non sempre coincide con il ricordo, viene costruita e talvolta inventata attraverso la ‘memoria’ e costituisce il prodotto di un processo di elaborazione del ricordo nell’oblio, consentendo all’anima un minimo di introversione.

Processo che almeno sul piano collettivo e/o comunitario è consapevolmente gestito e guidato da determinati gruppi sociali (clan, gruppi societari, consorsi familiari, banche locali e altri) che si muovono relativamente alle proprie disponibilità economiche e di mezzi, e si riorganizzano sul territorio per recuperare parte del ‘passato di memoria’ (palazzi, scuole, ospedali, cimiteri, monumenti, ecc.) che servono alla ripresa della vita sociale e civile dei sopravvissuti al fine di restituire loro una qualche ‘identità’ e una forma di vita decorosa. La stessa che fino a ieri pure assicurava una qualche continuità di sussistenza (affetti, casa, lavoro, identità ecc.), e che si ritrovano oggi a vivere un presente indeterminato, cosparso di ‘paura’ e di ‘dolore’, a fronte di un futuro presumibile di precarietà:


Esiste infatti una geometria del silenzio – scrive ancora Pierre Nora (19) – che penetra come una linea retta e che talvolta respinge, come una linea convessa, tutto quello che incontra..”, e che si delinea con rigore razionale, solo in quanto referente di un passato di conservazione della tradizione.


(Continua)


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