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Una storia di Barbarella49

Tulipani rossi

Storia di una passione maledetta

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10 minuti

Pubblicato il 13 febbraio 2021 in Thriller/Noir

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Beatrice si svegliò di soprassalto. Si stropicciò gli occhi. La stanza era immersa nell'oscurità o quasi. La pallida luce della luna filtrava attraverso le vetrate del soggiorno e arrivava fino al caminetto. Il fuoco si stava spegnendo, piccole scintille di fiamma arancione salivano su in alto. Per questo la stanza era fredda. Si riscosse, si alzò con grande lentezza. Intorno solo silenzio, interrotto dai rintocchi periodici della pendola dell’ingresso. Cosa ci faceva lì a quell'ora della notte? Forse si era addormentata davanti al camino, mentre aspettava il rientro di suo marito Andrea. A quell’ora doveva essere già tornato. La pendola aveva battuto le quattro del mattino.

Sentiva qualcosa di caldo, liquido e appiccicoso sulla punta delle dita. Dalla penombra, non riusciva a capire cosa potesse essere e i suoi occhi non si erano ancora abituati al risveglio. Senza riuscire a mettere a fuoco, frastornata, provò ad annusarlo ed un odore forte e ferroso le punse le narici. La paura cominciò a farle tremare le mani. Si era ferita forse? Si alzò lentamente per andare in bagno e fu allora che lo vide. Era disteso a terra in posizione prona, un braccio ripiegato su se stesso. Si mise le mani nei capelli e andò di corsa ad accendere le luci del salotto. La stanza fu illuminata a giorno. Suo marito giaceva lì, in quella posizione, con gli occhi chiusi. Una pozza di sangue enorme si allargava sotto la sua pancia. Un coltello insanguinato, buttato a lato del corpo, mandava bagliori inquietanti. Senza pensarci lo prese e si rispecchiò nella sua lama lucente. Non respirava, il battito del cuore non c’era più. La pelle del viso stava diventando una maschera di cartapesta. Da quanto tempo era in quella posizione? Si domandò. In un attimo realizzò che qualcuno era entrato in casa loro e l’aveva ucciso. Forse l’assassino poteva essere ancora nei paraggi. Sentì una folata di vento. Si affrettò a chiudere una finestra aperta. Probabilmente era entrato da lì. Era terrorizzata dall'idea che quel qualcuno fosse ancora in casa. Una scossa di adrenalina le cominciò a pulsare nelle vene. Aveva paura. Un’angoscia tremenda le attanagliava lo stomaco. Gocce di sudore le imperlavano la fronte. Udì un rumore di passi, poi un frastuono di vetri fracassati. Proveniva dal piano di sopra. Corse disperata su per le scale. Una delle finestre era stata infranta. Fece appena in tempo a vedere il colpevole con il passamontagna che scappava. Con enorme sforzo si avvicinò al telefono e compose il numero della polizia, dopodiché prese la sua boccetta di ansiolitici. Quelle pasticche colorate sembravano dirle: «Vieni, noi ti daremo quello che cerchi”». Beatrice era una persona fragile; in quel frangente era terrorizzata e non riusciva a calmarsi. Così, l'unica soluzione mentre aspettava i soccorsi, le parve quella. Senza pensarci due volte, con le mani che tremavano convulsamente come fosse stata vittima di un attacco epilettico, ne prese diverse, forse troppe e sprofondò in una sorta di limbo. Si ritrovò all’interno di un tunnel buio; procedeva in quella galleria, a velocità sostenuta. Alla fine, vide una luce abbagliante. Aprì gli occhi. Davanti le si parò lo spettacolo più straordinario che avesse mai visto. Era su una spiaggia di sabbia fine e bianca. Palme molto alte facevano ombra. Il mare era di un azzurro turchese, tendente all'acquamarina. Branchi di pesci colorati nuotavano, formando dei piccoli cerchi di acqua. Erano pesci arcobaleno di tutti i colori dell’iride. «Allora era stato tutto un sogno. Andrea non era morto!», pensò e dalla felicità sentiva che il cuore stava per scoppiarle. Si ricordò che avevano infatti fissato una vacanza alle Seychelles ed ora eccoli qua. Suo marito Andrea stava facendo il bagno. Bello come solo un Dio greco può essere, uscì dall'acqua, mentre goccioline gli cadevano dalle braccia possenti. Aveva un fisico statuario perfetto, si teneva in forma perché praticava ciclismo a livello agonistico. Era alto, moro, con gli occhi verdi. Si emozionava ancora guardandolo. Si erano conosciuti nell'orto botanico a Pisa, dove lui lavorava. Lei era una giornalista e doveva scrivere un pezzo sulle specie vegetali presenti. Andrea le faceva da guida. Ad un certo punto si era soffermata a guardare dei magnifici tulipani rossi, il colore della passione. Formavano una fila che incendiava il prato. Andrea la prese per mano, quel contatto le provocò una scossa elettrica. Fu un colpo di fulmine. I due ragazzi iniziarono a frequentarsi e, complice anche il romanticismo creato dall'ambiente della natura in boccio che li circondava, nacque un amore intenso e passionale tra di loro, che incendiava i loro cuori giovani e inesperti. Beatrice andò incontro sorridendo ad Andrea e lo baciò con una tale foga che lui la guardò con uno sguardo birichino. Il suo corpo sapeva di sale, le piaceva così tanto il suo odore. Già pregustava la splendida notte che avrebbero avuto davanti e così fu. La mattina si svegliò con i primi raggi del sole che filtravano attraverso le tapparelle e le tende azzurre. Il residence dava direttamente sul mare. Se ne sentiva quell'odore salmastro che lei amava tanto e lo sciabordio delle onde schiumose. «Che pace», pensò. Cercò Andrea. Voleva fare colazione con lui. Ma dov'era? Forse aveva prenotato la colazione a letto. Aspettò ancora, quindi si vestì in fretta ed uscì dalla camera. Iniziò a cercarlo nei paraggi e nella hall, ma fu tutto inutile perché suo marito non si trovava. Intanto le ore passavano e Andrea non tornava. Non era da lui. Il tarlo della preoccupazione e del sospetto cominciò ad invadere la sua mente fragile. Le prime ombre della sera si allungarono sul residence, ma di Andrea nessuna traccia.

Aveva un forte timore che gli fosse successo qualcosa, tuttavia si impose di restare calma.

Quella notte la passò insonne; i rumori si amplificavano nella sua testa dandogli l’illusione che dietro ogni fruscio o tramestio di passi ci fosse suo marito.

I giorni a venire lo cercò dappertutto, negli ospedali e in tutti quei luoghi in cui erano stati insieme. Ma niente. Sembrava che si fosse volatilizzato.

Le notti erano un’agonia: le passava senza chiudere occhio a contare le ore e i minuti, mentre all’alba si addormentava esausta.

Passarono così altri cinque giorni.

La mattina del sesto giorno una splendida aurora tinse il cielo di rosa ad Oriente.

Beatrice si svegliò presto; il suo sonno divenuto ormai troppo leggero, era interrotto dai versi dei gabbiani, che iniziavano già a farsi sentire alle prime ore del mattino.

Una figura d’uomo comparve davanti alla finestra della camera da letto.

Era suo marito Andrea.

<<Quanto è pallido!>>, pensò Beatrice allarmata e sgomenta, ma al tempo stesso felice di averlo ritrovato.

Aprì la porta finestra commossa. Gli gettò le braccia al collo gridando e piangendo: “Andrea ma dov’eri finito? Ti ho cercato per giorni e giorni. Cosa ti è successo? Perché?” La sua voce era impastata di lacrime e pianto, tutta la paura provata per lui si sciolse in quell’abbraccio non ricambiato. Andrea era rigido come uno stoccafisso, non parlava. Se ne stava lì muto senza profferire parola. Beatrice lo guardò. Aveva un aspetto terribile. Occhiaie pronunciate spiccavano sugli occhi ancor più tetri, dove si rifletteva una luce febbricitante. Il suo corpo sembrava pervaso da una stanchezza mortale. Lo lasciò riposare, era quello di cui lui aveva più bisogno. I giorni successivi iniziò ad essere aggressivo con lei. Era diventato scontroso e irritabile. Un giorno che stavano litigando perché lei insisteva a voler sapere cosa avesse fatto nei giorni di assenza, le dette uno schiaffo forte.

La guancia le fece male per giorni. Una mattina lui pareva pentito, le confessò tutto. L’aveva tradita e non sapeva come dirglielo. Voleva lasciarla perché si era accorto che non le bastava solo lei. Voleva altre donne, era un libertino, un amante del sesso.

Le disse questo a testa bassa, poi aprì le mani lentamente e le mostrò i palmi bianchi, quasi esangui dove spiccavano dei tulipani rossi appassiti. Li soffiò via in un turbinare purpureo di coriandoli, che si adagiarono sul pavimento con una danza leggera.

Beatrice lo fissò sconvolta, incapace di credere a quello che le stava dicendo. Non si immaginava lontanamente una vita senza di lui. Guardò quel che rimaneva dei fiori, lì sul freddo pavimento; voleva urlare tutta la sua rabbia, ma dalla sua gola non uscì alcun suono. A quel punto perse i sensi, si sentì mancare. Percepì di stare fluttuando nell'aria. Quando riaprì gli occhi era in una stanza d’ospedale, anonima, squallida e terribilmente deserta. Accanto a lei c’erano i suoi genitori. Piansero quando videro che si era svegliata e andarono a chiamare subito il dottore. “Andrea? Dov'è ? Sta bene?, fu la prima cosa che disse Beatrice, con un filo di voce.

“ Cara ti dobbiamo parlare”, le risposero i suoi, con una preoccupazione velata nello sguardo. Le spiegarono che Andrea era stato ucciso brutalmente con un coltello e che pensavano che l’assassino fosse scappato dalla finestra. In questura le volevano parlare. In quel mentre arrivò il commissario, un omone con la divisa. La scrutò con quei suoi occhi piccoli e attenti. Le disse che doveva essere interrogata perché le impronte digitali rinvenute sull'arma del delitto appartenevano a lei. Beatrice iniziò ad urlare. In preda ad una crisi isterica iniziò a graffiarsi il viso, le braccia, cercava di strapparsi i capelli. Le dovettero iniettare una buona dose di calmante. A quel punto cadde in un sonno profondo. Venne affidata ad una psicologa. La prima volta che la vide, a Beatrice piacque. Era molto giovane, le ricordava lei alla sua età. Alta, bionda e con occhi marroni molto attenti e furbi. La prese a cuore. Iniziarono a ripercorrere le tappe che avevano portato a quella vicenda. Iniziò da quando era piccola. Beatrice raccontava di quando era bambina, dei suoi sogni, ma ad un certo punto si bloccava e non voleva più andare avanti, forse a causa di qualche evento doloroso che aveva vissuto in passato. Si ricordava di un’amicizia con un ragazzo che la portava nei boschi, quando era bambina, ma poi lui era sparito. Ricordava solo dei fiori rossi, che si agitavano al rumore del vento. Al ragazzo piacevano le piante, le spiegava tutto di quel fiore e quell'altro. Era così gentile. Perché era scomparso? Le era affezionata come ad un fratello. La psicologa provò con l’ipnosi. Era incredibile come, anche con questa tecnica, i suoi ricordi tornassero così spesso al ragazzo dei boschi. “Sono sola con lui”, disse Beatrice. “Adesso cosa succede?”, incalzava la psicologa. “Ricorda, qualsiasi cosa tu veda non può farti male”. I fiori rossi, che le piacevano tanto, poi il ragazzo un giorno si era fatto serio, l’aveva abbracciata in modo strano.“ NO, NO non voglio”, gridava lei, ma nessuno la sentiva. La sua innocenza era stata profanata in una splendida giornata di primavera, davanti a quei fiori rossi, da una persona che pensava fosse suo amico e invece era un mostro. Iniziò a piangere e gridare: “Andrea non farmi questo! ". Il volto del ragazzo era quello di suo marito, certo era cambiato, ma l'avrebbe riconosciuto tra mille. Come aveva fatto a non accorgersene e a dimenticare? Era stato lui! E lei l’aveva dovuto punire.


Si era innamorata del suo carnefice, l'aveva scoperto dopo il matrimonio, un giorno che lei aveva trovato nel cassetto del comodino, il braccialetto che le aveva regalato lui e che indossava proprio quel giorno in cui la sua infanzia si era bruscamente interrotta. Non provava pentimento, ma solo una grande tristezza. In un attimo lui le aveva tolto tutto, la purezza ed innocenza, la voglia di vivere. Lei non poteva perdonare. La gravità di quello che aveva fatto dopo la investì in pieno, togliendole il respiro. Era stata lei ad ucciderlo e adesso non provava nessun rimorso.

La vendetta era un piatto da gustare freddo. L'amore non aveva vinto, perché quello era stato un sentimento malato e maledetto, che aveva distrutto e fatto tabula rasa della sua integrità morale. Adesso si sentiva stanca, aveva tanto bisogno di riposare, al resto avrebbe pensato dopo.


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