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Una storia di CuorDiPolvere

Baraas

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11 minuti

Pubblicato il 25 giugno 2019 in Fantascienza

Tags: #Baraas #Certezze #Intrecci #Invisibile #Ricerca

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I.


A qualunque ora -del giorno e della notte- gli spettri avrebbero potuto farmi visita. Ci tengo a dire, prima d'ogni cosa, ch'è stata una mia idea; relativamente al mio lavoro, che tenevo presso la vicina università di medicina in qualità di docente, potei assistere a una serie abbastanza numerosa di decessi: di quando in quando il dottor Dick ed io passavamo il turno di visita ai pazienti moribondi.


Un giorno mi capitò di tenere lezione di neurologia, nell'auditorium, alla quale vidi per caso assistere certuni che non avevo per allievi.


Uno di questi mi si avvicinò con passo distinto, un uomo sulla quarantina, con indosso lunga giacca ed abbinata bombetta nera. Da sotto i folti baffi si presentò come Jules- solo Jules; non aveva alcun accento che io riconoscessi, né tratti somatici che mi facessero intuire alcuna etnia. Il nome me lo fece figurare di origine francese, ma non ne aveva i toni né gli accenti.


Si complimentò per la lezione e mi chiese se credessi alla possibilità della sopravvivenza dell'anima dopo la morte.


Quale scienziato, fui quasi forzato dal metro sociale ad accettare quello scetticismo che permea la ricerca. Mi disse che gli sarebbe piaciuto mostrarmi una cosa, di seguirlo per una passeggiata nel cortile dell'Università.


Prendeva per buono, da quanto potei capire nei suoi discorsi, l'idea di un collegamento atavico con ogni cosa animata e inanimata. Un elemento superiore, diciamo, una quintessenza della realtà, invisibile poiché su un piano concettuale, avente l'anima come mezzo di trasmissione. Gliene chiesi una prova, e ad oggi gliene sono ancora molto grato per avermi fatto vedere quel che mi fece vedere.


Le possibilità e le applicazioni di una tale teoria implicavano allora la manipolazione della materia a un livello subatomico. Gli chiesi di farmi vedere quel che lui vedeva: per il lungo silenzio che ne seguitò, m'imbarazzai di aver forse sbagliato tutto; ma poi mi tese una mano e si complimentò per la saggia scelta.
Quando gliela strinsi si fermò ogni cosa, e nel silenzio riuscii a vedere lo spettro della realtà, quel ritmo lieve che ne scandisce le coincidenze e le sincronie.


Alla fine mi ritrovai stordito, con un forte senso del sacro e del sogno, di una pace che ricordavo, di un qualcosa di ritrovato.


Si congedò così, senza smuovere né scricchiolare le foglie secche degli alberi sul viale.


Era uno spettro? Fui l'unico a vederlo?


Fortunatamente no: chiesi in giro se qualcuno conoscesse tale Jules, se l'avessero visto quella volta. Certi lo videro, ma nessuno di loro sapeva chi fosse.


Sospettai un'allucinazione collettiva, o magari non ero l'unico all'Università a vedere gli spettri.




Più tardi andai col dottor Dick su in clinica; non mento quando dico che il silenzio di certi ospedali, che sovente visitai nell'infanzia, furono il motivo che mi spinsero verso la medicina. Certo non pensavo, allora, che sarei finito dietro una cattedra ad insegnare; ma quella fu una mia scelta che venne col passare degli anni. Frequentai l'Università e ottenni la laurea, lavorando per un giornale locale nel frattempo, e trascorsi più della metà della mia carriera fra cliniche e convegni.


Affascinato dal funzionamento interno delle cose -forse perché mio padre fu un orologiaio-, mi specializzai in neurologia.


Tornare per i giri di visita, in via del tutto eccezionale, era sempre un piacere. I pazienti erano tutti prossimi al trapasso, in stato di incoscienza ormai da giorni. Ne controllavamo i parametri, cercavamo di riconoscere lo schema che segue il morire nel suo procedere.


Il primo fatto degno di nota ci capitò quella sera: il signor Holtzer, cinquantaseienne meccanico di professione, asserì di aver visto una luce prima di entrare in coma, l'unica inspiegabile volta che si svegliò per un paio di minuti, prima di sprofondare nuovamente nell'incoscienza.


Soffriva di un malore al sistema nervoso tale che degenerò molto lentamente fino a costringerlo sulla sedia prima e sul letto poi. Stando a quanto riportato dai suoi familiari, diceva di sentire voci e vedere qualcuno.


Nonostante i parametri nella norma suggerissero una condizione stabile, quella sera il signor Holtzer morì. Non si riuscì mai a risalire alle cause del decesso.


Per uno sciocco vizio decisi di indagare, nei giorni successivi al fatto, facendo visita alla vedova Holtzer.


Lei fu molto gentile: mi offrì tè e biscotti, aprì vecchi album di foto, mi raccontò degli aneddoti sulla vita di suo marito. Uno di questi catturò la mia curiosità: il defunto teneva un diario delle sue memorie dietro consiglio di un amico psichiatra, a causa di certe dimenticanze che aveva. Si trattava, per lo più, di riepiloghi di intere giornate; compariva, con sempre più frequenza come potei notare, un crescente interesse verso i sogni.

Chiesi e ottenni di poter conservare gli scritti più curiosi, che in seguito analizzai a casa con calma.


Da quel che potei leggere, mi parve di intravedere un tentativo del signor Holtzer come di preparazione e razionalizzazione della propria dipartita: il contenuto di quasi ogni sogno verteva su una sua presunta abilità di viaggiare fuori dal corpo, fenomeno assai curioso spesso riferitomi da certi pazienti, durante i quali aveva appuntamento fisso con un tale.


Come potrei, adesso, da uomo di scienza, accostare certi fatti e certi nomi puramente casuali? Sarei ancora degno di continuare la mia professione nel momento in cui potrei credere a una correlazione tra quel Jules che avevo conosciuto io e quello che, invece, accompagnava il signor Holtzer nei suoi viaggi?

II.


Decisi che avrei profuso ogni mio sforzo per cercare questo individuo e, dopo settimane di incontri a vuoto, alla fine stabilii un contatto. Premetto che furono giorni assai agitati quelli, dovuti ad un inaspettato aumento delle mie capacità di percezione. Crebbe forse, in me -posso azzardare- il senso di un qualcosa di più grande, la consapevolezza irreversibile di un qualcosa che va oltre l'esperienza materiale nella vita degli uomini.


Senza preavviso mi ritrovai a contemplare questo flusso inesplicabile di cose che succedono come se avessero un senso fra di loro, il che mi concesse una prospettiva che m'accorsi essere puramente d'introversione. Da lì fu semplice l'osservare una connessione tra quanto mi stesse accadendo e la mia attività onirica, influenzata in modo tale che apparisse più reale che la realtà stessa.


Quest'uomo lo incontrai dapprima nei corridoi che separano le aule, presso la segreteria: un docente della vicina università di fisica, in collaborazione con quella di medicina, al tempo, per delle sperimentazioni. Lo capii ascoltandolo, quindi mi presentai e gli chiesi se conoscesse un certo Jules, mediamente alto, con la bombetta e i baffi.


Mi propose un appuntamento in un pub, per poterne parlare liberamente dopo gli impegni; accettai e alla sera ordinammo le nostre pinte.


Beveva, il professor Gumans, a piccoli sorsi. Il faccione squadrato accompagnava lunghe rughe da cinquantenne. Per nulla agitato, mi chiese il motivo delle mie indagini riguardo questo Jules; tentai, con approssimazione, di spiegare le mie modeste vedute nel campo sperimentale della metafisica, senza andare troppo oltre.


Il professor Jules Ville, fisico di prima classe, docente e sperimentatore, veniva considerato un genio, un veggente o un ciarlatano da chiunque fosse venuto a contatto col suo estro. Per tutti era una specie di eremita che rifiutava ogni contatto con la gente; le sue lezioni, riferivano, seguivano un iperbole fino al deliquio, e se ne intravvedeva una genialità folle e sarcastica.


Di lui c'era una cosa da sapere: che teneva delle serate assieme a pochi ricercatori, durante lo svolgimento delle quali succedevano cose, e quelle cose costruivano una specie di viaggio verso la comprensione. Una specie di lezione, insomma, per pochi addetti ai lavori.


Il professor Gumans, uno di quei pochi, era riuscito a farmi invitare dietro sua richiesta per la sera di mercoledì.


Optai per una passeggiata fino alla piazza dove ci eravamo dati appuntamento. Come sempre in corretto anticipo, attesi pazientemente sotto le luci galleggianti e multicolori della grande chiesa dedicata a Sant'Elena quando è sotto il periodo di Natale.
Il gelo mi portò via la sensibilità al naso quando vidi il professor Gumans vagolare da lontano. Ci avviammo presto per tre o quattro svincoli, sicuro di aver chiara la geografia del posto, ma ebbi la forte impressione di essermi perso dopo un crocicchio.


Non diedi molta importanza alla cosa, pensai ad una inopportuna stanchezza mentale dovuta alla giornata di lavoro.

III.


Avevo l'abitudine, quand'ero bambino, di bighellonare nella bottega di mio padre. All'epoca la vita era sorprendentemente più semplice, ed era di conforto scacciare la noia e trovare la felicità altrettanto facilmente nelle curiosità quotidiane che è concesso avere ai fanciulli.


Il vicinato conosceva bene il lavoro di mio padre, ne apprezzava le qualità e la precisione. Era un uomo cordiale, spesso taciturno: aveva l'abitudine di parlare con gli occhi -intensi occhi castani, chiarissimi- e dosava le parole per non sciupare la concentrazione dovuta al suo mestiere.


Quando non era intento a riparare importanti orologi da taschino e pendoli imponenti, si rifugiava nel retrobottega a costruire complessi meccanismi che simulavano gli antichi orologi delle torri.


Me ne stavo, allora, dietro al bancone ad officiare il ruolo di commesso: tenevo conto della cassa, davo il resto, restituivo gli orologi pronti alla consegna e, spesso, intascavo le mance dei clienti più generosi.


Ricordo che alla parete, nel bel disordine giostrato dalle eccentricità del mio vecchio, vi era appeso un curiosissimo quadro: era stato regalato ai miei per il ventitreesimo anniversario di nozze.


L'autore, un malinconico che conobbi qualche anno tardi, diceva di aver rubato l'anima all'autunno per incastrarla nella tela; ed era molto intuitiva -e un poco folle- come cosa.


Un albero scheletrico, senza neanche più una foglia, faceva da guardiano al sentiero grigio che passava accanto alle rovine di una casa, grigia pure quella ma più scura, non di strada ma di tempo passato, di posto abbandonato. Sulla via aveva scelto di ritrarre un uomo dal soprabito marrone e una fedora di colore abbinato.


Ebbi più volte l'impressione, guardandolo nei ritagli di tempo, che l'ometto sul dipinto fosse capace di spostarsi a piacimento sul sentiero, come fosse vivo; di qui la cosa curiosa, che col senno di poi ho attribuito alla mia fervida immaginazione.

Eppure...


A sedici anni frequentavo la scuola nei pressi del grande ospedale, imponente costruzione universitaria costruita qualche decennio prima per necessità, e istituita a luogo di studio e cura qualche anno appresso nella speranza di formare giovani menti alla brillante carriera.

Non ebbi mai l'impressione di essere pilotato nelle mie scelte verso il mestiere di orologiaio, sebbene avvisassi le influenze che esso ebbe nella formazione del mio carattere e della mia forma mentis: imparai i rudimenti giocherellando con i ferri del mestiere, ai quali presto imparai ad attribuire un certo valore.


Verso i diciotto anni, osservando l'intricato meccanismo di una macchina del tutto eccezionale, mi trovai ad esporre l'occhio destro a delle lesioni di natura insolita, dovuta all'uso eccessivo di una lente. Visioni di luci estremamente forti, presumibilmente di natura bioelettrica, perdita temporanea della vista e conseguenti allucinazioni auditive erano i sintomi di questo malore, che non trovò facile classificazione e cura presso il grande ospedale, dove fui ricoverato in seguito a una grave perdita di coscienza.


Per quasi un mese ebbi di che annoiarmi nella stanza numero cinque. Nei giorni immediatamente successivi persi l'uso della parola, divenni cieco, sordo e muto: nessun dolore, eccetto quello dato dai vani tentativi di consolare mio padre e mia madre.


Trovai, in quei giorni, una pace che non appartiene a questo mondo. Scoprii la forza del silenzio, del mondo intero avvolto dalle tenebre.

Una notte caldissima, di agosto, era verso l'una. Dietro consiglio dei medici, i miei genitori tornarono a casa per riposare adeguatamente, assicurati dal fatto di essere in ottime mani e che, nel caso fosse successo qualcosa, l'avrebbero saputo immediatamente.


Quella notte un uomo entrò nella mia stanza. Si trattava di una figura imponente, piuttosto alta, dagli occhi verdi penetranti. Posso dirlo, questo, con cognizione perché, dal momento che mi rivolse la parola, i sintomi del mio malore nervoso svanirono per sempre.


"È una fortuna che tu sia in questa stanza" mi disse, dai toni molto dialettali. Mi raccontò di come conobbe i miei genitori, diventando un amico di famiglia negli stessi circoli d'arte che frequentavano, e che aveva dipinto per loro l'autunno.


Se ne andò, lasciandomi completamente guarito, dichiarandosi come Signor Cinque con un inchino prima di sparire attraversando il corridoio.

Da anni i miei genitori non ne avevano notizie, e furono sorpresi quanto me dell'accaduto; né alcuno lo vide in seguito.


L'esperienza sconvolgente del mio improvviso malore e della misteriosa guarigione, spianarono la strada ad una serie di studi che condussi prendendo come base il funzionamento del cervello, e che sfociarono in seguito nell'interesse specifico della medicina applicata al campo delle neuroscienze.


Conseguire la laurea fu per me un momento molto importante, non senza qualche difficoltà. Fece seguito la specializzazione; quella, purtroppo, non abbastanza in tempo per aiutare mio padre, che si spense qualche anno prima.


Ci si immagini ora la mia sorpresa nel constatare che il Signor Jules Ville, seduto al capo di una lunga tavola, mi confermò essere a conoscenza di ogni dettaglio della mia storia.


Trasalii alquanto- e ammetto di aver provato forte imbarazzo quando mi chiese, senza preavviso:"Ed Aurora, invece?".


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