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Una storia di MarcoCasagrande

La congiura dei nobili

All'ombra di San Pietro, vengono sguainati antichi pugnali

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6 minuti

Pubblicato il 28 ottobre 2018 in Thriller/Noir

Tags: #chiesa #congiura #italia #monaco #russia

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"Qui missus es sanare contritos corde: Kyrie elèison".

"Kyrie elèison".

"Qui peccatores vocare venisti: Christe, elèison".

"Christe, elèison".

"Qui ad dexteram Patris sedes, ad interpellandum pro nobis: Kyrie elèison".

"Kyrie elèison".

Il prete giovane, filiforme, diafano, sguazzava nei fastosi paramenti preconciliari. Una pioggia battente frustava la cupola obliqua della cappelletta privata, di proprietà dei Principi Santacroce di Castelvecchio da innumerevoli generazioni. Il loro ultimo discendente, avvolto in una cappa nera, sedeva nel primo banco, smorto come un lucignolo, simile al celebrante in tutto, fuorché nell'espressione rabbiosa del volto, nel quale i febbrili occhi scuri ardevano come braci.

"Orate, fratres, ut meum ac vestrum sacrificium acceptabile fiat apud Deum Patrem omnipotentem!"

Quella soffocante sera di fine ottobre, sciolta la congregazione, i giovani nobili presenti avrebbero offerto a Dio un sacrificio davvero opulento, ben superiore alle generose donazioni che elargivano alla Prelatura di San Pio IX, l'organizzazione ultraconservatrice mal tollerata, fino a pochi anni prima, dal Vaticano, ma ora improvvisamente ritornata in auge, tanto da ascendere ai vertici della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede.

Per la prima volta dal 20 settembre 1870, infatti, la Santa Sede era costretta a difendersi entro le Mura di Roma; perciò, abbandonate le declinazioni più politicamente corrette della sua pastorale, sentiva il bisogno di difensori in grado di snudare la spada. Perfino dei Cavalieri di Malta, da secoli ormai impegnati in opere caritatevoli, si mormorava avessero attivato clandestinamente unità militari, nella grande guerra di religione che si combatteva in Indonesia e nelle Filippine.

Il nemico incuneatosi nel cuore dell'Urbe era meno antico degli Hashashin di Said Aqil Amin, ma altrettanto temibile: sia perché si trovava alle porte del Vaticano, sia perché proveniva della Russia, e la sinistra profezia sui cavalli dei cosacchi abbeverati alle fontane di Piazza San Pietro, rinverdita dalla Guerra Fredda, non era mai stata dimenticata.

Monaco ortodosso ultraconservatore, Lazar Svirsky era stato a lungo una presenza costante al Cremlino, prima di prendere la repentina decisione di stabilirsi a Roma, in un palazzo offertogli, per ironia della sorte, da un altro esponente di estrema destra della Nobiltà Nera, il Principe Antici Spada. Dal salone d'onore di Palazzo Antici Spada, inquietante d'oro, nero e teschi, Svirsky tempestava Roma e il mondo di conferenze sulla necessità di riunire l'Urbe e Mosca, la Terza Roma, per riconquistare Costantinopoli (così il monaco si ostinava a chiamare Istanbul), la Seconda Roma. Parole velenose, già costate la chiusura dell'Ambasciata turca nella capitale italiana, ma che trovavano terreno fertile, con lo Stato Islamico risorto a macchia d'olio in Medio Oriente, nei Balcani e nelle stesse città dell'Europa occidentale.

Papa Leone XIV, con l'enciclica Clara discretione, aveva condannato senza mezzi termini la teoria delle Tre Rome di Svirsky. Il monaco aveva risposto presentandosi in Piazza San Pietro, scosso dai tremiti violenti di quella che i suoi accoliti considerarono un'estasi mistica, urlando in russo, latino e italiano accuse di eresia, vigliaccheria, apostasia e tradimento contro il Papa.

In realtà il Pontefice, anch'egli fortemente conservatore, vedeva dietro alle manovre di Svirsky soprattutto la mano del Cremlino e un tentativo - questo sì eretico - di assoggettare la cupola di San Pietro a quelle del Cremlino.

Fra i cardinali, però, non erano in pochi a credere, ingenuamente, nella buona fede della mano tesa da Mosca: anzi, il partito russo era pericolosamente in crescita. Il principale ostacolo ai piani di Svirsky, ormai, era soprattutto il Papa, fermo nelle sue posizioni, relativamente giovane e in ottima salute.

In un caldo e dorato pomeriggio di settembre, durante l'udienza generale, una bella ragazza bionda diede al Papa un bacio all'angolo della bocca, suscitando una certa ilarità fra presenti e giornalisti. Lo stesso Pontefice, rientrando nei suoi appartamenti, scherzò che dalle labbra della giovane donna proveniva un certo puzzo di zolfo. La battuta si rivelò una funesta profezia, quando, tre giorni dopo, il Papa venne ricoverato d'urgenza al Policlinico Gemelli, con sintomi tanto gravi quanto inspiegabili. Negli sala del Consiglio d'Amministrazione si tenne una riunione riservatissima in cui il Direttore Generale del Policlinico, monsignor Thomas Stafford Johnson, rivelò ai vertici della Gendarmeria vaticana e della polizia italiana le conclusioni raggiunte dai suoi specialisti: avvelenamento.

Il Papa, salvato dalla forte complessione, dalla scienza e dalle preghiere, tornò ad affacciarsi per l'Angelus già due settimane dopo. La ragazza risultò essere russa e avere legami con l'estrema destra. La stampa moscovita, sotto stretto controllo governativo, fece a gara per intervistarla e consentirle di negare sdegnosamente tutto, in lacrime. Roma e il Vaticano, per il momento, non avevano ancora prove per accusare Mosca.

I nobili avvolti nelle cappe nere, però, non erano vincolati a cavilli giuridici o protocolli diplomatici. Finita la Messa, dalla porticina laterale della cappella scesero nelle strade di Roma, il volto protetto da cappucci e cappelli. Palazzo Antici Spada non era lontano. Svirsky non aveva una vera e propria scorta, almeno ufficialmente, ma era sempre circondato da un circolo di giovani fanatici, fra i quali, con ogni probabilità, si celavano agenti ben addestrati dei servizi segreti russi.

Santacroce aveva ottenuto dal monaco ortodosso un appuntamento per conferire, facendogli intendere che la Prelatura potesse, in quel nido di complotti che era diventata Roma, passare al partito russo. Il corteo dei nobili percorse solennemente i corridoi del palazzo e attese nel famoso salone d'onore, mentre Santacroce e il suo luogotenente Costaguti si appartavano con Svirsky in un salottino. Appena la porta della serratura scattò alle loro spalle, si avventarono sul monaco, tappandogli la bocca e strangolandolo. Svirsky, tuttavia, sembrava avere soprannaturali capacità respiratorie, tanto che Santacroce, esasperato, si decise a trafiggerlo con il pugnale di famiglia. Finalmente, il monaco si accasciò sulla poltrona, esanime.

Santacroce si ammantò nella cappa per mimetizzare il sangue di cui era lordo, si ricompose e uscì. Il rozzo espediente di chiudere la porta e lasciar detto alle guardie che Svirsky non voleva essere disturbato funzionò, ma, quando i nobili visitatori erano ormai in vista dello scalone che conduceva al cortile interno e all'uscita, un urlo belluino attraversò i saloni. Il monaco, il ventre scavato dalla lama, barcollante ma incredibilmente vivo, tendeva l'indice accusatore verso Santacroce.

Una delle guardie risultò armata di pistola, ma venne sopraffatta dopo aver sparato un unico colpo, che ferì il giovane Soderini. Gli altri immobilizzarono le altre due sentinelle, disarmate, e Svirsky.

"Buttatelo dalla finestra!" Ordinò rabbiosamente Santacroce.

Si spalancarono le ante e il monaco venne issato, non senza difficoltà, oltre il balcone e scaraventato nel cortile interno. A quel punto, i congiurati discesero di corsa lo scalone, ma, nella corte, si trovarono di nuovo di fronte Svirsky, intento a rialzarsi faticosamente. Di fronte a quella resistenza quasi sovrannaturale, alcuni nobili sgranarono gli occhi e indietreggiarono, ma Soderini, reso folle dal dolore della ferita, avanzò zoppicando e brandendo la Makarov sottratta al suo feritore.

"Muori, maledetto demonio!" Urlò, sparando a Svirsky in mezzo agli occhi.

Così morì Lazar Svirsky, il monaco di Lvov. La Chiesa russa lo proclamò martire, per i suoi seguaci, e non solo, divenne una leggenda.


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