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Una storia di Matthewcau

Una piccola vita d’estate

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10 minuti

Pubblicato il 23 luglio 2020 in Avventura

Tags: #avventura #Estate #paese #ragazzi

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Gaetano detto “Lupo” e Antonino, detto “Nino”

Ultima Estate


Quella calda mattina Antonino, detto “Nino”, stava sdraiato sul letto ad accarezzare i suoi pensieri di fantasia, nei quali tutto gli era permesso, persino pensare che il nonno fosse ancora vivo, tra i suoi immortali proverbi, a raccontargli gli anni della guerra e di come aveva conosciuto la nonna e di come era quasi morto annegato nell’estate del ‘58.

Il campanello suonò e il rumore provocato da questo arrivò fino alle sue orecchie.

Nino non sembrava averci fatto caso.

In quel tempo il soffitto bianco e screpolato era diventato il suo migliore amico, l’unico compagno di avventure, silenzioso e inerte testimone di mille pensieri e sogni.

Ma ora tutto era finito, era il momento di voltare la pagina della vita, di quella vita.

“Nulla dura per sempre Nino”, questa frase pronunciata dal suo inconscio con la voce del nonno sgozzò i suoi pensieri ingenui. Spaventato da questo epilogo, privato del lieto fine, si destò, nell’esatto frangente in cui il campanello aveva smesso di suonare.



Prima Estate

Antonino, detto “Nino” e Gaetano detto “Lupo”


“Dai Nino, scendi”, un voce maschile arrivava dalla strada di casa, saliva dal balcone ed echeggiava nelle orecchie di Nino che era stravaccato sul divano del piccolo salotto.

Da quando era finita la scuola, per lui il tempo si era fermato, tutto passava con una lentezza che gli pareva infinita, tutti si muovevano a rallentatore in un’aria calda e accesa dei raggi del sole, che battevano con una violenza tale da provocare quasi dolore. L’estate era troppo impegnativa, si sudava e ogni movimento richiedeva una dose troppo elevata di forza per fare gesti quotidiani. A Nino non piaceva l’estate, perché con essa veniva sempre la noia, che era il nemico peggiore, poiché risucchiava ogni cosa di divertente che la mente dei bambini potesse ideare: giocare a pallone sarebbe stato adatto per chi voleva sperimentare il sapore della carne bruciata e certamente Nino non voleva fare quell’esperienza.

“Ninoo”

La voce continuava a chiamarlo e ad infiltrarsi nelle sue orecchie, Nino si girò dall’altra parte del divano, faceva troppo caldo solo per pensare di uscire e, riflettendoci, non aveva neanche voglia di affacciarsi dal balcone e dirglielo che non aveva intenzione di scendere. Quello lì sotto si sarebbe stancato e se ne sarebbe andato, come aveva fatto il giorno prima e il giorno prima ancora.

Faceva troppo caldo.

“Antonino”.

Sentì all’improvviso una voce rauca, ma al tempo stessa sicura e decisa che lo chiamava, questa volta non era lo scocciatore di sotto che gridava il suo nome, ma la voce proveniva dal piccolo salotto di casa e Nino sapeva benissimo chi fosse a chiamarlo, perché solo una persona al mondo lo faceva con il suo nome completo.

Era il nonno, seduto sulla sua piccola poltrona in pelle, tutta avvolta da una coperta di lana rossa: quella era la sua compagna di vita, l’unico pezzo di arredamento che il nonno aveva deciso di portarsi a casa della figlia, quando questa aveva pensato che fosse il caso che si trasferisse da loro, perché convinta che il nonno avesse perso la sua autosufficienza dopo la morte della moglie.

Ora il nonno, seduto sul suo trono, lo stava guardando con lo sguardo torvo, enfatizzato dalle rughe che gli aggredivano la faccia e che gli imbruttivano il volto. Per Nino era sempre stato impossibile sostenere quelle occhiate, davanti alle quali si sentiva impotente e completamente disarmato come un nano in procinto di essere schiacciato dal piede di un gigante. E Nino immaginava sempre quel gigante con la faccia rugosa del nonno.

“Dici sempre che ti annoi e ora che puoi uscire a divertirti, te ne stai sul divano a squagliarti le ossa”.

Nino osò alzare lo sguardo verso il nonno, nell’esatto momento in cui, ancora una volta, la voce dello scocciatore saliva dalla finestra sul balcone e risuonava per l’ultima volta il diminutivo del suo nome.

Subito si pentì dell’ardua scelta, così abbassò la testa, ancor prima di incrociare gli occhi azzurri del nonno circondati da tante rughe, come se fossero state poste li per proteggere gli occhi a mo’ di recinzione, pensò di rispondergli che, era vero, si annoiava, ma “Lupo”, il ragazzo che lo chiamava lì fuori era strano, per cui sarebbe stato meglio starsene sul divano a squagliarsi le ossa per tutta l’estate piuttosto che farsi vedere con quello.

Eppure non ce la fece a proferire parola; dalla sua bocca arsa non uscì nulla o forse non ebbe il tempo necessario per trasformare il fiato in suono che il nonno continuava

“Allora, Che fai lì impalato ? Il caldo ti ha già squagliato il cervello?”

Nino si limitò a scuotere la testa coperta di ricci castani, ancora abbassata.

“Muoviti, va ad incontrare il tuo amico”.

Nino non ne aveva affatto voglia, ma del resto non aveva molte possibilità: meglio trascorrere delle ore con quello strano ragazzino e farsi vedere in giro con lui che essere considerato un rammollito dal nonno.

Con tutte le forze decise di alzarsi e di incamminarsi a piedi nudi verso il balcone, dove venne immediatamente accecato dalla luce del sole e per un attimo ebbe l’istinto di starnutire, ma poi, dopo essersi sfregato gli occhi castani, decise di guardare di sotto, sulla strada dove la vita del piccolo paesello continuava al lento ritmo dell’estate e non vide null’altro che il cane bianco di Lucetta, la vecchietta che abitava al piano di sotto. Girò la testa dall’altro lato e vide un ragazzino dai capelli biondi che si incamminava lentamente verso la strada del cimitero. Nino aguzzò gli occhi, quello era “Lupo” il ragazzino strano e un po’ svitato che per poco non era stato bocciato in quell’anno, in cui aveva fatto la seconda media perché aveva pianificato uno scherzo ad una professoressa, Nino non sapeva quali fossero i particolari, ma ne aveva visto solo i tragici effetti, poiché la vittima dovette portare per un mese e mezzo il gesso alla gamba destra, spezzata in seguito ad una terribile caduta dalle scale della scuola.

. Quel giorno Lupo, era vestito con dei calzoncini corti bianchi che gli arrivavano fin su le ginocchia e una maglia a righe orizzontali, ciascuna di colore rosso e bianco.

Nino continuò a guardare il ragazzino, ancora titubante e pensieroso, non sapeva se scendere e raggiungerlo, ma poi pensò ai giorni precedenti e Lupo gli fece pena, perché doveva essere almeno una settimana che quel ragazzo lo veniva a chiamare invano.

Per un attimo Nino continuò a sfregarsi gli occhi, poi decise di rientrare nella sua piccola casa e di cercare le scarpe, il nonno lo osservava dall’alto del suo trono.

“Cosa cerchi?”

Nino lo guardò. “ le scarpe” rispose.

Il nonno sembrava non avesse capito, ma dopo un attimo riprese “prova a vedere nella tua stanzetta”. Nino fece uno sbuffo, ma poi decise di correre nella sua piccola camera, aprì la porta e le trovo lì, ai piedi del letto, erano delle scarpe nere, non particolarmente costose. Subito si sedette sul letto e ci infilò i piedi nudi, poi con un balzo si alzò dal letto e uscì dalla stanza. Si voltò verso il nonno, che continuava ad osservarlo e disse “Ciao nonno, io esco, quando torna dì a mamma che sarò fuori per poco”.

Il nonno non disse nulla, fece solo un impercettibile movimento con l’angolo sinistro della bocco, si limitò a guardarlo con la sua occhiata beffarda, Nino dubitò avesse capito, ma decise di uscire di casa, anche se forse Lupo si era già allontanato.

Nino scese di fretta le scale bianche, incrociando la grassa signora Lucetta che stava cercando di entrare nella sua piccola casa con delle buste di plastica colme di cose da mangiare, seguita dal suo cagnolino bianco, il cui nome aveva perplesso tutti, non solo perché nonostante fosse maschio aveva un nome da femmina, ma sopratutto perché si chiamava come la padrona “Lucetta”. Quando la signora Maria, madre di Nino, aveva chiesto la causa di ciò, Lucetta (la signora), aveva risposto che il suo nome non le piaceva e non era possibile che un cane ne avrebbe dovuto avere un più bello. Quando la madre di Nino raccontò questa storia a cena, il nonno rise a crepapelle e Nino non lo aveva mai visto ridere tanto.


Nino scese in strada e subito si accorse di tre rondini che si libravano felicemente nell’aria calda, avrebbe tanto voluto essere una di loro in quel momento, ma si concentrò su quella che era la sua imminente priorità: trovare Lupo.

E subito si mise a correre nella direzione del cimitero, per la strada che aveva visto percorrere da Lupo, lo fece per alcuni metri, ma subito si stancò, già sudato e con la mente madida. Sulla sinistra vide una strada comunicante con quella che stava percorrendo ed osservò un balcone gremito di fiori e piante verdi che crescevano ben oltre i limiti rappresentati dalla ringhiera di ferro. Sotto il verdeggiante balcone vide il ragazzino biondo che camminava sconsolato, forse affaticato dal caldo estivo.

Decise di compiere un altro sacrificio fisico e si mise a correre nella sua direzione, gridando il suo vero nome “Gaetano, aspettami”.

Il ragazzino non diede segno di averlo sentito, forse non era abituato sentirsi chiamare con il suo vero nome, “Gaetano”. Questa volta urlò il nome del ragazzino con un tono di voce molto più forte, tanto che un cane negli edifici di pietra che lo circondavano si mise ad abbaiare sommessamente.

La testa bionda di Gaetano si voltò verso di lui, per un interminabile momento lo osservò negli occhi e sembrò smarrito, quasi stesse cercando di riconoscere quel ragazzo che lo aveva chiamato con un nome che nessuno usava per riferirsi a lui.

Nino non potè fare a meno di osservare che il suo strano amico aveva gli occhi di due colori diversi: uno era celeste, l’altro castano. In quel momento pensò che quella caratteristica era una perfetta testimonianza del suo carattere strano.

“Lupo”.

questa volta Nino usò un termine più familiare per Gaetano, “come stai?”

Lupo lo osservò ancora per un attimo, fece una smorfia con la bocca, poi la aprì e mosse le labbra e cominciò a dire:

“Nino, ma allora sei vivo”.

Nino arrossì visibilmente in faccia, la situazione si stava facendo imbarazzante.

“Sì, solo non voglio uscire con questo gran caldo”

“Ma che t’importa del caldo Nino, sto organizzando una squadra” .Nino sollevò un sopracciglio, poi lo sentì ancora “che ne dici di farne parte?”

Nino non sapeva cosa rispondere, infatti non aveva idea di cosa stesse parlando quel ragazzo, probabilmente era impazzito del tutto, lo guardò diritto negli occhi e fu colpito ancora una volta dalla sua eterocromia.

“Ma di che stai parlando?” Si limitò a chiedergli.

Lupo abbozzò una forma di sorriso, poi allungò il braccio sinistro e disse, con un tono di voce, che per un attimo mise paura a Nino : “vedrai”.

Dopo questa risposta poco soddisfacente si portò il braccio teso verso la testa bionda e se la grattò, infine fece segno di seguirlo.

Nino si morse il labbro Inferiore, tra tutti i ragazzi del paesello, proprio quello gli doveva capitare?

Eppure la risposta di Lupo gli aveva messo non poca curiosità , di che squadra stava parlando ? Non aveva mica intenzione di giocare a pallone con quel gran caldo? Meglio starsene a casa col nonno a farsi raccontare le storie di guerra e perché no, anche qualche storia di fantasmi.

No, troppo caldo, avrebbe dovuto dirglielo che non aveva voglia di giocare e poi, forse la madre era già tornata a casa.

“Senti Lupo, fa troppo caldo, facciamo un’altra volta” Nino lo guardò negli occhi, anzi decise di concentrarsi sull’occhio celeste e sforzandosi di non ridere per quel bizzarro scherzo della natura continuò “ tanto l’estate è ancora lunga”.

Lupo sembrò si fosse offeso, infatti con fare minaccioso fece un balzo nella direzione di Nino e gli afferrò il magro polso destro, la stretta gli sembrò abbastanza forte, ma non ebbe tempo di accorgersi della forza, perché rimase sorpreso dall’estrema agilità di Lupo, per cui riuscì solo a soffocare un gridolino di paura.


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