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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

FAVOLA MERIDIANA

(..dall'omonimo romanzo inedito di Giorgio Mancinelli)

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31 minuti

Pubblicato il 31 gennaio 2020 in Fantasy

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Acquario di Genova
Acquario di Genova

FAVOLA MERIDIANA

(..dal risvolto ecologico)

Le grandi pareti di cristallo dell’acquario riflettevano di uno straordinario effetto luminoso, in cui il verde chiaro si tingeva qua e là di un azzurro striato d’argento e d’oro, sì da far apparire le ricreate profondità marine come immerse in una sorta di momentanea sospensione, rimuginò Fiorenzo osservando attonito il tenue chiarore che filtrava attraverso la trasparenza dei colori, capace di cambiare d’intensità col passare delle ore, e che permetteva alle numerose specie animali accolte di vivere tranquille come nel loro habitat naturale.

Lavorava solo da quattro settimane all’Acquario di Genova, e pur non avendo alcuna esperienza specifica nel campo dell’alimentazione animale, si occupava della dieta di alcune specie marine, nel senso che portava loro da mangiare, e a mantenere pulite le vetrate delle vasche che i numerosi visitatori impiastricciavano di manate. Non era certo quello un incarico importante, o almeno non così lo considerava lui nel confrontarlo con le attività svolte dai veterinari, dai biologi e dai ricercatori che formavano l’équipe scientifica in servizio. Pur tuttavia era il suo primo incarico e in previsione di migliorare la sua posizione lavorativa vi si dedicava con il massimo impegno.

Dopo aver accantonato al quarto anno gli studi di Biologia Marina per ragioni ancora tutte da verificare, era determinato a mantenere saldo il proposito che li avrebbe ripresi e portati a termine in futuro, anche se non si era dato un opportuno limite di tempo. Così, quella che era una promessa fatta a se stesso, era finita per essere soltanto una vaga possibilità lasciata al caso. Tuttavia Fiorenzo considerava il suo modesto incarico una valida esperienza, e non certo solo perché lo metteva a diretto contatto con quel mondo oceanico che da sempre fungeva per lui da richiamo – “sommerso com’era nel silenzio abissale e dentro la sospensione del tempo” – come appunto lui lo vedeva, bensì, perché faceva parte dei suoi segreti desideri, e lo considerava come l’estrema propaggine della sua fervida immaginazione.


Fiorenzo aveva ben sperato sulla scia del suo fantasticare, che un giorno sarebbe approdato “in una qualche isola sperduta nel grande mare Oceano che aspettava d’essere scoperta” – e che, prima o poi, l’avrebbe spinto a fare il grande salto della sua vita, imbarcandosi su una vera nave capace di sfidare le onde e oltrepassare il basso orizzonte che delimitava la sua visuale – quella linea sottilissima che nel congiungere separava l’immensità del cielo dal chiuso mare del Golfo.

La sua decisione di abbandonare gli studi rispondeva a una logica marinara e portuale che un tempo vedeva molti ragazzi imbarcarsi sulle navi che salpavano dal Porto per “cavalcar le onde”, così si diceva, ma che spesso aveva significato di vera e propria fuga – quasi un voler “scappare” dai luoghi che l’avevano visti bambini, dall’ostinata vessazione dei padri, da quella città, Genova, che pure gli negava di crearsi il proprio destino: diverso e meno tedioso, o forse soltanto meno “provinciale”, che pure avesse un vago sapore d’avventura.

Per Fiorenzo e gli altri “garzonetti” genovesi di nascita, significava rientrare nella tradizione di quei naviganti “conoscitori del mare” che un tempo solcavano l’Oceano scrutando nel profondo i suoi segreti, e che talvolta, presi dalla nostalgia d’imbarcarsi ancora, si soffermavano nei bassifondi del Porto e lungo i moli a raccontare le loro incredibili storie. O come qualche volta accadeva, per occultare l’esistenza di tesori nascosti che nessuno di loro era stato in grado di trovare, ma che molto invogliavano i giovani che li ascoltavano, a imbarcarsi e a prendere “la via del mare” in cerca di fortuna.


Fiorenzo trovava quelle storie “semplicemente entusiasmanti”, o almeno così diceva, ascoltandole talvolta per ore giù al Porto, dalla viva voce dei vecchi marinai, al pari di tante altre che aveva letto sui libri, sottolineando con il suo dire la semplicità di quegli improvvisati narratori. Soprattutto se raccontavano di terre lontane poste ai confini del mondo, e che chiamavano “d’Oltremare” – il che le rendeva forse più misteriose. Ancor più se vi si “folava” dell’avvenuto incontro con animali “meravigliosi” e forse per questo spaventosi, abitatori di sconosciute profondità marine che mai nessuno era stato in grado di catturare.

Storie che spesso si rifacevano ai molti racconti ascoltati quand'era ragazzo, e che l’avevano grandemente entusiasmato, permettendogli di comprendere cose che la sua mente all’epoca non era riuscita a percepire. Col passare degli anni aveva però riservato le sue attenzioni ai racconti di Conrad “per quella sorta di clandestinità di cui era intriso il suo narrare” – e che tanto l’affascinava. Attraverso i quali, si era trovato ad affrontare temi inusuali come l’amore e l’amicizia, la giustizia e la morte, che Fiorenzo non aveva ancora spiegate dentro di sé, ma che sentiva in agguato da qualche parte, e che prima o poi si sarebbero affacciate nella sua esistenza.

I racconti dei marinai giù al Porto, al confronto, non erano che piccole storie, che pur non essendo altrettanto eccezionali, davano però seguito a una tradizione ormai consolidata, che si ripeteva in tutti i porti del mondo allo stesso modo. Come quelle, infatti, narravano con maggiore o minore enfasi, di terre lontane e misteriose di cui spesso chi le raccontava non ricordava neppure il nome. O di viaggi condotti fuori dalle rotte conosciute, per non dire degli incontri con i grandi cetacei come la balena o l’orca, le furibonde lotte con gli squali o l’entusiastica euforia dei delfini – le cui avventure, nel ricordo della gente di mare, continuavano a sfidare gli abissi più profondi e la vastità del cielo.


Non erano che semplici “fore” verosimilmente inventate dalla fantasia dei marinai durante le lunghe traversate – “per scacciare il ricordo della lontananza” – dicevano, ma che invero raccontavano più volte – “per ammazzare la nostalgia della partenza”. Brevi racconti che riempivano il tempo di una birra bevuta in compagnia, o tutt’al più lo spazio di una sera, e che la gente raccomandava di prendere “col lanternino”, ripetendo un ambiguo modo di dire marinaresco entrato poi nel gergo popolare assai in uso, e che stava a significare – “prendere col beneficio del lume di una piccola lanterna, che non sempre è in grado di illuminare la verità”.

Bexicii con error” – ripeteva sovente a Fiorenzo sua nonna Matilda, per dire che erano storie verosimilmente rubate qua e là, e abbandonate all’onda dalla mano furtiva di qualche marinaio sognatore, che le maree avevano poi trascinate in tutte le direzioni del vento. Non storie quindi, bensì “fantasticherie di marinai”. In quel mare abissale dove, al dunque, potevano dirsi conclusi, i destini di tutte le navi salpate dai porti lontani che non aveva mai veramente conosciuto. Ove poteva dirsi conclusa la vita di suo padre che lui ripescava dalla grande, immensa stiva dei suoi ricordi, insieme agli aneddoti curiosi, ai sogni nascosti e alle canzoni malinconiche.

Per conoscerci dobbiamo conoscerlo il mare” – gli aveva detto un giorno il suo “vecchio”, come Fiorenzo chiamava suo padre, mostrandogli quello che sarebbe stato l’unico libro che avrebbe continuato a sfogliare per il resto dei suoi giorni – pagine e pagine colme di perché che sarebbero rimaste senza risposta, che non avrebbero lasciato alcuno spazio a sogni e a fantasticherie.


In assenza degli abituali visitatori il silenzio nell’Acquario era pressoché assoluto, la luce azzurrata delle lampade di servizio rifletteva tenue attraverso le spesse vetrate delle vasche – “quasi si fosse sul fondo dell’abissale oceano” – pensò Fiorenzo, lasciandosi di un tratto fluttuare leggero come talvolta aveva visto fare al giovane Arturo, l’unico esemplare di delfino presente nella vasca in quel momento; mantenendo cioè le braccia distese lungo il corpo e lasciandosi cullare dal movimento ondulatorio dell’acqua. Un gioco innocente, discreto e misterioso, che gli riportò alla mente lo stesso andante “dondolio” di una nota filastrocca popolare, i cui versi appartenevano ai ricordi non lontani della sua infanzia:


Pesci, pesci, vorta la carta si vede li nesci . .” (*)


Era lì che ripeteva fra sé l’ultimo verso, quando Arturo fece la sua comparsa da ipotetiche profondità marine e gli andò incontro nello stesso ridicolo modo che aveva visto fare a lui, imitandone l’andamento, tenendo le braccia distese lungo il corpo e lasciandosi cullare dolcemente. Fiorenzo ne fu sorpreso e attirò maggiormente la sua attenzione eseguendo lente giravolte su se stesso, cosa che Arturo ripeté allegramente, aggiungendo di suo, alcune sorprendenti acrobazie.

Chissà se i delfini riescono davvero a dialogare con l’uomo?” – si chiese. Che quelle fossero fantasticherie oceaniche gli sembrava un dubbio lecito, poiché non gli era mai capitato prima di entrare a diretto contatto con un cetaceo. Se ben ricordava, il suo “vecchio” di ritorno da un viaggio, gli aveva raccontato di aver visto cento e più delfini salire in cima alle onde e seguire la nave sulla quale era imbarcato. Rammentava ancora la sua espressione raggiante con la quale aveva accompagnato le sue parole – “Uno spettacolo meraviglioso, l’immagine tormentosa e soave dell’inafferrabile fanciullezza della vita!” – aveva detto.


Melville!” – esclamò sorpreso Fiorenzo nel rammentare le sue parole, nella certezza che suo padre avesse citato il grande narratore per dare maggiore enfasi alla propria meraviglia.

Come non vi aveva pensato prima? E dire che erano passati tanti anni da quell’accadimento, che . . ” – si chiese infine, sebbene solo in quel momento le sue parole risuonarono nella sua testa come un familiare adagio che, in assoluto, poteva dirsi la chiave di lettura di tutta la sua infanzia.

Si rammentò che una volta aveva sognato di essere un delfino e di aver cercato una spiegazione a quel sogno, venendo a capo di un qualcosa che allora gli era sembrato incomprensibile, e che sul momento non gli riusciva proprio di ricordare.

Deve pur esserci un modo per comunicare con i delfini!” – si disse, certo di aver letto qualcosa in proposito sul National Geographic, una fonte che a ragione riteneva attendibile.

In fondo non c’è alcuna ragione scientifica che lo dica impossibile? Forse dovrei prima capire se. .” – si chiese Fiorenzo, dando adito al fatto che in alcune forme di comunicazione l’importante non era poi tanto parlare, quanto capire.


Dovresti capire ad esempio che i delfini, pur non sapendo articolare i suoni, riescono a intuire molte cose del linguaggio umano e perfino a dialogare” – aggiunsee Enrico, responsabile dell’alimentazione di alcune specie animali e che, proprio in quel momento, attraversava il lungo corridoio di servizio in direzione delle altre sale.

Lo credi davvero?” – gli chiese Fiorenzo riprendendo immediatamente il lavoro, quand’egli si era ormai allontanato e non poteva ascoltarlo.

Finanche Arturo sembrava essersi dileguato, poiché Fiorenzo non riusciva più a vederlo attraverso il vetro della vasca. Poteva soltanto immaginarselo attraversare il confine invalicabile dell’Acquario e spingersi oltre il ristretto limite del Golfo, oltre l’orizzonte, fino al grande Oceano mare in cui erano sopravvissute le specie primordiali – “i grandi cetacei capaci di smuovere le onde, ed annunziar tempesta!” – come gli aveva narrato un giorno il “vecchio marinaio” giù al molo, che in cambio di una birra spesso intratteneva i “garzonetti” della sua età, raccontando loro un’ennesima incredibile “fora”.

Si vuole che un delfino conducesse in salvo da naufragio sicuro il cantore greco Arione, allorquando gli schiavi della nave che lo trasportava ordirono di ucciderlo per derubarlo. Ma Arione per nulla spaventato, chiese loro di lasciarlo cantare per un’ultima volta accompagnandosi alla sua lira e dal suono melodioso della sua voce e, subitamente, altri delfini accorsero e fiancheggiarono la nave sulla quale Arione era imbarcato e gettatosi in mare, un delfino lo raccolse portandolo sul proprio dorso fino alla riva di Capo Tenaro. Fu così che Apollo, l’occulto signore dei delfini, giuntone a conoscenza, trasformò la lira e il delfino pietoso nelle due costellazioni che tutti possono ammirare in cielo”.


Una “fora” quella, che il “vecchio marinaio” aveva finito di dire indicando un punto a caso nel cielo a quanti, come Fiorenzo, per un po’ si erano prestati ad ascoltare la sua narrazione, ma che poi avevano preferito riprendere il normale andirivieni all’inseguimento degli sguardi delle ragazze, preda ben più ambita ai loro desideri giovanili, lasciandolo da solo, in quella calda sera d’estate, con lo sguardo rivolto alle stelle.

Arturo, che certamente aveva notato la sua momentanea distrazione, fece una capriola per ricondurlo al gioco, quando, avvertendo nel suo sguardo una qualche incomprensibile malinconia, si acquietò e si spinse con il muso a contatto con il vetro della vasca, come per un tenero gesto consolatorio – quasi fosse in grado di esprimere la sua solidarietà al compagno in ambasce, attraverso il linguaggio ancestrale del mare. La rivelazione colse Fiorenzo di sorpresa. Improvvisamente il vetro che pur li divideva, non era più d’ostacolo al flusso d’energia che restituiva moto alle sue azioni, alle scambievoli ed esuberanti anticipazioni d’amicizia.

Chissà se è così anche per te, essere qui e voler essere altrove, è così?” – gli chiese Fiorenzo, immaginando che Arturo, come del resto egli stesso in quel momento, provasse un profondo senso di malinconia, come se si fosse risvegliato in lui un mondo che forse non aveva mai compreso.


Si dice che l’amarezza sia talvolta grande quanto più è grande la rinuncia di poter realizzare un proprio desiderio. E la mia è paragonabile alla tua, se tu con me ardi dal desiderio di lasciarti trasportare dalle correnti del Golfo, verso quel mare aperto che ci aspetta, che ci chiama . .” – disse Fiorenzo, svelando ad Arturo il suo segreto fino a quel momento gelosamente custodito, di salpare un giorno verso quelle terre lontane che i vecchi dicevano “d’Oltremare”.

Pensi che io parli a sproposito? Beh, non farci caso. Puoi crederci, è nella solitudine che maturano i pensieri migliori” – aggiunse Fiorenzo, cercando di trasmettere ad Arturo quell’ottimismo che per sé non era capace di provare, ma che pure usava come merce di scambio, come di chiunque accetti l’imprevedibile.

Sono fermamente convinto che in fondo la solitudine sia soltanto una condizione dell’anima umana. Tu dunque non centri!” – disse, voltandogli le spalle nel prendere in mano gli arnesi da lavoro, quando sentì un suono insolito, prolungato, a tratti interrotto, provenire dall’interno della vasca.


Che Arturo voglia farmi ascoltare la sua voce?” – si chiese dubbioso, anche se, immaginandolo sott’acqua e per di più sul fondale dell’Oceano, non riteneva quella una possibile ipotesi.

Esplorare il mondo sommerso degli abissi, quella sì che sarebbe un’esperienza entusiasmante da fare – si disse, abbandonandosi per un istante a quella sensazione impalpabile che talvolta lo coglieva e che si sostituiva alla realtà fino a renderla leggerissima, vaga dentro il silenzio fluttuante del momento.

Se solo potessi, per un istante . .” – pensò Fiorenzo, allargando le braccia in una giravolta, con il secchio e lo straccio appesi di qua e di là dalle mani, e malgrado egli si sentisse già un po’ pesce, ammise a se stesso di non conoscere il linguaggio dei delfini e rise di quella che gli era sembrata un’incredibile scemata.

Che quella fosse la voce di Arturo? Che con quel verso intendesse davvero comunicargli qualcosa?” – si chiese incredulo, sebbene l’idea gli sembrasse di per sé meravigliosa.

La conferma gli giunse di lì a poco in modo chiaro, quando lo udì ripetere il suo verso con la persuasiva forza di un richiamo, anche se proprio non gli riusciva d’immaginare in che modo avrebbe potuto colloquiare con lui.


Strano!” – esclamò Fiorenzo, chiedendosi come quel semplice verso suonasse così straordinariamente consueto alle sue orecchie, come trovasse un facile approdo nella sua memoria – quasi volesse dar seguito al ricordo della voce narrante del “vecchio marinaio” giù al Porto.

Che il mare suggerisse allo stesso modo ai delfini e ai vecchi marinai l’andatura “cantilenante della risacca?” – si chiese, senza tuttavia aspettarsi una risposta che non giunse.

Ehi Fiorenzo, che ci fai ancora qui? Hai intenzione di rimanere oltre il turno di lavoro?” – gli gridò Enrico a distanza.

Vedo che hai fatto amicizia con Arturo. Molto bene, giacché da domani dovrai occupartene personalmente! Se sarete amici meglio così, ne trarrete certamente vantaggio entrambi” – aggiunse avvicinandosi.

Enrico, credi che i delfini possano comunicare con gli esseri umani?” – gli chiese Fiorenzo cogliendolo di sorpresa.

Affermativo. È indubbio che in qualche modo essi ci parlino, ma se vuoi che ti confidino i loro segreti, devi confidargli i tuoi. Sembra sia, una condizione “sine qua non”, non riconoscono nessun altro modo” – gli rispose Enrico, ridendo per quella che secondo lui era una trovata, particolarmente buffa.

Adesso devo assolutamente andare, per me si sta facendo tardi” – disse avviandosi, aggiungendo poi con voce sommessa – “Tu forse ancora non lo sai, Arturo è una creatura magnifica, capace di leggere nell’animo umano”.


Fiorenzo a sua volta sorrise, convinto che Enrico si stesse prendendo gioco di lui, poi insieme si avviarono verso lo spogliatoio dove li raggiunse ancora una volta quella che verosimilmente poteva essere la voce di Arturo.

Lo senti? È Arturo che ti chiama. Non vuole che tu vada via. Credo voglia giocare con te” – gli disse Enrico.

Ma dai, se neppure mi conosce” – ribadì Fiorenzo.

Non essere così cinico, ti conosce eccome” – rispose Enrico mentre si liberava della tuta da lavoro.

Magari non riconosce me, anche se mi è toccato portargli da mangiare più volte in questi ultimi giorni, ma sicuramente vede te. Gli animali, qualunque ne sia la specie, hanno una predilezione per alcuni soggetti umani. Proprio come l’uomo predilige questo o quell’altro animale. È così che funziona. Dai, adesso andiamocene, almeno per oggi il nostro turno è finito”.


Fiorenzo non si era ancora cambiato quando gli parve di sentire ancora una volta il richiamo che Arturo, a detta di Enrico, continuava a mandargli a distanza. Enrico l’aveva appena salutato, quando lui risalì la rampa della scala esterna che portava nella parte aperta della piscina usata dagli addetti ai lavori che vi s’immergevano per scopi puramente scientifici.

Arturo, che probabilmente era rimasto nascosto nei meandri del fondale, si levò all’improvviso sull’acqua esibendosi in una giocosa acrobazia proprio mentre Fiorenzo, non vedendolo ancora arrivare, si voltava per recuperare l’uscita. Seguì un tonfo sonoro mentre una grande massa d’acqua si rovesciò sul bordo della vasca bagnandolo. Fu quella la prima volta che Fiorenzo imprecò contro di lui dicendogli – “Che ti mangi la balena!” – per poi abbandonare il terreno di scontro.

Era bagnato dalla testa ai piedi, quando Enrico, tornato indietro per prendere una cosa che aveva dimenticato, lo trovò nello spogliatoio che si asciugava e lo salutò senza tuttavia guardarlo. Fiorenzo gli rispose evitando di dare troppo nell’occhio. Non gli sarebbe piaciuto farsi vedere fradicio, e per lo scherzo di un delfino per giunta – “A domani!” – rispose, quando Enrico era già via, e la sua voce si spense raccolta dalla brezza che leggera arrivava dal mare.

Risalita la seconda rampa di scale, Fiorenzo si ritrovò sull’alto terrazzamento di passaggio che attraversava i tetti dell'Acquario, dove pensava di potersi asciugare all’aria aperta. Era la prima volta che saliva fin lassù per ragioni che non fossero di transito da un padiglione a un altro, e fu colpito dallo straordinario spettacolo offerto dal cielo nel magico istante in cui il tramonto infuocava lo scenario che si spalancava davanti ai suoi occhi.


Era in quei momenti che più sentiva di appartenere al mare, di amarlo almeno quanto il mare dimostrava di ricambiare il suo attaccamento, anche se in ciò nascondeva un timore quasi riverenziale, per cui Fiorenzo aveva affidato al mare di fargli da guida nel viaggio, sempre rimandato, che l’avrebbe portato lontano verso l’aperto Oceano e le lontane terre così dette d’Oltremare.

Un colpo di vento levatosi da ponente lo colse di sorpresa, colpendolo come uno schiaffo in pieno viso e scompigliandogli i bei capelli color castano chiaro che aveva fatto accorciare da poco, sfidando i richiami della moda che li voleva lunghi. Fiorenzo si voltò di scatto verso chi gli era sembrato dicesse – “Che ti te mesci!” – e che stava per “dai muoviti ragazzo”, ma non vide nessuno – forse perché non c’era nessuno.

Genova accolse il suo sguardo, immobile nella sua lenta mobilità, mostrandosi a lui come un film passato al rallentatore in cui le immagini avevano perso l’originario nitore, cedevano alla magia dell’ora sfocata nel rossore del tramonto. Fiorenzo scorse le lunghe arcate di Sottoripa, con le sue friggitorie, i negozi di verdure e i suoi molti caffè, risalì con lo sguardo i “carruggi”, le strette vie che dal Porto salgono verso la parte più alta della città attraverso le temerarie architetture moderne, accatastate dietro la tangenziale che la taglia in due come la lama di una spada. Per poi spingersi fino alla città alta, la città dei Genovesi, e ancora più in alto, fino a raggiungere le magnifiche terrazze del belvedere.

Vista da lì, non gli sembrava nemmeno una città, ma la parte emersa di una grande nave stipata d’anime in balìa del vento e del mare, con le "murate" e gli “scalandroni”, con i suoi ponti, i suoi quartieri, le cabine e le paratie, le sue stive stracolme di marinai e di clandestini.


Quei naviganti “signori del mare” che avevano il mare come vocazione, orgogliosi e distaccati quanto bastava, e che ogni sera guardavano l’orizzonte come una meta da superare – “o forse come un sogno da realizzare, chissà?” – si chiese, legati alla città da cui salpavano per navigare in ogni luogo e in ogni dove, con la segreta speranza di farvi ritorno, un giorno.

Sì, anche quella era la sua Genova – si disse Fiorenzo – una gigantesca nave ferma nella rada che attendeva da sempre il momento di salpare e che mai levava l’ancora, per ritrovarsi, nell’istante del tramonto, nella sospensione di un’ inesorabile attesa”.

Chi mai avrebbe potuto scandagliare nel carattere adamantino e impavido di quei navigatori bizzarri e un po’ volubili? Di quegli uomini “di passaggio”, che camminavano lenti fissando il mare, senza mai guardare nessuno, come se niente ci fosse da vedere?” – si chiese ancora, senza tuttavia cercare una risposta a quella domanda che rimetteva in moto tutta la sua immaginazione.

Non spettava certo alla sua giovane età dare risposte ponderate. Lui, genovese di nascita, non aveva bisogno neppure di cercarle le risposte, le conosceva già, erano scritte sui volti dei marinai più anziani che si esponevano al sole di mezzogiorno – “a far asciugare le ossa” – come talvolta dicevano. Le risposte erano incise sulle pietre di quella sua città che nonostante tutto lui amava, anche se talvolta lo faceva sentire prigioniero – “lasciato a marcire nella sua capiente stiva” – come pensava in certi momenti di sconforto.

Sì certo, aveva pensato molte volte di salire su una nave che l’avrebbe condotto verso quel buio della vita che alimentava le sue paure con coraggio. Ma, al dunque, si era deciso a restare, condividendo con la città il suo provinciale isolamento, rassegnato a lasciarsi vivere col suo irrevocabile destino.


Per Fiorenzo, che il mare lo portava dentro, tutto ciò gli procurava una pacata nostalgia. Quella stessa che colpiva tutti i marinai che potevano dirsi genovesi, quelli di un tempo, di stazza sui bianchi velieri che approdavano all’antico molo, che se ne tornavano alle loro case col sorriso sulla faccia e le “palanche” in tasca; e quelli d’oggi, delle grandi navi mercantili assembrate nella rada, che si attardavano ubriachi sotto le arcate di Sottoripa in cerca di una qualche opportunità. Tutti con gli stessi sogni e con le stesse facce di sempre, facce di marinai segnate dalla malinconia, dal vento e dal sole, dalle nuvole come dagli uragani, e con tante “storie” da raccontare.

Chissà che io non abbia perso l’unica vera occasione di sfidare la sorte?”– si chiese Fiorenzo allorquando aveva insistito di voler andare.

Lo sapevano bene i genovesi più anziani, quelli di loro che con un po’ di fortuna erano tornati dopo venti, trenta e forse anche quaranta anni, e si stupivano nel vedere come la città era cambiata, e criticavano negativamente le temerarie architetture moderne accanto alle splendide facciate dipinte dei palazzi nobiliari d’un tempo.

Tanto più, sembrava sorprendente e per un certo verso incredibile, come certi contrasti evidenti tra il vecchio e il nuovo, suscitavano infinite dispute verbali fra quelli che a Zena erano rimasti e quelli che vi facevano ritorno; che erano poi sempre gli stessi che un tempo avevano affollato le rimesse portuali e i depositi dei Magazzini del Cotone, o la vecchia pescheria e i portici dei mercanti e dei banchieri, e che adesso frequentavano invece i più moderni “scragni” delle Poste, i numerosi Bar e i Supermercati della “nuova” Genova, come appunto la chiamavano, in segno di una non nobile distinzione.


Qualcuno allora diceva che non v’era stata continuità, lamentando la mancanza di un filo conduttore che legava la vecchia Zena marinara dei traffici con i paesi che affacciano sul Mediterraneo, con la Genova più moderna, aperta ai traffici intercontinentali per via aerea e sempre meno per nave. Ci si lagnava finanche della scomparsa delle “crose”, un tempo elemento tipico della pavimentazione delle strade, per il più moderno asfalto.

Qualcun altro brontolava che i genovesi avevano mancato la sfida, l’ultima in ordine di tempo, quella – “che aveva visto l’antica Repubblica Marinara inclusa nell’unità d’Italia; che gli onori della città bla, bla e poi bla . . !”. Facendo del proprio “mugugnare” una sorta di rumore confuso che – “ghe pà ch’o fasse bello zèngo”, gli pareva di fare bella figura, dimenticando però che n’era passata d’acqua lungo i moli, e che i decenni, dopo i guasti della guerra, avevano lasciato – ahimè! – luogo alle contaminazioni e alla speculazione edilizia, ma anche al risanamento e alla ricostruzione, che di fatto avevano trasformata la vecchia e “romantica” Zena, nella più moderna e fruibile città di Genova.

Ma sì, in fondo avevano ragione loro, adesso è tutto diverso” – si disse Fiorenzo nell’assecondare quello che poi dicevano i “vecchi” che tra un “gotto de vin” e l’altro, finivano per dare adito al sogno restauratore dell’antica Repubblica Marinara, senza considerare che anche quelli nel frattempo fossero cambiati e che se loro avevano fatto la storia, adesso spettava ai più giovani pagare le conseguenze delle loro scelte, nel bene e nel male, qualunque fossero state. Quelle stesse che avevano segnato la vera essenza del vivere quotidiano d’ogni individuo che potesse dirsi genovese.


Che fine aveva fatto la cultura depositaria del dialetto genovese?” – si chiedevano in molti, e che un tempo costituiva un patrimonio di memorie per tutti i “zeneixi”, quei genovesi che avevano depositato nella madre lingua la propria identità culturale, e che oggigiorno si trovavano ad assimilare costumi e linguaggi di altri popoli, diversi da loro.

Per Fiorenzo e gli altri ragazzi della sua età, la ragione di quella scelta, che egli stesso definiva essere una sua “prerogativa naturale”, gli proveniva direttamente dal quell’unica scuola di vita che era la strada, con la sua realtà talvolta dura, stracolma senz’altro di responsabilità già espresse, e comunque partecipe della storia d’una realtà cittadina.

Si ricordò di quando al seguito di alcuni compagni aveva marinato la scuola e aveva bighellonato per le arcate di Sottoripa e i moli gloriosi del Porto. Gli balenò nella mente l’incanto di quando insieme avevano guardato le onde infrangersi sulla riva al tramonto, di come l’orizzonte allora gli era sembrato lontano. Era quello, forse, il primo orizzonte che mai avesse contemplato e il primo tramonto di cui portava memoria.

Come sempre, i vecchi marinari, almeno per quella sera, avrebbero trovato una qualche storia da raccontare. Quei brontoloni dall’aria austera ma in fondo bonari, avrebbero continuato a “mugugnare” ancora per un po’ e a guardare al futuro come qualcosa apparentemente lontana, che invece avanzava inesorabilmente.


Fiorenzo era da poco salito sulla scala a pioli, impegnato a pulire la grande lastra di cristallo che dava sull’ampio corridoio adibito ai visitatori, quando Arturo, seguendo il senso rotatorio del panno giallo che lui muoveva con la mano, improvvisò alcune capriole. La cosa lo fece sorridere e per poco non cadde giù dalla scala con il secchio pieno d’acqua e l’asta d’allungamento dello straccio per le pulizie. Davvero non ce l’aveva su con lui per il bagno ricevuto. Anzi, lo sfotteva facendogli ogni sorta di “boccacce” attraverso il vetro, che Arturo verosimilmente, vedeva trasformarsi ora in qualcosa di piacevole e divertente, e allora sembrava a Fiorenzo che ne rideva; ora in qualcosa che lo spaventava e che lo metteva in fuga, per poi vederlo tornare di lì a poco, preso da gran curiosità per ciò che gli sembrava un imprevedibile gioco a suo uso e consumo.

I loro volti, invero, visti rispettivamente di qua e di là dal vetro della vasca, gli ritornavano a vicenda in un insolito puzzle, attraversati di volta in volta da riverberi di luce ora verdi, ora azzurri e oro – quasi che l’intero fondale marino riversandosi su di loro con i suoi molteplici colori, li invitasse per un incontro inusitato e magico. C’era davvero dell’incredibile nella natura di quel delfino che Fiorenzo doveva ancora scoprire, ed era verosimilmente dispiaciuto di non comprendere il suo misterioso linguaggio, anche se ricordava d’aver letto da qualche parte che una speranza in tal senso, era davvero allo studio, e che gli etologi interessati al problema, si dicevano certi d’essere giunti a una svolta. Presto sarebbero riusciti a decifrare, attraverso il loro comportamento, lo straordinario frasario dei delfini.

Chissà se è davvero così diversa la natura degli uomini da quella dei pesci?” – si chiese, osservando quello che somigliava sempre più un gioco, con le sue regole, la necessaria competitività, i suoi piacevoli ghiribizzi, le ripetute linguacce di Fiorenzo e gli schizzi spumeggianti di Arturo.


Era ormai giunta l’ora del pasto e il delfino era lì che aspettava il suo consueto pasto a base di calamari e piccole acciughe, quando Fiorenzo giunse con il secchio ricolmo e lo posò sul bordo della vasca. Appena Arturo si accorse di lui gli andò incontro producendosi in una scivolata degna di un campione di surf.

Si direbbe che il surf lo abbia inventato tu” – disse Fiorenzo così per dire qualcosa non senza una punta d’ironia.

La pronta risposta d’Arturo che sportosi dall’acqua mosse la testa facendogli cenno di “sì” lo lasciò sbalordito. Fiorenzo si chinò ad accarezzargli il muso con la mano come aveva visto fare a Enrico, ma Arturo spalancò prontamente la bocca reclamando il suo pasto. Fiorenzo spaventato la ritirò e la immerse nel secchio lanciando poi in acqua alcuni pesci che Arturo non raccolse restando in attesa del suo pasto con la bocca aperta. Fiorenzo da principio non capì e si guardò attorno nella speranza di veder passare Enrico, ma niente. Erano soli, lui e quel cetaceo che si rifiutava di mangiare.

Si sedette a gambe incrociate sul bordo della piscina e prese a parlare con Arturo che alternava a un’immersione momentanea una prolungata sosta in superficie.

Dimmi un po’? Ti sembra forse che io ti somigli? A guardarti bene si direbbe proprio di no; anzi, direi che siamo diversi io e te. Guardami, io ho le braccia” – e prese ad agitarle come per volare. Arturo imitò spontaneamente il suo gesto muovendo allo stesso modo le pinne.

Ho le orecchie sporgenti che tu non hai” – disse, portandosi le mani

alle orecchie, ma Arturo anziché imitarlo si limitò a emettere un suono che assomigliava molto ad un’ilare gridolino.


Fiorenzo che fai? Fai le smorfie ad Arturo anziché dargli da mangiare?” – gli chiese Enrico affacciatosi per vedere come andavano le cose.

Ha detto che non vuole mangiare!” – si scusò Fiorenzo.

Te lo ha detto lui?

Ha detto proprio così?

Sa esprimersi alla grande fuori della normalità” – disse sarcastico Enrico che lo guardò con simpatia e gli tolse il secchio dalle mani.

Non dimenticare che Arturo è un bambino e che come tutti i bambini gli piace giocare. Lascialo a me, ti mostro come devi fare con lui. Ricorda, come la maggior parte dei bambini, vuole essere coccolato” – così dicendo si avvicinò al bordo della piscina e depose un grosso salmone nella bocca aperta di Arturo. Il quale, dopo averlo ingoiato s’immerse per un istante e tornò ad affacciarsi per un altro pasto.

Ecco fatto, mangia solo in questo modo, adesso puoi provarci tu! Vedrai che mangerà, altrimenti oggi gli farò saltare il pasto!” – ribadì minaccioso al delfino.

Arturo si sbrigò a dire “no” con la testa. Fiorenzo ripeté non senza timore il moto del collega e Arturo s'affrettò a inghiottire in un attimo un altro grosso salmone che gli aveva appena calato in bocca.

Bene – disse Enrico – ora ti lascio, devo servire il pranzo agli altri pesci. Per mia fortuna non tutti vogliono essere imboccati come lui. Pensa come faremmo con gli squali o con i piranha?” – e se n’andò.


Arturo non la smise più di chiedergli dell’altro cibo, anche quando aveva ormai finito la sua razione giornaliera. Fiorenzo si chiese se fosse per fame o perché ne fosse ghiotto.

Eh Arturo, sei un golosone!” – gli disse.

Beh, giacché mi hanno affibbiato il nomignolo di delfino, almeno in una cosa posso dire che ti somiglio. È un segreto, tienilo per te, mi raccomando. Sono goloso anch’io, ma di cioccolato”.

Vorrei essere un pesce per. .” – si trovò a dire ad alta voce Fiorenzo mentre ripassava la grande vetrata della vasca con Arturo che volteggiava a ogni suo gesto. “Vedrai, un giorno finirai per caderci in quella vasca, allora sì che ne vedremo delle belle!”, esclamò Enrico, bonariamente, senza considerare che suo malgrado a Fiorenzo sarebbe piaciuto non poco. Aspettava solo che glielo dicessero e si sarebbe immerso in quella vasca senza pensarci due volte.

Indubbiamente quello che gli si offriva, era un privilegio per pochi – “essere partecipe della vita di un delfino, in un certo senso era la via più breve per conoscere quel mondo segreto e affascinante che in parte gli studi di biologia marina gli avevano già svelato, e magari gli avrebbe permesso di diventare un profondo conoscitore della specie” – pensò, mentre senza quasi accorgersene, era tornato sulla riposta decisione di riprendere gli studi interrotti.

Lo stare in contatto con Arturo gli suggeriva talvolta una qualche affinità, insieme ovviamente all’ineluttabile consapevolezza d’essere diverso.

Chissà se anch’io faccio parte della famiglia dei cetacei?” – si chiese a voce alta pensando di non essere ascoltato.

Magari di quella di un delfino, ragazzo” – disse Enrico sbucando all’improvviso alle sue spalle, uscendo quasi dalle profondità marine dell’Acquario.

Un delfino conosce tutte le rotte e tutte le correnti ed ha una sola meta, il grande Oceano mare. Capisco, come tutti gli altri “garzonetti” sei qui, ma in verità vorresti andartene per mare. È forse perché sulla terra ferma, in mezzo alla gente, ci sentiamo come pesci fuor d’acqua, è così?


Il mare . . il mare . . Oh, non importa, riguarda il mio passato ormai, e il passato non conta più di tanto. Piuttosto pensavo: se non fosse stato meglio che anch’io me ne fossi andato per mare” – sbottò Fiorenzo permettendo a Enrico di riprendere il suo discorso.

“Se vuoi sapere tutto del mare, chiedilo a un oceanografo, o a un biologo specializzato nella vita sottomarina. Loro possono dirti molte cose, ma se lo chiedi a un marinaio, cosa vuoi che ti risponda? Indaffarato com’è con mareggiate e sciabordii, è troppo occupato a rimanere a galla, per dirti cos’è. Non devi sentirti in colpa per le tue indecisioni, anche quelle rientrano nella normalità. Alla tua età s’intende! Semplicemente, cerca di trarne insegnamento per vivere in questo mondo”

Come?

Tenendo i piedi ben saldi sulla terra. Per essere in armonia con il resto del mondo dobbiamo prima esserlo con noi stessi, ragazzo. Alla fine, la grande sfida della vita consiste nello spingerci verso quelle finalità che mai immaginiamo di poter raggiungere. Dimmi, che forse stai meditando una qualche fuga, ragazzo? Allora, non c’è nulla di più sbagliato che starci lì a rimuginare su, affida il tuo destino al mare … – aggiunse, lasciando a Fiorenzo una pausa di riflessione. Ma, poiché Fiorenzo non si decideva a parlare, aggiunse – “… quel mare dove ciascuno, come in uno specchio trova infine se stesso”.


I veri marinai giacciono tutti in fondo al mare!” – si diceva nei fondaci del Porto. Era anche quello che si sentiva ripetere su tutte le navi quando i marinai erano presi dalla malinconia. O quando piangevano senza farsi vedere. E Fiorenzo questo lo sapeva.

Per un momento pensò di dover dare ragione a sua nonna Matilda e quasi ammise di non avere abbastanza fegato per affrontare la realtà. Era sempre stato così. Aveva sperato che le trasformazioni profonde avvenissero gradatamente, ma la vita per lui, volgeva sempre lo sguardo all’indietro, e il passato talvolta tornava a confondergli la mente.

Fu assalito da un’ansia sconosciuta. Udì il proprio cuore balzargli fuori dal petto, ebbe caldo, e poi freddo, sentì il mare entrare e uscire dal suo corpo, mentre qualcosa dal di dentro gli diceva che le cose stavano cambiando. Che dipendeva solo da lui. Ne uscì scosso, convinto che fino a quando sarebbe rimasto in casa a rimuginare sul passato, in ozio davanti alla televisione, non sarebbe potuto accadere nulla.


La vita era fuori e ancora una volta lo chiamava, il grande immenso mare della sua immaginazione pronunciava così la sua sfida per la libertà.


Arturo
Arturo

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