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Una storia di Giorgio51589046

CIRCE

INCONTRANDO CASA

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11 minuti

Pubblicato il 29 giugno 2021 in Horror

Tags: #cancro #faro #fiamme #onda #pulsione

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Sì, va bene.
Mia zia Maria Cristina mi guarda dall'alto verso il basso, ma non per disprezzo. Banalmente è una spanna più alta di me. Anche da ragazzino avevo come l'impressione di doverci appoggiare una scala per darle un bacio sulla guancia. Ma giusto così...
Da ragazzini tutto è enorme; poi quando si diventa grandi ci si ritrova piccoli e strizzati come pachidermi in una bicocca per bambole, e si comincia a respirare a fatica, le pareti stringono, le finestrelle non ti danno aria, le ginocchia si insaccano ai due lati della testa.
Gridi e nessuno ascolta fuori.
E non ti svegli.
E non mandi in pezzi questo cazzo di gabbia per poveri canarini.
E non ti senti più ansimare, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo...
E sbrocchi, e ti divincoli, e bestemmi come mai hai fatto in vita tua.
E nessuno ti estrae la lingua per non soffocare, e la vista si appanna.
E...


"Buonasera... ciao, voglio dire."
Mia zia Maria Cristina è da sola nel salotto con gli Shiraz alle pareti. Sta fumando e non dovrebbe, sta scolandosi quello che mi sembra un buon brandy (Metaxa, credo, ma non vedo bene perché è messo dietro una pila di libri consunti).
Sta tenendo in sottofondo il preludio all'op. 23, No. 25 di Rachmaninov, e ha il solito sguardo che passa da una parte all'altra dei posti, senza mai dare l'impressione di imprimerseli nella retina, pur restandovi, apparentemente, soffermata a lungo.
La solita storia, insomma.
Ma per me ( che sto rabbrividendo dalla cima dei capelli alla punta dei piedi) è come il ritorno a un santuario che ti dà soggezione e ed euforia febbrile al tempo stesso... riportare
la chiglia della nave ammiraglia nel'angusta baia della colpa, dello spaesamento, del disturbo compulsivo, delle rocce a picco sul tuo bel veliero che ormai non più si adatta
alle dimensioni anguste in quella pezza d'appoggio lungo la dentatura frastagliato di costa.
"Ti sei degnato, come si dice... finalmente, e..."
Neppure si gira. Non posso inquadrare la faccia, rendermi conto di quanto sia malata, di quanto sia cambiata, di quanto sia già morta a prestare ascolto ad altri scarafaggi di congiunti...
"Evitami prediche, per favore. E non buttarmi lì frasi fatte. Tu stessa non hai mai digerito, anzi ti hanno sempre fatto rigettare le formule, il frasario convenzionale di merda, la puzza dei cimiteri cristiani, il pietismo da puttane convertite... queste sono tue parole. Se non rammenti tu, le ricordo io. Benissimo."
Ride; e mi fa un gran bene: tanto da farmi stirare le labbra e rilassare un poco, finalmente.
"Sempre gran memoria, piccolino. Facevi schifo in qualsiasi materia quando dovevi lavorare di logica, di acume, di agilità mentale ma te la cavavi perché spiattellavi semplicemente tutto il frasario pigliato pari pari. Come consultare un dizionario ambulante...
Mi è sempre piaciuta questa tua capacità di fottere i maestri del Quoziente d'Intelligenza, non trovi?"
Adesso rido. "Sì, hai ragione... scuole del cazzo, e ho sempre odiato LA CAPACITA DI RAGIONARE, i test dove ti schiaffano davanti le loro figurine e tu devi smontarle e rimontarle. Mi hanno sempre fatto tornare alla FURBIZIA, al fregare il prossimo. I soldatini

dell'apprendimento ragionato...
Ogni test di logica è una linea netta, tirata fra gli individui... molto più del colore di una pelle
o dei... valori etici o umanistici. Ma non importa: fregnacce. E devi vederli come sguazzano quando il compagno di banco incespica, s'impapera, non RICAVA da punti consequenziali. Non RAGIONA. Un modo nemmeno troppo elegante per foraggiare le generazioni di sapientini del futuro...
Sai,zia, la domanda che mi ha sempre fatto incazzare attraverso la mia breve vita? Eccola: MA SEI SVEGLIO? Così io detesto e disprezzo gli SVEGLI. Non sono altro che palle sul pallottoliere, hanno perso il diritto a definirsi esseri umani... esisteva il pallottoliere
una volta, vero?"
E rido, adesso di un tono più stridulo.


"Certo che esisteva, ma adesso siediti qui. Voglio parlarti di Noemi."
Traballo come un fuscello sotto il libeccio ma mi preservo e, mettendo accuratamente un piede innanzi all'altro, avvicino il canapè viola come se fosse l'approdo dell'Acheronte.
Mi sono esercitato durante gli ultimi anni a mettere sotto chiave l'emotività: il peggior nemico di tutte le esistenze forti e deboli: la Situazione che ha reso un dramma parecchie, troppe giornate e altrettante relazioni... con amici, amanti, genitori, conoscenti: piccoli ignari eroi, e modelli privati.
Mi sono addestrato a farla ubbidire a mia discrezione, a non erompere dalla diga dopo avere eroso il materiale di contenimento, a non pregiudicarmi occasioni o fermezza di intenti. A non fregarmi sul più bello, per capirsi.
Comunque, sono bastate quelle poche battute di mia zia per sgretolarmi come la facciata di un bel palazzo normanno infiltrato da agenti atmosferici, e crollato di schianto sui passanti a zonzo. Poiché era impeccabile fuori ma fradicio dentro.
Succederà anche a me? Dopo tutta l'autodisciplina che mi sono imposto a seguito del Fattore Noemi...
Getto l'ancora, e mentre mi siedo al suo fianco espiro come se avessi appena ascoltato la mia condanna a morte, mentre stavo con il cervello altrove.
"Che hai?" Finalmente Maria Cristina si gira e sono istantaneamente sotto la sfera d'influenza. "Respiri male? Fumi troppo? Piantala, Valerio."
"Che dici?"
E intanto la squadro finalmente per bene mentre ogni singolo pelo delle mie due braccia, in quella serata d'agosto, si drizza e si muta in antenna per afferrare il suono dell'ambiguità e del dolore.
"Noemi? Sono tre anni e mezzo ormai... perché torni su questo argomento? Voglio dire... con tutto ciò che è avvenuto dopo."
Ma lei non decelera, né indietreggia di un passo ideale. Forse vuole togliersi tutti i sassolini dalle scarpe prima di rendere l'anima a un Creatore abusivo e vigliacco; e riguardo a questo punto... non riuscirei nemmeno a darle torto.


"Ti manca ancora? Io non te l'ho estirpata dal cuore?"
Estirpata dal cuore. Capisco che è già ubriaca sennò non virerebbe incontro a D'Annunzio.
"Che cazzo dici? Sei stata un sollievo, e chi lo nega? Ma Noemi mi ha amato, tu mi hai semplicemente voluto. Come si vuole un paio di scarpe firmate o un abito che ti fascia come una seconda pelle... A te è sempre piaciuto scoparmi. Punto."
Arriva lo schiaffo e me l'attendevo, ovviamente. Ma non così secco da assomigliare al jab di un pugile professionista. La mia testa rimbalza come un cocomero fissato alla sommità di un paletto d'acero; mi stordisce per alcuni secondi e il suo volto si sovrappone a quello di Noemi... mi chiedo da dove nasca questa strampalata allucinazione.
Lacrime le fanno il pelo alle palpebre: "Ti ho amato, ma tu hai voluto solo il premio di consolazione, e quando il pancreas mi ha tirato lo scherzetto hai preso il largo, senza darti preoccupazione se fossi già cadavere o ancora con le bollicine dalla bocca.
Sono d'accordo che un simpatico cancro tutto preso a dilettarsi dentro la pancia della tua matura amante tolga ogni desiderio, e anche la voglia nell'incrociarsi. Comprendo che annienti il ricordo di chi avevi concupito nello splendore della carne; è evidente che la foia vada sotto la suola delle scarpe... ma tu non hai fatto assolutamente nulla per rendermi la dipartita meno complicata."
"mi dai un po' di Metaxa?"
E faccio un cenno verso la bottiglia seminascosta da Flaubert, Faulkner, Joyce, Bulgakov, Strindberg, Gide e Allen Ginsberg.
"è Armagnac, coglione."
Io sibilo un fischio di stupore ammirato, mentre ancora la cabeza rintrona tutto dal gancio di poco prima. Me lo passa e lo piglio, lo faccio girare tra le mani come un'ostia consacrata, poi verso nel suo bicchiere appena due dita per non smarrire del tutto la cortesia e il savoir faire.
"Per me puoi berti anche tutta la bottiglia, non è un problema. a proposito... bevi dal mio bicchiere? Non hai paura che ti passi un poco di chemio o radioterapia? Un interno mi ha confidato una volta che bisognerebbe almeno in un'occasione vedere quei raggi: sono formidabili... coprono tutto lo spettro dei colori di Goethe a quanto pare."
L'ascolto a malapena mentre lascio la lingua impregnarsi del nettare e poi scivolare giù, nella trachea fino allo stomaco. Penso al suo pancreas bucherellato e mi chiedo come regga il dolore atroce riuscendosi a concedersi l'ambrosia francese. Beh, certo... la morfina.
Ma, cazzo... vista così è ancora stupenda.
"Spettro di colori? mai sentita una palla così clamorosa... la chemioterapia psichedelica? Magari ci faccio una poesia..."
Lei non ha più la forza di menarmi. si affloscia per esaurimento.
Comunque, me l'attendevo intorno ai 30 chili con le mandibole ridotte a sottilette. Invece prorompe di vitalità: la sua rivincita su mia moglie, morta tre anni e mezzo avanti, è totale e completa. è tornata ad avermi in pugno, come quella prima volta in cui aveva fatto la commedia della grande consolatrice.


Lei era vedova da sei di anni, e quando mi aveva trovato (per puro caso) strafatto di erba a casa mia non era stata necessario molto a convincermi che da sola poteva dare terreno carnale alla resilienza terapeutica... togliermi dal fragore assordante delle camere
vuote e delle troppe tracce della mia compagna, sparpagliate nella casa di periferia.
Io mi ero arreso, armi e bagagli, e il suo balsamo si era rivelato tonificante, rinvigorente e ricostituente.
Mi aveva timbrato il biglietto per tornare a vivere; però lei da circa sei mesi si era ritrovata con un destino di Morte.
Vi chiederete come avessi reagito io? Ancora resta da elaborare con chiarezza... ma la mia sensazione fu che stesse assumendosi il peso della mia fuoriuscita dalle tenebre. Una sorta di martire: una madre che poneva il suo corpo davanti al predatore, onde non sacrificare il proprio cucciolo.
"Davvero ti è venuta in mente una simile idiozia?" L'Armagnac è evaporato e lei, alzatasi, si sta dirigendo verso il balcone. Uno stupendo propileo con tanto di colonne corinzie che mi aveva fatto un casino di invidia; nei tempi andati e pure adesso.
"Certo, perché no? lo trovo un passaggio di consegne accorato e sentimentalmente straordinario. Dalle foglie che cadono si forma... Cristo... l'humus. è un circolo, non un progresso ma un anello."
Il terzo e finale schiaffo è nettamente più debole, come uno sfiorare in punta di dita al posto di un ultimo bacio mandato. Una specie di SAY HELLO WAVE GOODBYE.
"Rientriamo. Mi sarebbe piaciuto chiacchierare qui, all'aperto, ma ormai il mio corpo non regge anche il più inconsistente refolo d'aria, purtroppo. Se penso quanto amavo la foresta da bimba..."
Aveva perso le energie e tra poco sarebbe arrivata la sua infermiera cubana ad allestirla per la notte.
Mi conduce in camera sua, un superbo bunker glitterato stile Alto Impero, forse posticcio e sgradevole ma dalla sicura imponenza. Si sdraia sul letto a tre piazze rialzato e afferra un enorme cuscino, forse di tulle, forse di organza; quindi me lo porge con una sola evidente
intenzione: "Se sei davvero un uomo, e se in qualche modo mi hai voluto veramente bene..."
Anche se un po' suonato dai ceffoni e rimbambito dall'Armagnac afferro il concetto senza fraintendimenti, e approvo nella maniera piuttosto solenne dell'individuo alticcio.
"Ovviamente mi hai trovato così mentre ti eri assentato un attimo per andare a pisciare. Fai attenzione che non restino tracce di saliva. Adesso iniettami un poco di morfina."


Sapevo farlo. Avevo servito nell'esercito come volontario per l'assistenza ai feriti di guerra. Conosco i ferri del mestiere e la mia mano resta ferma mentre osservo il suo volto farsi raggiante, e costellato non più di rughette frutto velenoso del dolore, ma di un'estasi non tanto lontana da quella di certe donne che affermano di parlare con Cristo.
Attendo pochi minuti, e quando smette di oscillare dolcemente la testa impugno l'enorme cuscino quindi lo schiaccio sul magnifico volto; come fosse un martello di piume dentro una tana rivestita di broccato. Conto fino a cento, poi mi sbarazzo del cuscino.
Ma senza guardarla.
Mi avvio, come se camminassi su albume rosso vermiglio, fino alla mia destinazione di sogno, un terrazzo chiamato ossigeno. E respirando a pieni polmoni attendo le luci dell'utilitaria di Dama Estrella, l'infermiera cubana.
Noemi era stata travolta sulle strisce proprio il 14 agosto di tre anni e mezzo avanti. Mia zia Maria Cristina, sorella di mia madre Azzurra, mi consolava da meno di due anni; prima dell'insorgere del cancro.
Sono tra due fuochi, ma non brucio. Respiro affannosamente per entrambe, mentre il crepuscolo si trasforma in cupola, e i miei occhi (adesso sì) diventano tizzoni rubizzi.

Quando i pannelli incendiari della mia epidermide crepitano segnali a sciami di cavallette, marea ronzante che si accinge ad espugnare e a smantellare la casa sulla collina, realizzo il tempo giunto di lasciarmi andare, di mollare sul fianco.

Il tempo di essere ingoiato dall'immensa onda di polvere palpitante, con al centro un condottiero nudo e dalla falce di ossa.
Ora sono un faro in fiamme, al tempo stesso naufragio e focolaio, nel fianco dell'arsura livida

al galoppo. Pulviscolo e turbine, non creta, tornando alla magione del Patrigno.

Solo le urla di Estrella mi disturbano.

Dovrei fare qualcosa, dovrei fare qualcosa.


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