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Una storia di DomenicoDeFerraro

Questa storia è presente nel magazine LA FILOSOFIA NAPOLITANA

RAPSODIA FIABESCA CALABRESE

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9 minuti

Pubblicato il 03 agosto 2020 in Storie d’amore

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RAPSODIA FIABESCA CALABRESE



Nel riprendere il viaggio della mia giovinezza nel dolce tepore dei boschi dischiusi nell’alito del vento ramingo che passa impetuoso nel fluire delle mie rime come fossi preso dall’estasi di mille parole, danzanti, tutte vestite a festa per celebrare il santo patrono. Una statua lignea viene trasportata sopra le spalle per strade fiorite. Fatto danzare per le vie del paese nei sogni delle fanciulle nello scorrere del vivere che per molti immagini e mondi sconosciuti si aprono alla bellezza del creato. Qui ancora a cantare le mie memorie ed il mio coraggio di vivere oltre l’immaginario che plasma le forme del sapere, l’essere in diversi versi nello scrivere , tra le virgole tra i punti disseminati che si ricongiungono ad ogni passo andando verso casa.


Qui canto la mia vita , come fosse una vita qualsiasi, uguale a quella di molta gente di molte persone solitarie come me, perdute nell’amore al gusto di formaggio mangiato nella ragione dell’essere e del divenire. errante per mondi diversi a cavallo di un arcobaleno , apparso tra le nuvole chiare che galleggiano nel cielo della mia giovinezza. Mia bellezza, mia sofferenza, mia la strada che mi porta tanto lontano, scorre come il sangue nelle mie vene. E vedo la bella terra degli avi, triste, bagnarsi nell’amore di un mare greco, prego . Quanta ragione ho ancora da spendere da raccogliere da vendere al mercato tra villiche donne e mastri ferrai . Sono pinocchio, tornato a cantare la silvestre vita di un tempo immemorabile sulla scia degli elleni cantori. Odo ancora l’eco di mille battaglie ,odo risuonare l’armi invincibili vedo le spade lucenti ed il ferro infliggere la morte alla povera gente. tutti fuggono verso questo mio cuore, verso questa mia anima che accoglie ogni cosa in seno all’amore. in molte gioie io vivo nell’eternità dei boschi nel silenzio delle deserte pinete , nelle cose che si trasformano nel loro nome.



In ogni cosa vivo, in ogni cosa fluisco, rinascono nel fingere nel dire per rime e cosi rimango per molti anni ancora con l’ancora della mia nave gettata sull'immensa spiaggia di queste coste ed io scendo belligerante , mostrando i miei muscoli, le mie armi scintillanti. Odo l’upupa mugolare ed il coro delle cicale innamorate tra i fitti cespugli sempre verdi . Ed immagino trascendere l’infinto della storia attraverso la mia leggenda. E quando sarò morto il mio corpo, voglio , venga sepolto sotto un mucchio di terra straniera con tanti fiori selvatici , sotto una croce, sorriderò e ricorderò che lungo il mio viaggio e stato bello conoscerti sulla schiuma delle onde come il viaggiare per lidi lontani oltre quello che credo. La mia vittoria e vicina a questo cuore che batte nel silenzio ed io vivo ed emergo dal mare, emergo nel giorno del giudizio .





Il mio viaggio è un lungo immaginare un attraversare terre sconosciute, con la conoscenza ci vado a letto con la sapienza mi sono sposato giovinetto e mille esperienza metafisiche mi danzano ancora intorno a coronare il mio sogno come fossi anch’io un poeta d’altri tempi un vile uomo di questa terra. Canto, convinto di vivere e di credere, di amare , di essere per essere me steso ho ucciso il mio passato ed i miei ricordi i miei legami con mio padre e mia madre , ho spezzato le funi che mi tenevano legati ai miei fratelli ed ho voltato lo sguardo altrove verso altri porti ed altre meraviglie per questo creare . In ogni porto io sono giunto, sono rinato ed ho compreso il mio posto nella sorte avversa , sono divenuto me stesso ad un caro prezzo. oggi vorrei piangere, fuggire, tornare indietro , tornare in seno alla mia storia , tornare al mio paese sopra il carro con il santo patrono.


Molte parole racchiuse nel silenzio ed io che cresco come fossi una pianta magica na piana sulagna nu poco capricciosa nu poca stracca che pazzea con la speranza radicata vicina allo sciummo, scaricata nello cesso , nello scrivere vano senza recchia , senza giacchetta .

Tale e quale a tuo nonno, tale quale alla sorte che hai voluto fregare.

Non sono stato io chiedere di essere tale

si ma c’è pazziate assai attorno

tengo o core scuro

te io mi chiamo sempre Tonino

io volesse vasà Caterina

mo mi faccio nu bagno

fai appresse l’acqua e fresca

quante belle stare con le pacche nell’acqua

Che educazione

la signora sta senza costume

Ò nonno si fuma la pipa sotto l’ombrellone

chi è stato a rubarsi le palette della creatura

chiamate le guardie

cà simme persone oneste

ma faciteme o piacere, appicciate questa luce

voi seguitemi

maresciallo io non ho fatto niente e male

ne parliamo in caserma

chesta so cose e pazze

Ò caffè e pronto Maria

mo chiamo a zia tunetta

ma r’accumane accateteme le calzette

come si bella senza trucco

io piango e fotto

la vita scorre

io mi getto tra l’onde e canto.


II


Nel caldo pomeriggio esalto il bello della mia vita , vado per altri dire nell’andare per altre rime, verso i mari aperti del vivere nel calore della fiamma lavica che trabocca dalla bocca del vulcano come un cono gelato sormontato di panna e tanto pistacchio.

Il mio viaggio incomincio in un batter d'occhio per andare e venire attraverso mille esperienze acquisite nel silenzio e nella forma viva che riempi il vuoto della mia incertezza, della mia bellezza. Ogni cosa si disperse nei versi trascritti, intendimenti diversi come strumenti uniti per suonare arie melodiche e la musica esprime la mia libertà, la forma di una nuova realtà che si plasma nella sua fenomenologia nel cerchio delle rinascite, nella sorte che crea e distrugge come lo sperma viscido dal sapore di speranze, fatto di sofferenze, migranti, sparse sulla terra ferita. La mia sorte e come quel colore di rare aurore nate nella parola che odorano di vero.


Cosi la danza prese inizio e in tanti parteciparono pieni di malizia e pigrizie mezzi fatti, tutti avanti, tutti indietro, tutti ritti sopra la linea della decenza. La danza inizio per scherzo poi scherzando, schizzo sopra una guancia ,sopra le labbra della bella ferita nell’onore e nel colore delle ore unite , ballerine mite , svestite tutte dolci come l’onda che scorre verso la riva.


Qualcuno grido di dare inizio al ballo.

Cosa potremmo dire in nostra discolpa

io non lo so sto per andare a cacare

io mi nascondo dietro i cespugli

sono perplesso mi sembri una lepre

sono al bar aspetto che passi

Sono stato in Norvegia

Io sono un geranio

facciamo un giro

dove mi porti sono senza scarpe

senza nulla e meglio

facciamo un prezzo equo

come sei avara

sono quella che sono

sei stata di certo influenzata da tua madre

Ho passato tutto il giorno con Gino in barca

come bello sognare in estate

Gino me lo dice sempre

sei fatta di plastica

come dici

come dico scusa non ti chiamami alice

indù e mattu

Io volevo portare due sciori allo campusanto

Lo fai o lo sei

Hai ragione sono di plastica e poesia.

Facciamo come se non ci conosciamo

Mo piglia a mazza

Que chesta è una cosa seria

Sto buono come sto

Pigliatella nu sursillo di rosolio

Un poco se no mi gira la capa

Sia benedetto sant'Antonio

Sempre sia lodato

Guaglio vulisse sfottere

Per l ammore della Madonna

Arapite le porte

Entra la Corte

Io sono corta e mala capata

La verità viene sempre a galla

Come tante paparelle

Come si bella



La mia incredulità svanì nel recitare la mia parte in ciò che m’aspettava andando avanti , mi sentivo come una lucertola al sole verde, romita con la lingua da fuori in attesa il gatto passasse per poi nascondermi tra le foglie dell’albero .Ed il sole risplendeva , sulle mille mie disgrazie le quali avevano sollevati i mie passi in angusti passaggi in leggi inverse nei miei versi concentrici , dialettiche espressioni , lascive, intrise d'immagini come momenti di una verità unica nel suo divenire.


Cosi il viaggio continuo nel dolce mattino tra i raggi del sorgere del sole nell’aurora che era passata sopra il mare dei ricordi ed aveva condotto lo spirito della libertà verso altre ragioni. Ed io arravugliate in mille guai con la speranza attaccata alle coste mi chiedevo quando costa essere e divenire . Un gioco di parole infilate nel contesto poetico nel suo essere espressione cosi osservo la gente danzare tra le mie parole la seguo con animo lieto , per un attimo divento il signore dei boschi , l’amore della ragazza che legge il libro delle fiabe il quale lo sfoglia con animo inquieto tra morbidi cuscini nei giorni difficili della sua adolescenza . Ed io sarò il signore oscuro che si fuma la pipa vicino al mare , aspetta il ritorno delle barche per andare

poscia per lidi sconosciuti con l’animo ardito nell’ira degli dei . Confesso sarò il signor nessuno che mangia il gelato lungo le sponde del tirreno con mille risposte ancora da risolvere, senza alcuna certezza . Cristo o nessuno, ladrone in fuga sopra un gommone io approdo sull’isola del piacere , dove seguo la bella processione per le strade del paese, andare a migliaia , passo lento con le vesti colorate, con l’amore che parla la lingua dei padri.


La mia merenda sarà di pane e mortadella , gustato di nascosto, un pezzo di legno da scolpire , un albero tremante tra il fitto bosco ove danzano fauni e ninfe . Tutto sarò alla fine , sarò quello che ho perseguito con ardore nell’alba chiara come un uccello volerò nel cielo azzurro. Passeranno tanti anni ancora, passera questa processione , passera il santo ed il parroco con tutti i fedeli incontro alla morte , ed il canto del chierico salirà dolce come il canto della cicala , come l’onda che giunge a riva ed ogni cosa diventerà un gioco di parole chiummose, spiccicate che se scetano e fanno lo bordello . Le voci si perderanno nel chiasso della città , negli amori derisi , ed il corpo del giovinetto verra portato all’obitorio degli incubi li sara esaminato ed il dolore gronderà dalle ferite inflitte, la città una vecchia puttana, seduta ai margini di una strada senza ritorno.


Una donna , un amore usato, tante cose ancora da dire . Ed io, cosa narrerò ai miei figli , del mio viaggio verso la vecchia civiltà degli dei , perduto nella meraviglia del mare che avvolge la vita di ognuno e quando sarò vestito di me stesso sarò l’ultimo uomo di questa terra . Continuerò a camminare a decantare i miei versi come un vecchio aedo, sarò l’uomo della pioggia. Lungo spiagge argentee ed il mare non è la mia memoria . Le acque toccano il mio corpo, toccano i cespugli sotto la fitta pineta , fresche, lussureggianti, vergini folli danzanti nel ritmo di mille canti uditi all’improvviso, alzarsi dalla terra ferita . Non esiste un frutto del peccato , tutto e confuso, tutto chiede di essere una forma, forse sembianza di una confusa esistenza, mista di pace e speranza . E spezzata questa esperienza dove pende l’esistenza di molta gente. Attraverserò il bosco con il mio strano passo , girovagando sarò un pagliaccio un bimbo felice che tiene per la coda un gallo canterino che fa chicchirichì . Cosa c’è dietro questa strana storia mi domando , chi si nasconde dietro questa farsa . Forse un dio vendicativo, un dio antico , dalla lunga barba, signore dei boschi e amante delle ninfe nude sulla spiaggia della mia ragione immaginaria. Il viaggio è la mia ragione d' esistere è l’immagine del mio vivere per rime in diverse rapsodie.



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