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Una storia di ClaudiaNeri

Questa storia è presente nel magazine I peccati capitali

Avarizia

461 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 21 maggio 2018 in Fantascienza

Tags: #avarizia #guerra #politica #potere #soldi

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Durante la lezione di pedagogia, ricordo che il professore espose alla classe una teoria che amava, assurda ma innovativa in cui egli credeva fermamente.

Proponeva di ricavare energia dagli studi di Oppenheimer modificando il sistema di controllo della forza dell’esplosione, così che gli effetti devastanti che aveva prodotto durante la guerra di quasi due secoli prima fossero del tutto annullati.

Ovviamente nessuno di noi studenti osava contraddirlo ma io, Benjamin Miller, terzo corso sull’evoluzione terrestre, sorridevo ad ogni sua supposizione, forse perché le illusioni degli altri mi sembrano oscene, forse perché sono semplicemente inutili. Dobbiamo rassegnarci ad un mondo in cui l’elettricità dei nostri computer, luci, cucine, auto proviene dallo sfruttamento della forza idrica, eolica e del gas dei geyser. Addirittura udii che uno dei nuovi candidati al governo della nostra Contea stesse supponendo di ricavare forza e potenziale energia dalle esplosioni vulcaniche e dai terremoti, così frequenti delle zone italiche e nipponiche e dell’America occidentale.

Come poteva un essere umano sano di mente immaginare che catastrofi così orribili, sventure così profonde potessero concorrere a supportare l’umanità?

Nelle regioni in questione questi fenomeni avevano portato allo spopolamento quasi assoluto, con una diminuzione della popolazione del settantacinque percento, tra morti, dispersi ed emigrati. Una specie di diaspora naturale.

Eppure questo pazzo, voleva sfruttare le forze di questi distruttori per creare energia su cui fondare uno stato.

Il professore ci aveva spiegato, tempo addietro, che, non ricordo quale pedagogista, aveva immaginato uno stato ideale in cui il principe governante agiva così: quando c’era da scegliere tra due proposte o più per il bene del suo popolo egli aveva accanto a sé da un lato un costruttore, e dall’altro un cacciatore. Il primo gli mostrava tutti i lati benevoli delle proposte, il secondo i malevoli, seguendo una logica personale. Alla fine, il capo dello stato decideva cosa fare e il risultato era che il suo paese, non so per quale assurda ragione, risultava sempre contento e felice.

Mentre tornavo a casa, con la mia vecchia Wrangler dell’80, vidi le strade disseminate di cartelloni elettorali coloratissimi, che creavano un arcobaleno assurdo di colori illusori e allegri. Un altro motivo per cui amavo le elezioni, tuttavia qualche centinaio di metri più avanti sulla stessa strada mi accorsi di qualcosa di insolito che accadeva nella mia cittadina così pacata: guidavo sulla strada principale che mi divideva dai quartieri abitati quando notai un uomo che disperato correva verso qualcosa, alzando lo sguardo vidi che qualcosa era l’ambasciata dell’Engliterra, che distava ormai poche decine di metri da lui. Mi resi conto molto presto che non stava solo correndo ma stava scappando da quattro, no cinque, militari armati che lo inseguivano furiosamente senza però osare sparare per evitare di colpire i presenti seppur pochi passanti allibiti.

L’uomo, di media statura, non troppo robusto, capelli scuri stava quasi saltando quando finalmente giunse al cancello dell’ambasciata e cominciò a bussare e gridare con vigore iniziando una danza da destra a manca per poter evitare il mirino dei soldati e farsi notare dai suoi compatrioti.

Urlava con una forza e un terrore che io non avevo mai visto e che potei ammirare sbigottito per intero dato il traffico bloccato; c’era una corsia e un marciapiede alla mia destra che mi separavano da quell’uomo e circa cinquanta metri di strada davanti. Forse fu la sua disperazione che mi spinse a provare un intimo quasi biologico bisogno di aiutarlo. Il mio battito cardiaco aumentò del trentasette percento e presto la mia attenzione non vedeva altro che quelle braccia che si agitavano in aria a pochi metri da me .

Nessuno infatti apriva quel cancello, nessuno si degnava in quei secondi preziosissimi di rispondere a quell’uomo che gridava ‘ASILO POLITICO!’ ‘HO BISOGNO DI ASILO POLITICO’ ‘APRI-TEMI!’. Si arrampicò sul cancello nero alto più di tre metri e forse fu per questo che qualcuno lo notò, perché d’un tratto, dopo i dieci secondi più lungamente angoscianti della mia vita, questo cominciò ad aprirsi verso l’interno, lasciando l’uomo aggrappato a metà altezza.

In un mondo post-apocalittico tutta la miseria e l’ingiustizia sono state sconfitte da sistemi politici e civili infallibili, la popolazione mondiale vive nel benessere e la criminalità è ai suoi limiti storici.

Benjamin Miller è un giovane rivoluzionario, appassionato di storia, che non accetta una società così strutturata, definendola debole, senza gloria, troppo passiva. La storia dimostra ancora una volta che l’umanità vive dei suoi contrasti e che si deve sempre giungere ad un punto limite, per ricominciare da capo. Benjamin si fa fulcro della sua rivoluzione, decide di entrare a far parte dell’Esercito, ente ormai quasi inutile dati gli infiniti anni di pace, e di dare sfogo alle sue idee con un progetto che non ha precedenti e che lo porterà ad un’analisi soggettiva e oggettiva del mondo, della guerra, degli altri e del potere.

Continua a leggere qui.


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