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Una storia di MAriaCristinaBenetti

IL SAPORE DEI SOGNI

... tutto è iniziato da qui

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7 minuti



Febbraio 2017 - «Ma lei è contenta di quello che stiamo facendo? È contenta di avere scritto un libro? Glielo chiedo perché non lo dimostra apertamente». Se sono contenta?


Marzo 2016 - Sala d'attesa del DHO di Camposampiero. Progetto “Un mare di idee – Lunedì con l'Autore”.

Sto ascoltando lo scrittore Brunello Gentile che ci parla di suoi racconti, esperienze e incontri fatti viaggiando per mare.

Non sospetto minimamente che da lì a poco anch'io avrei iniziato un viaggio. Il dottor Luca Riccardi mi fa un cenno. “Ha un attimo Cristina? Le vorrei parlare”.


Tutto è iniziato da qui.

Un lunedì mattina in reparto di Oncologia, mi si chiede se me la sento di provare a scrivere.

Un mese prima sono stata coinvolta nella scrittura di un libro a più mani poi diventato Agenda per la Fondazione Altre Parole Onlus.

Prima ancora mi è stato proposto di partecipare a un corso di Scrittura Creativa tenuto da Paolo L., laboratorio che aiuta a curare le ferite che ci portiamo dentro.

D'altronde, se è vero che per guarire da cicatrici che appesantiscono l’anima si deve far uscire il dolore, quello celato che prima o poi diventerà un macigno, questo potrebbe essere il mio modo. Ma scettica fino all'osso non credo minimamente all'utilità di questo percorso di cura, e decido di partecipare con un unico scopo.

Dimostrare che si sbagliano.


Come caspita può un corso di scrittura farmi dimenticare di avere un tumore! Stanno tutti prendendo un abbaglio.


«Non riesce a parlarne? Lo scriva!».

Tutto è iniziato proprio così.


A volte il destino gioca come il gatto con il topo.

E proprio di un bel gatto nero ho raccontato; il mio vissuto di malattia trasformatosi in percorso di cura. Tanti fogli di carta imbrattai a fatica, storie di quanto vissuto in prima persona.

Non amo parlare della mia malattia, non lo faccio mai, o quasi. Ho però cercato di raccontare delle emozioni che ho provato, il mio modo per riprendere contatto con sensazioni sopite, poste in un angolo del cervello per non pensare…

Pagine e pagine di parole, un dialogo tra me e me che, inconsciamente, è diventato “Allora mi prenderò un cappello”.

Il titolo suggerito da Paolo non mi convinceva e ho lanciato un sondaggio su Facebook. A conoscenti, a quanti incontravo, a persone che non avevo mai visto. Era una decisione che non riuscivo a prendere poiché temevo che un titolo inadatto potesse influire sul libro stesso, timore più che giustificato direi, vista la mia totale inesperienza.


Sono state tutte coincidenze strane. Tasselli che sembravano essere di puzzle diversi ma che via via si sono incastrati l'un l'altro.

«Chieda a Paolo se le da una mano. Lei scriva e gli mandi tutto via mail».

Ma cosa andava dicendo il mio terapeuta? Come potevo provarci se non riuscivo a mettere insieme i miei pensieri.

Io che li elaboro, che li metto nero su bianco, che li mando a una persona che quasi non conosco.

Io che scrivo un libro...


«Dipende da lei e da quello che vuole fare con tutte quelle parole».

Ci sono frasi che non posso dimenticare. Ci cono momenti che resteranno indelebili nei miei ricordi.


Stesa sul divano, tastiera appoggiata sulle gambe, proprio come in questo momento, e giù a scrivere. Rivedere gli appunti presi durante il giorno, tra un appuntamento e l'altro, mentre attendo un esame, nella sala d'attesa in qualche corsia d'ospedale, mentre sto guidando. Mi annotavo tutto quello che mi passava per la testa: avrebbe potuto tornarmi utile.

E così è stato. Quante pagine ho inviato a Paolo a notte fonda. Quante note in rosso mi sono ritornate.

Quando ho scritto la parola “fine” non riuscivo a credere a quello che avevamo fatto – sì, ho scritto proprio la parola FINE, neanche fosse un Film.


Il motivatore, l’autore, l'editor. Siamo stati proprio una bella squadra.

Anche se mi spiace di averlo vissuto in modo poco consapevole, mi è servito, davvero, per tenermi collegata a questo mondo, luogo che tanto ho amato e odiato per quello che avevo già vissuto e che mi stava succedendo ancora.

Quante cose mi sono spiegata scrivendo di me, a me stessa.


Mi mancano così tanto quelle notti.

Vorrei poter vivere un'esperienza altrettanto forte. No, non una malattia, penso di avere già ampliamente dato, ma qualcosa che mi tocchi nel profondo per poter rivivere il piacere che ho provato: prendermi cura di me anche grazie al potere della scrittura. Un po' come adesso, con le parole che fluiscono senza tanto pensare a cosa voglio esprimere. È già tutto nella mia testa, basta scriverlo.


Mi prendo ancora cura di me scrivendo. Ho capito che la scrittura è la mia medicina. Lo ha inteso anche mio marito.

A volte, quando rincasa e non c'è niente sui fornelli, sorridendo mi dice: «Non importa, faccio io. Tu continua a scrivere».

Ha compreso che sono ritornata a condividere il nostro tempo anche grazie alla scrittura.

Anche se entrambi sappiamo che niente sarà più come prima.


La nostra casa non è perfetta, anzi a volte è un vero casino. Comunque, perfetta non lo era nemmeno prima. Le mie priorità sono cambiate. Non che prima non avessi obiettivi, ma ora sono diversi. Gran parte ruota attorno alla scrittura e a quello che posso fare, nel mio piccolo, per il sociale.

Sono una volontaria ospedaliera in un Centro Immunotrasfusionale. Lo faccio per conto di un'Associazione di donatori. A causa delle mie patologie non posso più donare i miei emoderivati, o i miei organi, però posso donare il mio tempo.

Lo facevo anche prima, ma adesso mi ci applico di più.


Continuo a scrivere. Non so se riuscirò a farne un altro libro.

Al momento sono una sorta di articoli. Lo facevo anche prima: in gioventù scrivevo per i miei amici, piccole storie e poesie per occasioni speciali. Adesso qualcosa viene pubblicato, altro lo invio a dei concorsi letterari. Altro ancora lo conservo a computer. Forse un giorno mi tornerà utile per intraprendere un nuovo viaggio di scrittura. Il mio modo per comunicare.


Febbraio 2017 - «Ma lei è contenta di quello che stiamo facendo? È contenta di avere scritto un libro? Glielo chiedo perché non lo dimostra apertamente».

Se sono contenta? Non so se riuscirò mai a far capire quanto io tenga al mio libro.

Quando per molto tempo si è stati tutt'altro che felici e a fatica si arriva a riappropriarsi di spazi sereni, hai paura che tutto cambi e che qualcosa stravolga ancora la tua vita, temi che tutto quello che stai vivendo ti venga sottratto. Come se qualcuno o qualcosa potesse, con un colpo di spugna, annullare quello che per te è diventato aria, ossigeno puro.


Certo che sono contenta! Sono i miei racconti.

Come quello scrittore che ci intratteneva nella sala d’attesa del reparto di oncologia, anch'io ho scritto di mie esperienze e incontri fatti durante il mio viaggio.

Non sono una secchiona, non ho lauree, non sono andata oltre la scuola dell'obbligo. Scrivere un libro per me è stata una conquista. Continuare a scrivere è una sfida con me stessa. L'ho fatto una volta, potrei provarci ancora, mettermi alla prova e andare, oltre.

D'altronde perché non osare? Perché mettere limiti ai sogni?


Sempre chiusi in una stanza del DHO Oncologico di Camposampiero, con il “Motivatore”, abbiamo osato alla grande.

«Vorrei che il libro che ho scritto non fosse fine a se stesso - come se scriverlo fosse una cosa di tutti i giorni – ma che diventasse un dialogo con le persone toccate da una diagnosi di tumore, il mio modo di essere d'aiuto».

Non sapevo nemmeno io cosa volessi dire, non mi era ancora chiaro. Ecco un altro tassello che si sarebbe aggiunto agli altri. Condividere.


Parlare di come ho curato me stessa.

Non da professionista, sono una persona come tante, ma da donna che ha vissuto sulla propria pelle gli aspetti della malattia oncologica, delle persone che si allontanano, dei nostri familiari, di chi solo a sentire certe parole… Oh, ce ne sono state di cose da dire!

Il mio modo di ritornare alla vita. Un modo diverso per sentirmi utile.


«Ma lei è contenta di quello che stiamo facendo? È contenta di avere scritto un libro? Glielo chiedo perché non lo dimostra apertamente».


«Si, sono molto contenta perché ho capito che scrivere, provarci, per me ha lo stesso sapore dei sogni.




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