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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

De ja vù

(..ovviamente se l’avete smarrito).

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11 minuti

Pubblicato il 26 dicembre 2018 in Humor

Tags: #Altri #Comunit #Folla #Gente #Societ

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De ja vù, (..ovviamente se l’avete smarrito).


Ho cercato di liberarmene, da sempre, ma a quanto pare non ci sono riuscito. Ho scrutato fin nell’intimo più profondo, in ciò che ignoravo, prima di guardare nel mio passato e dire sono innocente! Nessuno è soltanto testimone scomodo di ciò che accade, quando accade, quando ciò che accade entra a far parte del tuo vissuto, come un fardello che ti porti dietro, insieme all’orrore profondo degli abomini, delle soppressioni, dei lutti che hai causato. Colpa delle circostanze, dici, ma cosa sono le circostanze se non contingenze dichiarate, volutamente provocate, per cercare di rimuovere una verità cui non si crede, che metteva in mostra l’intima diversità, la frustrazione sociale che mi porto dietro.

Un’illusione la diversità che, come dimensione inconcussa e indiscutibile, somiglia più a una sorta di parabola metafisica, se pure amara, che tocca il fondo della “realtà nelle cose al di là del bordo delle cose” (Rella); che si cela nell’indefinibilità dell’io, nella drammatica tensione di senso e insensatezza, cui l’accesso al dolore e alla morte, insieme, portano l’ansia distruttiva che mi tormenta. L’ansia metafisica, appunto, che a ogni procedere del mio pensiero, con i suoi eterni bagliori e le tenebre lancinanti, fonda il principio di nulla ed eterno, di realtà e irrealtà, di vero e falso, di estremo e possibile, di vuoto e impossibile, è entrata nel mio essere e divenire, da far sembrare inutile, al dunque, cercare una risposta che non c’è, e che va oltre il “bagliore incerto che regna ai suoi confini dove si insedia tutto ciò che è paradossale” (Rella), e tutto ciò che la ragione non riesce a comprendere.

Va con sé che l’esperienza interiore è esperienza di ciò che sfugge a ogni possibile concettualizzazione, è sentire il mondo come ci è dato, nell’istante in cui ci è dato, quando ci spingiamo ai limiti del possibile, al fondo del quale resta un residuo di dubbio che sfugge a qualsiasi imperativo, e che trova rifugio nel perfido inganno dei nostri occhi: “che non gli occhi vedono ciò che è reale, bensì la ragione” (Parmenide); e il suo esatto contrario: “che non sono i pensieri che generano le immagini, bensì sono le immagini che generano i pensieri” (Dürrenmatt), a rappresentare l’intersezione di due “tempi” staccati e inconciliabili tra loro.

C’è in ognuno, penso, una possibilità nascosta di aprirsi e mostrare stati dell’esperienza umana di per sé indicibili, come il transitorio, il fuggitivo, il contingente, di cui l’altra metà è l’immutabile, l’immortale, l’eterno. In entrambi i casi, si apre una finestra sull’infinito, oltre il quale si rischia di cadere nel vuoto, un tempo fermo, dunque, in cui lo spazio è appunto la realtà che effettivamente si stava cercando, cioè il nulla, o forse il tutto, perché il tutto “è ciò che appare e non esiste niente al di fuori del tutto” (Adorno). O almeno l’insieme relativo a “quella verità che gli attribuiamo noi, testimoni inattendibili, che proiettiamo sulla scena i nostri propri fantasmi. Noi testimoni reticenti, ma verbosi, inattendibili e falsi” (Rella).

Inutile dire che in qualche modo avevo la sensazione che stesse accadesse qualcosa che andava al di là delle mie capacità intellettive. Poiché quella che credevo essere una verità, al dunque, la vedevo sfociare nel transitorio, con le sue metamorfosi frequenti e sfuggenti, destinata all’oblio più che al ricordo. Vuoi dire che attorno a te, accadeva qualcosa di soprannaturale? Piuttosto, che quella realtà che attribuivo alla ragione all’improvviso mi è sembrata astratta, consumata nella vacuità pur oggettiva degli accadimenti, delle azioni che si sovrapponevano come tessere di uno stesso mosaico, steso tra presente e passato.

In verità erano molte le cose che mi sembravano inesprimibili, ma non poteva che essere così, poiché se “il pensiero si legittima soltanto quando si assume la responsabilità di cercare di esprimere l’inesprimibile” (Bataille), e se ogni azione è un frammento di quell’orrida casualità che chiamiamo futuro, se il nostro futuro viene dal lontano passato, “nella finzione di un mondo vero”; e se il passato come “frammento di avvenire” è anch’esso come ciò che ha non solo diritto alla vita, ma anche come ciò che da senso alla vita, allora ogni illazione decade, pertanto se sono innocente, perché ritengo che la verità non può essere colpevole di falso, il reato di colpevolezza attribuitomi fin qui, non ha ragione di essere pronunciato?

L’interrogativo non è mio, è di Nietzsche, ma è Zarathustra a rispondere: “Su ogni similitudine qui tu galleggi verso ogni verità (..), qui si dischiudono le porte dell’essere (..), qui l’essere tutto vuole diventare parola e tutto il divenire vuole imparare la parola”. Dunque, “colui che dice la verità ha iniziato ad agire (..), ha fatto un primo passo verso il cambiamento del mondo” (Arendt). Ma è al dunque il pensiero che “deve essere portato all’altezza della sua inconoscibilità e della sua indicibilità. (..) Questa singolarità, questa “parte maledetta” (di noi), deve anzi essere fatta agire contro il sistema stesso” (Bataille).

Eppure, in qualità di testimone oculare di qualcosa che non ho ancora compreso, sono dentro la dimensione metafisica e per questo paradossale che, straordinariamente, raggiunge l’area sacrificale dell’io, e si spinge verso l’indicibile, l’inconoscibile, verso quella la verità, equivalente di una rivelazione, che porta allo smascheramento di se stessi, per diventare in qualche modo quelli che siamo, in qualità di soggetti umani: l’enigma ineffabile della creazione. Anche se qualcuno, ritiene che questa parte, per così dire “taciuta”, che non riguarda soltanto i fatti di cui si può parlare, “costituisce la parte più importante del “sacro” che ci contraddistingue” (Wittgenstein).

Anche la filosofia, dovendo “giungere a una dimensione sacrificale dei divieti totemici che hanno determinato la sua esclusione dall’esperienza, verso l’attuale indifferenza, verso l’incompatibilità del suo linguaggio con l’esistenza stessa” (Rella), deve mettere fine all’ansia di capire e di spiegare il mondo. Per nostra fortuna abbiamo imparato a nasconderci dietro di noi stessi e dagli altri. Sappiamo che il passato coi suoi frammenti polverosi è solo una forma temporale, che può nuovamente irrompere nel nostro tempo sotto mentite spoglie, ripresentarsi in forme e modalità diverse, di cui nessuna è più vera o probabile dell’altra. Per questo, anche quando ogni cosa sembra momentaneamente svanire, non lascia mai dietro di sé il vuoto, ma l’impronta di ciò che è stato, l’epifania del suo prossimo avvento.

Se per esempio, mi chiedessi qual è il limite del possibile, risponderei con un’altra domanda: quale è il punto di svolta verso l’impossibile? Cioè, in quale momento, la realtà sfumando nell’irreale, diventa impossibile? Senz’altro, da qualche parte, c’è un limite che sconfina nell’irrealtà, quella linea che, come il crack-up delimita lo sconfinamento della luce nel buio e lo rischiara. Equivalente del nascere del giorno che allontana le tenebre della notte, che pure sappiamo reali, ma che in realtà non lo sono, se non nella nostra mente omologata, offuscata, che non sa, non conosce, che apre ad altra dimensione parallela, come quella labirintica e interstiziale, non meno patologica e paranormale.

Non è tutto. “Infatti, c’è un altro e vitale compito della filosofia che è pertinente a ogni tempo e luogo, e che non è meno urgente per noi di quanto non lo fosse in passato” (Scruton), ed è ancora (e sempre) la ricerca della verità. Come dice Nietzsche “non ci sono verità, solo interpretazioni”, lasciando così che altri insorgano contro questa affermazione, che è vera solo se non c’è verità, in altre parole, solo se non è vera. Si sa, Nietzsche era un genio, ma seguirlo per la sua strada, potrebbe portare alla follia. Qual è allora la verità nell’irrealtà di un sogno, di qualunque sogno? E se la vita fosse sogno?

Forse che nei sogni non ci capita di pensare, di percepirci vivi e reali, sia pure in mezzo a scenari inesistenti, e magari persino nei panni di qualcun altro?” (Massarenti). Al dunque, se il nostro mondo esterno fosse un’illusione, ogni nostra affermazione relativa a ciò che è reale o irreale dovrebbe essere falsa. Sarebbe falsa, punto. Come lo sono il sogno, l’incubo, l’allucinazione, il miraggio, il deja-vù, la fantasia. Tutto falso. E allora è falsa anche la premessa da cui siamo partiti. Di fatto è impossibile che la premessa sia vera e la conclusione falsa.

Ho cercato di liberarmene, da sempre, ma a quanto pare non ci sono riuscito. Non ho alcuna intenzione di ricominciare qui questa diatriba infinita. È già un incubo così com’è. Diciamo che potrei dire la verità che invece ho sempre tenuto nascosta. Quale che sia, prima va stabilito se sono davvero colpevole o no, poiché per quanto strano possa sembrare, non ricordo di aver ucciso nessuno, né il crimine di cui mi accusa, né il modo in cui lo avrei commesso, sempre che l’abbia commesso e che non sia autoinganno? Pazienza la determinazione, ma l’autoinganno è insensato e impossibile da attuarsi, significa cadere nel contraddittorio tra dire il vero e affermare il falso. Come dire che la morte è solo un passaggio, un valico da superare. Ma per andare dove?

Tra estremi dunque “tutto è autoinganno” e “l’autoinganno è tuttavia impossibile” (Elster). Il senso comune insegna che talvolta capita agli uomini di ingannare se stessi: “E per evitare ciò, ognuno può inventarsi una certa varietà di strategie, relative alla varietà di forme in cui si manifesta l’autoinganno” (Massarenti). È autoinganno quando il desiderio nascosto è quello di fuggire dalla realtà, di rifugiarsi in un mondo fantastico, quel mondo estremo che, nel bene e nel male, spinge a espiare una condanna inspiegabile, di cui non reco alcuna traccia nella memoria.

Non penso infatti che la memoria sia l’unico criterio che decida dell’identità di una persona, né che il soggetto sia l’arbitro ultimo delle conoscenze che lo riguardano. Esistono condizioni oggettive per la conoscenza e la responsabilità che travalicano quanto è in potere del soggetto o quanto gli sia dato di ricordare” (Casati-Varzi). Dunque, quale alternativa mi si offre, di ricordare? Beh, di ricordare almeno se c’è stato un momento, in tutta la mia vita, in cui avrei potuto liberarmi del fardello, e se per farlo sarei stato capace di spingere qualcuno giù dalla torre?

Rabbrividii al solo pensiero che qualcuno potesse essere morto per causa mia. Non potrebbe essere che quel qualcuno, che non conosco neppure, si sia avvicinato troppo alla balaustra e sia precipitato senza il mio aiuto? Ma forse avrei potuto salvarlo? – mi sono chiesto. Sarebbe stato come lasciarmi trascinare dagli eventi nella convinzione di poter fare qualcosa per aiutare il prossimo, ma non lo fatto perché lo ritenevo completamente inutile.

È allora che l’ho spinto giù dalla torre. Un’ammissione di colpevolezza, quindi, che non mi concede alcuna assoluzione. Ero lì che gli tenevo la testa, era ancora vivo, quando l’ho guardato in viso e ho colto il suo sguardo nei miei occhi. È stato in quell’istante che ho compreso che era il mio viso quello, erano i miei occhi quelli, che adesso mi guardavano increduli e coscienti, che pure nella certezza di quel momento, mi chiedevano, perché? Di fatto ero io, e quell’uomo, era del tutto uguale a me, e non avrebbe potuto infierire sulla mia persona in alcun modo. Non avevo alcun motivo per spingerlo giù dalla torre, eppure l’avevo fatto.

Un enigma destinato a restare senza una soluzione, che pure da qualche parte doveva pur esserci – mi sono detto inquieto, davanti a quel corpo inerte, steso ai miei piedi, che non dava alcun segno di vita. Adesso ero io a chiedermi, perché? Ci sono due diversi modi di chiedersi perché, che sarebbero rimasti senza risposta, senza una palese ragione se, nell’attraversare del sonno, non avessi rincorso un deja - vù insinuatosi nei miei pensieri, all’interno di quella verità che portavo dentro di me, e che si mostra nella diversità, nella frustrazione, nell’orrore abissale del dolore e della morte.

È indubbiamente molto più facile odiare qualcuno con un volto irriconoscibile cui dare la colpa di tutto ciò che ci disturba che ingiuriare contro se stessi. “Dobbiamo presupporre una distinzione tra ciò che le cose sembrano e ciò che sono. Non abbiamo bisogno di dimostrare che il mondo esiste, la sua esistenza è presupposta in ogni argomentazione, anche in quella secondo la quale non esiste (Scruton)”.Così come la filosofia esiste solo grazie alla domanda: “perché?”.

E i perché affiorano nel contesto della discussione razionale che a sua volta ha bisogno del linguaggio, il quale, è organizzato dal concetto di verità che è poi una relazione tra pensiero e realtà, quella realtà oggettiva che non è creata dai nostri concetti, e lungi dall’assumerla come inevitabile. Del resto è possibile credere in qualsiasi cosa, perfino nel fatto che non crediamo in nulla, che è la credulità più grande. In fondo, come dice il proverbio, siamo tutti necessari nessuno è indispensabile, neppure il filosofo che insegue le nuvole, o il poeta che guarda alle stelle, che cerca di risolvere il quesito di sempre: cioè, se sta guardando la “prima stella della sera” o “l’ultima stella del mattino”, e non si accorge d’essere già sbarcato sulla Luna.


Che sia per questo che l’ho spinto giù dalla torre?



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