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Una storia di Noiroa

Resto a leggere in stazione

A. Noiro

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33 minuti

Pubblicato il 15 settembre 2020 in Storie d’amore

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Introduzione


Non hai bisogno che mi presenti, ma hai bisogno di sapere una cosa.
Voglio che tu lo sappia. Voglio dirtela.
Un giorno sarò di fronte a te, più brillante che mai.
Il mio corpo sarà fermo ed ogni ardore non necessiterà di considerarsi tale.
Sorriderò. Questo basterà per confessarmi.
Un giorno forse lo sono già stato. Ci sarò. Continuerò ad esserci. Lo faccio già. L’ho già fatto.
Un giorno i miei occhi non riveleranno nulla, saranno limpidi ed illuminati dal sole.
I brandelli di luce che avevo dimenticato saranno spariti.
I miei capelli saranno lisci.
Forse allora non resterò in silenzio, ma di certo non parlerò.
Potrei continuare a sorridere, o camminare.
Camminerò! Così vicino da sfiorarti quasi.
L’aria che ci dividerà conoscerà la mia pelle ed il tuo profumo;
Che non sentirò mai, che non toccherai mai.
Condivideremo un lenzuolo di luce.
I nostri occhi guarderanno lo stesso mare, la stessa sabbia, la stessa onda.
Io sorriderò, tu resterai a fissarlo.
Non vorrei farlo, se potessi ti mentirei, ma non lo farò.
Non vorrei farlo, ma mi fermerò qualche istante più avanti, mi volterò a guardarti.
Cercherò di farlo distrattamente premurandomi di non fartelo notare.
Lo farò per qualche attimo. Durerà più di quanto immagino e meno di quanto spero.
Sospirerò. Ma non spiacerti.
Sospirerò per un solo istante, subito dopo sorriderò di nuovo e guarderò il mare.
Che peccato che non guardassi di fronte, mi avresti visto. Cosa sarebbe accaduto?
Continuerò a chiedermelo.
Ma abbiamo condiviso il mare, quell’onda e quella luce.
Tu non lo saprai mai, ed un po’ vorrei dirtelo. Non lo farò.
Che peccato che non guadassi di fronte, avrei visto il tuo volto. Stavi forse sorridendo?
Continuerò a domandarmelo.
Ma abbiamo condiviso l’aria, la vista e il mio sorriso, sappi, che non era solo mio.
Non lo saprò mai, ed un po’ vorrei chiedertelo. Ma non lo farò.
I miei passi saranno lenti. Davvero lenti, ma decisi.
Non esiterò e non cercherò di stringerti a me.
Non ti avvicinerò e non farò rumore.
In fondo mi conosci. Lo hai sempre fatto.
Eppure non sai nulla di me. Di certo in quel momento non c’è ne sarà bisogno.
In fondo mi conosci. Non sai neanche chi sono. Ma io conosco lui.
Non credo di averlo amato. Ma credo di amare te.
In fondo mi conosci, ed io conosco lui.
Non potrà mentirti, non con me vicino.
Quando sentirai un sussurro rivelarti ciò che odia dire, quando lo sentirai dirti ciò che vuoi sentire, e che odierai, lo odierai, lo odierai, ma distingui la mia voce in quel sussurro.
Distingui la voce del sussurro o finirai per amarmi.
Ma ti do un consiglio.
Quando leggerai di lui, quando avrai capito.
Quando avrai la certezza.
Sappi che sbagli.
La certezza non è qualcosa che può essere conservata nel tempo.
Non puoi controllarla o preservarla.
Non puoi usarla.
Non amare una certezza.
Varia di giorno in giorno.
Di momento in momento.
Comprendi l’importanza di un momento?
È solo, incompreso… è ingiusto.
Quando penserai alla grandezza dell’amore.
Quando penserai al tempo, ai sorrisi.
Alla pelle.
I capelli.
Gli sguardi.
L’odio.
Il rifiuto.
E quando avrai pensato abbastanza da dimenticare tutto questo, dimenticherai di certo i meriti di un momento.
Dimenticherai di ringraziarlo.
Odierai accettare che è stato più di te.
È valso più di te.
Più utile.
Più importante.
Più profondo.
Che senza quel momento non saresti nulla.
Un frangente basta per cambiare la concezione del mondo, di te.
Tu, basterai sicuramente, per un frangente.
E cambierà tutto.
Se ora lo hai capito, sappi, che è già avvenuto.
È tardi.
Se ora lo hai capito, sappi, che ancora una volta, sbagli.
Ed hai già capito.
Ed hai già sbagliato.
Più e più volte.
La certezza non è legata alla verità.
Non avete verità se non quelle condivise in qualche momento.
Ma adesso.
Di certo.
Non condividete lo stesso tempo.


Capitolo 1- La biblioteca notturna


Cadevo, cadevo e continuavo a cadere. Eppure ero pervaso da una flebile gioia che raramente incontrava le mie labbra. Il vuoto mi regalava leggerezza, una candida angoscia dell'inconfutabile certezza che il controllo, ormai, mi era negato. Attimi, piccoli sguardi e speranze che lanciavo disperatamente, è il rimpianto di un fallimento, l'eco lontano che non può essere udito. Tentavo di impormi un modus operandi per agire, per muovermi mentre la noia mi ancorava alla monotonia, era l’urlo silenzioso più rumoroso che potessi gridare. Ma nel vuoto si è soli con sé stessi e con tutti gli altri, la mia voce non raggiunge nessuno, non riconosco volti amichevoli e sono sicuro che a nessuno importi, nemmeno a me.


Mi risvegliai vestito di un lenzuolo consunto e di vergogna, il sole era già sorto da ore e la finestra accompagnava quei pochi attimi in cui la luce mi impediva di dormire.

Evitavo di affrontarmi stringendo il sonno finché i pensieri non divenivano troppo rumorosi, o per lo meno abbastanza da ricordarmi chi fossi. In fondo, mentire a sé stessi è prerogativa dei codardi, e degli sciocchi.

La tiepida luce dell'alba regala tranquillità e sicurezza, di contro svegliarsi con il sole già alto è come essere catapultati in modo decisamente troppo violento nella bolgia quotidiana, di un viavai di persone e di pensieri pronti a ricordarti quante ore e quanti sorrisi hanno già superato il tuo letto.

Scelsi distrattamente i vestiti ed il volto da utilizzare quel giorno e per non dimenticare le ore sprecate, raccolsi un sassolino. Ogni giornata comincia allo stesso modo, è difficile immaginare che un risveglio ordinario possa inaspettatamente portare un cambiamento, eppure non c'è preavviso né ordine quando il caos decide di intromettersi.

Mi affrettai a lasciare il mio appartamento. Sul pavimento erano sparsi calzini e mutande tolti nei giorni precedenti, la polvere aleggiava dolcemente tra i pochi mobili che riempivano la piccola stanza da letto ed un fascio di luce calda sembrava evidenziarla come a consigliarmi di aprire le finestre e donargli libertà. L'odore pungente che irradiava l'ambiente sembrava sparire ad ogni risveglio per tornare di sera, accompagnando il mio rientro a casa. Odiavo il disordine ma la pigrizia mi impediva di rassettare l'opera di puntinismo che decorava la casa, tuttavia, come un amico fidato, il disordine mi permetteva di sentirmi migliore nel momento in cui decidevo di sbarazzarmene, accompagnando propositi, speranze e progetti.

Decisi di evitare il traffico, raccolsi il cappotto dal tavolino vitreo che adornava il salotto, scuotendolo per liberarne la cenere di qualche sigaretta. Diedi un’ultima occhiata al disordine chiudendomi la porta di casa alle spalle. Non ricordo il cielo, certamente placido, non importa di tali contorni se non si è disposti ad accettarli. Dei passi che feci quel giorno, come ne feci in molti altri giorni, non ho memoria. É curioso come non ricordi la strada percorsa né i palazzi né i volti delle persone percorrenti quei viali. Tuttavia le sensazioni, quei volti anonimi scaturivano in me sensazioni d'odio che ragion non riesco ad attribuire se non a me stesso. Eppure li odiavo. Perché quei volti restavano lì ad essermi inutili? Non so se cercassi o se semplicemente desiderassi un volto diverso. Diverso da loro. Erano lì appoggiati su corpi che evitavo di definire tali per trovarne aggettivi più denigratori, non servendo ad altro. Cosa mai potevano offrire quei volti anonimi, banali, sorridenti. Avevano davvero un motivo per sorridere o erano semplicemente compiaciuti dal farlo? Non avranno di certo avuto storie degne di esser raccontate o idee capaci di sorprendere. Banali, superficiali, stupidi. Mi disgustavano e non potevo farne a meno. Sentire tale disgusto provoca tre reazioni scindibili da disgusto stesso. Prima di tutto la rabbia, rabbia che tali esseri debbano occupare posti decisamente meglio riposti ad idee e pensieri migliori di loro. La gioia che il senso di superiorità scaturito da tale vista provoca nell'osservare sacchi di carne empi d'ogni altro aspetto descrivibile, senso, che poi ho scoperto, esser ben più empio d'ogni feccia immaginabile. Ricordo un capannello di uomini robusti affiancato un bar dall'insegna inespressiva, quando m'affiancai a loro per dirigermi verso la biblioteca ne sentì un insieme di risa becere che sembravano esser motivate da qualche sorta di avvenimento sportivo. Mi fermai un attimo a guardarli, senza distinguerli, senza fissarne uno in particolare. Si susseguirono le due sensazioni di cui ho già parlato. Ad un tratto un uomo della comitiva si volse a guardarmi. Lo ricordo. Mi fissò con degli occhi eccessivamente piccoli e vispi coperti da lenti graffiate in più punti, i capelli unticci e disordinati adornavano un volto grassoccio di cui non distinsi i tratti, quanto il sorriso. Mi fissò per breve tempo ma sembrò durare molto più di quanto meritasse. Per un attimo temetti che fosse riuscito a leggermi e che avesse visto nei miei occhi il disgusto con cui li fissavo. Interruppe il contatto visivo dopo poco per tornare alla sua schiera di genti da bar. Bastò quel sorriso per evocare in me un’angoscia che mi impedì di pensare ad altro se non a me stesso, a quel sorriso ed alla terza reazione. Chi soffre d'arroganza ed ancor maggiormente chi disprezza i più vedrà prima o poi quanto ogni forma di disprezzo ritorni alla propria persona nel momento in cui, continuando a prestar odio, si vedrà superato da coloro che tanto tracotanti si avrà avuto l'ardore di giudicare. Non mi servivano grandi successi o imprese, bastò questo: lui sorrideva. Un sorriso beota ma che mai avrei sognato di etichettar quanto finto. Voleva forse dire che era felice? Dunque i miei pensieri e la mia ricerca a cosa dovevan portare se con tanta semplicità qualcuno di così insulso riusciva a trovar la felicità in qualcosa di assolutamente insignificante. Mi sentì estremamente debole davanti alla forza di quell'uomo nel riuscire ad essere felice. Mi portò molti pensieri negativi ma non volli dimenticarlo, e per non dimenticare raccolsi un sassolino.

Continuai a camminare per qualche minuto con gli occhi rivolti a quel pensiero. Senza accorgermene giunsi dinanzi all'imponente palazzo marmoreo in cui era situata la biblioteca notturna.

Apersi le porte e subito fui inondato dalla quiete caratteristica che ogni luogo di lettura sa regalare. Le grandi finestre disposte a schiera su di un lato della sala principale irradiavano l'ambiente di luce naturale. Le scaffalature antiche contenenti tomi e volumi riguardanti i più svariati argomenti sembravano esser tutt'uno con quel posto, come se niente e nessuno avesse mai potuto sottrarle a quella luce o sottrarvi i tomi impolverati che, immoti da tempo, stagliavano il loro giudizio dai ripiani più alti. Frequentavo spesso quel luogo, non solo per le parole che potessi leggere. Il silenzio, d'uopo tra quegli scaffali, era ben raro altrove. Silenzio che ricercavo ben più delle parole che solo in futuro scopersi d'aver bisogno di sentire. Venni accolto da Ada, impegnata a timbrare carte e marcare libri dietro un'imponente scrivania che la faceva sembrare più minuta di quanto già non fosse. Mi salutò con un cenno del capo ed io, in tono basso, risposi al saluto domandandole di argomenti di circostanza.

<<Ancora l'insonnia?>> Chiese Ada notando le mie occhiaie marcate, sfoggiando un sorriso che sembrava estremamente vero. Ai sorrisi concedo ben poca importanza, ma per la seconda volta in un solo giorno restai a fissarne uno. Il sorriso di Ada, ben più lieve e dolce del precedente, nascondeva una timidezza che apprezzai dal primo momento in cui la conobbi. Le labbra colorite e composte di quel sorriso mi rapirono per qualche istante, o almeno credo. Non so quanti istanti restai a mirarle ma rinvenni notandola a fissarmi con dell'imbarazzo che non riuscì a nascondermi.

<<Servono a distinguermi.>> esclamai fingendo che il torpore derivante dall'insonnia avesse avuto abbastanza effetto da attardarmi a dar risposta <<Senza queste occhiaie non mi riconoscerei e credo che, probabilmente, neanche sarei riconosciuto.>> e le offersi un sorriso ben più macchinoso di quello ricevuto.

L' insonnia rappresentava per me una costante non troppo dolente. Capitava annualmente e per un paio di settimane il sonno mi era negato. Era febbraio e le due settimane di insonnia m'accolsero d'improvviso. La prima notte insonne è sempre la peggiore. Restai a tenermi impegnato fino alle due di notte, aspettando i soliti sbadigli che preannunciano le disposizioni del mio corpo a cedere al sonno, che non arrivarono. Imponendomi di dormire levai i vestiti e mi coprì con una coperta ben disposta e ripiegata su sé stessa. Con la testa che girava e rigirava gli angoli del cuscino restai supino in attesa del sonno. Adoro la sensazione del calore che un letto sa’ conferire e per goderne appieno usavo, ed uso tutt'ora, di svestirmi completamente anche della biancheria intima. Dopo poche ore mi ritrovai a ragionar su argomenti di dubbia importanza, seguendo collegamenti logici che il mio cervello privo di sonno trovava nei fatti più disparati. Pensai a dei calcoli matematici di cui dimenticavo le origini prima di riuscire a risolverli, ne seguì un elenco delle cose più strane viste quel giorno tra cui una decina di piccioni che si ostinavano a voler rimanere uniti sullo stesso lampione nonostante continuassero a cadere spingendosi giù a vicenda. Mi ritrovai a pensare al passato, ai rimpianti, ad un amore perduto su cui ancora m'interrogo senza averne le informazioni per dargli risposta, o avendo tali informazioni preferisco negarne la risoluzione più deludente. Ripercorsi discorsi pungenti immaginando risposte calzanti da dire, risposte che sul momento non riuscii a trovare. D'un tratto la mia mente aveva iniziato a fare progetti, stabilire programmi e segnare propositi che avrei annullato dopo poche ore. Mi alzai, comprendendo che quella notte non sarei riuscito a dormire, bevvi un bicchiere d'acqua che per poco non sfilò dalle mie mani dandomi ragion d'imprecare nel cuore della notte. Fumai una sigaretta scrutando il cielo, l'aria notturna che filtrava dal balcone semiaperto mi gelava la pelle nuda che anelava le coperte. Non aspettai che il sole per concedermi il sonno e per chiudere tutti i ragionamenti che non avevan trovato spazio per esser degni d'uscire da quella notte.

Quelle due settimane durarono molto più di quattordici giorni, ancora me ne domando. Non ho idea di cosa abbia reso quell'insonnia diversa da tutte le altre. Salutai cordialmente Ada e mi diressi verso i lunghi tavoli in legno che sfilavano tra un muro di libri e un altro. In quei pochi passi ripensai alla notte precedente. Quando si capisce di aver da restare svegli ci si organizza: le mie nottate erano spesso accompagnate da qualche libro, del vino e vari pensieri. Durante la notte si consumano molte meno parole e molte più sigarette, ma in un periodo come l'insonnia non si può fare altro che trasgredire all'ordine: ogni avvenimento svoltosi durante quelle due settimane non è da considerarsi perché come l'uomo non può vivere senza sonno quella non può considerarsi normalità, è dunque un periodo che va finendo dal momento in cui si presenta, non è necessario adattarsi o viverlo con dignità. Quella notte non toccai vino, fumai molte sigarette ma non bevvi. Non lessi pagine d'alcun libro ma passai la notte fissando il cielo notturno attraverso i vetri del balcone. M'accorsi come il mondo s'impegnava per sfoggiare la sua superiorità ad ogni orario: di giorno resta innalzato il sole che impedisce allo sguardo di alzarsi, di notte il cielo si dipinge d'una tela oscura attraverso la quale non possiamo che scrutare le stelle, distanti e irraggiungibili e cariche di convenzioni pronte a valorizzarle. Della luna non si parla perché la luna non ci è amica né si cura di noi, la luna ci guarda solo quando siamo noi a fissarla per primi. Quella notte tuttavia la luna mi fissò, riuscì a sentirla attraverso i vetri del balcone ed il fumo di un’altra sigaretta. Mi fissava, non chiedeva ne muoveva alcun passo, ma mi fissava. Mi parve strano e restai a fissarla a mia volta. Cominciai a parlare. Parlo sempre di me, l'interesse che espongo per gli altri è solo un mero pretesto per arrivare a parlare della mia persona, di qualche avvenimento o del passato. Capita di cercare punti in comune con altre persone per poter raccontare le mie disgrazie e commiserarmi. Non accade così spesso, non mi espongo con persone disgustose, ed io, prima più di adesso, trovavo quasi tutti disgustosi. Tuttavia quella volta fu diverso: mi presentai alla luna, le raccontai il motivo per cui mi trovavo a fissarla e mi sembrò incuriosita. Chiesi di lei, quella volta però, ero davvero interessato. Non rispose, probabilmente non è solita parlare con qualcuno. Chi dorme non può donarle attenzioni e solitamente chi è sveglio ha valide motivazioni per esserlo e, ancora una volta, la luna viene ignorata. Restai calmo per qualche altro istante, poi l'ira. M'alzai di scatto e imprecai in modi che non mi appartenevano, rivolsi alla luna offese che non meritava. Non mi interessavo quasi a nulla, quasi a nessuno, trovai interesse in lei e venni ignorato. Mi sentivo giocato dalla luna stessa. Nell'impeto del momento agii veementemente e senza accorgermene ne sentire dolore bruciai la mano con la sigaretta che fino a pochi istanti prima stringevo tra le labbra. Fissai ancora una volta la luna, non si curò delle mie offese, restò lì, pallida come sempre ad adornare in manto notturno. La sua vista mi calmò donandomi inquietudine. Piansi. Parlai alla luna e piansi. Quella notte pensai a come sarebbe stata la mia vita se fossi divenuto matto. Avrei parlato ogni notte alla luna, avrei vissuto seguendo i suoi consigli. Forse mi sarei alleggerito. Forse mi avrebbe detto lei cosa fare di ogni giorno della mia vita. Quando mi accorsi di aver terminato le sigarette la luna lascio il posto al sole, senza salutarmi. Il sole, invece, mi fece ridere dei miei ricordi scritti pochi istanti prima.

Mi appostai al solito tavolo solo dopo aver tratto da uno scaffale un libro che già da giorni sfogliavo. Parlava di un uomo e la sua morbosa ossessione per il tabacco. Quanto una cosa così semplice, come le sigarette che fumo ogni giorno, avrebbe potuto influenzare la vita oltre ogni presumibile aspettativa. Certe letture maturano pensieri diversi in diversi tipi di lettori. Come una cosa così banale potrebbe all'effettivo compromettere, come un male imperativo, ogni aspetto della vita di qualcuno. Come da ogni vizio si evinca la debolezza dell'uomo o come, basti la certezza che, seppur dalle nostre decisioni, la scelta ci è infimamente preclusa. Ma come anch'io ignoravo bisogna scrutare l'animo umano con ben più attenzione per trovarne all'interno la sigaretta che ne precluderà l'avvenire desiderato. Leggendone l'immaginai: Daniel perse. Perse ogni cosa che aveva desiderato e per cui, nei suoi lunghi anni di stenti, aveva lottato. Perse l'estro, gli interessi e la donna che amava, perse il rispetto, la stima ed il corretto funzionamento dei polmoni. Daniel perse gli amici solo dopo essersi accorto di aver perso sé stesso per dedicarsi all'unica cosa che riusciva a detestare. Eppure scrisse quelle pagine, non potevo vederlo ma sentivo chiaramente il fumo della sigaretta che tanto accusava intriso nelle stesse pagine su cui ne riversava l'odio. Ne fui affascinato e terrorizzato cominciando ad interrogarmi su quale sarebbe stata per me, in senso lato, la sua sigaretta.

Come ogni pensiero che valga la pena di affrontare cominciai dal passato esaminando i miei insuccessi. Pensai a quella volta in cui dovetti sopportare la tediosa compagnia d'un ragazzotto sgradevole. Andai subito a giustificarmi di gentilezza, in quanto formato d'educazione mai avrei osato di rivolgergli parole offensive per il mero piacere di allontanarlo. Me ne convinsi per breve tempo perché riflettendoci m'accorsi che, in vero, la vigliaccheria m'aveva portato a sopportare per lungo periodo quella figura che di primo acchito non sopportai e che continuai a non sopportare per anni. Vigliaccheria, quella parola collegò in un attimo molteplici eventi del passato che avrei potuto edulcorare se non fosse stata presente. Era forse quella la mia malattia? La mia debolezza? Avevo dunque trovato la mia "sigaretta".

<<Una nuova lettura?>> La debole voce di Ada mi prese di sorpresa.

Venni catapultato in un attimo fuori dal mondo in cui ero alla ricerca.

<<Ho cominciato a sfogliarlo da un po’ a dire il vero>> risposi cercando di mascherare lo stupore che la sua voce aveva provocato.

<<"Non smetto di fumare", di che parla?>> domandò mostrando un interesse che lì per lì non compresi.

<<É la storia di un uomo che continua a fumare nonostante non possa permetterselo>> tagliai corto.

Ada sembrò incuriosita e le raccontai di Daniel. Mentre parlavo raccontando quella lettura mi parve più il racconto di un amico che di un romanzo. Raccontando di lui mi sembrò di tradirlo. Ada sembrava divertita dalla palese inettitudine di Daniel. Vedere il suo volto apprezzare quel modo di agire, probabilmente inteso più come candore fanciullesco più che come vizio degenerativo, fece rasserenare anche me. Forse non doveva rappresentare obbligatoriamente una condanna. Il volto di Ada cambio espressione quando le lessi il momento in cui Daniel, preda della disperazione per non aver da fumare, alzò le mani contro la donna che amava. Lei non provava pena per Daniel, mi disse che lui, se così stavano le cose, non perse contro le sigarette ma le amò quali l'unica cosa che la sua orrenda persona non riuscì a perdere. Eppure Daniel scrisse quelle parole, le scrisse con il dispiacere d'un bambino, fragile ed innocente. Se non avesse avuto il coraggio di scrivermelo non l'avrei immaginato un iracondo. Continuammo a parlare per qualche minuto ma dovetti fermarmi quando notai che quella conversazione divenne un soliloquio tendente al verboso. Ada notò la mia goffaggine nel gestire argomenti per cui provavo un interesse. Lei rise. Io sorrisi.

<<Mi spiace seccarti, ma ho delle prenotazioni per dei libri che hai preso in prestito. Quando hai intenzione di riportarli?>> Il tono di Ada mostrava un candore che non riusciva a mascherare e sembrò mortificata dal chiedermelo.

<< Ti chiedo scusa, non me ne volere. Mi assicurerò di riportarli domani>>

Ada mi regalò un altro sorriso e si congedò. Rimasi lì a guardarla per qualche istante, divertito da tanto candore, ma nelle sue parole qualcosa mi turbò.

Che la vigliaccheria m'avesse privato di molta serenità era innegabile. Tuttavia andavo domandandomi se non fosse solo uno dei tanti difetti di cui è composto l'uomo. Di cui fossi composto io. Il mio quesito, sorto dal fallimento di Daniel, non era certo quello di trovar dei difetti. Seduto e col capo chino su quel libro m'interrogavo su quale fosse l'incontrastabile male che m'avrebbe portato alla disgrazia. D'un tratto mi chiesi il perché della ricerca stessa. Ricercavo forse la mia "sigaretta" senza scopo? Cosa avrei fatto quando l'avrei trovata? Non sarei stato soddisfatto finché non avessi trovato un male imperativo. Ma un male di quel genere si distingue per l'ineluttabilità dello stesso. Che provvedimenti avrei mai potuto prendere contro un gigante a cui non avrei potuto avvicinarmi? Non prestai orecchio a questa consapevolezza appena giunta e continuai a scavare nel mio essere. Non m'importavo di non poterla contrastare e sapevo che dopo la gioia iniziale per averla trovata l'angoscia avrebbe assunto il mio volto. Ripensai ad Ada e ai libri che avevo assicurato di riportare il giorno seguente. Li avevo riposti su di una mensola nello stretto corridoio che univa la cucina al salotto. La polvere aveva già cominciato ad accumularsi tra le sottili righe che dividono ogni pagina ed ogni giorno uscendo di casa lanciavo uno sguardo ai due libri notando l'aumentare del tempo in cui giacevano immoti. Come ogni forma d'esistenza un libro necessita di uno scopo e senza tale non può ritenersi completo. Voltandogli distrattamente lo sguardo usavo mentirgli riproponendo lo stesso proposito mentre notavo i segnalibri blu e verdi riposare a metà di ogni libro, o poco prima. Quell'immagine, vista e rivista giorno dopo giorno, si impresse nella mia mente solo in quel momento e ne divenni succube. Le poche centinaia di pagine che distavano dalla conclusione di ogni storia mi parvero infinite, inarrivabili. Ricordai di aver lasciato a metà molti più libri: ogni volta è facile procrastinare, il tempo non è tiranno fino a quando non si presenta, senza preavviso, con veemenza. Quel tiranno era, non per sua colpa, interpretato dalle solite parole di Ada che mi ricordavano ogni volta di riportare i libri presi in prestito e che ogni volta riportavo dopo la data ultima concessa. Finché le parole di Ada non ponevano un limite al mio procrastinare ogni libro rappresenta un'opera compiuta, ma in quei momenti divenivano fallimenti. Avevo fatto tardi. Avevo fallito. Avevo avuto la possibilità di terminare ciò che per mia scelta ho lasciato incompiuto ed ormai, la scelta, mi era negata. Me lo meritavo. Se il mio problema si fosse limitato ai libri avrei potuto agire in modo molto più mirato ed efficace, ma non fu così. Solo scrivendo m'accorgo che un altro "se" spunta fuori per giustificare ciò che il problema stesso impone e si impone di essere. Avevo abbandonato gli studi di matematica ancor prima di giungere alla metà che generalmente questo problema m'impone. Cominciai scritture di libri che non portai a termine, intrapresi percorsi e mi appassionai a tante di quelle cose che abbandonai prima ancora di poter definire degli hobby. La realtà si impose violenta sul mio pensiero. Non sapevo affrontarla. Mi accorsi in pochi minuti di aver lasciato a metà la maggior parte delle cose che non mi fossero state imposte. Ogni cosa divenne più grande di me. Ogni cosa divenne irraggiungibile. Non potevo affrontarlo. Dovetti mutare il mio pensiero per trovare qualcosa o qualcuno a cui dar colpe, a cui dar carico delle mie scuse. Che fosse forse la scelta il problema? Senza quella maledetta libertà avrei sicuramente portato a termine ogni inizio e dei miei fallimenti non avrei neanche la parvenza. Ripensai a Daniel, con rabbia. La sua rabbia. Chi avrebbe incolpato? Forse gli amici e la famiglia che gli avevano voltato le spalle prima ancora di capire che quello per lui fosse un male insormontabile. Forse avrebbe odiato sé stesso per aver amato le sigarette o avrebbe odiato le sigarette stesse. Verso la sesta pagina lessi che la prima sigaretta di Daniel gli fu offerta da un ragazzino il cui atteggiamento sprezzevole lo aveva indotto ad accettare per non dimostrarsi da meno. Forse era proprio lui a meritare odio, che senza di lui forse Daniel avrebbe vissuto una vita serena? Quel ragionamento dapprima placido e sereno si era trasformato in un insieme di rabbia, la mia e quella di Daniel. Quell'ira mi ferì e per averne traccia raccolsi un altro sassolino.

<<Ancora su quella pagina? Non dirmi che Daniel ti ha già seccato?>> Ada interruppe nuovamente il mio pensiero. La sua voce mi gelò il sangue. Mi era sempre parsa dolce e composta ma quel suono apparteneva alle stesse parole che m'avevano indotto in quell'ira.

<<Del mio tempo ne faccio ciò che voglio, ed usarlo per impormi di pensare, se pur malsano, non può essermi negato>> Mi pentì subito delle parole e del tono usato. Ada non meritava il mio odio né la mia rabbia. Quei modi non mi appartenevano e se non fossi stato inghiottito dall'angoscia mai avrei usato di rivolgerle un tale trattamento. La vidi trasalire e notai il suo volto mutare. Mi ricordò il volto che aveva usato poco prima quando apprese della violenza di Daniel. Ero forse anch'io un iracondo? Ada rimase composta: si scusò e mi informò che quella settimana la biblioteca sarebbe rimasta aperta in orario notturno solo di mercoledì. S'apprestò a congedarsi e mi concesse un altro sorriso, ben diverso dai precedenti. Fui pietrificato dal senso di colpa e da tanta freddezza. Non seppi scusarmi. Riposi il libro e tornai a casa.

Aperta la porta l'odore pungente che la mancanza di corrente d'aria generava mi disgustò. Tolsi il cappotto e presi velocemente uno dei due libri dalla mensola avvitata malamente al muro del corridoio. Apersi la pagina contrassegnata dal segnalibro ma non iniziai quella lettura. Avevo pensato di finire i due libri così da curarmi, ma imporsi qualcosa solo per dimostrare l'inesattezza del contrario è vacuo tanto quanto fregarsene dell'importanza stessa del gesto e pensare che basti il gesto in sé a dimostrare ciò che si vuole negare, confermandolo inconfutabilmente. Lasciai le pagine aperte tra le mie mani, senza curarmi delle parole. Volevo agire ma non vi era nulla di tangibile. Passai il resto del pomeriggio a rimproverarmi e convincermi d'aver da pensare per poter risolvere un problema. Ma quale problema? Non v'è situazione più spiacevole che quella in cui, esigente d'un miglioramento, non si trova un problema a cui pensare. Ecco spiegato ciò che andavo domandandomi per ore. Tuttavia la concretezza del pensiero che spingeva il tempo fino a fermarlo e ritrasportarlo verso orari più caldi doveva pur significare qualcosa. Dunque l'insoddisfazione che giungeva alle mie mani era reale. Non ne conoscevo le cause ma non potevo negarla. Tanto bastava per convincermi dell'importanza di quell'atto e rendermelo accettabile. La solitudine porta a spunti riflessivi originali, quantomeno per sé stessi. É difficile trovare banalità ove non c'è che da confrontarsi con il proprio io. Il confronto negato porta a dubbi ma anche in questi, una volta accertati quanto tali, la convinzione degli stessi genera un'apparente elitarietà di pensiero che giova, in modo becero, all'animo di chi ha bisogno di credere che il pensiero stretto ne renda una superiorità intellettuale quantomeno profonda. Da non pensar a chi, non giunge, e va ad analizzar il pensiero. Ne porta un’arroganza non visibile che al medesimo pensatore quanto il disgusto incondizionato verso gli altri, in quanto, come ogni forma d'arroganza impone, sicuramente privi di tali pensieri e profondità.

Quella notte non dormì e probabilmente, per la prima volta, ne ebbi ben donde. In un solo giorno m'accorsi di non conoscermi più di quanto non conoscessi l'esterno di ciò che ero. I pensieri che aleggiavano tra una tempia e l'altra erano ben troppo intricati per poterli sciogliere. Fumai una sigaretta e subito dopo un'altra. Provavo rabbia, ero solo, incompreso, deluso. Deluso da me stesso. Non riuscivo a distinguere i pensieri. Fu quella notte che ebbe inizio ciò che divenne una mia abitudine. Chiusi le finestre che mi gelavano la pelle con soffi discontinui, presi una penna e trassi fuori dal cassetto della scrivania un quaderno su cui non avevo scritto altro che degli appunti risalenti al periodo dei miei studi. Strappai le prime pagine per renderlo nuovamente bianco e cominciai a scrivere di me, cercando di comprendermi. Conservo quel quaderno come fosse un amico non troppo simpatico, di quelli che si incontrano solo per caso. Non scrivo più, ma ricordo bene ciò che provai scrivendo. Per la prima volta non piansi, non pensai, non mi lamentai. Scrissi:


Provo a scrivere di me stesso, perché al momento non so cos' altro fare per comprendermi.

Spero che almeno queste righe mi capiscano e seppur non ci credo molto, vorrei trovarne all'interno la soluzione.

Credo che scrivere mi sarà utile, i miei pensieri variano spesso in base allo stato d'animo che mi inghiotte. Devo molto più alla rabbia, alla solitudine ed alla noia che a tutti i volti pronti a dispensar consigli e soluzioni.

Scrivo queste righe combinando questi stati d'animo, ma cercherò di analizzarli singolarmente perché, quando si accavallano, non riesco a gestirli, e gestirmi.

La noia è terribile, opprimente, lenta e dolorosa. Porta via più tempo di ogni altro impegno e mi occupa più di ogni preoccupazione. Ormai la noia per me è come una droga, la odio ma non so farne a meno: mi dà qualcosa da incolpare, mi da tempo per pensare, per odiarmi e cambiare idea, abiurare tutto ciò che provo in ogni momento e lasciare andare pensieri maturati nel giro di ore per noia, mi dà sollievo. Sfuggire dalla noia è una parte fondamentale della stessa, è un vuoto infinito che riempio con briciole, è ridicolo.

La noia mi costa molto, ma mi dà spazio, decisamente troppo.

Credo che tra tutti la noia sia la più crudele, ed è per questo che tutti la evitano.

Quando si parla di grandi storie si evita sempre la noia, si parla di gesta e di imprese, di avvenimenti più o meno rilevanti ma la noia giace tra una riga e l’altra riempendo quel vuoto visibile solo a chi, gentilmente la reputa una compagna di vita.

La noia mi fa amare il passato, quando ci si rifugia tra i ricordi non si considera la noia, pochi fatti avvenuti di quando in quando incidono molto più la memoria che un anno di noia.

Quando viaggio indietro con la mente non ricordo la noia, anche se so bene che è sempre stata li.

Per questo sono convinto che ieri fosse un giorno decisamente migliore di oggi: so bene cosa ho mangiato, quanto ho riso e quanto ho pianto, cosa ho fatto quando mi sono svegliato e con che volto sono andato a dormire, ma della noia non restano tracce.

Non vive nel passato e non è mai contemplata nel futuro, la noia divora il presente, attimo per attimo.


Sto scrivendo queste righe senza rileggerle, non voglio farlo, mi sto solo sfogando. Non mi interessa della grammatica o della sintassi, ho solo bisogno di qualcuno che mi capisca senza ricordarmi quando faccio pena, che è quello che sto pensando in questo momento.

Molte persone si credono brillanti ma sono estremamente noiose, anch'io sono convinto di essere brillante, e sono certo di essere noioso. Ricordo l'ultima volta che una persona mi ha sorpreso, che mi ha fatto uscire dalla noia, è stato molti anni fa, adesso odio quella persona.

Attorno a me tutti dicono e fanno cose scontate, non c' è assolutamente nulla.

Nessuno capisce se non parli e, per la maggior parte, nessuno capisce anche se parli. Le risposte sono sempre uguali, nessuno prova a capire, analizzare, nessuno resta in silenzio. Non riesco a capirlo. Non riesco a capire come sia possibile che passo così tanti pensieri a riflettere sul perché o su una soluzione mentre tutti intorno a me hanno una risposta adatta ad ogni mio problema nel momento esatto in cui ne esplico un primo accenno.

Nessuno ha risposte, o soluzioni, tutti hanno solo bisogno di avere la risposta giusta, di sapere cosa dire, di non rimanere in silenzio, ognuno ha bisogno di essere considerata una brava persona che ascolta e risponde ma quelle risposte servono soltanto a convincersi che si è fatto qualcosa mentre ognuno sta fermo perché la realtà è che a nessuno importa degli altri, nemmeno a me.


La solitudine non va confusa con la noia, molte volte le due cose vengono appaiate dato che quando ci si annoia ci si accorge di esser soli, ma sono due cose ben diverse. Non sono il primo a dirlo e non c'è bisogno che lo dica ma chiaramente la solitudine non è uno stato fisico, sono spesso solo in mezzo ad un sacco di gente.

Si può parlare ma nessuno ascolta, si può tacere e nessuno ascolta, si può soffrire in mezzo a talmente tanta gente da soffocarti ma nessuno ascolta. Restano tutti lì con la loro inutile presenza a lasciarmi solo.

Nel passato anche la solitudine sembra migliore, perché si è sempre in compagnia della noia e quindi, preferiamo gettarli via assieme. Ovviamente ci ricordiamo dei momenti brutti, delle lacrime e degli sfoghi, ma pensando al passato sembrano solo delle banalità, perché le abbiamo superate, adesso noi siamo andati avanti. É brutto essere incompresi, ci si pone fin troppe domande.

So bene perché sono solo, ma mi chiedo, durante la noia, è giusto così?

É giusto restare soli per scelta? La scelta di non accontentarsi della mediocrità, di non accettare amore di seconda mano, di non ridere per cose non divertenti.

Ogni tanto provo a comunicare, mi rendo patetico e lascio trasparire la sofferenza che solitamente tengo chiusa dentro me, sperando che qualcuno la colga, che qualcuno se ne importi.

Nulla cambia.

É decisamente l'urlo silenzioso più forte che io passa fare ma nessuno ascolta.

Ci piace leggere nelle storie, durante i momenti peggiori, l'arrivo di qualcuno, nel posto giusto e al momento giusto, mentre versiamo le lacrime più pesanti, a dirci ciò di cui abbiamo più bisogno, ma questo non capita e resto pateticamente a piangere in solitudine.


Scrivere mi fa sfogare, queste righe sono bastate a placare la rabbia che mi ha spinto a cominciare, avrei molto da dire sulla solitudine, ma in questo momento non riesco.

Tuttavia non credo ce ne sia bisogno, chi come me la conosce bene non ha bisogno di qualcuno che gli descriva la più costante compagna della propria vita, per tutti gli altri non basterebbero le migliori parole per capire veramente.

Ma la solitudine non sarebbe cosi dolorosa se non fosse per la rabbia, questa rabbia continua che mi porto addosso. Inizialmente ero arrabbiato con molte più cose, le persone, la famiglia, lo stato attuale delle cose che mi impedisce di fare un passo in più.

Ma più a fondo ci penso e più ogni pensiero torna da me, e mi accorgo di essere la fonte principale della mia rabbia, ma non so curarmi, non riesco a sfuggire da ciò che sono.

Ho paura di fallire, ho paura di ricadere nella mediocrità che tanto odio, da cui tanto voglio sfuggire. Cosi comincio grandi progetti, prendo decisioni e intraprendo percorsi che smetto di percorrere a metà strada, o molto prima.

Questo condiziona ogni aspetto della mia vita, ma non lo faccio appositamente, mi rendo conto di aver distrutto qualcosa solo quando i frammenti mi feriscono.

Brandelli di speranza, la speranza che non sia io il problema, svaniscono volta dopo volta, sotto ogni coccio di delusione che mi colpisce.

Volevo scrivere un libro, ho cominciato, mi rendeva felice. Quando mi impegno in qualcosa sono molto felice, guadagno autostima e voglia di fare, mi convinco di poter cambiare le cose e che in un modo o nell'altro riuscirò nel mio intento.

Resto lì, in balia di questo flusso di pensieri a farmi coccolare dai progetti futuri che ogni neo progetto mi fa sognare, le implicazioni, la fatica e i successi, i sorrisi e la gioia, la mia.

Torno nella realtà ed ogni volta l'impatto è sempre più faticoso da contrastare.

Ho ignorato il mio libro per un bel po’ di tempo, nella mia mente è sempre rimasto un bel progetto ma l'ho rimandato così tanto da cominciare ad odiarlo. Ho provato a riordinarne gli appunti ma ho mollato anche quello. Anche andare all'università mi rendeva felice, come fare esercizio fisico o contattare una persona a cui volevo bene per risanare i rapporti che ho rovinato. Ho mollato tutto.

Comincio progetti che non finisco, inizio pensieri che non porto avanti, scrivo poesie che nessuno leggerà mai, proprio come questo testo. Mi sto sforzando per scriverlo, arrivato a metà questa mia malattia ha cercato di farmi smettere, per riportarmi alla noia. Non sono parole mie ma è incredibilmente vero: è facile sentirsi grandi di una grandezza latente. Questa frase mi identifica in pieno.


Non sono in grado di risolvere questi miei problemi, ma chiunque tu sia, se stai leggendo, non darmi consigli. Non ho ancora incontrato la persona che possa risolverli, e se credi di essere tu, fammi un favore, solo per questa volta fidati di me, perché ti assicuro che quasi sicuramente ti sbagli.




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