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Una storia di MarcoAmici

Ossigeno

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4 minuti

Pubblicato il 04 aprile 2021 in Altro

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Quando arriva l’ora del tramonto delle giornate di aprile, nei primissimi tempi di ora legale, cominci già ad assaporare quel profumo di estate che però viene presto interrotto. E quelli sono i tramonti più belli perché non sanno ancora di quella pasticca piccola poco più di tre mesi in cui vi sono concentrati nuovi incontri, albe, pianti e gioie e che mandi giù con un bicchiere di birra. Quella stessa pasticca che ti fa rendere la vita un po’ meno spiacevole o pensierosa, perfino se la tua stagione preferita sia l’inverno. Ed è proprio all’inizio di aprile che tutto sembra, ogni volta si spera, prepararsi a un qualcosa di nuovo, a un ricorso storico che ogni volta porta con sé inebrianti esperienze alternati a solenni silenzi. In quell’anno, però, il cero della speranza di un cambiamento che ogni primavera iniziava ad ardere pareva facesse ben sperare. Nessuna donna, nessun ritorno di fiamma, nessun evento che tornava a vivere, nessun aumento di stipendio: solo una luce accecante e un leggerissimo magone.

Erano seduti su una di quelle panchine in legno dei giardini pubblici. Non posso saperlo con certezza, ma sono sicuro sarebbero stati mamma e figli, erano in tre. Sulla quarantina lei, non più di dieci anni loro due. Di fronte a loro io che, camminando sempre più verso la loro panchina, tornavo a casa e scoprivo per la prima volta che uno stereotipo di società può anche essere smentito. D’altronde si sa: un caso singolo può anche far crollare un’intera teoria ma non credo sia stato quello il caso. Stavo ascoltando un messaggio vocale su WhatsApp mentre osservavo la scena e avevo il telefono vicino all’orecchio sinistro. Nessuno di questi elementi era presente nella scena che avevo davanti a me: tutta la famigliola era impegnata a leggere spensieratamente dei libri con anche una certa e sorprendente curiosità. Ero rimasto così colpito da quello che avevo appena visto da non tenere più in considerazione il messaggio vocale che stavo ascoltando, nonostante riguardasse un qualcosa di importante per me. È vero, ognuno leggeva il suo libro e se non fosse stato per quest’ultimo elemento, avrei visto una delle tante scene che si vedono sempre sulle panchine dei giardini quando si riuniscono gruppetti di ragazzi così come quelle che si vedono ai tavolini dei bar in cui ognuno è incollato al proprio smartphone. Rimasi per una decina di secondi a osservare quel quadretto familiare come se davanti a me avessi avuto l’ultimo esemplare di una specie ad altissimo rischio di estinzione. Riuscii a capire anche quale fumetto uno dei due bambini stesse leggendo ed era, altra sorpresa, un Tex.

Non so se sia corretto dal punto di vista, per così dire, analitico fare un parallelismo tra la situazione appena osservata e quella in cui al posto dei libri ci sarebbero stati smartphone, mettendole alla stessa stregua, assegnando loro lo stesso significato dicendo che vi è in entrambe un “isolamento”. Dico solamente che mi piaceva e mi piace ancora pensare, quando ci ripenso, che ognuno di loro, in particolare i due bambini, non stessero facendo, come presumo, una lettura perché dovevano. Non voglio, quindi, neanche pensare che sia stata la mamma a imporre ciò che lei pensa sia giusto fare (leggere) ai suoi bambini, come potevo osservare dalle copertine dei libri tutte diverse fra loro. La calma, l’armonia e il silenzio che c’erano su quella panchina e sui volti di quei bambini che per nulla scalpitavano e per nulla tendevano a voler correre verso le altalene per scappare via da quelle pagine, mi hanno fatto pensare a un’immensa dose di consapevolezza da parte della loro madre. Da subito, quando ho tratto il mio giudizio complessivo a riguardo, ho percepito quella situazione come una condivisione, nonostante ognuno sia focalizzato sulle sue pagine inchiostrate. Credo che il fulcro di tutto ciò sia l’educazione come messa a disposizione di strumenti, ognuno per la ricerca della propria soggettività, ormai quasi dimenticata da ognuno di noi, piena di interessi, di passioni e di scorci ancora inesplorati. E non l’educazione come una sorta di conformazione a canoni prestabiliti dalle quattro mura di casa o dalla società.

Credo che non dimenticherò mai ciò che ho visto in quella mattinata di inizio aprile. Mi ha quasi fatto commuovere. E mentre continuo a scrivere ciò che ho tratto da quella situazione rimango bloccato, proprio come in quel momento.


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