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Una storia di Purpleone

Merlock Sholmes e il caso del Lupo Mannaro

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20 minuti

Pubblicato il 01 luglio 2021 in Humor

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Era una di quelle notti che nei romanzi d’appendice chiamano "buie e tempestose".

Il vento soffiava rabbioso tra le cime degli alberi e schiaffeggiava con violenza i tetti delle case mentre, nel cielo nero e gravido di pioggia, grossi cumuli di nembi oscuravano a intermittenza una spettrale luna piena.

Stranamente, nonostante fosse questo il loro tempo preferito, in strada non c'era neppure un cane. Al che mi sovviene l'assurdità' del linguaggio comune che parla, in occasione di avverse e terribili condizioni atmosferiche, di "tempo da cani". Stando a ciò' quella notte sarebbe dovuta esser popolata da branchi di latranti bestie e invece di essi, come vi dicevo, neanche l'ombra.

Dormivamo beati come puti quando a un tratto, io e Sholmes, il grande detective, fummo svegliati di soprassalto.

“Cosa diamine è stato?” chiesi allarmato mentre, levandomi a sedere, mi risistemavo il berretto da notte.

Sholmes, in risposta, pose l’indice di traverso sulle labbra e mi intimò il silenzio, volgendo poi lo sguardo spiritato verso la finestra di fronte al letto.

In quel momento un secondo urlo agghiacciante ci fece rizzare persino i peli delle ascelle.

“Mi prenda un colpo Sholmes, sembrava....”

Nuovamente mi interruppe facendomi segno di tacere.

Stava così in ascolto con ogni fibra del suo essere, proteso in avanti, gli occhi appannati dalla concentrazione intensa, le labbra serrate in quella smorfia di determinata ostinazione che cosi bene conoscevo finché...

“UUUUUUAAAAAAAUUUUUUUUUAAARRRGGHHH!!!!”

“Eccolo di nuovo Zotzon!”

“Credete sia lui?”

“Assolutamente! Prendete il cannocchiale, svelto.”

Glielo porsi e rapidamente abbandonammo il nostro giaciglio per portarci accanto alla finestra.

Sholmes scrutò il buio per quasi un'ora poi, sentendolo russare nella sua inconfondibile maniera, gli sfilai il cannocchiale dalla mano e, poggiandomi alla sua spalla, mi addormentai anch'io.

Quando il diabolico ululato ci strappò per la quarta volta dalle spire del sonno, diedi una rapida occhiata alla pendola accanto al caminetto: le tre del mattino. Mi stropicciai gli occhi cisposi con l’animo colmo di colmo di disappunto e rivolgendomi a Sholmes, anch’egli sveglio e, al mio contrario, per niente seccato, sussurrai: “ Eccolo di nuovo”.

“Meno ciancie, Zotzon, passatemi il cannocchiale, svelto”, mi rispose impaziente tendendo la mano e contemporaneamente fissando con cipiglio concentrato l’oscurità oltre la finestra. Obbedii lesto.

“Eccolo laggiù!” esclamò soddisfatto, “Sopra quel piccolo tumulo a destra della grossa quercia.”

Così dicendo mi passò lo strumento che puntai nella direzione indicata.

Ebbi qualche difficoltà a discernere l’albero di riferimento dalle tenebre circostanti ma, dopo qualche istante, inquadrai il bersaglio.

“Per Bacco Sholmes, lo vedo! Ha tutta l’aria di un grosso cane o forse un lupo e… capperi! E’ guizzato via in un baleno”.

Sholmes si allontanò dalla finestra infilandosi lestamente sotto le coltri.

“Credo sia meglio sfruttare il resto del tempo per recuperare il sonno perduto, vecchio mio.Sono dell’idea che per questa notte non avremo ulteriori sorprese.”

Posai il cannocchiale sulla poltrona accanto al letto e seguii Sholmes sotto le lenzuola che, con non poco rincrescimento suo, eravamo questa volta costretti a condividere.

A questo punto però è necessario che io faccia qualche un passo indietro e vi racconti, per sommi capi, l’antefatto di questa nostra nuova avventura.


Due giorni prima.


A darci il buon giorno non fu il sole tiepido che ci carezzava le gote né, tantomeno, il gaio cinguettio di passeri mattutini, bensì lo sgraziato e disumano urlo della megera che c'era toccata in sorte come padrona di casa e che, dal piano terra, strillava come una gatto selvatico in preda agli ormoni dell’accoppiamento.

Signor Shooolmeesss! Una visita!”

Mi trascinai fuori dalla mia camera di cattivo umore, come sempre accade quando non posso consumare a letto la mia prima tazza di tè, e mi avviai verso la porta dello studio mentre mi contorcevo per infilare il braccio giusto nelle riottose maniche della mia vestaglia da camera.

Intanto il nostro (per il momento ignoto) visitatore, già era arrivato al pianerottolo e bussava impaziente all'uscio.

“Sto arrivando, eccomi.”

Feci accomodare il quasi antelucano ospite nel salottino e andai a dare la sveglia a Sholmes che, naturalmente, dormiva ancora della grossa. Gli liberai il viso da un enorme tomo sulla procreazione delle salamandre, che con tutta probabilità gli era servito per indurre il sonno, e lo scossi per le spalle.

“Svegliatevi Sholmes, abbiamo visite.”

Poco dopo eravamo gli uni di fronte all'altro.

Sholmes sedeva con garbo sul fastoso triclino peruviano da poco donatogli da una focosa ammiratrice e osservava con occhi acuti il nostro visitatore. Io sedevo un poco più in basso, su di un ceppo da esecuzioni del XII secolo che neppure i più' energici lavacri erano purtroppo riusciti a smacchiare. Era questo un pregevole manufatto che ci fu donato dal duca di Longterhness, in cambio di una consulenza su uno spettacolare caso d’infestazione spiritica del quale un giorno o l'altro vi narrerò.

Il nostro ospite sedeva, eretto, su una robusta quanto scomoda sedia tirolese e dopo le doverose presentazioni, di fronte ad una fumante tazza di infuso di foglie di cardo, ci mise a conoscenza dei suoi crucci.

Egli si rivelò essere un simpatico locandiere e viticultore il cui unico piacere, a suo dire, consisteva nel soddisfare il palato dei villeggianti con la produzione di un eccellente distillato dei frutti del carrubo. Il migliore , secondo il suo dire, di tutta la Scozia e forse di tutto il Regno. Nientemeno.

A riprova di ciò insistette assai affinché assaggiassimo, da una fiaschetta che sempre egli portava appresso, almeno un sorso del liquore in questione.

Gentilmente, ma con fermezza, io rifiutai. Sholmes, invece, con mio grandissimo stupore, accettò l'offerta e portò alle labbra il contenitore. Sorseggiò lentamente con gli occhi chiusi e dopo aver rimestato il liquido alcune volte nella bocca, lo deglutì con un evidente piacere.

“Sholmes!” esclamai scandalizzato, “Non avete neppure fatto colazione!”

“Suvvia Zotzon”, mi rispose, “non siate così severo. Codesto distillato è per me un’assoluta novità e, come tale, merita di essere annoverata fra le mie esperienze. Financo quando son privo di adeguata zavorra nello stomaco.”

Il locandiere annuì soddisfatto.

“Anche il più bello dei fiori può nascere dalle morte acque di palude” ribattei acido, citando una delle massime del filosofo babilonese Assurtasipalo.

Sholmes, punto sul vivo, mi fulminò con un saettante e stizzito movimento dei globi oculari.

Fa sempre così quando cito i filosofi babilonesi, materia nei quale egli non è molto versato e che io, viceversa, trovo alquanto stimolante.

Infine, dopo la degustazione, il nostro ospite venne finalmente al nocciolo della questione e ci spiegò di essere sull’orlo di un devastante tracollo finanziario e che, senza il nostro aiuto, sarebbe finito in brevissimo tempo a questuare elemosine sul sagrato delle chiese.

Disse, mentre andava agitandosi viepiù, che gli ultimi villeggianti erano letteralmente fuggiti in principio di settimana e che tutte le prenotazioni erano state disdette. E la causa di quella autentica rovina era - udite, udite - una bestia demoniaca, in sembianze di lupo, che si aggirava nottetempo nei paraggi della locanda e che, con i suoi raggelanti ululati, sarebbe stata in grado di coagulare il sangue nelle vene persino a S.Giorgio e al suo cavallo.

A quel punto mi rividi proiettato indietro di vent’anni quando, al comando di un manipolo di intrepidi Lancieri del Bengala, partecipai a una battuta di caccia alla tigre. Una infida, spietata e insaziabile mangiatrice di uomini che si aggirava nel distretto di Vusparbanapal.

Avevamo trovato tracce fresche al…oh, per Giove! Ecco che divago nuovamente. Chiedo venia e ritorniamo a noi:

notai che Sholmes, stranamente, non sembrava per nulla interessato.

“Non avete guardiacaccia nella vostra Contea?” chiese con tono annoiato.

“Oh sì, certamente. Hanno fatto appostamenti notturni per due intere settimane. Hanno seminato la brughiera di trappole e lasciato bocconi avvelenati ovunque, ma la bestia si è dimostrata più furba di loro e non s'è cavato un ragno dal buco!”

Ansioso di riprovare le sopite emozioni della mia gioventù rivolsi a Sholmes uno sguardo supplicante.

“Cosa ne pensate Zotzon?” mi chiese magnanimo.

Trattenni a stento l’euforia e simulando noncuranza risposi schizzando in piedi: “Partiamo a caccia della bestia Sholmes, e ridiamo la serenità a questo pover’uomo!”

Sholmes parve leggermente divertito e alzandosi posò le mani sulle spalle del nostro ospite in un gesto di regale benevolenza.

“Orsù, è deciso! Accettiamo l’incarico e, naturalmente, ci ospiterete per tutto il tempo che occorrerà a liberarvi da questa piaga”.

L’uomo, visibilmente sollevato, si prodigò in inchini e baciamano finché Sholmes, con il solito impercettibile gesto del capo, mi intimò di accompagnarlo alla porta.


Finalmente seduti di fronte alla nostra colazione espressi a Sholmes la mia gratitudine:

“La vostra generosità, Sholmes, si dimostra ancora una volta e parimenti, all’altezza della vostra intelligenza”.

Forse esagerai un tantino con l’adulazione ma egli sembrò gradire.

Mentre con voluttà ingurgitava l’ultima cucchiaiata di pudding di totano - ormai purtroppo irrimediabilmente freddo - mi fissò intensamente.

“Non posso darvi torto, vecchio mio. Sono notoriamente ben fornito di entrambe le suddette qualità, ma confesso che più dello pur stimolante enigma, mi solletica l’opportunità di assaporare ancora quel delizioso distillato di carrubo. L’ho trovato assai confacente alla meditazione, nonostante le vostre riserve”.

Per un momento mi sentii in colpa per aver messo in imbarazzo il mio amico citando Assurtasipalo, ma non feci in tempo a dimostrare la mia contrizione che egli proseguì:

“Infine, credo potrà rivelarsi interessante il connubio tra i vostri purtroppo misconosciuti trascorsi militari e le mie superlative cellule cerebrali. Accoppiata ardita oltre ogni dire ma, son certo, foriera di sicuro successo. Suvvia, rastrellate gli avanzi del vostro pudding e senza indugio preparate i bagagli per almeno una settimana. Partiremo questo pomeriggio.”

Fu così, quindi, che ci trovammo a condividere stanza e giaciglio (e piedi gelidi), in questa locanda immersa nelle brume della brughiera scozzese.


Torniamo al momento presente.

Fummo svegliati, manco a dirlo, dal solerte e reiterato chicchirichì di un gallo al quale nulla importava del fatto che avessimo dormito solo poche ore e, una volta desti, decidemmo per una rapida colazione e un immediato sopralluogo nei pressi del luogo dell’avvistamento notturno.

Il salone, per la già citata mancanza di ospiti, era desolatamente silenzioso e tetro e i fiammeggianti ciocchi del grande cammino non bastavano a stemperare la desolazione di quel vuoto ambiente. Appena disceso l’ultimo gradino fummo intercettati dal nostro padrone di casa, o di locanda che dir si voglia.

“Buongiorno signori, dormito bene?”

L’apparente innocua domanda gli valse un duplice sguardo – mio e di Sholmes – carico di malcelata riprovazione. Evidentemente lo stesso dubbio ci aveva colti entrambi: “sincero interessamento o velata presa per i fondelli?” Come al solito fu Sholmes a superare limpasse con il principesco garbo che lo contraddistingue.

“Caro amico, se la stessa cura che riservate a distillar carrubi la dedicaste alla sprimacciatura del crine dei vostri materassi, vi avremmo risposto in maniera certamente affermativa".

Il locandiere rimase qualche istante interdetto poi, sfoggiando un sorriso ebete si allontanò augurandoci ancora buona giornata.

Mentre ci servivamo al buffet (invero molto ricco), azzardai una domanda: “Sholmes, come mai non avete menzionato i terribili gorgheggi della bestia notturna?”

“Mi vado convincendo caro Zotzon, che questa sia una storia assai bizzarra, e preferisco non mostrare le nostre carte in una sola volta.”

Annuii ammirato, mentre addentavo con voluttà un panino infarcito all’inverosimile di lingua di manzo in salamoia che, perdonate la parentesi, considero in assoluto una tra le leccornie della regione, e per la quale potrei compiere atti d’imbarazzante ingordigia.

Poco dopo, ben intabarrati nei nostri soprabiti, ci avviammo verso la brughiera, in direzione della maestosa quercia che si stagliava in lontananza contro il cielo plumbeo.

“Eccoci qua, vecchio mio” disse estraendo dalla tasca la sua fidata lente d’ingrandimento. “Orsù, date libero sfogo agli insegnamenti appresi sui campi di battaglia e lanciatevi sull’usta".

Non me lo feci ripetere due volte: mi prostrai a livello del terreno e, senza indugio alcuno, presi a setacciare baldanzoso sterpi, foglie morte, umidi avanzi di corteccia e nero terriccio di torba. Rovesciai sottosopra mezza brughiera tutt’intorno alla vecchia quercia ma, di animalesche tracce, ahimè, neanche l’ombra. Due ore dopo mi rimisi a fatica in posizione eretta e mentalmente feci un riassunto delle mie condizioni: mani lerce di fango, vestiti stropicciati e macchiati d’erba, e la mia ordinata capigliatura svolazzante al ribaldo vento di tramontana. Mi vedessero i soci del Club, pensai fra me e me, stenterebbero a riconoscermi. Passai le mani nei capelli a mo di cardaccio e li liberai da un’infinità di corpi estranei che si erano lì tenacemente abbarbicati.

Mentre ero occupato a riacquistare una parvenza di ordine e cura vidi Sholmes che, tranquillamente seduto ai piedi del maestoso albero, si godeva beatamente una tonificante fumata di pipa.

Non nego che la cosa mi stizzì un poco.

“Sholmes”, lo apostrofai, “siete già in pausa?”

Egli sollevò leggermente lo sguardo e dopo aver espirato una nuvola di fumo dall’aroma fuligginoso, mi rispose a tono.

“E voi vi siete stancato di rimestare la brughiera come un verro assatanato?”

Feci per ribattere piccato sennonché scorsi, maldestramente camuffato, un sornione sorrisetto fare capolino da un angolo delle sue labbra.

Detesto quando fa l’imitazione di un gatto del Ceshire che ha appena ghermito un canarino, ma ne fui anche un tantino sollevato: per un momento avevo creduto dicesse sul serio.

“Mentre voi, con ammirabile e caparbia perseveranza”, aggiunse poi, “vi davate da fare per cambiare la morfologia di questi luoghi io, con molta fortuna invero, ho trovato questo”.

Così dicendo si levò in piedi mostrandomi quello che era, a tutti gli effetti, un quasi invisibile ciuffetto di peli grigiastri.

Mi avvicinai per vederli meglio.

“La risposta alla vostra inespressa domanda, vecchio mio, è sì! Si tratta proprio del pelo di un Canis Lupus.”

Memore degli studi di Sholmes sul pellame delle specie animali del Regno d’Inghilterra, Scozia e Irlanda, accettai senza remore il suo giudizio.

“Ed è certamente una gran bestia”, continuò, ”questi peli stavano incastrati nella corteccia all’altezza dei miei occhi.”

Emisi un sibilo di stupore mentre visualizzavo mentalmente le ragguardevoli dimensioni dell’animale.

“Per Giove, Sholmes! Sarà forse un’altra bestia del Gévaudan?

“Chissà”, fece Sholmes pensieroso, “vedremo. Ora rientriamo e, mi raccomando, acqua in bocca con chicchessia”.

Lo rassicurai lestamente vergandomi la doppia croce sul cuore.

Il resto della giornata passò abbastanza tranquillamente. Pranzammo e cenammo soli, ad eccezione del locandiere e di uno scostante garzone che ci servì i pasti e che poi si piazzò muto accanto al cammino. Devo dire a questo riguardo che, per quanto io sia avvezzo a comportamenti da caserma dei più disparati, trovo assai fastidioso il reiterato sputazzo al quale si affidano taluni individui per liberarsi di fastidiosi rimasugli di cibo. E in questa disdicevole pratica il giovinastro era assai seriamente impegnato.

Quando gli passammo accanto, diretti alla nostra stanza, non ci degnò di un cenno o di uno sguardo mentre continuava, assorto nei suoi pensieri, a sgranocchiare quel che stava sgranocchiando. Un classico esempio di villico da brughiera, pensai sollevando metaforiche spalle.

Una volta arrivati in camera fummo sopraffatti dalla stanchezza e cascammo immediatamente preda di un lungo sonno catalettico che purtroppo, a notte inoltrata, fu bruscamente interrotto dall’agghiacciante ululìo della malefica bestia.

Sorvolerò su quel che successe dopo perché fu l’esatta copia degli accadimenti della notte precedente. E sorvolerò pure su come impiegammo il mattino fino all’ora del desinare, perché lo impiegammo esattamente come il mattino prima: io a ravanare il terreno intorno alla quercia e Sholmes a elucubrare, tra nubi di fumo, seduto ai piedi della quercia. L’unica differenza fu che non trovammo neanche un pelo della Bestia.

Seguì un nuovo pranzo e un’altra cena accompagnati ancora dal fastidioso biascicamento e dal conseguente sputazzo del villico garzone.

Per grazia di Dio e del mio addestramento riuscii a concentrarmi unicamente sul contenuto del mio piatto finché ci ritirammo alla volta della nostra stanza dando così sollievo non indifferente ai miei già provati nervi.

“Diamine Sholmes”, sbottai mentre entravamo in camera, “il vizio di quel giovane sguattero sta mettendo a dura prova il mio savoir faire e non so quanto ancora riuscirò a trattenermi prima di impartirgli qualche regola sulla civile convivenza”.

Sholmes mi guardò senza proferir parola, mentre vestiva la lunga palandrana di pelle di lontra che usava come camicia da notte, poi ci infilammo rapidi sotto le umide coltri e infine, dopo aver rabbrividito per benino, ci accingemmo a passare un’altra notte di sonno interruptus.

E così fu.

La mattina dopo il gallo cantò a perdifiato ma inutilmente, perché non aprimmo palpebra prima delle dieci.

Terminate le mie abluzioni mattutine, mi vestii lestamente poiché la temperatura della stanza era assai poco clemente nei confronti delle membra scoperte, e fu così che, mentre mi infilavo il pastrano, qualcosa fino ad allora celata nelle sue pieghe, cadde ai piedi di Sholmes.

Egli gli dedicò un rapido sguardo poi, fulmineo quanto una gazza, lo raccolse e tosto se lo infilò in tasca.

“…?” chiesi senza voce.

“A tempo debito Zotzon, a tempo debito”.

Ormai la sua la sua reticenza ha smesso di essere per me fonte di irritazione e così fu anche in quell’occasione, per cui lo seguii dabbasso senza pensarci più.

Salutato l’oste uscimmo per la nostra ormai rituale ispezione alla grande quercia e al tumulo, invero molto simile a un antico e lugubre luogo di sepoltura.

Una volta sul posto feci per lanciarmi ventre a terra quando Sholmes, levando alta la mano, mi fermò immantinente.

“Oggi no vecchio mio. Oggi voi riposate e fumate uno dei vostri sigari mentre io, al contrario, sarò segugio da brughiera.”

“Ma Sholmes…”, tentai di obbiettare.

“Rilassatevi Zotzon, non ho alcuna intenzione sgualcire la mia mantella rivoltando zolle a piene mani. Non ce ne sarà bisogno: ora so esattamente cosa cercare”.

Senza indugiare oltre mi sistemai sotto la chioma della quercia e accesi il sigaro. Sholmes, intanto, armato di lente da otto pollici scrutava curvo il suolo.

Ero quasi arrivato alla metà esatta del mio Hupmann da meditazione quando Sholmes proruppe in un gridolino di soddisfazione. Mi volsi e vidi che teneva qualcosa in mano. Roso dalla curiosità mi avvicinai, ma egli con mossa repentina chiuse la mano a pugno e, trapassandomi con occhi colmi di soddisfazione, mi elargì uno dei suoi sghembi sorrisi.

“Caso chiuso, Zotzon. Leviamo le tende”.

Detto fatto volse le terga e s’incamminò spedito in direzione della locanda.

Io rimasi come colpito dallo sguardo di un basilisco. Mi riebbi dopo qualche secondo e seguii i suoi passi con i miei. Grazie alla sua lunga falcata mi distanziò di un buon quarto d’ora cosicché, quando giunsi alla locanda, lo trovai che confabulava fittamente con un oste dallo sguardo esterrefatto.

Arrivai purtroppo alla fine del loro conciliabolo, ma giusto in tempo per avere anche la mia mano abbrancata dall’energico locandiere. Me la scosse a più non posso profondendosi in ringraziamenti sotto lo sguardo benevolo di Sholmes. Io, probabilmente sfoggiando un’espressione smarrita da totano in padella, accettai di buon grado fingendo di sapere più di quanto sapessi.

Fatti rapidamente i bagagli salutammo nuovamente l’euforico padrone di casa e lesti ci allontanammo a bordo di una confortevole carrozza.

Un’ora dopo eravamo, l’uno di fronte all’altro, nello scompartimento di prima classe del convoglio 771 che ci avrebbe scodellato sulla banchina della Victoria Station.

Durante il viaggio non persi tempo a chiedere qualsivoglia spiegazione. Sholmes, nonostante i miei reiterati assalti verbali, sarebbe rimasto più chiuso di una pigna e altrettanto muto. Sfilai quindi di tasca il mio fedele diario di memorie e mi ci tuffai a capofitto.

Varcammo la porta della nostra abitazione in Baker Street a notte inoltrata e, lasciandoci alle spalle le veementi rimostranza della nostra padrona di casa, salimmo verso le nostre stanze. Eravamo quasi in cima quando la perfida megera, con voce fintamente gentile, ci informò che era arrivato un telegramma per noi. Sollevai gli occhi al cielo in una muta richiesta agli dei degli inferi, poi ridiscesi le scale e, prendendo la comunicazione dalle rugose mani della vecchia, cercai invano di fulminarla con lo sguardo. Dopo qualche secondo, di fronte al suo irritante sorrisetto, arrivai alla conclusione che mi sarei dovuto esercitare di più per l’agognato risultato. Le volsi stizzosamente le spalle e raggiunsi Sholmes in camera.

Cenammo accanto al cammino spento, con un poco di formaggio e delle gallette, l’unico cibo sopravissuto nella nostra vuota dispensa; Sholmes, tra un boccone e l’altro, leggeva in silenzio il telegramma.

Poi lo ripiegò lentamente. Lo posò sul tavolino accanto e si adagiò contro lo schienale della sua poltrona preferita. Allontanò con grazia un bruscolo di galletta dalla giacca da camera e mi guardò fissamente. Quando si accorse del mio crescente disagio, parlò:

“E ora, vecchio mio, le dovute spiegazioni”.

Mi protesi con un balenio di avidità negli occhi.

“Ancora una volta, caro Zotzon, la formidabile sinergia delle nostre azioni ha prodotto un risultato eccezionale!”

Stimolato dalla mia espressione carica di aspettativa continuò:

“In principio devo confessare che ero abbastanza scettico sulla buona riuscita della nostra impresa ma, ancora una volta, ecco il primo anche se involontario lampo di genio. Ricordate quando criticaste il brutto vizio del garzone?”

“Altrochè Sholmes. Masticava e sputava, masticava e sputava.”

“Esatto. Sul momento non diedi grande peso alla vostra osservazione poi, in camera, raccolsi qualcosa che fuggì dalle pieghe del vostro pastrano: il secondo tassello!”

“Mi ricordo, ma non feci in tempo a vederlo con chiarezza. Quando vi ci mettete, siete più lesto di una faina!”

Per tutta risposta, abile quanto un prestidigitatore professionista, fece apparire nel palmo della mano un piccolo seme di zucca.

“Eccolo qua”, disse soddisfatto della piccola magia, “e questo è il suo piccolo fratello” continuò svelando, altrettanto repentinamente, un identico seme nel palmo dell’altra mano.

“Questo secondo seme l’ho scovato senza troppa fatica durante il mio turno a naso in giù nella brughiera. Devo dire però, a onor del vero, che non è stato molto difficile perché, a differenza vostra, ormai sapevo cosa cercare”.

Ero ammirato ma ancora lontano miglia da qualsiasi barlume di conoscenza.

Percependo la mia disperazione Sholmes continuò nella spiegazione:

”Ormai avevo in mano tutti gli elementi, ma è grazie alla vostra osservazione iniziale che ho potuto metterli insieme. Avevo il pelo della bestia e il vizio del garzone e quindi la soluzione.”

Continuavo a guardalo senza capirci un’acca. Evidentemente l’ora tarda ottundeva irrimediabilmente le mie facoltà cerebrali.

“Suvvia Zotzon, fate uno sforzo.”

Mi sforzai ma, temendo di produrre un imbarazzante e irrispettoso rilascio di aria intestinale, desistei. Sholmes scosse la testa sconsolato.

“Il lupo perde il pelo ma non il vizio!” esclamò. “Il vizio Zotzon, il vizio”.

Finalmente realizzai e misi a fuoco il tutto.

“Caspita Sholmes, il garzone!”

“Esatto amico mio. Per questioni di famiglia che non starò qui a sciorinare, il diabolico giovinastro, che per inciso è lontano nipote del locandiere, si era messo in testa di portare il medesimo alla rovina. Non so come gli sovvenne la balzana idea, fatto sta che, procuratosi una vecchia pelle di lupo, prese a rendere impossibili le notti dei villeggianti. Per sua disgrazia, però, per combattere la noia degli appostamenti non poteva fare a meno dei suoi semini, così come un avvinazzato della bottiglia e l’averne smarrito due è stata la sua rovina.”

“E sarebbe certo riuscito nel suo malvagio intento”, aggiunsi io, “se non avesse trovato sulla sua strada il grande Merlock Sholmes!”

Egli fece di nuovo quel sorrisetto da gatto del Ceshire.

“E il suo fido e impareggiabile amico John Zotzon!” puntualizzò con sincera magnanimità.

Stetti ancora qualche minuto a godermi quella sensazione di orgoglioso appagamento finché Sholmes, imbracciato il suo violino di legno di balsa, prese a farmi sussultare le otturazioni al ritmo di una incomprensibile nenia dodecafonica.

Diavolo di un uomo!


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