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Una storia di Giovannavalle

Questa storia è presente nel magazine Grand Prix Speciale della Giuria

Rosina

799 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 15 marzo 2019 in Poesia

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Quando sei piccolo spesso ti capita di conoscere alcune persone che ti rimangono dentro, solcando per sempre la tua memoria. Persone che forse non hai conosciuto fino in fondo o forse che hai soltanto osservato per pochi attimi, ma che porti sempre in un angolo del tuo cuore, così come le hai conosciute.


I miei genitori circa trent'anni fa si recavano spesso a Lago per salutare i parenti di mio padre, vissuto sempre a Cosenza, ma originario di quei luoghi.
Andavamo da una sua parente di cui non ricordo il nome.
Il portone di legno aperto con il citofono, ci portava immediatamente davanti ad una lunga scalinata, che ogni volta mi chiedevo se le mie gambe fossero state capaci di scalarle nella loro incredibile altezza.
Dalla ringhiera un viso sbirciava il nostro ingresso. E questa signora ci salutava sempre con tanto affetto. Di lei non ricordo altro se non il buon mate che ci offriva quando andavamo a trovarla.
Salivo su faticosamente i gradoni e sapevo già che arrivata in cima, avrei potuto affacciarmi da una finestra da dove, tra tutte le case color legno e mattoni, avrei visto sorgere una piccola torre a scacchi colorata. Come una magia, come un Lego montato da un gigante.
Guardavo mia madre a cui avevo già detto che non sarei rimasta seduta insieme a loro in soggiorno, ma sarei corsa di fretta sulla terrazza perchè lì avrei trovato Rosina.
Zia Rosina, nonna Rosina.. non avevo idea di come chiamarla, ma questo non aveva importanza
Mi avvicinavo agli infissi del balcone per scorgere il suo volto.
Lei notava la mia presenza, ma non si voltava mai, finchè non mi decidevo ad avvicinarmi alla sua sedia.
Rosina era una vecchietta sordomuta. Viveva insieme alla signora del mate e tutte le volte che andavo da lei d'estate sapevo di trovarla sulla sua terrazza. Era un appuntamento fisso il nostro, ma non ci conoscevamo per davvero. Non parlava e non sentiva, ma credo che le parole per lei non fossero necessarie. I suoi occhi brillavano e contenevano più frasi e melodie di chi nell'altra stanza aveva già iniziato a conversare.
Ogni volta che mi vedeva sorrideva e apriva le sue braccia per stringermi a sè. Non avevo idea se lei sapeva chi fossi, ma a Rosina piaceva la mia presenza e a me la sua.
La osservavo.. il suo grembiule sbiadito e intriso di lavoro, la proteggeva dai piccoli fiocchi di lana che filava con tanta maestría. Guardavo la luce dei suoi occhi intenti a compiere il suo lavoro con precisione, senza farsi distrarre dalla mia presenza, sebbene ogni tanto volgeva il suo sguardo verso di me, sorridendomi a piene gengiva.
Non è facile spiegare l'armonia di quei momenti. Ma tra i suoi fiori e quel panorama fiabesco, lei sembrava completasse un ritratto di quell'istante, pieno di profumi colori e magia.
Avevo le scarpe di vernice, le scarpe che noi da bambine subivamo quando uscivamo per andare a fare le visite ai parenti.
Guardavo il luccichìo delle mie e poi osservavo le sue.
Sembravano le scarpette di un personaggio del Mago di Oz. Non avevano lacci, ma le calzavano alla perfezione. Mi era molto chiara la consapevolezza che le sue erano decisamente più preziose delle mie, indenni e immacolate. Inutili e senza ricordi.
Il sole e la terra avevano trasformato le sue scarpe in tante avventure. E mi piacevano perchè avevano vita.
Le sue manine piegate dall'età, lavoravano la lana con una velocità tale che facevo fatica a seguirla. Lei lo notava e allora mi faceva avvicinare per farmi vedere come si fa.
Rosina la vivo nel mio cuore ogni volta che osservo una terrazza piena di fiori. Ogni volta che guardo le mie scarpe dopo una giornata trascorsa a raccogliere i frutti nei miei campi, ogni volta che penso a quanto sia meravigliosamente magico uno sguardo fatto di mille parole.

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