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Una storia di MirianaKuntz

La pioggia e le culle

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13 minuti

Pubblicato il 16 settembre 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #proibito

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Ci immagino così, vicini anche di culla, con i piedi a pizzicare l’aria, con le mani mezze gelate a graffiare la plastica termica che ci divide. Vicini vicini, divisi da un sospensorio, con i primi pianti che tartassano le orecchie, il nostro, un suono unico che sovrasta il pianto degli altri, così diverso, ma così uguale, che a tratti si confonde, e mette a serio rischio le identità singole di ognuno di noi. Poi una madre per volta ci ha raggiunti e allontanati, le loro braccia calde assomigliavano al tepore di una massa lanosa pronta a scaldarci, giusto il tempo di abituarci alla parola mamma, che ci accorgemmo di essere lontani, di nuovo, divisi da un sospensorio più grande stavolta, una divisione netta, che si chiama mamma e mondo insieme, che si chiama strada, città. Giusto il tempo di accorgerci di essere lontani, di esserci persi, per la prima volta, e sentire tutto il male del mondo, perché io non ti ero più accanto, e tu non eri più accanto a me. È in quel momento che il mondo ha iniziato a farci paura, fino a quando non ti ho ritrovato, e tu hai trovato me sull’uscio di casa, poco più tardi, giusto il tempo di nascere e raggiungerti, con quella mamma straniera, ma con quel padre che tu conoscevi fin troppo bene, perché era anche il tuo.

È questa la storia che mi racconto tutte le volte che ho paura di quella che sono, e di quello che siamo noi insieme. Te l’ho raccontata un paio di volte, quando ancora temevi per me, e un po’ temevi anche per te. La paura di trascinarci in un mondo che ci odia ci paralizzava i baci, ci toglieva il sonno, e alzava muri più alti del cielo. All’inizio ridevi, poi avevi gli occhi lucidi, e alla fine ti sei convinto che doveva andare così.

Credo che non capiti a tutti di provare il vero amore, né di avere la fortuna di viverlo, al di là di ogni difficoltà, tu mi hai aspettata cinque anni, nostro padre aveva conosciuto mia madre, e insieme avevano messo su una casa coi mattoni rossi, col camino fumoso, e i davanzali coi fiori. Tu giocavi a palla ma eri furioso, andavi sui pattini ed eri furioso, quando mangiavi la minestra di piselli eri ancora furioso. Non dormivi sereno, non stavi mai fermo, il dottore ti diagnosticò una sindrome molto comune nei bambini: la solitudine. Avevi qualche amico che ti piaceva alla scuola per l’infanzia, ma non era propriamente ciò che ti divertiva di più. Il tuo era un ambiente per ricchi, con bambini ricchi, con giocattoli d’alta classe, tu volevi correre e saltare, respirare l’aria dei campi, sorseggiare un succo di frutta che sapesse di vera frutta, senza però rinunciare agli agi del cristallo, delle tende morbide in salone, e delle domeniche a pranzo fuori. Eri un bambino che se ne stava nel mezzo delle cose, non eri mai fuori luogo, ma tutto questo continuava a farti sentire solo e triste. Mia madre ti aveva cresciuto un po’ come suo figlio nei tuoi grandi viaggi un po’ di qua e un po’ di là, anche se alla fine preferivi stare sempre da papà. L’unica cura possibile era un fratello.

Uno con cui giocare a palla e non essere irritato, andare sui pattini, andare a pranzo fuori, e nei campi. Nove mesi dopo non è arrivato proprio un fratello, nel vortice della casualità, dal cielo, sono caduta proprio io, una mezza sorella casinista almeno quanto te. Tutti continuavano a ripeterti -che peccato che è una femmina- tu ne eri entusiasta comunque. Continuano a ripetermi di continuo che la prima volta che mi hai visto ti sei sporto nella culla, piccolo com’eri solo per darmi un bacio sulla fronte. Da quel bacio non ci siamo più lasciati.

Grazie a te ho imparato che il calcio non è da uomini, che sui pattini puoi cadere, che fa un po’ male, ma alla fine se non cadi non puoi imparare. Quando eravamo a pranzo fuori ci divertivamo sempre a far casino, tu mi portavi sulla schiena come un fiero guerriero, ed io mi lasciavo andare alle tue spalle. Quando restava un solo succo nel cesto di vimini delle merende, lo davi sempre a me, fino a quando abbiamo imparato a fare un po’ per uno: un sorso mio e un sorso tuo. E sono stati proprio i campi i nostri viaggi migliori, quelli che ti permettono di tornare a casa senza sforzo se hai paura o se sei stanco, ma che ti portano lontano abbastanza per respirare aria buona e per dimenticarti di tutti i doveri della vita.

Non ricordo una sola notte in cui abbiamo dormito senza tenerci per mano. Eri sempre quello più caldo, ed io non ho mai temuto il freddo, e non mi sono mai ammalata. Penso di aver visto solo te per metà della mia vita, e di averti guardato come si guardano i santi per l’intero della mia vita. Quando c’era il temporale mi accarezzavi la fronte, ancora prima di un mio sussulto, la tua guancia era morbida tanto da diventare il mio guanciale. Desideravo piovesse ogni notte perché mi eri più vicino, e perché col tempo, la paura ti allontanava da me, ma non quando pioveva.

Quando pioveva smettevi di avere paura, per non metterne a me. Perché senza di te era certo che mi ammalassi, e tu senza di me non avresti dormito.

Ce ne accorgemmo che era quasi Natale e tu eri triste un po’ di più, senza sapere perché.

Il Natale ti metteva tristezza addosso, col tempo ho capito i motivi precisi di tutto quel male: le famiglie si riunivano, c’erano domande scomode, risposte difficili da dare, tutti guardavano tutti, e non c’era mai tempo per niente, nemmeno per noi. Il freddo sembrava mangiarci le ossa, messi lì da lontano, su due sedie di legno massello, a sorriderci un po’, con le posate d’argento, in mezzo ad un mucchio di parole vuote.

Quando lo zio James ogni anno, prendeva a farmi danzare, la tua espressione cambiava di colpo. Un po’ te ne stavi in disparte, un po’ ridevi nervoso, e alla fine, quando non ne potevi più, mi strappavi dalle sue braccia e ballavi con me.

Nevicava quando all’alba dei miei quindici anni, il ragazzo più stupido e popolare della scuola prese a parlarmi. Il fatto che lui volesse conoscermi mi lusingava, il fatto che a te dispiacesse, mi addolorava. Lui era un tipo deciso e pratico, quando voleva qualcosa, raggiungeva sempre il suo scopo. Io ero giovane ed ingenua, non sapevo quasi niente della vita. Quando ci beccasti a parlare sullo stipite della porta principale eri così furioso, che alla fine mi mettesti paura.

Potevo tornare a casa da sola, ma non ti andava che facessi la strada a piedi. Non volevi che il mondo mi guardasse. Quei piccoli viaggi mi mettevano sempre di buon umore, ti raccontavo dei compiti, del pranzo folle che avevo fatto, delle scorribande dei corridoi, e di come il tempo passasse lento dietro quelle enormi finestre.

Poi arrivavi tu, e alla fine la giornata prendeva un’altra piega. Ma quella volta no, la giornata mi si avvolse addosso, tu mi odiavi, ed io odiavo me stessa per quell’odio che ci circondava.

Qualcuno direbbe è normale tra fratelli, lui vuole solo il meglio per te, ma lui non solo voleva quello per me, voleva essere lui stesso quel meglio di cui tutti parlano.

Il giorno che avevo appuntamento con quel ragazzo tu smettesti di parlarmi, ed io per vergogna feci lo stesso. Tom era divertente, ma non mi faceva ridere come te. Era un ragazzo spigliato, forse troppo, e quella spigliatezza mi faceva sentire in pericolo, non come la tua che tirava fuori cose di me che non avevo mai capito di avere.

Quando Tom provò a baciarmi, su quel muro vintage della birreria in centro, mi sentii come se stessi cadendo in un buco nero, e che tu fossi lontano mille miglia dalla mia mano. Non potevi più afferrarmi, ed io cadevo, e cadevo, e alla fine perdevo anche me stessa. Con un colpo di mano arrestai la sua testa, gli dissi solo che avevo da fare, e che non ci saremmo più rivisti.

Quando rientrai in casa tu fumavi in balcone, mi guardavi come si guardano i prigionieri di guerra, o i nemici da dietro una trincea. Eri lì a proteggerti da me, mentre io ero nuda senza scudi, senza aria.

Ti corsi incontro e ti abbracciai, tu ritirasti le braccia, come una bestia ferita che al contatto sente il sale bruciare nella piega più profonda. -sei diventata sua- mi dicesti sottovoce col fumo ancora tra i capelli, io ti risposi di no, che -nessuno mi ha. Solo tu-

A quella frase il mondo sembrò cambiare di colpo, nella freschezza dei tuoi vent’anni mi sembravi più bello che mai. Quando rialzai la testa, in preda alla vergogna il tuo mento sfiorò il mio naso, poi la parte alta del tuo zigomo si accasciò sulla mia, e infine la tua bocca, quelle labbra che tanto avevano parlato, e tanto avevano taciuto, come le mie, adesso si aggrappavano alla mia carne.

Un bacio tenue, di chi ha paura di osare, ma di chi non sa resistere più.

Restammo immobili, come pianeti che sterili mangiano la loro carne, si nutrono della loro acqua, ma non lasciano approdare stranieri. Vicini abbastanza da studiarci, ma non troppo lontani da poter voltare pagina dopo quel bacio.

Ne avevo sognati altri mille, in altre mille notti, e mi auguravo che tu facessi lo stesso.

Fu la tempesta ad unirci per sempre, o forse la paura che potessi andar via.

-sarai presto di un altro, hai l’età per amare, adesso.- mi dicesti roteando nella mia camera come un disperato.

Non ti risposi, ma la risposta la sapevo già da tempo.

Al primo lampo tu corresti nella mia stanza, il tuono fu il collante per i nostri corpi. L’acqua scrosciava sotto fiumi potenti in verticale. Il tuo corpo era verticale alle mie ansie. Ad occhi chiusi non potevo vederti, ma sentivo il peso cocente del tuo respiro che si aggrappava al lembo dei miei occhi.

Più tuonava, più mi stringevi.

Ma quando fu buio abbastanza da non poter distinguere più il nostro corpo, che con tanto coraggio mi aggrappai alle tue spalle, salendo in groppa al tuo bacino. Lo avevamo già fatto diverse volte, da bambini, ma stavolta era diverso, perché tu non mi vedevi, ed io non potevo tremare.

Volevo essere donna, e volevo che le primizie della mia bellezza appartenessero tutte a te.

Diciassette anni di domande, risolti in un bacio, poi in due, poi in tre.

Stavamo facendo l’amore senza accorgercene davvero, con la famiglia nell’altra stanza, con la pioggia fuori e le coperte sotto sopra.

-quante volte prima di me?- chiesi sottovoce con il rosso in faccia dalla rabbia

-non così, poche volte, ma troppe senza di te-

Quella risposta pregna d’amore fu la frase migliore che avessi mai sentito, e prima che potessi pentirti, abbassando la testa, raggiungendo il tuo orecchio, risposi finalmente al tuo quesito: avevo l’età per amare adesso, ma che volevo amare un solo uomo, e quell’uomo, adesso, era sotto di me.

Fu bello giocare ai fidanzati perfetti che non devono sforzarsi a fare niente, perché hanno lo spazzolino messo vicino, le camere comunicanti, tutte le notti per fare l’amore, la luna a passo di balcone, i soldi giusti per bere un drink o due. Avevamo tutto, persino il candeliere di cristallo, e la musica giusta per ogni momento.

Quando qualcuno si riferiva a noi con la parola -fratelli- non perdevamo mai occasione per puntualizzare che fossimo -fratellastri- Ci faceva sentire meno sbagliati, come se quella parola a metà concretizzasse il fatto che il nostro amore fosse pulito, e le nostre voglie normali.

È dura innamorarsi di qualcuno che ti è proibito. Che non puoi tenere per mano per troppo tempo, qualcuno che non puoi presentare in famiglia, qualcuno che non puoi baciare per strada. L’euforia del proibito prima o poi passa, e lascia in bocca uno strano sapore che sa di vuoto e rassegnazione.

Temevo ogni giorno che lui potesse lasciarmi, e potessi non rivedere mai più i suoi occhi e sentire le nostre stagioni. Temevo ogni volta che era nervoso o distratto che fosse l’ultima volta nei campi, le ultime primule, l’ultimo sorso di succo diviso per due.

Non avevamo mai coraggio né per dirlo agli altri, né per dirci addio. Ogni volta che avevamo paura finivamo per stringerci più forte, come un due che diventa uno e si sente invincibile, anche se gli altri non si sforzano di capire.

È difficile amare un uomo che non potrai mai avere, ed essere la donna che non sarà mai sposa, né madre dei suoi figli, né il suo destino. Lo sognavo ogni volta con una donna diversa, padre di due o tre bambini, con la pipa tra i denti, con il sorriso di chi ti ha dimenticata. Piangevo a dirotto e lui ascoltava la mia rabbia dalla parete confinante, correva da me, e mi metteva a dormire, accarezzandomi lungo i fianchi.

Ci amavamo senza poterlo fare, perché il mondo ci avrebbe condannati ad una vita di vergogna ed odio. Non capivo come potesse un amore così immenso arrivare a contenere un odio così smisurato. Non capivo da cose così belle come potessero nascere mostri così brutti.

Odiavo chiunque non fosse lui, e lui odiava chiunque non fosse me.

Fu così per molto tempo, poi l’amore si incrosta e logora l’acciaio più resistente.

Pioveva e tu non c’eri, ti cercai in tutte le stanze, non avevi mancato una pioggia da quando ero nata.

Non c’eri più, mi affacciai al balcone scalza, con il pigiama leggero, tu eri di sotto a fumare, sotto una cascata freddissima. Ti gridai di salire, ti gridai tutto, forse il mondo ci avrebbe scoperti o forse ci avrebbe capiti, o odiati, esiliati, uccisi.

-Non sarai mai felice- mi gridasti

-io ti amo- ti gridai io

- ed io ti amo di più, per sempre.-

Fu l’ultima volta che ti vidi, perché quando scavalcai il balcone, tu non c’eri più.

Mi ammalai di una febbre spaventosa, la pioggia mi aveva colpita, e il temporale, senza di te mi aveva mezza uccisa. Ero come stordita senza il tuo profumo. Era come se piovesse, sempre, anche quando c’era il sole.

La pioggia adesso mi ricordava che tu non c’eri più, e non serviva tutta quell’acqua, non saresti tornato nemmeno sotto un tornado.

Non sarei mai stata felice, dicesti, come se adesso fosse possibile esserlo.

Adesso ho smesso di immaginarci in una culla, messi vicini. Tutta quella vicinanza, quegli spazzolini da denti, le camere comunicanti, ci avevano allontanato.

Avrei voluto esserti distante per metà della mia vita, fare un viaggio lungo un anno, scavalcare l’everest, spezzarmi tutte le ossa, ammalarmi sotto la pioggia almeno un milione di volte, e poi trovarti.

Il sangue che ci accomunava ci aveva divisi, ed io avrei voluto non avere sangue, non avere nome, non essere al mondo, se al mondo non possiamo esserci insieme.


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