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Una storia di Napcoder

Memoria Tecnologica

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17 minuti

Pubblicato il 10 dicembre 2018 in Fantascienza

Tags: #memoria #rapporti #sentimenti #tecnologia

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Dante stava camminando lungo via Piero e Alberto Angela, quando il suo smartwatch gli segnalò la chiamata in arrivo. Guardò l’orologio senza fermarsi e sbuffò. Con una leggera pressione del dito accettò la telefonata.

«Che cosa vuoi Alessandro? Ho da fare.»

«Dove sei fratellino? Dovevamo andare a trovare nonno Claudio in ospedale.» La voce proveniva direttamente dal chip impiantato nel suo timpano.

«Scusami, me ne ero dimenticato.»

«Va bene, ti aspetto allora, sei ancora in tempo.»

«No Ale, ho da fare, te l’ho detto.»

«Dante, nonno ha chiesto espressamente di te l’ultima volta. È tanto tempo che non vieni a trovarlo.»

«Verrò la prossima volta.»

«Cosa hai di così urgente da fare? Nonno non sarà con noi ancora a lungo.»

«Devo preparare la mia tesi, lo sai.»

«E non possono aspettare i tuoi articoli? Puoi leggerli mentre siamo da lui, gli basta anche solo la tua presenza per stare meglio.»

«No, Ale. Ho un appuntamento alla TechMemory.»

«Ma chi, quelli che ti fanno ficcare il naso nei computer dei morti?»

Dante digrignò i denti e guardò esasperato verso il cielo.

«Non capisci niente, è molto più complesso di quello che pensi. Che ne sai tu di tutte le porte che si sono aperte da quando hanno scoperto che anche i computer hanno una coscienza? Ma che te lo dico a fare. Mi serve, ed è più importante di una visita ad un vecchio rincoglionito.»

«Mah,» rispose Alessandro dopo una lunga pausa, «mi sembra comunque assurdo: tanto casino per riuscire a sapere qualcosa di persone morte, e per farlo ignori le persone vicino a te. Fai come vuoi, ma non metterti nei guai fratellino. Ciao.»

«Ciao» rispose mentre staccava la chiamata.


Era arrivato davanti al luogo convenuto per lo scambio: una video cabina di sicurezza.

Da quando avevano aperto il centro di memoria tecnologica anche ad Adriatica City, si era dannato l’anima per trovare un modo di provare quella nuova esperienza: mettersi in contatto con la coscienza collettiva dei computer, scoprire cosa gli elaboratori pensavano e sapevano di una persona, era la nuova frontiera tecnologica. C’era gente pronta a scommettere che presto la cosa sarebbe diventata illegale, i garanti della privacy di tutto il mondo erano già al lavoro ed avevano rilasciato dichiarazioni di fuoco. Forse anche per quel motivo i prezzi erano esageratamente alti. Ovviamente troppo alti per le tasche di uno studente universitario.

Ma Dante non si era dato per vinto, da quello che sapeva nessuno si era ancora avvalso di quella tecnologia per scoprire qualcosa della vita di Steve Jobs. La sua tesi avrebbe avuto risalto internazionale, garantendogli, forse, una via di accesso alla Silicon Valley. Aveva sondato tutto il deep web, finché non si era imbattuto in un certo Lorthirk, che era disposto a liberarsi di un coupon per una sessione gratuita in cambio di criptovaluta.

Si fece scansionare il viso ed entrò. Sul monitor apparve per un attimo l’immagine del coupon, subito sostituita dai dati verso cui effettuare il versamento. La cifra richiesta era di 5 Bitcoin. Aprì l’app del suo conto dall’iPhone GT ed eseguì il trasferimento di criptovaluta. Pochi secondi dopo, una notifica lo avvisò che nel suo wallet era comparso un nuovo coupon sconto per TechMemory. Aveva appena scommesso l’ammontare di tutto il suo prestito d’onore, ma era sicuro di farcela, perché aveva puntato su sé stesso.


Dante si chiuse la porta alle spalle e si bloccò. La stanza era avvolta nel buio, fatta eccezione per la luce del monitor sulla scrivania dell’impiegato. Non si vedevano finestre e le pareti della stanza si confondevano con l’oscurità circostante, dando a Dante la sensazione di trovarsi in uno spazio potenzialmente infinito. Resosi conto che l’addetto lo stava guardando, chiuse la bocca e si avvicinò, porgendo il QR Code del coupon.

«Benvenuto alla TechMemory Inc.» iniziò a recitare l’addetto con voce atona, dopo aver scansionato il codice.

«Il codice risulta valido per una sessione» disse l’operatore grattandosi il fianco. «Attenda un momento per favore.»

Azionò due interruttori e immediatamente un fascio di luce illuminò un lettino incelofanato in quello che Dante immaginò essere il centro della stanza. Sul lato si era acceso il monitor di un totem.

«Prego, mi segua» disse l’addetto.

Con un gesto fece cenno a Dante di stendersi supino sopra il lettino.

«È in possesso di un chip cerebrale di interconnessione?»

«Sì, certo. Ho un iConnect.»

L’addetto controllò i dati sul totem.

«Benissimo, è già in pairing. È la sua prima esperienza con una visione di memoria tecnologica?»

«Sì.»

«Fra pochi istanti entrerà in contatto con la coscienza collettiva degli elaboratori. Il dispositivo è connesso, è pronto?»

Dante aveva già in mente un miliardo di domande da fare, e stava ripassando mentalmente la lista che aveva memorizzato con cura. Chissà cosa avrebbe pensato la memoria tecnologica di Jobs. Si era chiesto spesso se questa coscienza riconoscesse il più grande innovatore dell’inizio del secolo come un padre o se sarebbe stata più distaccata.

Prese aria nei polmoni, la trattenne per qualche attimo e poi la rilasciò.

«Sì, sono pronto» rispose.

«Lei sarà identificato come visitatore e avrà modo di comunicare solo con la memoria tecnologica del soggetto scelto. Le auguro buon viaggio.»

“Soggetto scelto”, che brutta espressione per rivolgersi ad un personaggio di quel calibro.

Un pensiero lo fulminò.

«Ma io non ho scel...»

Buio.



Il visitatore aprì gli occhi: un soffitto in legno chiaro. Mobili rustici, anch’essi in legno.

«È legno di pino» gli suggerì qualcuno.

Il visitatore cercò di girarsi nella direzione da cui proveniva la voce, ma tutto si muoveva a scatti, non riusciva a calibrare i movimenti.

«Sei collegato con iConnect, immagino. Le versioni cambiano, ma ancora non sono stati capaci di sistemare quel problema con il bluetooth. Aspetta qualche istante visitatore, poi andrà meglio.»

Il visitatore attese e infine si girò, stando attento a non fare movimenti improvvisi. Un ragazzo moro gli stava sorridendo.

Dante cercò di mettersi seduto, spostava lo sguardo ora verso il ragazzo di fronte a lui, ora verso l’ambiente circostante.

«Non è come me lo ero immaginato.»

«E come te lo eri immaginato?»

«Beh, non lo so. Qualcosa tipo una stanza scura con tutti fili, chip e schede elettroniche.»

«Tu a casa tua tieni teschi, sangue e organi umani in esposizione?» chiese sorridendo il ragazzo.

«In effetti no. Però nemmeno mi aspettavo una casetta in legno. E poi, non so, questa storia della coscienza collettiva, non immaginavo di trovarmi di fronte a un ragazzo.»

«C’è il legno perché mi piace, mi ricorda in qualche modo le mie origini. E riguardo alla coscienza collettiva, non è tecnicamente corretto dire che ti trovi di fronte ad un ragazzo.»

«Quanto meno non di fronte a uno solo» intervenne una nuova voce.

Dante si girò di scatto, ci volle mezzo secondo più del normale prima di mettere a fuoco la nuova figura. Era anche lui un ragazzo, capelli castani, ma a differenza dell’altro il suo volto gli era in qualche modo familiare, soprattutto la cadenza con cui aveva pronunciato quelle parole.

«Tutto quello che vedi è per metterti a tuo agio con questa nuova situazione,» aggiunse il nuovo arrivato, «non siamo sicuri di come potrebbe reagire una giovane mente se ci rivelassimo per come ci sentiamo veramente.»

Il visitatore li guardò entrambi più di una volta.

«In effetti già faccio fatica a ritrovarmi in questa situazione.»

Si accorse solo in quel momento di una scrivania dove erano presenti una grossa leva e un personal computer risalente al secolo scorso. Sicuramente non un Mac.

Un terribile sospetto tornò a stringergli il petto. Sospirò.

«Non sto visitando la memoria tecnologica di Steve Jobs, vero?» chiese al primo dei due. Mentre parlava sentiva le lacrime bagnargli gli occhi.

Non ci fu risposta. Si accorse che il giovane di fronte a lui era come assente, ed aveva iniziato a muovere le pupille in maniera incontrollata.

Dopo un paio di secondi lo sguardo tornò vigile.

«Oh, Dante,» disse il secondo ragazzo, «non te l’hanno detto, quanto è tipico degli esseri umani! Il coupon che hai utilizzato era valido solo per un giro dimostrativo. La memoria tecnologica che stai visitando è quella di Marco Travaglini.»

Il pavimento cominciò a tremare. Ci fu uno scricchiolio, poi un rumore più forte. Le travi del soffitto iniziarono a schizzare via, si schiodarono le pareti e infine fu la volta del pavimento. Tutto intorno era bianco. Dante cominciò a cadere nel nulla.

Aveva perso tutto, non aveva più i soldi per portare avanti i suoi studi, non aveva la memoria tecnologica di Steve Jobs e aveva in pratica mandato all’aria il suo futuro. Non riusciva a credere di essere stato così ingenuo.

Improvvisamente la caduta si interruppe. Si sentì stringere per le braccia e intorno a lui la scena iniziò a ricomporsi. Adesso si trovava seduto alla scrivania che aveva intravisto in precedenza.

«Hai appena creato un vortice emotivo,» disse il ragazzo moro, «non farlo più se vuoi uscire da questa sessione incolume. Nel momento in cui sei entrato abbiamo stabilito una connessione biunivoca, non sappiamo quali conseguenze potresti avere se rimanessi in qualche modo ferito qui dentro.»

«Perdonatemi,» rispose singhiozzando Dante, «il fatto è che… ho perso tutto, tutto! Non mi è rimasto più un soldo, tutto per quel maledetto coupon.»

Il ragazzo castano giro la sedia verso di lui e lo guardò di sottecchi. Dante ebbe un sussulto, dove aveva già visto quello sguardo?

«Abbiamo controllato la transazione. Non c’è modo di riavere indietro i tuoi Bitcoin. Però ascolta, il nostro consiglio è di sfruttare almeno questa opportunità. Ti è costata cara, si tratta comunque di qualcosa che è precluso a molti, e la probabilità che possa darti un vantaggio nella tua carriera è alta.»

Dante si asciugò le lacrime. Fece un grosso respiro e si calmò.

«Quello che dici è ragionevole. Va bene, parlatemi di questo Marco Travaglini. Chi sarebbe?»

«Tecnicamente parlando è più corretto dire chi era,» intervenne il ragazzo moro «si trattava del padre biologico dei fondatori della TechMemory Inc. Io mi sto presentando a te con il suo aspetto e con le stesse movenze che aveva lui. Puoi chiamarmi Marco, se vuoi.»

«E lui invece chi sarebbe?» disse Dante indicando l’altro ragazzo.

«Lui puoi considerarlo semplicemente un mio amico» tagliò corto.

«Va bene Marco, allora parlami di te. Perché ci troviamo qui a questa scrivania? Cosa dovrei farci con questo computer e questa leva?»

«Ah, hai notato la leva! Guarda qui, che bel legno, guarda le rifiniture.» Passava la mano sulla leva mentre parlava. «Toccala dai, sentila al tatto.»

Dante, convinto da tanta insistenza, allungò una mano, ma inavvertitamente spinse la leva. Immediatamente l’aspetto di Marco cambiò, i capelli si ingrigirono e il volto si riempì di rughe. Anche il pc sul tavolo cambiò, trasformandosi in un modello più recente.

«Interessante vero?» sorrise il Marco versione invecchiata, «con questa leva puoi controllare l’anno che vuoi visitare. Ma forse è meglio iniziare dal principio, da quello che so voi umani avete qualche problema con l’accesso randomico, meglio quello sequenziale,» disse mentre tirava la leva nella direzione opposta.

Sulla scrivania comparvero un mangianastri e una tastiera rudimentale con base in legno, lo stesso tipo di legno con cui era rivestita tutta la casa. Un bambino di cinque anni si arrampicò su uno sgabello e accarezzava il legno della tastiera. Era Marco.

«Questa è stata la prima volta che ci siamo visti sai? Lui non sapeva cosa premere, o cosa fossimo in effetti. Si avvicinava e accarezzava il legno della tastiera. Gli piaceva. Te l’avevo detto che il legno mi ricorda le mie origini.»

Spinse leggermente in avanti la leva, uno scatto brevissimo. Il suo aspetto non mutò un granché, ma la tastiera in legno fu sostituita da una nera, in plastica, con uno stemma colorato.

«Un Commodore?» chiese Dante.

«Già, un Commodore 16. A malapena arrivava alla tastiera, ma riuscì in qualche modo a giocare la sua prima partita con un videogame. E cancellò la cassetta che conteneva dati importanti registrandoci sopra la sua voce,» aggiunse con un risolino.

Spinse di nuovo avanti la leva, Marco cresceva velocemente e anche i computer cambiavano.

«Ferma!» urlò Dante.

Marco bloccò la leva.

«Quello è un computer Apple vero? Uno dei primi modelli» chiese Dante.

Marco guardò il computer sulla scrivania.

«Sì, è un Macintosh. Ed è andato in bomba. Lui a volte accompagnava suo padre, lo chiamavano quando i Mac si bloccavano. Questo in particolare stava disegnando un cartello stradale, un bivio per Ascoli Piceno per la precisione, prima di bloccarsi. Lui adorava quel simboletto della bomba, ma gli piaceva soprattutto la forma compatta di questa macchina. Se la immaginava con delle zampette, delle manine, e una faccetta disegnata sul monitor. Già, Marco era così, passava ore e ore a guardarci, sia fuori che dentro, e si immaginava cosa ci fosse dietro il monitor, dentro il case. Non parlo dei nostri componenti, non aveva idea di cosa fossero, non ancora almeno. Ci vedeva come entità. Aveva intuito, anche se in maniera primitiva, che avessimo una coscienza.»

La leva si mosse di nuovo in avanti, Marco cresceva, i personal computer cambiavano, ma in maniera molto meno frequente rispetto all’inizio. Dante riconobbe un paio di 386, poi un pentium e Marco fermò la leva.

«Eccoci, qui si comincia a fare sul serio. Era l’estate del 1995, Marco ormai era un gamer a tutti gli effetti, ma in quell’estate qualcosa in lui cambiò. Lo ricordo benissimo, vidi una scintilla nei suoi occhi. Si rese conto che avrebbe potuto creare qualcosa insieme a noi. Lo vedemmo parlare con suo padre, e iniziare a studiare un libro sull’HTML. Erano anni importanti anche per noi, Internet iniziava a prendere piede. E Marco in poco tempo mise su il suo primo sito web, unendo le sue due passioni di sempre: computer e Ascoli Calcio.»

«E guardando il logo che disegnò per quel sito, e più tardi nella creazione del Tifometro Bianconero, capimmo anche che la sua carriera non sarebbe mai stata quella di un grafico» aggiunse con un sorriso l’altro ragazzo.

Quel sorriso, era molto familiare per Dante. Ma certo! Tifometro, Ascoli Calcio!

«Ti chiami Claudio? Nonno Claudio! Sei tu vero?»

Marco e l’altro ragazzo si guardarono sorridendo e poi guardarono Dante. Una fortissima luce inondò la scena, così forte da accecarlo, e tutto divenne bianco.


Dante aprì gli occhi. Quei fastidiosi scatti che avevano accompagnato i suoi movimenti erano spariti, tutto sembrava di nuovo reale, ma ancora non riusciva a vedere altro che ombre indistinte.

«Come stai ragazzo, tutto bene?»

«Lo conosci? Tu conosci l’altro?»

«Davide dagli tregua, si deve ancora riambientare.»

«I parametri vitali sembrano nella norma.»

Dante sentiva le voci ma non distingueva ancora nulla. Ci volle ancora un minuto prima di rendersi conto che tre teste lo stavano guardando con apprensione. Lo aiutarono a mettersi seduto e gli portarono da bere.

«Come va, stai meglio? Te la senti di parlare?» gli chiese uno dei tre.

Dante annuì.

Erano tre uomini di mezza età. Due di loro erano in giacca e cravatta e lo guardavano, il terzo invece indossava una camicia gialla e camminava nervosamente avanti e indietro.

«Mi presento, il mio nome è Mathias, lui è Lorenzo, e quello laggiù è nostro fratello Davide» disse uno dei tre, indicando l’uomo con la camicia gialla. «Siamo i soci fondatori della TechMemory. Quella che hai appena conosciuto è la memoria tecnologica di nostro padre.»

L’uomo con la camicia gialla si precipitò improvvisamente verso Dante e lo prese per le spalle.

«Lo conosci? Tu conosci l’altro ragazzo che era con nostro padre? Rispondi!»

«Davide! Lascialo immediatamente!» intimò Mathias. Davide lasciò la presa e tornò a passeggiare nervosamente. Dante si sentiva completamente smarrito.

«Perdonalo, ma sai com’è, siamo tutti elettrizzati da questa cosa. Se puoi, vorrei che rispondessi alla domanda che mio fratello ti ha posto in maniera un po’ troppo rude: conosci l’altro ragazzo, quello castano?»

Dante si schiarì la gola.

«Non posso dirlo con certezza, ma io credo che fosse mio nonno Claudio.»

Lorenzo strinse il braccio di Mathias e i due si guardarono negli occhi.

«Devi sapere,» riprese Mathias, «che tutto quello che abbiamo scoperto sulla memoria tecnologica, l’abbiamo fatto spinti da una sola motivazione: conoscere nostro padre. Lui si ammalò di Alzheimer che eravamo ancora ragazzi. Le medicine avevano tenuto a bada gli eccessi di violenza, ma la memoria non la recuperò mai. In pratica era vivo, ma per lui eravamo degli estranei. E noi non avevamo mai avuto modo di conoscerlo veramente. Non aveva avuto molti amici, e chi lo era stato era morto o non ci sapeva dire molto di lui. Così, quando fu scoperta la coscienza collettiva delle macchine, sapendo che nostro padre aveva passato gran parte della sua vita lavorativa e non davanti a un computer, ci siamo buttati anima e corpo in questo progetto della memoria tecnologica. È così che abbiamo scoperto dell’esistenza di un suo amico, l’unico con cui si confidava. Ma non abbiamo mai capito quale fosse il suo nome, l’unica cosa che sapevamo era che il suo nickname era Lorthirk.»

«Lorthirk?!» chiese sbigottito Dante.

«Lo hai già sentito?»

«È il nome usato dalla persona che mi ha venduto il coupon, spacciandomelo per uno con cui avrei potuto incontrare la memoria tecnologica di Steve Jobs! Ho perso tutti i miei soldi per averlo.»

«Interessante,» disse Lorenzo, «la macchina ha effettuato delle ricerche in maniera autonoma.»

«Non preoccuparti per i soldi,» lo tranquillizzò Mathias, «se davvero la coscienza collettiva ti ha ingannato con lo scopo di farci incontrare, ti rimborseremo i soldi o ti faremo fare una nuova sessione con la memoria tecnologica di Steve Jobs. Ma ora ascoltami. L’esperienza di interazione con la coscienza collettiva delle macchine, nonostante ci abbia reso ricchi, per noi è stato un fallimento. La memoria tecnologica si concentra su dettagli e particolari che risultano di scarso interesse per noi, per conoscere nostro padre. Se noi avessimo la possibilità di parlare con qualcuno, con un essere umano, che ha realmente conosciuto nostro padre, la cosa per noi sarebbe enormemente più gratificante di mille sessioni di memoria tecnologica. Per cui, ti chiedo, perdonami se ti sembro troppo diretto: tuo nonno, è ancora in vita?»

«Sì, certo. Sarei dovuto andare a trovarlo proprio oggi, è all’ospedale dell’Area Vasta Adriatica.»

«Andiamoci!» intervenne Davide. «Ti prego, ti supplico, andiamo a parlare con tuo nonno. Ne ho bisogno, tutti noi ne abbiamo bisogno.»

«Io… credo che non ci siano problemi, a mio nonno farà piacere, immagino,» rispose, e probabilmente gli avrebbe fatto piacere anche vedere suo nipote dopo tanti, troppi mesi, si rimproverò Dante.


Arrivarono in quella che avrebbe dovuto essere la camera di suo nonno, ma la trovarono vuota. Era passato molto tempo da quando era venuto l’ultima volta, probabilmente lo avevano spostato in qualche altra sezione del reparto. Dante prese lo smartphone per chiamare suo fratello e si rese conto che non aveva ancora rimosso la modalità “Non disturbare” da quando era entrato alla TechMemory. Quando la disattivò fu inondato da un mare di notifiche, ed erano tutte da parte di suo fratello Alessandro. Si precipitò verso il reparto di terapia intensiva, seguito dai tre fratelli Travaglini.

«Dov’eri? Dove diavolo eri?» lo accolse Alessandro in lacrime.

«Come sta nonno?»

«Arresto cardiaco. Mentre mi chiedeva dove fosse suo nipote. Lo stanno operando, ma non ci sono molte speranze.»

Qualcuno urlò e scaraventò a terra un macchinario.

Dopo qualche istante, Dante si sentì stringere con tenerezza la spalla.

«È meglio che noi ora vi lasciamo. Questo è il mio numero personale,» disse Mathias porgendogli un biglietto da visita. «Quando ve la sentirete, se vorrete, ci farebbe piacere che tu e tuo fratello veniate a trovarci. Anche un piccolo episodio che possa ricordarci la vita dei nostri cari, per noi, è un tesoro inestimabile. A presto.»

Dante rimase paralizzato. Per anni aveva giudicato suo nonno solo un peso, una perdita di tempo che si ostinava a mettersi in mezzo alla sua vita. Mai si era chiesto che vita avesse avuto, mai gli era venuto in mente che avrebbe potuto addirittura aiutarlo. Ma soprattutto l’aveva sempre dato per scontato.

Un medico uscì dalla sala operatoria, cercando Alessandro con lo sguardo. Subito dopo uscì il letto di Claudio. Dante si avvicinò: era vivo. Abbracciò suo nonno per la prima volta dopo tanti anni.

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