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Una storia di GiovanniBeria

Basta sognare

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7 minuti

Pubblicato il 28 dicembre 2018 in Altro

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I sogni sono come un muro dietro cui ci si nasconde per fare cose che non avremmo mai il coraggio di realizzare pubblicamente.

Non mi è mai passata la voglia di sognare, anzi, è aumentata con gli anni. Sembra una contraddizione, nel senso che con gli anni i sogni, quelli che si fanno in gioventù circa il futuro, dovrebbero ormai essere realizzati o dimenticati nel caso non ci fossimo riusciti, presi, alla fine, dai problemi quotidiani di sostentamento.

Erano desideri segreti che tenevo caparbiamente per me, perché mi sembrava sciocco confessarli, anche solo per scherzo; che poi, allora, erano i sogni di tutti, tipo andarmene lontano, finalmente da solo. Leggevo gli autori americani e mi commuoveva quel loro fuggirsene on the road. In autostop. Anche se sapevo benissimo che non ne avrei mai avuto il coraggio. Avevo, in un certo senso, perso l’attimo. Gli amici che avevano fatto il militare me ne parlavano; che lo facevano, l’autostop, di domenica per andare al mare. Si piazzavano lungo la statale e da Foggia arrivavano all’inizio del Gargano, a Mattinata. Anche quelli che non erano stati così fortunati, che invece erano stati mandati in Friuli, o a fare l’alpino in mezzo ai monti, lontani dal primo paese, avevano bei ricordi di viaggi in auto o su camion sgangherati. Io non l'ho fatto il militare: insufficienza toracica. Loro mi hanno invidiato per questo. Non hai buttato via un anno, mi dicevano. Anche se non finivano mai di raccontare delle trattorie dove andare a mangiare, di panorami mozzafiato, del battesimo del fuoco, di rientri per il rotto della cuffia, prima dell'appello serale o dell'alza bandiera; scavalcando muri, corrompendo chi stava di Picchetto, scambiando favori. E poi le prostitute. La sverginata. Siamo uomini a tutti gli effetti, dicevano dandosi di gomito. In pochi mesi avevano conosciuto tutti i posti dove e chi cercare, le viette cieche dove appartarsi, vicino ai campi, in estate, per non spendere i soldi per una stanza squallida, su un letto altrettanto squallido, che però in inverno andavano anche bene.


Non so se l'ho davvero perso quell'anno o se sarebbe stato invece propedeutico, di crescita. Di nuove esperienze, sicuramente. Mi sarei sverginato anch'io a vent'anni, anziché a ventisei con Clara: la mia prima e unica donna. Avrei avuto cose da raccontare anch’io, dandomi di gomito con gli amici, sottolineare con lo sguardo situazioni comuni. E invece posso raccontare solo di essermi sposato con Clara. Che abbiamo quasi cinquant'anni: siamo coetanei; un figlio, Michele, di diciassette anni, e una figlia, Martina, di quindici. Ovviamente non è la sola cosa che posso raccontare, del mio matrimonio e del fatto che ho dei figli, intendo.

In tutti questi anni sono capitate anche a me delle cose, non certo epiche e nemmeno degne di essere scritte, che mi hanno comunque segnato, come il tempo che è passato, ma senza troppi traumi e che quindi non starò a raccontare.


Sono cambiato radicalmente a un certo punto, tardi può pensare forse qualcuno, perché ho dovuto prendere una decisione o, meglio, la decisone. Mi chiederete se fino a quel momento non ne abbia mai prese. Vi risponderò: non di quell’importanza. É stata una sorpresa anche per me, aver dovuto affrontare quella controversia. Come ad aver girato improvvisamente l’angolo, anziché procedere dritto come al solito; ha innescato il cambiamento: è stata la scintilla, insomma. Ho sempre cercato l'approvazione di qualcuno, ecco. Di amici prima, di mia moglie poi, com'era giusto che fosse, anche. É stato come aver salito dei gradini che mi hanno portato a vedere il mondo da un’altra prospettiva, anche se ciò che guardavo erano le stesse cose. Ma questo non vuol dire nulla. É un apprendere anche quello. É come per le persone, nel senso che non bisogna fermarsi all’apparenza, perché si rischia di farsi un'idea sbagliata. Bisogna approfondire sempre, avere l’opportunità di farlo, la determinazione, meglio, pur sapendo che non sempre è possibile. Sto dicendo cose ovvie, lo so, che bisogna sempre provare, insomma; cosa che non avevo mai fatto, accontentandomi appunto della prima impressione. Ti si allarga la visione del mondo, ecco. Come essere all’improvviso davanti a un panorama che non ti aspetti, appunto. Fino a quel fatidico momento non avevo mai fatto colpi di testa, come si usa dire, stravaganti al punto di essere additato come un'eccezionalità. Nel senso che per la prima volta, fino a quel momento, ho detto: faccio così, me ne prendo la responsabilità.

Dunque, la mia vita l’ho sempre e solo cambiata nei sogni. Sono stati la mia scuola. La mia valvola di sfogo. La stanza segreta in cui rifugiarmi e meditare; replicare alle vessazioni, alle ripicche dei colleghi; agli ordini che ricevevo. Perfino i miei anni con Clara cambiavo nei sogni. Non che siano stati disastrosi o privi di momenti felici, tali che potessero bilanciare quelli nella routine. Ma nemmeno posso dire di esserne soddisfatto. Diciamolo pure: Clara non è la mia donna ideale, quella dei sogni per intenderci, ecco perché la cambiavo in quelli che facevo. Già durante i nostri primi incontri cambiavo alcuni particolari. Mentre la baciavo, rivedevo l’attimo dell’incontro, il suo sorriso teso, il suo attendere che fossi io a fare il primo passo, mentre invece avrei preferito un suo slancio, una conferma che mi desiderava, come io desideravo una donna. Certo, lo sapevo che era anche per lei colpa dei suoi, dell’educazione che le avevano dato, del suo frequentare assiduamente la parrocchia, e quindi con una visione particolare della vita. Ovviamente non glielo facevo notare questo fatto, che cioè mi pesava un poco quel suo comportamento, diciamo, legato; molto lontano da quello che notavo nelle altre ragazze e che mi sarebbe piaciuto che lei avesse. Non è certo il modo ideale di cambiare la vita, quello di sognare di farlo, tuttavia ho imparato così, non dico di esserci riuscito appieno, a risolvere qualche inconveniente, e questo perché nei sogni puoi tornare indietro, ripetere, portare varianti, scegliere il chi e il come, e il tutto senza alcuna responsabilità, e quindi non ti trovi impreparato nel caso capitasse di nuovo di doverli affrontare; sono comunque allenamenti mentali. Col tempo infatti anche Clara ha iniziato ad allentare quel suo impegno con la Chiesa, anche se caratterialmente è rimasta un po’ restia a lasciarsi andare.


Quindi posso affermare che i miei momenti di appagamento li ho vissuti nei sogni, e a dirla così potreste concludere che la mia vita è stata ben poca cosa. Non posso che darvi ragione, anche se mi servivano davvero per riuscire a sopportare la mia routine monotona, normale. Allora mi costruivo storie a puntate, nel senso che continuavano la sera successiva e così via per settimane; sognavo quello che non ero riuscito a diventare. Per esempio capitano di una nave o pilota di un aereo militare, disperso su di un'isola deserta, speleologo, cercatore d'oro, ecco, tipi del genere. Avrete capito che il fine era quello di allontanarmi da casa, dal giogo di mia madre, finché ero giovane e single, e dopo, da Clara. Che magari sono anche aspettative di milioni di ragazzi, quelle di staccarsi dalla famiglia, intendo. Forse. Ma non credo che questi milioni di individui ci perdano così tanto tempo a pensarlo e basta, come lo perdevo io. Gli scrittori, probabilmente, per le loro storie, i registi di film, loro sì, ma non la gente normale. Ma soprattutto, erano storie d’amore con donne fantastiche, donne che non avrei mai potuto conoscere. C'è chi ha altri hobby, per me è questo il mio. Bello! Direte. Lo so che come hobby lascia un po' a desiderare, ma ognuno ha il proprio modo per passare il tempo. Che poi il mio si limitava a quei famosi minuti prima del sonno, anche perché non ne avevo altri. Al lavoro dovevo stare attento a non sbagliare i bilanci. E a casa non potevo distrarmi, dovevo sempre star dietro a mia moglie, ai figli. Facevo finta di leggere il giornale, qualche libro quando capitava, non era proprio il caso che stessi interi minuti a guardare il muro di fronte con gli occhi sbarrati, perché ero a mille miglia da quel divano, da quella casa, dalla moglie, dai figli. Va bene una volta, ma poi avrebbero chiamato il dottore.


Quelle mie pause rubate erano comunque brevi. Adesso dico erano, perché tutto è passato, però non posso saltare subito alla conclusione, altrimenti sarebbe inutile, intendo questo mio sforzo, quanto state leggendo insomma; non avrei nemmeno iniziato se non avessi voluto raccontare per filo e per segno, come diceva mia nonna, quanto mi è successo, quanto ho voluto che mi succedesse, giacché è stato una conseguenza voluta, ecco, la mia condizione attuale.



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