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Una storia di vladimiroforlese

Questa storia è presente nel magazine Vivere per (r)esistere

Lascito

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1 minuti

Pubblicato il 23 gennaio 2019 in Poesia

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Perdono colpi le antenne percettive,
uno strano gioco
che accavalla domande e risposte
in fuga dalla ragione,

ci assedia.
Se cadi, resti là, sul selciato,
e non una mano benevola. Ahinoi
la caccia è aperta, nei quartieri
ronde feroci annusano tracce
d’umanità residua.


Che fare?


Clandestino, zaino in spalla, resisto,
arretro oltre i muri, giù nelle viscere
dei tanti nuovi inferni quotidiani.

Con dignità mi spezzetto moltiplico
scrivo il mio lascito
sparpagliando di qua e di là sillabe
vive, insaporite d’azzurro.


Al fiume cedo le insegne la voce
i doni umili di mia madre
quei pochi ori che mi fecero uomo.

Alle pianure del grano il sogno di noi
sfiniti d’amore, rossi tra le spighe
come i papaveri di giugno.

Ad ogni foglia d’autunno
lo stupore struggente dell’attesa
i passi fiabeschi sulla strada di Naz,
Maria, con la primavera tra i capelli.

A te, pietra, i ricordi da tramandare;
agli uccelli questi occhi
sbiancati dalle albe.
Braccia e mani al passionale melograno
custode di recitanti scritture, chiave
che sprigiona la tua assenza dalla morte.
A voi rose le labbra
umide di tutti i suoi baci.
Per te, sole, il petto e la fronte,
la prua del mio andare.
Gli intimi pensieri sono tuoi
e tuoi i respiri degli amplessi, mia luna.
Errori e fortuna vanno alle stelle
l’azzardo e la parola invece al vento
la risata alla fontana, le lacrime alla pioggia.


Resti tu mio cuore
baluardo e vessillo ultimo del canto.
A te il mare, l’orizzonte infinito,
la libertà.


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