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Una storia di DomenicoDeFerraro

ELEA PESCE D’APRILE

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13 minuti

Pubblicato il 31 marzo 2019 in Storie d’amore

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ELEA PESCE D’APRILE


DI DOMINICK FERRARO



Trascinato dal suono di musiche allegre nell’eco delle canzoni indomite son perduto nel canto primaverile. Nell’ ora più prossima in disperate passioni senili , come un treno veloce passo nel cuore di un dio che dorme in disparte sul monte , vedo ogni cosa cambiare con lo scorrere di noi stessi in un immagine latente che annega in un mare di parole . Premendo il dito sulla ferita, lasciandosi andare alla negligenza ora provo in me stesso tanta pena e non sò cosa sia questa morte che lacera mi costringe a vivere in tale modo.


Sotto i platani alla luce del sole che si desta nel gaio mattino oltre ogni dubbio o imbroglio oltre questo nome che dipinge in me l’immagine di un mostro di un vivere negletto . Magda aveva una gran voglia , color cioccolato sulla natica destra ed era graziosa , forte , piccola simile ad un raggio di sole dalla flebile voce , capace di conquistare l’animo ingordo . Magda ricercava la pace dei sensi cercava l’estate dentro di se la sorte di giorni migliori che si legano al dito di un dio ferito .


Ti ho visto stamani portare le bestie al macello, sporco di sangue sporco di sperma, sporco d’ orgoglio e pregiudizio fermo in una volontà che rasenta l’ ingratitudine, il terrore del vivere. Ti ho vista sognare sotto un cielo macchiato di nuvole , che gaie si rincorrono nel vento , passano allegre ,endemiche, fredde , pure nella sorte che avanza , spingendo questo cuore a ridere ancora.


Sugli avanzi di molti vizi , per vie di mezzo, siamo giunti ad aprile e volgiamo lo sguardo oltre , audaci in una chiara visione di chi siamo, forse prigionieri di un fedifrago dio o di una morte che bella ci prende per mano , ci conduce per rivoli e sogni incompresi dalla bocca di fragola che sbava invoglia, ingravida nel gaio morire.


Mi trovo a Milano mi prude un po’ l’ano , mi calo il calzone mi metto in pigiama , son sotto la lampada di un dio , che ama , odia ,continua a sognare di essere bambino.

Son solo a Milano , sotto il poggio di rose aulenti , nel vento mi glorio mi vesto da re, siam fatti di sogni , tessuti di timide rime , di timidi baci , di castri e d’incastri , di occhi che bramano la mesta vittoria siamo soli nel sogno che ride di noi.


Voi dite chi io sia , ciò mi mettete in disagio.

Or dunque tenete pure da dire ?

Io certo non vengo

Mi chiamo Alcide son il paggio della regina

Io mi chiamo Pascale faccio il meccanico tengo una varrà di tenta centimetri.

Osservate la buona creanza , la soluzione vi confà, nel vostro anchilosare , metteteci senno , un po’ di sapienza , non ridete della vaga vittoria che illude ed illumina.

Scusate se poco , ma io credevo di fare cosa buona , non volevo certo offendere questa spettabile prole.

Mi agita assai il vostro disegno, la fregna che calda rovente incandescente , brucia, preme poi palpita, si muove sotto le lenzuola sbava, pia dopo la lavo e rimango in vestaglia.

Mi credete un dio , un povero allievo , un vostro umile servo .

Vi voglio domani vestito da re .

Sarà saggio , eppure mi pento di quello che ho detto.

Mettiamoci una pietra su questo destino, su questa lapide grigia sulla sorte che avanza, mi induce, mi irrobustisce , mi solleva ,incredulo si desta ed effimera mi mette paura.

Non fatevi vedere in queste condizioni ,siate impulsivo , forza non gettate l’armi , non mostratevi ragno.

Oh come vorrei ascoltare le vostre parole, come sarebbe bello sentire l’universo in voi , sentire muovere le stelle, sotto le belle fronde occhialute che timide ampollose figlie dell’opulenza di memorie perdute, figlie del cerbero , dello schiavo schiacciato tra i sassi , arso nel fuoco di Roma .

Nella sorte ti vedo , ti sento angustiato

Non tiratemi la giacca

Forza vieni , esplodi acerbo emangioma

Che squallida incoscienza

Sono momenti di grande respiro

Mi alzo dal fango

Lesto che viene acheronte in calza maglia, viene con barba pelosa

Acheronte mio caro perché non mi fate un piacere , non mettete questo corpo al sicuro nella teca di cristallo, nella teca del santo sull’altura ove la morte a gran passi salta lesta si mette in ghingheri si mette poi il rossetto , si ridesta in mille forme, si ingravida di idee.


Giusto voi o mite Anchise cercavo per quella prova . Siamo eroi a meta prezzo, siamo figli della lupa , siamo sogni di primo mattino, siamo giochi onirici, ore perse intorno ad un verso che ci lega alla bellezza all’amore coniugale


Io di Anchise serbo il ricordo , di quand’era giovinetto con grandi spalle , solide, con occhi color cammello , con un baffo impertinente con la bocca chiusa e floscia , con la mano impertinente, con quella sua ignoranza , sempre mezzo ai guai tralasciando il caso mi lasciò.


Ed io credevo di essere giunta a capire il senso del vero a capire che siamo fatti della stessa sostanza , della stessa carne , della stessa stoffa e non dico parolacce tra mezzi termini ma di Efrione io cantai il richiamo dell’amore. Poi la lasciai lassa e pura, migrante in altri giorni per volgari lidi , senza amici , bagnata di salsedine . La vide porgere lo sguardo sul mare dell’infanzia , la vidi mite e decisa sempre pronta a donare il suo corpo avulso in mille controversie, in quesiti chimerici , in chimiche inorganiche e clamori ed oltre la vedevo ed oltre assaporai il suo sapore.


La sorte ci condusse entrambi lontano soli credo verso un dio povero e scempio , schiodato da una croce che correva a perdifiato per i prati in fiore . Oggi lo rivedo giovane, l’ammiro , figlio della mia esperienza , figlio della mia indolenza , della mia gioia di essere e son contento d’essere ancora qui mentre dipingo ed acquetò questo animo cattivo che mi prende, mi porta in amene conclusioni per ecloghe e vecchi ditirambi riemergo in un dramma di Euripide . Vecchio dio, vecchio tragico che triste narrasti il tuo mondo ed ascoltando quel canto antico di un capro sgozzato, dentro un alcova da una vestale tradita , figlia dell’ulivo , figlia della musa aurisina.


Ora provo l’amore, ora ascolto intorno a me le voci che deste emergono da mondi lontani , echi di tempi , di terre remote d’immagine lascive velate d’inchiostro, sporche di sperma appiccicose, sollazzare , stuzzicanti , chete, negre , megere. Immagini di un mondo che si desta in noi con tutta la sua forza , con tutto il suo ardore . Sento mille voci , sotto le fronde rigogliose , vecchi lirismi isterici , spuntati dai rami morenti , si desta la natura si colora di rosa , di bianco , di azzurro. Si colora la campagna ed i fauni giocano su i prati di finocchio , nell’odore della vacca , che ara la terra. Sterco che concima si mesta la zolla poi la ingrassa nella ragione , nella mente eletta di milioni di uomini che vivono di sogni , di canti di ecloghe , di speranze in miti antichi . Sotto archi di pietra tagliata , deforme , fatta di marmo apuano , fatta d’ accidie , di tragedie annunciate per bocca di un fauno cafone. Cornuto e bicorne dai piedi caprini , dalla barba rossiccia .


Sogni cuore su un letto di rose, nella sorte di un giorno migliore che invoglia a volare lontano, oltre questo giardino, opulento dove l’anima si schiude novella tra rose e sorrisi , tra amori mai lesi e resi e derisi di forza, invitta di lustri e giunzioni di memora mole , s’ immola di molte morti che esuli vengono lenti sull’onda dolente d’un mare di memorie lontane .


Giorni pigri figli del mio dormire . Figlio del mio vivere ai margini di un mondo dominato da demoni antichi . Mostri che si destano in noi in ore copiose in ordine sparso in forme eclettiche , spiriti sinceri, miti e neri come lame che entrano lente dentro la carne . E provo dolore, poi piango non voglio morire ed invoco gli dei invoco la vergine , le mille verghe fasciate di panno e di alloro un dolce ricordo un suono campestre che odo per i campi in calore.


Mi trovasti là , Anchise spoglio e menefreghista , mesta ignuda ad un passo da un bivio ove l’amore regala la sorte di molti dolori. Tra rime congiunte di emeriti capi , collegati ad un patto che orrido giunge poi dolce si desta ed intravedo una salvezza , una incerta bellezza in mezzo ad una strada polverosa fatta di fango, fatta solo di sogni.


Tu mi dicesti vieni cara anima mi chiamasti per nome correndo incontro alla morte.

Ero in preda ad un delirio , nella mia storia, mi persi.

Forse ero sul principio di vivere un altra vita, un altro giorno in questo mondo di orchi di orride bestie che spoglie si denudano leste poi cantano amore e morte sulla tomba di un eroe mai caduto nell’oblio. Vai a capire dove si è uomini , dove si è amanti o anime migranti


Mi porti un gelato ?

Ti regalo una rosa

Certo sei bello

Non dirmi cosi

Perché , come mai ?

Sono si desta , mi vesto ti raggiungo in fretta

Andiamo a Milano ?

Forse meglio Torino là dove ci sono le stoppie le pippe esplosive

Oh che gaio casino

Mi volgi per giungermi in seno

Non voglio mi freghi, mi fermi

Ti voglio ringraziare

Ti ricordi di lui ?

Era geniale

La giostra, gioconda e rubiconda

Prendi la mano

Mi fumo un sigaro

Metti la testa nel vaso

Faccio finta d’essere un fiore

Illuminato e gaio, figlio del sole d’aprile con tanti raggi concentrici , consoli ed infondi mitocondri , incontri online, hot dog , piene di spocchie di prozie , adunche , coniugali speranze.

Mi inviti a nozze

Voglio ballare

Per tutta la notte ma certo apriamo le porte

Mi porti a Sorrento ?

Non mettere l’apostrofo fai finta d’essere eletta.

Dignitosa come una principessa sul pisello

Mi fai ridere assai

Io non credo , ho messo a riscaldare l’acqua per fare il bagnetto

Che tipo, lungi per idiomi poi induci m’invogli mi trasformi in amore

Sorte o non sorte mi metto sotto questo ponte

Attendi compiuto il misfatto

Faccio finta di prendere il sole

Sei un dolce sorriso, sei la luna e le stelle , senza mutande sei meglio di madonna Lisetta.

Chi ti spada ferisce , di spada perisce

Me lo disse mastro Alberto

Ora andiamo a Milano

Andiamo mio amore


Eri cosi dolce , compita, figlia del cielo , vestita tutta di rosa , venisti con il vento , lavoravi in un bar sulla settima strada, lavavi per terra non guardavi mai in faccia i clienti . Eri come l’aria fresca dei giorni a venire eri la che dominavi ogni cosa . Ed il mondo degli uomini ti faceva paura un tormento , un amore disperato che esule si involge in se , si trasforma, si muta in altre forme in espressioni volgari . Eri come il vino e l’acqua santa , poi ti volgesti verso oriente, ti spogliasti delle tue origini , della tua bigia ragione . Costruisti un areo immaginario e volasti oltre quel pio monte. Poi cercasti nel prato davanti casa Anchise ed Euripide , ove avevano dettato il loro testamento . In liriche ballate in metri tremendi , in memorie serene . Eri la dea segreta del loro narrare per rime, eri la donna di cuore , la donna che avevo sempre sognato , eri un piccolo ago nel pagliaio , un filo d’erba in mezzo ad un monte di pietre. Spulciate frasi sminuzzate , spezzate pronte a divenire fango o sogni di molti giorni di molte menti avvenire . Ed eri bella forse sporca di fango e cercavi di vivere Elea magra e china sul caso d’Anchise che non voleva sapere di congiungere la sua esistenza alla tua. Eri cosi piccola al microscopio che scoprimmo di essere tu una madre di tanti dolori , di tanti amori.


Poi ti spingesti verso la morte di tua madre e cercasti di uscire in liriche vane in gridi sordi in echi che adunchi s’udivano vaghi e purulenti mesti e bestiali con quel tuo areo immaginario andasti intorno al mondo , ridendo, portando con te tutto l’amore , tutto l’odio di un tempo che esule spezza il fiato alle muse. Eri come il vento d’aprile una forma millenaria. Il contrario di quel tuo amore una strana forma che si trasformava in molte vesti come un caso clinico come una serpe pronta a mordere il tuo calcagno . Ma tu non indietreggiavi e cercavi di essere allegra , di essere Elea la dea della vita , la dea della peluria, la dea della foresta. Forse lo eri ma debole sogno, ogni cosa si commuove scema si perde nel nostro immaginare che continua a cambiare un mondo gaio e sincero in un mondo di eroi di nani e di fauni.


Ed ogni cosa ha fine , come l’amore anche la morte di un era, come la sorte di milioni di uomini e donne , tutte unite in un ideale in unica fede . Un nome ed oltre , lavoravi , eri unica, forse avresti voluto essere mai nata per non vedere il tuo corpo decadere nella morte. Vedere tramutare la tua pelle grinzosa, nella sequenza di giorni e frequenze elevate , forse eri l’unica tra le tante ad essere rea di molte gioie ma i giorni si susseguono, incalzano lascivi e suadenti figli della perdizione in mesta esultanza noi giungemmo alla fine e tu eri il nostro principio. L’unica a volere accompagnare questa carovana di morti, ubriachi di canti per calli e vicoli , afflitti dalla morte che non entra non fa sconti ma aspetta in disparte che ogni cosa si compia.


Mi hai preso per il collo

Non girare lo sguardo

Hai comprato il pollo ?

Non sono in vena

Sono le sette svegliati

Lasciami stare, voglio dormire ancora, sognare un mondo diverso.

Orsù avvocata nostra

Non sono una persona, disposta a soffrire per gli altri

Ti credevo una dea

Sono Elea la madre di Isacco

Quello messo nel sacco

Certo non vedi lo tengo per il collo

Non sai non dire gatto se non lo hai messo nel sacco

O mio dio siamo alle solite

Hai messo il vino nella tazza

E il ragno che danza per la stanza

Iniziamo bene questo giorno

Mi ricorda l’infanzia

L’amministratore ha asfaltato il cortile

Che bello neppure un grazie

Euripide come lo dimostri il fatto?

No c’è nulla di serio solo fandonie ed Elea la vende ad un buon prezzo

Anchise mio caro perché non ti travesti ?

Ascoltami la barba io non la taglio

I morti vedete si destano

Che orrore Euripide andiamo

Non vengo ed inutile che mi tirate per la giacca

Ma Elea è in pericolo

Non m’importa un fico secco sono già le otto e ho da fare

Sei crudele un miscredente

Non ho denti , guarda per addentare la carne di Elea

Che strazio ora come faremo ad uscire da questo inferno

Metteremo nei cannoni i fiori di campo

Fiori di campo, camelie, margherite, violette, violaciocche , mirtilli, papaveri rossi .


Ed Elea era la forma di una sostanza universale , intrisa di tanti ricordi , forse una dea , figlia del verbo , figlia della sorte, figlia della bellezza. La in mezzo ad una strada in quel negozio, lavorava tutto il giorno puliva , rassettava, metteva a posto gli scaffali forse nel fumo , nel narrare Elea divenne la morte, ora la madre, ora la moglie che avremmo voluto si Elea era l’origine la generosa forma di un amore profano . Profondo , immortale , bello più bello di un gatto , di un sorcio, di un ragno che ci trasforma in fragili sogni d’amori in questo pesce di aprile.


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