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Una storia di Marti75

Radici

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3 minuti

Pubblicato il 11 gennaio 2019 in Altro

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Si alzava all'alba con i primi chiarori mattutini, rassettava le coperte e le lenzuola ruvide di cotone pesanti, e si tirava su dal letto mentre i lunghi capelli ormai bianchi le ricadevano sulle spalle. Si rimetteva con cura l'apparecchio acustico per poter riemergere dal profondo silenzio notturno in cui sprofondava la sera, quando lo appoggiava sul cassettone. Ma non metteva mai tutti e due gli apparecchi contemporaneamente: un giorno metteva quello di destra, il giorno dopo quello di sinistra. Ancora oggi, anche se devo averle posto la domanda migliaia di volte, non so dire perché avesse scelto questa strana alternanza.

Non so cosa facesse poi, se andasse prima in bagno o prima si vestisse. Io restavo sotto le coperte ancora un po', aspettando che il gallo cantasse per saltare giù dal quel letto troppo alto per una bambina della mia età.

La trovavo in cucina, con i capelli già raccolti in una crocchia come io la conoscevo e già affaccendata dietro alle occupazioni giornaliere. Lo sportello del mettitutto era aperto: mia nonna aveva già finito l'insalata avanzata del giorno prima cotta dall'aceto, che lei usava mangiare per colazione e che si ostinava a conservare là dentro, invece che nel frigorifero.

Io cercavo qualche biscotto doppio, con due buchi speculari nell'enorme sacco di carta là dentro, nello scompartimento di sotto. Ma più spesso, visto che nessun adulto sorvegliava la mia alimentazione in quei giorni, mi prendevo un uovo fresco, ne mettevo il tuorlo in una tazzina e, dopo averci aggiunto abbondante zucchero, lo frullavo con un cucchiaino fino a farlo diventare una crema, gustandomelo e assaporandolo come fosse la più grande scoperta culinaria della storia.

Il nonno era già levato, forse già nel campo. Lei si metteva il grembiale a fiori, la pezzuola sulla testa e prendeva il secchio di plastica azzurra per scendere nel pollaio.

Mi piaceva seguirla, ma senza parlare. Camminava sicura, nelle sue pantofole mezze sbertucciate - “da Befana” - come diceva a volte scherzando. Arrivate nel pollaio, lei cominciava a spargere per terra il mangime che aveva preparato mescolando acqua e miscela e poi intonava una cantilena, con il fumo che le usciva dalla bocca e che a me sembrava poter riscaldare tutto il freddo dell'inverno incedente: “Ane! Ane! Ane!”. Mi piaceva unire la mia voce, allora alla sua come se tutto questo avesse fatto parte di un rito di trasmissione di sapere antico, di una cerimonia di passaggio di tradizioni arcane e centenarie. Anche se soltanto qualche anno più tardi avrei scoperto in un cassetto di casa le vecchie fotografie dei bis-nonni, con l'aratro antico trainato dai buoi che passava vicino al pollaio, tra il vecchio muro della concimaia e l'acacia di fronte alla stalla dei conigli.

Le mattine passavano così: io che restavo nella grande cucina col focolaio acceso e la nonna che andava su e giù per le scale, tra le sue incombenze domestiche e quelle che le richiedevano gli animali e il podere.

Ma non ricordo che parlasse molto, non ricordo la sua voce, solo quel grembiale a fiori che andava e veniva nella fioca luce della grande cucina, per poi posarsi su una sedia accanto alla finestra, fonte di luce per poter leggere infine le nuove del giorno. Si metteva allora gli occhiali, si sistemava con cura sulla sedia e si appoggiava con i gomiti sul davanzale col giornale aperto davanti agli occhi lasciandosi scivolare in quel mondo brulicante di notizie variopinte e esagitate, in quel bolli bolli di ministri e governi che si facevano e disfacevano, disgrazie, ritardi, borse che crollavano, balletti e pubblicità. E lei gli faceva spazio nel suo mondo piccolo e campagnolo per fonderli poi in un unico suo universo da cui attingeva allegramente quando ci vedeva arrivare: “Oh... Avete visto? La Signora Dash la s'è rimessa!”.

“Nonna! Non sapevo neanche che fosse ammalata......! Forse volevi dire che la Signora Tatcher si è dimessa!”.

Sorrideva, mentre ai lati degli occhi le si posava un ché di autocanzonatorio e benevolo insieme: “Insomma... tanto tu mi intendi lo stesso!”.




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