scrivi

Una storia di michelezaccagnino

Terapia

A distanza di tempo dall'ultima seduta, rivivo e descrivo le mie emozioni e sensazioni provate in psicanalisi.

14 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 02 novembre 2019 in Spiritualità

0

Ho le palpebre chiuse, un silenzio tombale nell'aria. Sento il mio respiro: è forte. Lo ascolto e mi rilassa, riesco a percepire il percorso dal naso fino ai polmoni, quasi lo delineo nella mia testa, immagino ogni piccola molecola di ossigeno, ognuna con il suo percorso.
Sto immaginando anche la mia mente: una grande piena di pensieri al posto della gente che cammina, ognuno con un suo stato d’animo. Un pensiero felice ha il volto di un bambino spensierato che gioca vicino alla fontana della piazza. Dietro di lui un signore anziano, scuro in volto con la testa bassa quasi come se volesse guardare solo le sue scarpe, senza incrociare lo sguardo di nessuno… sicuramente è un pensiero malinconico, uno che mi porto da tempo ormai.

Ad un certo punto dal centro della piazza aleggia una voce, si sente a malapena. Mi avvicino verso il centro, cercando di seguire la voce, scostando i pensieri per crearmi un passaggio. La voce inizia a farsi più intensa a mano a mano che mi avvicino, senza però riuscire a trovarne la fonte. Comincia a darmi istruzioni, mi chiede “Cosa vedi?”. Io senza capire molto a cosa si riferisca rispondo “Sono in mezzo ai miei pensieri”.
Dopo un attimo di riflessione descrivo come stando in mezzo a questi pensieri mi accorgo che nessuno mi guarda, nessuno di questi incrocia il mio sguardo. Non mi prestano attenzione, non mi parlano, non mi guardano… eppure ognuno di essi mi porta un peso. Sono io che attribuisco troppa importanza, troppa attenzione a questi pensieri.

“Apri gli occhi”. Una frase decisa, scandita, disse la voce.

Apro gli occhi. La piazza svanì piano. Mi ritrovai in una stanza completamente bianca. Una luce gialla soffusa che batte sul muro, di un giallo rilassante, caldo. Nell'aria uno strano sentore, di certo non familiare, artefatto.
Il retro della mia testa è poggiato su un divano scuro di finta pelle, pelle che in certi punti è logora e graffiata, danneggiato dal tempo. Di fronte a me noto una scrivania di mogano, di quelle che sembrano antiche ma restaurate. Dietro di essa un signore di mezza età, corposa capigliatura riccia e brizzolata, qualche ruga sottile sotto gli occhi. Ha un viso così confortante, un viso che non avrei associato subito alla voce ferma e decisa che ho sentito poco fa.

Dopo essermi perso per qualche minuto in quella piazza finalmente ho realizzato di trovarmi alla mia prima seduta dal mio psicoterapeuta. Da tempo ne sentivo il bisogno e alla fine ho deciso di provarci. Vagando tra i vari siti scelsi proprio questo viso amichevole e questi capelloni grigi e ricci. Dopo aver parlato per poco al telefono mi presentai all’appuntamento, in uno studio diverso dai film americani, molto più informale e familiare.

Cominciò a parlare in quel classico gergo medico-filosofico da psicologo, dicendomi di voler affrontare un percorso per capire ciò che mi ha spinto a venire da lui.

Passano i giorni... passano le settimane… passano i mesi... sette per l'esattezza.
Sette mesi di pareti bianche, luce gialla e divano di pelle. Un percorso così lungo, così soffocante, così estenuante. Un percorso finito da tempo, un percorso che mi ha aiutato soprattutto nel periodo post-terapia.

Sono passati ormai 5 anni da quei sette mesi e finalmente in quella piazza ritorno con tranquillità, giocando con il bambino, passeggiando con l’anziano e affrontando ogni persona presente, senza paura.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×