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Una storia di Brividogiallo

COLORI, DESERTO E SPEZIE

Il labirinto più intricato è quello senza muri: è il deserto

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13 minuti

Pubblicato il 04 marzo 2021 in Viaggi

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Non so davvero in quale arcano e subdolo modo riuscirono a convincermi a fare quel viaggio.

Per prima cosa avevo il terrore degli aerei.

Ho fatto viaggi con tutti i mezzi che vi possano venire in mente ma non avevo mai viaggiato in aereo.

Inoltre il luogo prescelto dalla maggioranza del gruppo non mi attirava affatto.

La mia voglia di viaggiare, però è sempre stata così incontenibile che accettai di sfidare la mia fobia dell'aria e anche la meta divenne un elemento secondario, la Tunisia.

Quando seppi che avremmo viaggiato con la Tunisair, per un momento ebbi l'impulso di abbandonare l'impresa.

Non avevo tutti i torti.

L'aereo, se così lo si poteva definire, sembrava quello dei fratelli Wright, il volo per fortuna breve, fu rifocillato da acqua o vino, a scelta!

Senza voler fare del bodyshaming, l'hostess doveva avere molti più anni dell'aereo e sarà stata alta un metro e mezzo per una settantina di chili di peso.

Sperai che la parsimonia che usavano per il comfort dei passeggeri, andasse a vantaggio della sicurezza, dei controlli e della professionalità e competenza dei piloti.

Apro una parentesi.

Era il 1999 e, alcuni mesi prima, un pilota di etnia magrebina, si era volontariamente schiantato nell'oceano uccidendo se stesso e altre 217 persone.

Finalmente atterrammo a Tunisi.

Il mio battesimo dell'aria si era compiuto senza difficoltà, senza attacchi di panico grazie anche alla generosa dose di ansiolitici che avevo assunto.

Arrivati in città, mi resi conto che, in solo un'ora e mezza, ero passata da un mondo ad un altro.

La guida, tanto per rassicurarmi, disse che gli abiti di noi donne, erano inadeguati perché considerati immorali, eccessivamente succinti e provocanti quindi ci consigliò di indossare tuniche con le maniche lunghe, girocollo, e che arrivassero ai piedi.

Considerando che quell'anno, ad agosto, lì a Tunisi c'erano quasi quaranta gradi all'ombra, ci venne imposta una sauna a cielo aperto.

Le donne non dovevano mai scostarsi dal gruppo, soprattutto perché eravamo bionde, merce rara da quelle parti.

Raccomandò, sempre a noi quattro donne, di non fumare per strada e di far finta di niente se qualcuno ci toccava o tentava di parlarci.

Chiese quindi ai nostri mariti, con tono gentile ma perentorio, di non reagire, considerando la cosa come facente parte delle loro usanze, come quella di offrire cammelli in cambio di moglie. Per me ne offrirono cinquanta a mio marito, cifra di tutto rispetto, ma lui gentilmente rifiutò per il fatto che nel box cinquanta cammelli non entravano.

Tunisi brulicava di donne vestite in vari colori ma con il volto coperto e di uomini che a me sembravano tutti uguali a parte le differenze di età.

Interessante fu il giro per la casbah che si snodava su una stradina in salita e dove, ai lati, vendevano di tutto, dai souvenir, ai narghilè a cibi strani e maleodoranti che non avrei mandato giù nemmeno se fossi stata reduce da una settimana di digiuno.

Continuando a girare, fui colpita da un cimitero che si trovava proprio nel mezzo della città ed era composto da scarni sarcofagi in cemento senza fiori, senza lapidi e dove un asino brucava tranquillamente l'erba che cresceva tra le tombe.

Ho un unico flashback positivo, rassicurante, quello di una bella ragazza tunisina vestita con un tailleur azzurro molto attillato, che le arrivava sopra il ginocchio, scarpe con tacco alto e trucco perfetto. È stata l'unica donna che abbia visto con un look occidentale.

Un interrogativo mi è sorto spontaneo.

Dei bar, con i tavolini all'esterno protetti da ampi ombrelloni, erano affollati da uomini di varie età, anche giovani, che fin dalla mattina, stavano seduti là con il loro narghilè poggiato a terra e, se si ripassava lì davanti dopo due ore, si vedevano le stesse persone fumare e parlare. Viene naturale pensare a quali siano i loro turni di lavoro o se lo abbiano un lavoro.

Dopo una mezza giornata passata a Tunisi salimmo su un pullman, direzione una zona di mare, dove avremmo soggiornato in un villaggio turistico per una settimana.

Arrivammo a Monastir, la località balneare dove c'era il villaggio turistico Regency.

Appena scesi dal pullman ci inoltrammo a piedi per un vialetto, dove ad accoglierci, trovammo un bel serpentone che girava indisturbato per il giardino.

Arrivati alla reception, sfoderai il mio miglior francese (ero l'unica ad averlo studiato a scuola) e capii che la signorina mi chiedeva se volevamo prenotare la gita di tre giorni nel sud della Tunisia.

Dopo breve consulto optammo tutti per il sì.

Salii in camera e, come faccio di consueto, riservai la prima ispezione al bagno e sentii il sangue ribollirmi quando vidi che qualcuno, prima di noi, aveva usato la tazza del water e non era stata pulita.

Mi sforzai di convincermi che non ero in Europa, che lì il concetto di pulizia è qualcosa di molto approssimativo, che insomma, faceva parte del folklore. Tesi difficile da digerire.

Scendemmo poi in un vasto giardino per il pranzo.

Era a buffet e su un lungo tavolo c'erano delle grosse ciotole in plastica, con dentro quasi esclusivamente vegetali.

Quasi esclusivamente perché dentro quelle ciotole c'erano i resti di numerose mosche che avevano tentato di cibarsi ma erano miseramente morte affogate.

Ero disperata, non per me, perché una settimana di dieta non mi avrebbe fatto male, anzi, ma per mio figlio che aveva dieci anni e mia nipote che ne aveva otto.

Per fortuna, per chi non amava le verdure condite con mosche, c'era un barbecue dove arrostivano la carne sul momento.

Due giorni dopo partimmo per la nostra avventura nel sud della Tunisia.

Un giorno intero di viaggio su un pullman senza aria condizionata, in Tunisia, equivale ad una tortura alla Torquemada.

Ogni tanto ci fermavamo per fare pipì o per sgranchirci un po' e noi donne, uniche fumatrici, ne approfittavamo per accenderci una sigaretta.

Dopo la seconda fermata, mio marito mi disse :"Mi prometti che stai zitta se ti dico una cosa?"

"Che cosa?"

"La guida ha chiesto a noi mariti come facciamo a permettere che le nostre mogli fumino e che lo facciano in pubblico. Da loro non è ammesso."

"Me ne fotto di quello che loro ammettono! Se è per questo le loro donne non fumano ma nemmeno puliscono. Non te l'ho detto ma ieri ho trovato merda nella tazza del water!"

Poi cercai di calmarmi pensando che ero in vacanza, con la mia famiglia e provai quasi un sottile godimento perché io ero stata l'unica a dire subito "La Tunisia no!"

Dopo molte ore di viaggio, arrivammo in un albergo che distava pochi chilometri dal deserto.

La mattina dopo, la sveglia sarebbe stata alle cinque del mattino perché alle sei si partiva per una gita nel deserto sul dorso di dromedari, appena sorto il sole perché nelle ore centrali della giornata, il caldo si faceva troppo opprimente.

Al mattino ci alzammo come molle dal letto, impazienti di iniziare questa avventura.

Ci bardarono con dei camicioni bianchi e dei turbanti dello stesso colore e ci insegnarono come si sale e si scende da un dromedario.

Non è una cosa così semplice come può sembrare!

Camminavamo tutti in fila indiana e l'albergo alle nostre spalle, si allontanava sempre più mentre davanti a noi si vedeva solo una distesa immensa di sabbia e dune.

Dopo una mezz'ora vedemmo un unico albero in lontananza e man mano che ci avvicinavamo sentivamo delle voci.

Arrivati a qualche centinaio di metri, vedemmo cinque uomini a cavallo che giravano intorno a quell'albero ed emettevano le classiche grida berbere.

"Il tipico show ad uso e consumo dei turisti." pensai e tutt'oggi ne sono convinta.

Dopo un'altra ora di camminata vedemmo una tenda in mezzo al nulla.

Arrivati lì, la guida ci fece fermare e scendemmo dai dromedari.

C'erano tre o quattro anziani con un piccolo falò davanti alla tenda e sul fuoco c'era un pentolino con del liquido che bolliva.

La donna più anziana, prese dei piccoli bicchieri e ci versò un po' di quel liquido bollente.

"Che cos'é?" chiesi alla guida

Lui mi rispose che si trattava di una bevanda a base di erbe che loro offrivano a chi passava di lì.

"No grazie. Con questo caldo ci vorrebbe una bibita fresca." dissi con cortesia

"No signora, la deve bere. Non può rifiutare assolutamente, la prenderebbero come un'offesa."

Il famoso "Thè nel deserto" che ha un suo perché ma io non lo conoscevo ancora.

E così trangugiai quel liquido bollente, dal sapore amaro con un sorriso forzato e la voglia di versarlo sulla sabbia.

Riprendemmo il nostro viaggio e mi accorsi che non sentivo più quel caldo opprimente, soffocante e mi resi conto che era l'effetto di quelle erbe che avevo tanto disprezzato.





Viaggiare a bordo delle "navi del deserto" si rivelò, per me un'esperienza quasi mistica.

Non c'era nulla intorno a noi, solo sabbia a perdita d'occhio eppure mi sentivo a contatto con la natura, una natura a me sconosciuta fino a quel momento e gli stessi dromedari, mezzo assolutamente affascinante, si rivelarono animali mansueti ed affidabili.

I bambini erano eccitati e sapevo che sarebbe stata dura, una volta finita la passeggiata, farli scendere da lì.

Pensai che quella gita nel deserto, nel silenzio più assoluto, aveva già dato un senso a quel viaggio.

A mezzogiorno facemmo ritorno in albergo.

La temperatura continuava a salire e sarebbe stato rischioso per la salute, continuare a camminare nel deserto.

Il caldo era insopportabile e, con la luce del giorno, vidi qualcosa che la sera prima, col buio non avevo visto.

L'hotel era dotato di una piscina apparentemente limpida e pulita, grazie anche al fatto che in quel momento eravamo gli unici ospiti dell'albergo.

Corsi in camera, infilai il costume da bagno ai bambini e a me e ci tuffammo in quell'acqua leggermente tiepida che mi fece ritrovare immediatamente tutte le mie forze.

La mattina successiva, era destinata ad una visita alle oasi di montagna.

Dopo aver fatto colazione, uscimmo e tre jeep erano ferme ad aspettarci.

Quella nella quale salimmo i bambini, mio marito ed io era guidata da un autista con la testa avvolta da un turbante che gli lasciava scoperti solo gli occhi di un verde penetrante.

Non parlava ed il suo sguardo era impenetrabile.

L'unica cosa che riuscimmo ad estorcergli fu il suo nome, Lazzaro.

Dopo un paio d'ore di viaggio durante le quali Lazzaro non aveva pronunciato una parola, improvvisamente sentii il suono della sua voce.

Parlava in francese.

E dopo aver sentito ciò che aveva detto, pensai che sarebbe stato meglio continuare a restare in silenzio.

Con grande naturalezza ci aveva comunicato che eravamo appena entrati in un territorio considerato di guerriglia, eravamo a soli trenta chilometri dal confine algerino, nazione che in quel periodo viveva un periodo di forte agitazione politica, la guerra civile mieteva vittime ogni giorno e spesso i guerriglieri sconfinavano per rapire turisti, che il più delle volte venivano uccisi, per poi chiedere alle nazioni di appartenenza dei riscatti che servivano a finanziare i vari gruppi combattenti.

Era quindi opportuno uscire da quella zona al più presto per evitare spiacevolissimi incontri.

Questa non la ritenni una notizia data per innalzare il livello di adrenalina in noi turisti.

Sapevo che dal 1992, anno in cui era avvenuto un colpo di stato da parte dell'esercito, l'Algeria viveva un periodo costellato da episodi di violenza che continuarono anche negli anni successivi.

Per fortuna riuscimmo ad arrivare indenni in uno dei luoghi più magici e incantevoli che io abbia mai visto durante i miei successivi viaggi.

Le oasi di montagna sono una bizzarria della natura che ha collocato queste oasi in luoghi rialzati del deserto dove è possibile trovare ristoro sotto folte e gigantesche palme o, addirittura tuffarsi dentro le acque azzurre e cristalline di piccoli laghetti.



Lazzaro si rivelò innocuo e, oltre ad essere un bellissimo ragazzo, arrivati alle oasi, ci raccontò molte cose interessanti inerenti al suo paese.

Al termine di questa meravigliosa giornata, riprendemmo le jeep per fare ritorno in albergo.

Il giorno dopo ci aspettavano diverse ore di viaggio sul solito pullman senza aria condizionata.

La prima destinazione era El Jem dove, ci dissero, si trovava una costruzione molto antica del tutto simile al Colosseo romano.

Non ne conoscevo l'esistenza ma la cosa non mi meravigliò sapendo che i romani erano arrivati fin laggiù.

Giunti a destinazione, rimasi comunque sorpresa dalla incredibile somiglianza con quello che era stato costruito a Roma circa duecento anni prima.


La seconda destinazione era una località chiamata Matmata a seicento metri d'altitudine, quella che loro chiamano "Villaggio dei trogloditi", perché alcune famiglie vivono in costruzioni scavate nel terreno, all'interno delle colline e formate da un cortile a cielo aperto, da dove si dislocano i vari ambienti delle abitazioni, scavati come degli angusti cunicoli sui fianchi della collina.

Ce ne fecero visitare uno.

Il cortile aveva delle porte rosse e ci spiegarono che corrispondevano a dei locali ciascuno dei quali aveva una precisa destinazione.

Aprirono una porta e vedemmo che vi erano stipati viveri che li avrebbero sfamati per diversi mesi. Si trattava perlopiù di carne essiccata, vegetali a lunga conservazione, che in quegli ambienti freschi, dove il calore esterno non riusciva a penetrare, potevano mantenersi intatti a lungo.

In un altro locale c'era una macina in pietra per triturare il grano e altre granaglie.

Vi erano poi altri locali adibiti a ripostiglio per varie attrezzature e infine i locali ad uso abitativo.

La guida ci spiegò che la gente di Matmata vive ancora in condizioni primitive, senza elettricità, acqua corrente e vive di quello che riesce a procurarsi attraverso la caccia e la coltivazione del terreno.

Due cose notai però quasi subito.

La prima fu che l'uomo e la donna che ci accolsero non avevano, tra le loro numerose attività, quella di lavarsi.

La seconda mi fece sorridere.

Guardando in alto, a circa quattro o cinque metri di altezza verso la cima del cratere all'interno del quale si trovava l'abitazione, c'era un cespuglio all'interno del quale, ben nascosta, vidi un'antenna televisiva.

Ed infatti, ad un tratto, una delle porte usate come abitazione, si aprì di scatto e un bambino fuggì via richiudendo fulmineamente la porta alle sue spalle ma io ebbi il tempo di vedere all'interno una televisione accesa.

Nonostante fosse evidente che questa attrazione era una colossale presa in giro, non dissi niente.

Lì a Matmata e dintorni, a parte il deserto a qualche decina di chilometri ed un terreno infertile e duro da lavorare non c'era nulla.

Quella gente viveva quasi esclusivamente di turismo e, nonostante si trattasse di una messa in scena, era uno dei pochi modi a loro disposizione per sopravvivere.





Finita la visita al villaggio di Matmata, riprendemmo il pullman per il lungo viaggio di ritorno al nostro villaggio a Monastir.

Ci restavano due giorni prima della ripartenza per l'Italia e, nonostante l'albergo non fosse confortevole ed il cibo immangiabile, restammo per riposarci dalle fatiche di quella, tutto sommato, bella ed interessante escursione di tre giorni.

La sera prima della partenza, il villaggio offrì agli ospiti una serata particolare, animata da attrazioni di vario tipo di cui, però, ricordo solo le due che mi colpirono di più: il fachiro sul letto di chiodi e l'incantatore di cobra.

Non so dire se oggi, a distanza di oltre vent'anni, tornerei in Tunisia.

È una terra che ha il suo fascino ma è anche uno di quei luoghi che se li hai visti una volta, può bastare.




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