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Una storia di Albert5454

Quell`acqua di Pian Lorenzo.

A volte sono belle, le lezioni delle donne.

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7 minuti

Pubblicato il 04 gennaio 2019 in Storie d’amore

Tags: #acqua #amore #casa #Lei #tempo

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All’ improvviso un tuo messaggio. Da tempo non ti sentivo e non vi erano grandi motivi per ritrovarci con continuità.Strano non so perché mi dico.Incuriosito lo leggo.

“Ciao, oggi sono a Belli. Sei li ? Sono quasi quaranta! Arrivo fra un’ora”.

Cerco di collegare il tutto. Con fatica scandaglio e cerco nel tempo. In quel mio “ieri” oramai lungo, carico e tanto lontano. “Lì” riesco a comprendere che è rivolto a un luogo del centro e così lo raggiungo, ma del “quasi quaranta” nessuna traccia in me. Ci ripenso ma resta assente ogni indizio, vuota la mente verso quel ricordo.


Amo questo angolo di città, questo posto che si affaccia sul viale. Anche oggi un passaggio breve per un caffè me lo concedo qui,In questo bar dove la terrazza è ancora pressoché identica. Questo luogo sembra aver assorbito il tempo senza mutare. Rivedo quanta é la gente che vi è passata anno dopo anno. L’interno non ha più traccia del piccolo bar a mezzaluna, del grazioso ristorante e dell’entrata dell’albergo. È comunque sempre restato una parte di me questo luogo.Ci sono davvero legato.Certo il Debe e la Usci sono ricordi lontani, ma questa terrazza, cosi identica me li fa ricordare. Un luogo quasi magico, che riesce a riportarmi a ritroso negli anni. Quante persone, quanti momenti, quanti incontri accompagnati pensieri buoni o vuoti,

So che tu arriverai a breve. Io, guardo attorno da sopra gli occhiali, voglio ancora perdermi nel ricercare qualche dettaglio di allora. Poco dopo, mentre poso il giornale appena preso arrivi. Ripenso un` attimo ancora, al tuo messaggio. Il “Sei li? “lo ho azzeccato ancora, ma quel “quasi quaranta” mi intrica, lo voglio scoprire. Un messaggio strano il tuo, che sarebbe incomprensibile, senza un senso compiuto per molti. Mentre ti siedi mi rendo conto che per noi, ancora dopo decenni, quel “Sei li” racchiude il medesimo senso. Penso a come questo luogo sia stato quasi una seconda casa. Penso alle le nostre menti, che riapriranno un cassetto, con un tempo lontano dentro.

Provo piacere e gioia nel rivederti. Da decenni, sei ormai il quell`altra città.

Hai la sciarpa stretta, indossata con cura, che sa esaltare ancora di più il tuo viso.

Sembro indifferente nel guardarti, ma mi basta un attimo per capire come stai, come ti va. Troppo bene ti conosco. Troppo bene interpreto il tuo essere. In pochi attimi, noto le mani calme ed i tuoi sguardi identici ad allora. Nessun nervosismo traspare nei gesti tuoi. nulla sembra restare nascosto oltre i tuoi occhi chiari. Il tuo sguardo resta vivo. Io, fingo di ignorarlo quel tuo simpatico scrutarmi. Resta un piacere il rivedersi, lo si sente.

Ora, abbiamo due vite lontane in tempi e modi ma, nonostante gli anni trascorsi, si percepisce che ancora il ricordo unisce. Passa del tempo e la mia curiosità diviene insistente nella testa: Voglio sapere! Cosi di botto, interrompendoti ti dico:

“Vi era un quasi quaranta nel tuo messaggio. non mi ricordo, non capisco”.

Ridi, e ti si illumina ancora di più il volto. Noto quella piccola ruga sulla fronte che riesce ad impreziosirti il viso. Mi ritrovo a pensare a questa tua bellezza mai appassita. Una bellezza, ricca in semplicità, perfetta nei lineamenti. Mi rendo conto, che il carico degli anni la ha trasformata in un fascino dolce e tu la sai sottolineare con la calma, la voce sicura, la spontaneità dei tuoi gesti.

Cosi mi dici:

“Sai era quasi Natale… come è stata la guardia di quell’anno in labor. torna indietro provaci …” Ecco che la chiave dell’archivio che ora può aprire la sua porta in me. Ecco il senso di quel: “quasi quaranta”. Oh si me lo ricordo ora!

Quella sera ti dissi:

“Sai devo salire in ospedale vi è un problema. Domani saremo su assieme e se risolvo, sarà una guardia tranquilla, almeno alla partenza”.

Aggiunsi:

” Mi spiace ma non posso essere con te stasera, non so fino a quando ne avrò”.


Ricordo come eri rattristata riattaccando il telefono. Io non andai in ospedale, ma a Locarno. Un paio di aperitivi con amici si prolungarono oltremodo. Poi al Tarantella a festeggiare la vigilia. Divenne tardi, davvero molto tardi e cosi, verso le due rintracciai l’auto per tornare a casa. Guidare e raggiungere Pian Lorenzo in collina capivo che sarebbe stata dura. Andai molto lentamente. Sentivo gli occhi che iniziavano ad appannarsi, cercando insistentemente di chiudersi. Dopo un tragitto che mi sembrò una traversata oceanica raggiunsi casa. Sai, ricordo che anche affrontando le ultime curve in salita il tempo sembrava infinito. Il garage raggiunto, sembrava una liberazione.Tutto era buio attorno. Un freddo cane sembrava scalfire anche il mantello. Feci il piccolo tragitto a piedi arrivando alla porta di entrata. Con il pensiero delle poche ore di sonno che mi attendevano, aprii la porta di casa. Passai in bagno e l’acqua scelta non molto calda della doccia riuscì a ritemprarmi. La voglia di un caffè era insistente, ma decisi di no. Avrebbe forse aumentato la fatica del prender sonno. Mi affacciai alla veranda, per dare uno sguardo sulla città e poi verso l’agognata stanza.


Aprii la sua porta e rimasi incredulo. Così mi girai indietro e di nuovo riguardai all’interno della stanza. Strabuzzai gli occhi. Sul letto, nessun lenzuolo nessuna coperta. Non capivo e cominciai a preoccuparmi.Guardai il resto della casa notando che tutto era in ordine.

Poi un pensiero a te. Alla sola persona, che possedeva le chiavi per entrare. Non mi arrabbiai ma mi misi a ridere pensando alla genialità delle donne. Va beh mi dico fra poche ore, ci si ritrova in ospedale e chiariremo. Mi siedo sul bordo del letto ed una mano scivola sul materasso. Non è possibile ! Non è possibile ! Quel secchio che avevo intravisto nel bagno ora ha un senso.E pensare, che mi ero chiesto più volte il perché della sua presenza li. Ora lo avevo capito. Credo che almeno quattro secchiate di acqua erano state assorbite dal materasso. Avendo un carattere non iracondo, mi misi a ridere anche se avrei voluto piangere. Ma risi, nel pensare all’intuito delle donne e a quanto sappiano essere fantastiche, imprevedibili nella loro ira.


Tornai in cucina e di caffè ne feci almeno tre. Su una sedia, con la testa appoggiata sulle braccia e riposta sul tavolo cercai di dormire. Divenne subito mattina. La sveglia suonava da un po` e di energie in me, neppure una traccia. Partii ed arrivai in laboratorio. Giunsi come sempre per primo e la vidi quasi subito arrivare.Lei si aspettava la mia ira, invece a me veniva da ridere. Fu una delle guardie più silenziose ed era anche Natale. Io cercavo a malapena di impostarmi un viso serioso, certo che, se le avessi riso in faccia, mi avrebbe ucciso.


Passò tutta la giornata, con rare, scarse parole solo di lavoro. Poco prima di uscire, mi disse:

“Scusami sono stata davvero cattiva”

Fui felice di quel suo riparlare, così le risposi solamente

“Dai festeggiamo la lezione. ti va un moscato”.

Ridemmo a crepapelle uscendo mano nella mano dall’ospedale.

Poco dopo le chiesi:

“Ma come hai fatto?”

Rispose:

“Ero senza sigarette, e andai in città. Poi trovai l’altra nostra collega che mi chiese, beviamo qualcosa? “.

Le dissi di si. Andammo al 6500 a berci un caffè e le chiesi:

“È arrivato su il Conte, sai se ne avrà per molto?”

Mi rispose” Non lo ho visto, funziona tutto su.”

Sei curioso vedo aggiunse dicendomi:

"E poi... e poi… non ti dico".

Lei rideva ancora pensando a quella strana sera di allora. Guardandola negli occhi le dissi:

"Beh…è vero, ora mi ricordo. Quel Natale venimmo qui a berci quel moscato ed il resto". Grazie per avermelo fatto ricordare. Resterà parte di noi. Aggiunsi ...

“Sai da quella sera ho imparato due cose”.

Sorridendo le dico.

“La prima è quella di non dare mai le chiavi di casa ad una donna”

Poi seriamente…

” Sai, mi hai insegnato il senso del vero, della gioia della presenza. È stata una lezione d’amore. Mi ha accompagnato nel cammino della vita. Mi ha reso conscio che la vostra bellezza non è solo fisica, ma spesso è una dedizione di cui noi non sappiamo renderci conto”.

È ora di ripartire per te. Mi abbracci e ti allontani.

Mentre esci, un pensiero scorre nella mente.
“Grazie, per questo ricordo, grazie per quella tua lezione “. Albert.


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