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Una storia di Chrisma

Daria

La donna che gli scavò nel petto

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28 minuti

Pubblicato il 09 agosto 2019 in Storie d’amore

Tags: #America #depressione #fallito #ritrovarsi #viaggio

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Il ventilatore era poggiato sul vecchio comodino del nonno Sam, in quella mansarda che non conosceva climi miti né il significato della parola “coibentazione”. La prima notte fu dura prendere sonno col rumore imperterrito delle pale che turbinavano, ma era il prezzo da pagare per riuscire a dormire più di mezz’ora senza doversi rigirare nelle lenzuola infeltrite di quel letto cigolante.

Aveva due sfere di ferro battuto, sui montanti inferiori. Sua nonna avrebbe voluto qualcosa di più pomposo, come un baldacchino velato di tulle, ma il buon vecchio Sam riusciva sempre a venire a patti, quando si trattava di quel vecchio casolare e del suo arredamento.

Era immerso nel bel mezzo della natura (se così si poteva chiamare quel campo d’ortiche malmesso) ma quando l’estate cominciava, il nonno Sam e la nonna Harriet salivano sul primo bus da Port Authority diretto per il Maryland e raggiungevano la loro casa estiva. Lì il nonno dimenticava per un po’ la contabilità dell’azienda per cui lavorava e la nonna poteva respirare aria pulita e sentire gli uccellini cinguettare. A New York non ce n’erano molti.


In ogni caso erano passate due settimane da quando Henry aveva chiesto le chiavi della magione di famiglia e ormai le vibrazioni del ventilatore erano diventate rumore bianco, come anche il frinire dei grilli, di notte, o il rumore del vento che pettinava i prati d’erba alta.

Non ricordava se la terza o la quarta notte, in preda alla paranoia, decise di alzarsi e affacciarsi alla finestra spalancata. Davanti era tutto buio, solo la luna illuminava chilometri e chilometri di nulla, ma in maniera fioca. Henry non riusciva a vedere oltre la sua motocicletta, così fuori luogo accanto al cadavere del vecchio carro che i nonni utilizzavano per raggiungere la chiesa di Redhouse, quando veniva la domenica. Qualche volta lui stesso, assieme a suo fratello Mike, aveva accompagnato il vecchio Sam ad acquistare provviste dalla signora Molly Merton. Era una grassa e perennemente felice donna dai grossi seni e dai capelli biondi, sempre legati in una treccia lunga che le cadeva sulla schiena. Aveva le guance butterate dalle cicatrici dell’acne, gli occhi azzurri come il cielo sulle loro teste e il rossetto rosso tatuato perennemente sulle labbra.

Ricordava quanto fosse una brava donna. A lui e a suo fratello maggiore regalava sempre un leccalecca, ogni volta che andavano lì. Risalivano sul carro e i due cavalli, Mortimer e Selina, due cavalli neri e dalla lunga criniera scura, li riportavano a casa.

E a vedere il carro steso sul fianco, la terza o la quarta notte di quella sua permanenza nel casolare di famiglia, provò una strana sensazione d’incompletezza.

I cavalli erano stati venduti qualche anno dopo, il carro si era ribaltato in seguito a una violenta tromba d’aria e mano a mano che crescevano, lui e Mike smisero di mangiare i leccalecca di Molly Merton. Non erano certamente eccezionali, ma erano gratis. Ed erano pieni dell’amore del centro degli Stati Uniti. Quando Molly te ne offriva uno non riuscivi di certo a rifiutare, era troppo convincente.

Poi suo nonno era morto, il casolare rimase abbandonato a se stesso. Di tanto in tanto suo zio andava a farsi una camminata in quelle zone, metteva a posto il patio, dipingeva le camere, si ubriacava e rompeva qualcosa.

L’avrebbe sistemata l’anno dopo, ovviamente, ma quell’anno, l’estate di quel duemilasedici di fuoco, Henry raccolse l’occasione e andò lì, con lo zaino praticamente vuoto e la speranza che Molly Merton, allo spaccio, non fosse ancora morta.

Non lo era.

Era difficile abbattere Molly Merton.

Pensò a quello, la terza o la quarta notte, in preda alla paranoia.

Cercava di distrarsi, di guardare oltre i campi, dove il buio abbracciava quella che doveva essere la linea dell’orizzonte scuro. Senza le luci, le stelle aggredivano dall’alto, supponenti e determinate a farlo sentire solo e piccolo, in quella casa isolata in mezzo ai campi.

Sorrise, la terza o la quarta notte, pensando che ormai fosse già solo.


Era il motivo per cui, tre o quattro giorni prima, aveva deciso di chiamare suo zio Melvin e di andare a ritirare il vecchio mazzo di chiavi di Holiday Harriet, il nome che il nonno Sam aveva dato a quel posto. Salì sulla motocicletta e viaggiò per nove ore, comode, sulle autostrade a sei corsie, con solo lo zainetto sulle spalle, il casco integrale e la strada che si apriva sotto le Dunlop della Yamaha. Arrivò che era quasi notte, sera inoltrata in pratica, e decise di evitare di dare occhiate eccessive allo stato della casa.

Di certo non vi avrebbe messo mano, e se lo avesse fatto non sarebbe successo in quel momento. Aveva mangiato un hamburger appena arrivato a Redhouse, aveva ricordato i posti che suo nonno aveva mostrato a lui e Mike e aveva constatato che lo spaccio di Molly fosse ancora funzionante. Ci passò l’indomani, ma quella prima notte non riuscì a prendere sonno se non alle quattro del mattino, per via del caldo asfissiante.

Il ventilatore arrivò il giorno dopo.

Quella notte invece si rigirò tra le lenzuola più e più volte. Puzzavano di chiuso. L'indomani aveva comprato anche del buon detersivo profumato.


I primi tre giorni guardava ancora al cellulare, senza calcolare che lì, campo, non ve ne fosse.

Non prendeva. Nessuno lo chiamava, nessuno lo cercava.

Ed era buono, sostanzialmente, avrebbe potuto scrivere qualche pagina del suo romanzo nella grazia di quel dio a cui non credeva con convinzione e avrebbe potuto lavorare meglio alla trama.

La scaletta, insomma, fare un brainstorming con se stesso davanti allo specchio della nonna e buttare fuori idee.

Le avrebbe assemblate poi.

Quando ci provò, però, l’unica cosa su cui s'appuntivano i suoi pensieri non era Tyler, il protagonista di quello pseudothriller. C'era solo Daria.

Che non era un personaggio del suo romanzo, ma una delle protagoniste della sua vita.


E lì, affacciato a quella finestra spalancata e malmessa, la terza o la quarta notte, pensava ancora incessantemente alla donna che aveva deciso di tirare la leva d’emergenza e di saltare da quel treno in corsa che fu la loro relazione.

Sedici anni aveva, quando la conobbe; non era altro che un ragazzetto un po’ arrogante che frequentava oltremodo Central Park. A quattordici anni aveva provato per la prima volta l'erba dei pakistani, a quindici ebbe la prima esperienza con un borseggiatore e l’anno dopo sbatté nell’amore più raro e puro che potesse trovare.

Daria lo salvò da quello che probabilmente sarebbe stato un futuro mediocre, trattenendolo nelle acque fresche di quel fiume buono, senza mai farlo uscire dagli argini. Con lei ebbe tutte le sue altre prime volte, e rapidamente anche le successive.

Affacciato a quella finestra, la terza o la quarta notte, ricostruì i contorni del viso di quella bella ragazzina bionda, dagli occhi puliti e verdi come la speranza. Il naso era spruzzato d’efelidi, le davano un’aria gioiosa e simpatica anche quando s’arrabbiava o si lamentava. Henry le sorrideva, quella s’irritava ancor di più, lui la stringeva, lei gli batteva i pugni sul petto e lo mandava a fanculo.

Poi risolvevano.

Quando crebbero fu difficile separarsi, lui entrò all’università di Brookville, alla facoltà di lettere, ma lei recuperò e gli si avvicinò: Pittsburgh era a un’ora o poco più.

E andò avanti in quel modo, con la distanza, i campi di grano dorato per mezzo, il cellulare che non prendeva quasi mai, una sadica fedeltà, gli occhi solo per guardare, i biglietti del treno e i viaggi, le gelosia che scappavano dai loro sguardi, dalle loro bocche. Il sesso al telefono, quell’amplesso veloce senza pelle, senza carne, senza calore.

Solo i sospiri al telefono.

La voglia di rivedersi.

Sospirò, scacciò quel pensiero, ma avrebbe mentito a se stesso se avesse negato di non voler baciare le sue labbra, prendendola tra le braccia e stringendole il sedere tra le mani.

La voleva.

Aveva caldo.

Guardò il telefono.

Ora la chiamo, pensò, prima che si rendesse conto che avrebbe finito per pregarla di tornare indietro da lui, di amarlo come faceva un tempo e di non farlo sentire più solo a quel modo.

Si guardò attorno. Il vento era leggero ma non lo raggiungeva, rimanendo in fondo ai prati incolti, a spostare i fili d’erba alta. Totalmente solo.

Credette di aver sospirato, ma in realtà aveva sbuffato, gettando fuori dai polmoni un po’ di quell’aria sporca di fuliggine. Quando suo zio Melvin gli aveva consegnato le chiavi di Holiday Harriet aveva davvero pensato di poter trovare un po' di pace interiore, per svagare la mente, ma la terza o la quarta notte Daria era tornata, col suo sorriso contagioso, le sue sopracciglia incolte e il suo vestitino a fiori.

Sospirò, Henry. Mise la testa sotto l’acqua fredda e tornò a dormire, allungando la mano dalla parte vuota del letto.


Il mattino dopo, il quarto o il quinto giorno, si svegliò raffreddato. Il ventilatore continuava a soffiare su di lui, ma non avrebbe potuto spegnerlo, altrimenti il calore lo avrebbe aggredito.

Si lavò, si vestì, andò a comprare dei chiodi e cominciò a sistemare le assi sfondate del patio.

La voce di Daria la ricordava ancora, lo chiamava quando lui era in silenzio, e quando la sentiva lui si voltava, e si sentiva un coglione perché non trovava nessuno. Eppure si era isolato da New York, dalle voci, dal caos e dalla vita brulicante in ogni anfratto, in ogni sua forma ed espressione, solo per poter liberare la mente e ritornare al lavoro. Non aveva dovuto chiedere ferie all’università, era già estate e gli sarebbero bastate quelle che aveva.

E poi, da solo, non sapeva dove andare, se non alla ricerca di se stesso.


- Forse riuscirò a svagare un po’ la mente…


E se lo ripeteva con una frequenza quasi asfissiante.

Il risultato era soltanto la mente ancor più piena di pensieri. Immaginava Tyler mentre lo guardava male, dalle pagine del manoscritto spiegazzato nella sua borsa di pelle.

Fece la spesa, rimase a bere una Bud con la penna stretta nella mano destra e vide il buio coprire tutto. Poi, stanco, accese la motocicletta e raggiunse la prima cabina telefonica.

Quel posto era anacronistico.

Tutto pareva essere stato congelato, rimasto intatto nel cellophane.

Con quattordici quarti di dollaro nelle tasche aprì la cabina, lasciando la porta a soffietto spalancata per via del calore. Compose il numero su quei tasti consumati dal tempo senza cromatura e rimase in attesa.

Tre squilli in tutto. Suo fratello aveva il cellulare sempre a portata di mano, perché era ansioso. E rispose, puntuale come il cambio della guardia.


- Qui Micheal Felton. Chi è a quest’ora?

- Mike…

- Henry! Sei tu, come va? Mamma mi ha detto che sei a Holiday Harriet, uh?

- Questo posto è diventato una latrina…

- Uhm… Brooklyn ti ha sporcato il dizionario. Spero non ti esprima così anche davanti ai tuoi alunni…

- Ah, già... Dimenticavo che ora sei un lord dell’Upper East Side… E non ridere in questo modo. Odio quando ridi in questo modo.

- Sono solo felice di sentirti. Ma hai cambiato numero? Da dove mi chiami?

- Dalla cabina telefonica in centro… Ti ho detto di non ridere, qui i cellulari non prendono…

- Un vero paradiso. Stai scrivendo, assistente di cattedra?

- Non sto scrivendo un cazzo, baroncino dello stato di New York. Un beneamato cazzo…

- Ma quindi…

- ... Non ho capito.

- Ho detto solo ma quindi, Henry. Volevo chiederti se questa telefonata, il tuo isolamento improvviso, la mancanza d’ispirazione e il fatto che Daria ti abbia lasciato qualche settimana faccia tutto parte dello stesso menù…

- No… Credo di no. O forse sì, uff… Non lo so, Mike. So solo che a un certo punto mi sono ritrovato in quello studio incandescente e le mie idee sono sparite, volate via. Volatilizzate! Cazzo, erano lì, era ora non ci sono più!

- Henry… le tue idee sono ancora lì. È che non hai più voglia di scrivere.

- Non dire cazzate, per favore…

- È ovvio che la tua testa sia impegnata altrove…

- E dove?! Ora sono qui, sono venuto a scrivere, ed è notte, e fa caldo, Mike! Non hai idea di quanto faccia caldo qui, nel Maryland!

Durante quella telefonata, suo fratello avrebbe avuto tante occasioni per sospirare e dargli ragione, per uscire sconfitto e andare finalmente a dormire. Invece rimase lì, ad ascoltare suo fratello compatirsi mentre non capiva che, nonostante ogni cosa, quello fosse soltanto un suo problema.

- Henry…

Il segnale acustico lo avvertì che il credito stesse per terminare. Inserì un altro quartino e sentì suo fratello sospirare. Lì, con la cornetta di plastica dura e scolorita tra le mani, l’uomo rivedeva mentalmente il viso di Daria deluso, mentre lui prendeva l’ennesima scelta sbagliata.

Ritornò lucido all’improvviso. Si stava rendendo conto di quanto sporca fosse la pozza in cui si stava immergendo.

- Questa notte non finirà mai, Mike…

- Le notti calde come questa probabilmente sono quelle destinate a non finire più, Henry… ma alla fine c’è sempre l’alba.

Lui si guardò attorno, lo salutò e mise giù. Salì in sella alla sua moto, si fermò al distributore e prese un pacchetto di Camel, quindi ritornò a Holiday Harriet. Parcheggiò accanto al carro dismesso, mosse lenti passi strusciati verso il patio e salì le quattro scale di legno, che piansero sotto il suo peso. Le assi continuavano a lamentarsi anche quando, davanti alla porta d’ingresso, Henry cercava le chiavi per rientrare in casa.

Era immerso nel buio più che totale, e quel caldo che tanto lo colpiva a tratti spariva, sostituito dal sollievo del vento.

Forse il Maryland stava davvero portando un po’ d’aria fresca nella sua vita. Ma quando entrò in casa, la cappa di calore fu asfissiante. Sbuffò, levò la giacca e passò una mano tra i capelli. Il frigorifero gli offrì l’ennesima birra di quei giorni, mentre la mente volava oltre i confini, viaggiando tra i campi e le strade solitarie. New York non era così calda, certo. Ma lì non si era mai sentito solo. Forse sì, forse doveva davvero passare un po' di tempo con se stesso, ritrovarsi e ritrovare lo scopo, la via. Forse quella casa vuota poteva permettergli di tirare fuori il demone che s’era insediato tra i suoi polmoni, che cresceva a ogni boccata disperata aspirata dalla sigaretta.

Anche la quarta o la quinta notte, quindi, Henry rimase lontano dal suo manoscritto. A Tyler avrebbe pensato poi. Preferì prendere le Camel, l’accendino e la birra, e sedersi sulle scale del patio.

Era tutto buio. Solo la testa della sigaretta che bruciava dava un po’ di colore al suo viso, che finiva per imbiancarsi col riflesso della luna piena, madre calma di tutti quelli che guardavano il suo sorriso placido, e la notte come padre affettuoso che li abbracciava.

Per un timido attimo pensò a come sarebbe stato passare il suo tempo lì con Daria.

L’immagine residua del suo viso era ancora così nitida da fargli sembrare che fosse seduta lì accanto a lui. Avrebbe sicuramente indossato il lungo abitino bianco, scollato il giusto. I capelli sarebbero stati sciolti, mossi come sempre sulla schiena. Se ne sarebbe lamentata, per via di quel caldo, ma non avrebbe mai pensato di legarli.

Solo le donne sciatte si legavano i capelli, a sua detta.

Eppure, quando lei legava i capelli in quella pratica coda di cavallo, che però portava mentre lavorava, a lui sembrava la donna più bella del mondo.


- Puoi legarli, oggi?

- Li ho appena lavati, amore…

- E quindi?


Strani modi di fare, i suoi.

Daria era figlia di emigrati, venivano dall’Ucraina ma lei era nata a Toronto. Suo padre riuscì a trovare lavoro in una fabbrica di biscotti poco lontana dal Queens, mentre sua madre cresceva suo fratello Roman. Fin da bambina, lei aveva davanti agli occhi l’esempio di suo padre che si svegliava più stanco di quando andava a dormire, prendeva il cestino per il pranzo e andava a lavorare. Aveva capito quasi subito che la base di una vita felice era il denaro, e il modo migliore per farlo era avere un buon impiego.

E un buon impiego lo si poteva ottenere soltanto studiando.

Non appena entrato in casa loro, Henry poté subito capire l’affetto estremo che legava la madre e il padre di quella ragazza a lei; i sacrifici e gli sforzi immensi per permetterle di studiare e realizzarsi ne furono la diretta conseguenza.

Diventò un medico, Daria, bruciando le tappe e andando oltre qualsiasi più rosea aspettativa.

Lo studio come unica missione di vita aveva costretto lui a starle accanto anche quando gli amici organizzavano il viaggio a Las Vegas, o quando si partiva in New Jersey per una scampagnata.

E non c’era passeggiata a Manhattan che tenesse, con promessa del miglior hot-dog in allegato: Daria doveva studiare.

E quando Daria doveva studiare Henry non esisteva.


Ma chi era lui per dire a quella donna di smettere di costruire la strada per il suo futuro?


Del resto i loro destini erano uniti indissolubilmente, lei era la testa e lui l’ossatura, lei il cavaliere e lui l’arma, lo scudo, l’armatura.

E avrebbe sopportato tutte le botte per proteggerla e farla crescere.

Ci riuscì.

E poi non fu più abbastanza.

- Fanculo… - disse, gettando il mozzicone della sigaretta nella bottiglia quasi vuota e voltandosi. Rientrò in casa, mise di nuovo la testa sotto l’acqua fredda e si addormentò.


Il decimo giorno entrò nello spaccio di Molly Merton, Henry, con un vaffanculo scritto sulla fronte a caratteri cubitali. Tyler lo aspettava ancora spazientito, Daria lo andava a trovare con una frequenza assidua e puntigliosa e lui aveva finito i quarti di dollaro la sera prima.

Con la cassetta di birre nella mano destra e una banconota da venti nella sinistra, si avvicinò alla padrona del locale. Era rimasta pressoché identica a vent’anni prima: i capelli erano passati dal colore dell’oro a quello dell’argento, sì, ma i suoi occhi erano sempre pieni di sole.

- Salve – esordì quella, sorridendo cordiale. – Compri solo queste? Le pesche oggi sono buonissime.

Henry la fissò e sospirò.

- Mi dia anche le pesche.

- Bravo, ragazzotto! Prendi due chili di pesche e domani vieni a dirmi come sono – fece poi, voltandosi e raggiungendo il bancone con la frutta. Riempì un sacchetto di carta con nove pesche e tornò al bancone, con la stessa espressione.

- Deliziose. Te lo assicura la zia Molly…

Henry annuì, allungandole la banconota spiegazzata. Spinse lo sguardo oltre la porta, dove la sua Yamaha veniva bruciata dal sole di mezzogiorno.

- Sono dodici.

- Sì, i soldi sono qui.

- Lo so. Volevo dirtelo lo stesso – sorrise ancora l’altra.

Contò con perizia il resto da dargli e, mentre lui continuava a guardare fuori, perso nei suoi pensieri, prese un leccalecca e lo poggiò sulle monete.

- Tieni. Da piccolo li prendevi sempre.

L’uomo girò il viso e la fissò.

- Lei… si ricorda di me?

Molly Merton spalancò gli occhi e annuì, e la grossa treccia traballò lungo la sua schiena.

- Certo! Certo che mi ricordo di te! Sei il nipote del vecchio Sam, sei rimasto uguale!

Un piccolo sorriso gli sfuggì sul viso. Il ricordo di suo nonno mitigò un po’ le ansie.

- Non venivo qui da tempo…

- Lo so. Molte persone non vengono più qui. Ora partono, chessò, per Miami o per il Sud America… E per l’Europa! Tutti in fissa per l’Europa! Che avrà quest’Europa di tanto speciale, poi…

Henry sorrise.

- Il casolare è abbastanza malmesso. Sto cercando di ripararlo… ma... beh, è un disastro.

Quella storse le labbra e sospirò, sollevando le grosse spalle.

- Non ci stai riuscendo, allora. Dovresti metterci più impegno…


Se solo la mia testa fosse dove si trova il mio corpo non sarebbe un problema, vecchia grassona!


- E lo so. Faccio ciò che posso… Del resto non sono molto… pratico.

Molly Merton annuì. – Era tuo fratello, quello che stava un po’ più dietro a Sam, durante i lavoretti…

- Era più grande…

- No, era soltanto più portato per queste cose. Tu rimanevi a fissare il cielo. Lo facevi sempre. Spero tu non abbia perso quest’abitudine...

L'ennesimo sorrise esplose sul volto della donna, e contagioso costrinse a venir fuori anche quello di Henry. Annuì, lui, prese il resto, il dolcetto e andò via.


Più tardi si ritrovava nello studio di suo nonno, col manoscritto davanti e la Parker tra le mani.

Si chiedeva se quelle parole fossero vere, allungando i piedi sul tavolo e poggiando la testa contro lo schienale. Portò la penna in bocca, sentendo il sapore amarostico dell’inchiostro sulla lingua. Doveva soltanto ricordare.

E quando lo fece si vide accanto a sua nonna. Lei cantava le canzoni di Minnie Riperton, cucinava, puliva, e lui si perdeva tra le righe di quel racconto casalingo, in cui tutto era fermo.

In cui era tutto statico.

Si rifugiava spesso nella sua nostalgia. Rumori, ricordi, parole. Persone.

La routine lo faceva sentire al sicuro e forse era stato proprio lo sconvolgimento di quel rodaggio a farlo finire a gambe all’aria.

Sospirò, accese una Camel e si guardò attorno: lì tutto cadeva.

Come dentro di lui.


Tutto cadeva.


Forse era per quello che aveva raggiunto Holiday Harriet, o forse era per stare distante da Daria e dal suo ricordo.

Dalle sue sopracciglia arruffate, dalle lentiggini tra i seni, dall’ombelico perfetto, dalla peluria bionda che le cresceva sulle braccia.

Dal suo respiro greve, quando la faceva sua.

Prese una boccata di fumo, la tirò fuori e sperò che l’angoscia la seguisse, ma invano.

Il manoscritto non si era mosso, lo fissava impaziente. Anche la casa da riparare era lì e lui era coi piedi sul tavolo, a succhiare quel veleno dalla sigaretta ormai esaurita.

- Henry, Henry. Henry… - sussurrò, lanciando la sigaretta spenta oltre la metà aperta della finestra.

Abbassò i piedi e si piegò sui fogli. Lesse.


“... e la notte finalmente bussò alle sue porte. Non gli restava che armarsi di coraggio e scendere le scale di casa sua, con la pistola nella fondina ascellare e il coltello a scatto che gli ballava tra le dita, nella tasca destra…”.


Era fermo lì da sei settimane.

Da quando quella era andata via.

Stringeva la penna nella mano mancina e la portò sul foglio, cercando l’ispirazione per continuare ma perfettamente cosciente di non essere predisposto.

- Sono davvero così imperfetto? – si domandò, lasciando cadere la penna sul foglio. Quella rimbalzò leggera e prese a rotolare verso il bordo del tavolo.

Cadde, con un tonfo sordo, che si sedimentò nella sua mente con una lentezza immane.

Si alzò, lasciandola lì, prese l’ennesima Camel e raggiunse la finestra. Il tramonto sui campi era meraviglioso, colorava il cielo di tonalità rosa, arancioni, blu e viola. E il fumo faceva da filtro, mentre si spingeva contro i vetri sporchi della mezza finestra chiusa.

Avrebbe potuto pulirli.

Avrebbe potuto renderli migliori.

Ma il rimanere lì, immobile, a fissare quelle macchie di polvere e vernice vecchia gli pareva più invitante. Terminò anche quella sigaretta, mangiò qualcosa e si stese sul letto. Si addormentò.


E lì cominciò quella danza.


Daria urlava.

Ultimamente urlava sempre.

- Perché rincorri ancora quello stupido sogno?!

- Daria.. Non funziona come pensi tu.

- Ah! Perché tu vuoi fare lo scrittore! Dimenticavo!

- …

- Scegli un lavoro vero!


Lei si era laureata in breve tempo, aveva finito col tirocinio e aveva cominciato a lavoricchiare in una clinica. Già guadagnava più soldi di lui, aveva un piano per il futuro e si prospettava un impiego in California, dove avrebbe potuto consacrarsi come chirurgo neonatale, cosa per cui aveva studiato perso il sonno e la vista. Sognava di farlo fin da ragazzina.


- Guarda che questo è un lavoro vero! Ma non è così semplice!

- E allora fai qualcosa per raggiungere quest’obiettivo! Ma non rimanere fermo! Sono tre anni che sei assistente di quel professore del midwest senza che tu possa trovare mai effettivamente sbocco!


E dopo poco, lui sbottava.


- Daria, cazzo! Ma perché parli sempre del mio lavoro?! Dei miei sogni, delle mie aspirazioni?! Tu hai i tuoi!

- Ma tu sei fermo al palo, Henry! Devi fare qualcosa per uscire da questa… merda!

- Ma questa è la MIA merda! Nessuno me l’ha regalata!

- Chi avrebbe dovuto regalarmi la mia laurea?! O il mio lavoro! Io mi sono fatta un culo così!

- Lo so, Daria… Lo so… è che non vorrei essere sempre sulla graticola, quando si parla di quest’argomento…


Lei lo guardava stanca, si voltava dall’altra parte e si addormentava, evitando di toccarlo anche per sbaglio fino al mattino dopo. Ma mentre per Henry quella discussione finiva lì, Daria non dimenticava; lasciava macerare il malumore, lo accantonava ma era sempre pronta a sfoderarlo come arma vincente quando la sua ansia di realizzazione le premeva sulla bocca dello stomaco. Per lei Henry doveva darsi una mossa e allungare il passo, per poterle stare accanto.


Dopo un paio di giorni, il ventilatore ormai non serviva più. Faceva troppo caldo, e la cosa lo costrinse a tornare da Molly Merton e ad acquistare un grosso telo, di quelli resistenti, tutti poliestere e un po’ di cotone autoctono. Con un po’ di voglia di fare rimise in sesto la vecchia amaca del nonno, la sistemò sul patio e la usò come cuccetta.

Dormì più fresco.

E il fatto di aver realizzato qualcosa per se stesso lo riempì d’orgoglio.

Le notti successive furono più fresche, il suo umore era leggermente migliore e riuscì addirittura a stendere qualche pagina, oltre che ad avanzare nella programmazione della trama.

C’era quasi, e se ne accorse un martedì ventoso. Era nello studio del nonno quando, durante la scrittura, si accorse che quel posto fosse piuttosto buio.

E lo era sempre stato. Solo che non se n’era mai reso conto.

Henry aveva bisogno di più luce, e quando cambiò la lampadina del vecchio abat-jour dal paralume bucato fu in grado di vedere le cose con più chiaramente.

- Questo posto cade a pezzi… - sospirò, guardandosi attorno come se ne avesse appena preso coscienza. E non riusciva a nascondere a se stesso il piacere che gli faceva il fatto d’esser riuscito a migliorare quella situazione semplicemente facendo qualcosa.


Una lampadina.

Aveva cambiato una lampadina e stava meglio.

Guardò i vetri opachi della finestra e la tenda bucata. E le assi rotte del pavimento.

E quella scrivania aveva bisogno di una passata di flatting.

Annuì, tornò da Molly Merton, acquistò il necessario, e passò l’intero pomeriggio a fare cose che non credeva di saper fare, esplorando la manualità che tanto piaceva a suo nonno e di cui anche suo fratello era provvisto. E quando finì, era stanco e sfatto.

E la luce splendeva su ciò di cui stava andando orgoglioso.


Doccia rapida, gli hamburger sfrigolavano sulla griglia venti minuti dopo e intanto ricordava un pomeriggio passato al Carl Schurz Park, nei pressi di casa di suo fratello. Lui e Daria avevano riempito una busta col necessario per un picnic e avevano raggiunto il barbecue.

Lei pareva raggiante. Lui aveva praticamente elemosinato una giornata come quella per quasi due mesi e quando Daria capì che le servisse prendere un po’ d’aria decise di accettare e prendersi un break dallo studio. Indossava una t-shirt di South Park nera, abbinata alle Vans, e Henry ricordava anche che quel giorno macchiò la scarpa destra col sugo degli hamburger.

Sfrigolavano ancora, proprio come quel giorno. E come quel giorno aveva riempito due panini e avevano mangiato all’ombra di un salice.

Ma a Holiday Harriet era ormai sera, e non serviva alcun albero a far ombra.

Si sedette sulle scale del patio e si gustò la carne. Poi tornò a scrivere e andò a dormire.

E Daria ritornava.


- Hai già cominciato a vedere per qualche lavoro in California?

- Non parlare a bocca piena.

- Rispondimi…

- Non ancora. Sto aiutando Whitehall con le correzioni delle prove di metà anno e poi ci saranno gli esami di conferma e…

- E non hai avuto dieci minuti per guardare una cosa al computer?

- No, Daria… Non ho avuto ancora dieci minuti da quando ho finito di correggere i test. E non ho neppure ancora finito… Dopo torno di là a lavorare…

- Lavorare è quando ti danno dei soldi.

- … Dannazione...

- Ma perché non vuoi cercare di là, scusa?! Troveresti lavoro in qualche casa editrice o in qualche blog online!

- Ma non è quello che voglio fare, Daria…

- E che diamine vuoi fare?! Rimanere a cazzeggiare per tutta la vita?! Tra tre mesi io parto e vado via!

- Lo so. E ti raggiungerò non appena sarà il momento.

- Ma pensi davvero che io creda a queste tue parole?!


Si svegliò in preda al panico, con le lacrime agli occhi e il cuore che batteva forte nel petto.

Sudato, impaurito, spaesato.

Quella notte ci andò a piedi, alla cabina telefonica. Non voleva svegliare nessuno col rumore della motocicletta, del resto erano le tre e mezzo del mattino. A ogni passo però i quarti di dollaro tintinnavano nelle sue tasche e allontanavano la sua testa dai pensieri che la bombardavano, elevandola in alto. Tuttavia sentiva le tempie pulsare, il cuore accelerare e le lacrime premere contro le palpebre, per scendere e andare fuori. E accelerava, perché doveva parlare, altrimenti avrebbe avuto una crisi lì, in quel momento, a quell’ora.

E non c’era niente di più patetico a cui potesse fare riferimento. Lui non voleva diventare in quel modo. Non voleva rivangare il passato, non voleva rimpiangerlo per tutta la vita.

Mentre le sue dita premevano su quei tasti mangiati dal tempo tutto ciò a cui riusciva a pensare era il buco che aveva in pancia, che lo divorava dall’interno, che lo stava smontando, pezzo dopo pezzo, con la sua forza gentile e silenziosa.

Squillava.

Squillava.

Ancora. Era tardi, era naturale che ci volesse tempo. Poi rispose.

Henry fu rapido.


- Mike… Mike, Mike, Mike, prima che parli, Mike… Ti prego. Ti prego, fammi parlare, ne ho bisogno… Ho paura, Mike. Ho paura che Daria abbia ragione. Ho paura che abbia ragione su di me, sul fatto che io sia un fallito e che non abbia mai avuto il coraggio di fare qualcosa per noi...

Il respiro dall’altra parte della cornetta era greve, ovviamente stanco per via dell’orario. Henry però non sembrava essere preoccupato dal fatto di aver disturbato suo fratello. - Io… - continuò. – Io ho paura che sia così. Ma ti giuro… te lo giuro! Te lo giuro, Mike! Io sono una brava persona! Io sono una brava persona e l’ho amata dal primo all’ultimo momento! Tu lo sai! Lo sai! – urlava, con le lacrime che presero a scendere. – Lo sai che non ho mai fatto nulla di male! I-io… io… - sospirò poi. Pulendo con l’avambraccio il viso. Prese un respiro lungo e profondo, che gli ripulì i polmoni dalla fuliggine che li attanagliava.

- Henry

- Rachel?

Sua cognata. La moglie di suo fratello.

- Tu sei una brava persona, Henry. E lei voleva solo voltare pagina…

- Come se fossi stato sbagliato! Come se stare con me fosse un errore! - urlò, sfinito.

- No… - la sentì sorrise dolcemente. – Semplicemente voleva altro. E tu sei sfinito…

- … Lo so…

- Dove diamine sei? Sai che ore sono a New York?

- Sono nel Maryland, Rachel. E sono solo… sto provando a scrivere e voglio semplicemente buttarmi tutto alle spalle…

- Stai facendo la cosa migliore…

- È che… è che sono stanco! Sono stanco di pensare a lei, e sentirmi dire che non vado bene!

- Ma tu vai benissimo… - ridacchiò ancora quella. – Non andavi bene a lei…

- A me lei andava bene!

- Henry… Forse devi solo cominciare a recuperare il terreno che hai perso…

- E-e… come? Come si fa?! – urlò, alterato.

- Vivi. Pensa a te. Hai passato anni dietro ai suoi obiettivi e hai tralasciato i tuoi… Puoi farcela, tesoro, noi crediamo in te.

- È che lei viene all’improvviso! Mi urla contro, mi dice che non vado bene! I-io non le ho fatto niente! Perché continua a farlo?!

- … Henry...

- Uff… cazzo! - esclamò, vedendo poi le luci di un appartamento accendersi. Sospirò, cercò di farsi più piccolo, stringendo le spalle nel timido tentativo di nascondersi.

- Vai a dormire, Henry. Tu meriti una seconda possibilità, da te stesso…


A quelle parole lui si bloccò. Rimase a fissare la cornetta come se il volto di sua cognata fosse lì davanti a lui, prima che la comunicazione s’interrompesse e il segnale del telefono lo richiamasse all’ordine. Gli diceva di posare la cornetta, di tornare a casa e mettersi sulla sua amaca.

Il mattino lo avrebbe svegliato e il sole avrebbe riscaldato le sue carni.






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