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Una storia di Purpleone

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14 minuti

Pubblicato il 05 aprile 2021 in Altro

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Epilogo

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Apro gli occhi di scatto, ho finito di dormire.

Mi succede così da parecchio ormai: passo dal sonno all’esser sveglio nel tempo di un sospiro. E intendo sveglio per davvero. Vigile e perfettamente riposato anche se ho dormito sì e no tre ore. Pare che sia a causa dell’età avanzata, così almeno ho sentito dire.

In effetti, c’è una certa logica in questa teoria. Noi vecchi abbiamo ormai il tempo contato e non è il caso di sprecarlo in lunghe dormite. La natura, in questo, non è stata stupida. Non lo è quasi mai di solito. Tranne magari quando permette che vengano al mondo certi bastardi, ma questa è un’altra storia.

Alla poca luce che filtra dagli scuri, vedo che la donna al mio fianco mi fissa silenziosa.

L’ho sposata la bellezza di cinquant’anni fa e, da qualche tempo, pare che la notte dorma ancor meno del sottoscritto. Le mando un bacio con la punta delle dita e mi tiro su dal letto.

Secondo i miei calcoli dovrebbe essere domenica o forse sabato… che ne dici se diamo fondo alle due uova che ho trovato ieri? Ma sì, stai tranquilla, cercherò di non fare troppo rumore in cucina…riposati ancora un poco, ti chiamo appena è pronto.

Forse ho impiegato più tempo del previsto perché quando la chiamo, mentre verso le uova sfrigolanti nel piatto, non risponde. Non mi azzardo a chiamare un’altra volta, forse s’è riaddormentata. Le terrò un uovo da parte, lo mangerà più tardi.

Mi viene da pensare che, se c’è un vantaggio in quest’ultimo miglio della nostra vita,équello di non dover sottostare alla tirannia degli orologi. Mangiamo quando abbiamo fame e dormiamo quando abbiamo sonno, quasi fossimo diventati anche noi, in questi boschi, più simili alle bestie che lo popolano. E, a proposito di bestie, sarà meglio che mi dia una mossa. E’ ora di controllare le trappole.

Il tempo di mettere il piatto sporco nel lavello e di infilarmi il giaccone e sono fuori.

L’aria gelida di novembre non si fa cogliere impreparata, e appena metto piede sulla veranda mi dà il buongiorno infilandosi prepotente dentro il cappuccio. Ho idea che, a dispetto del cielo terso, non più tardi di questo pomeriggio inizierà a venire giù qualche fiocco.

Poso con attenzione i piedi sui gradini luccicanti di ghiaccio e, mentre mi reggo al corrimano, mi rendo conto (da quel vecchio rimbambito che sono) che non ho preso il fucile. E’ solo una vecchia carabina calibro 22 che non mi sarà certo d’aiuto contro un procione o un lupo, ma è sempre meglio che andare per boschi a mani nude. Mi sistemo meglio lo zaino sulle spalle e mi incammino.

Ho appena raggiunto la cima del pendio dietro casa quando il sole spunta dal cappello di nuvole che avvolge le montagne davanti a me. È un sole pallido e senza colore, non certo un’alba da cartolina, ma non m’importa. Ho sempre avuto un debole per il sorgere del sole. Anche per i tramonti certamente, ma in modo diverso. Quand’eravamo più giovani e ancora potevamo viaggiare non mi perdevo mai l’alba del primo giorno. Ovunque fossimo, in camera d’albergo o in una tenda da campeggio, sgattaiolavo fuori in tempo per godermi quei pochi minuti di silenzio assoluto e d’indescrivibile bellezza. Finché, con l’età, spostarsi è diventato quasi impossibile.

Chiudo un attimo gli occhi poi, con un sospiro a metà strada tra la nostalgia e il rimpianto, discendo il sentiero che si perde sottile tra le prime file di larici che segnano l’inizio del bosco.


Sono passate tre ore abbondanti da che mi sono inoltrato in questo labirinto di piante tutte uguali e non ho buone notizie a rallegrarmi la giornata.

Tutti i miei lacci, tranne quello vicino al torrente, sono rimasti irrimediabilmente vuoti. Con non poca delusione sfilo dal cappio lo scoiattolo grigio che ha avuto la sfortuna di capitare da queste parti e lo soppeso nella mano prima di infilarlo nella sacca: saranno forse quattrocento grammi di pelle coriacea e ossa, ma è meglio di niente.

Speravo in una preda migliore, magari una lepre, e invece riprendo la via di casa a mani quasi vuote, con le anche che sembrano grattare contro polvere di vetro e la prospettiva di andare incontro a giorni difficili.

Inutile illudermi di riuscire a catturare qualcosa domani o dopo, non ci sono alternative: dovrò per forza andare in paese, anche se la cosa non mi piace per nulla. Nossignore.

L’ultima volta, quasi un anno fa, c’è mancato un pelo che ci rimettessi le penne finendo col pickup dentro un fosso. Ne son venuto fuori senza un graffio, ma c’è voluto tutto il pomeriggio e l’intera notte in mezzo al bosco per sfuggire a quei bastardi tenendoli lontani dal nostro nascondiglio. Per tutta una settimana la neve è venuta giù a vagonate e ho temuto che saremo morti congelati, avvolti nelle coperte e con la stufa spenta per non rivelare la nostra posizione. Invece il tempo è passato, nessuna mimetica è spuntata dal pendio e, alla fine della buriana, ho dovuto comunque ringraziare madre natura - nonostante il grosso bernoccolo in fronte - per aver coperto le mie tracce e dissuaso i miliziani dal proseguire le ricerche.

Quello dell’anno scorso è stato un brutto inverno e temo proprio che questo che sta per arrivare sia il suo gemello.

Un anno! Se dovessi dar retta alle mie ossa, direi che ne son passati almeno tre volte tanto. La vecchiaia, lasciatemelo dire, è un gran rottura di coglioni!


Quando rientro, mentre mi sfilo gli stivali, vedo che il piatto con l’uovo è ancora sul tavolo. Neanche oggi ha mangiato e la cosa non mi piace per nulla.

Mi affaccio silenziosamente all’uscio della camera e, nel debole chiarore, scorgo la sua sagoma avvolta dalle coperte. Gli scuri sono ancora chiusi. Mi secca doverla svegliare ma qualcosa dovrà pur mettere nello stomaco, anche se di malavoglia.

Decido però di non svegliarla, è quasi ora di pranzo e sarà meglio che mi metta a pulire lo scoiattolo.


Non è stato certo un gran lavoro e in meno di mezz’ora ho messo la pentola sul fuoco. Stufato di scoiattolo e tuberi selvatici e l'uovo della colazione: che leccornia!

Non c’è che dire, bisogna proprio aver fame per mandare già una simile schifezza, ma non posso permettermi di intaccare oltre le nostre misere scorte. Ieri, dopo essere rientrato con quelle due misere uova, ho fatto l’inventario delle provviste e ho avuto l’inesorabile conferma: siamo agli sgoccioli! Tutto quello che ero riuscito ad accumulare prima dello stato d’emergenza è quasi finito. È rimasto qualche barattolo di carne in scatolaper i cani che non ho più, una decina di minestre liofilizzate e altrettante confezioni di frutta secca.

Brutta situazione.

E continuare a ripetermelo non la migliorerà di certo.

Continuo a pensarci da che ho mandato giù la prima cucchiaiata di sbobba di scoiattolo. Forse avrei dovuto usare più criterio nel razionare i viveri ma come diavolo avrei potuto prevedere quello che sarebbe successo?

Sono stato ingenuo e mi sarei dovuto ricordare del Vietnam.

Quando i capoccioni iniziano a dire che va tutto bene e che, tutto è sotto controllo, quello è il momento in cui devi indossare le mutande di latta perché la fregatura ti sta arrivando alle spalle.

E così è successo.

La nostra unica fortuna è stata quella di avere questa piccola baita e di esserci venuti a stare quando ancora tutto era tranquillo. Non avevamo nulla che ci tenesse legati alla nostra vecchia vita e fare gli eremiti, tutto sommato, non ci sembrava poi così male. Facevo proviste una volta ogni mese e non ho mai avuto alcun interesse a socializzare con chicchessia. Nessun bisogno del barbiere o, grazie a Dio, del medico e tutto quello che ci occorreva era a disposizione negli scaffali del WallMart. Riempivo il carrello e davo un rapido buongiorno alla cassiera di turno, poi caricavo il pickup e sparivo nei boschi. Sono certo che, a dispetto delle chiacchiere e dei pettegolezzi degli sfaccendati di turno, nessuno sapesse di preciso da dove venissi o dove andassi e, alla lunga, si è dimostrata un’ottima (anche se involontaria) strategia.

Non che avessimo idea di quel che sarebbe successo a distanza di qualche mese, volevamo solo che nessuno ci capitasse tra i piedi.

Poi, alla radio, abbiamo sentito dei morti sempre più numerosi, a migliaia ogni settimana, degli ospedali al collasso e dei disordini violenti nelle strade. Quando infine il Governo è andato in tilt ecco spuntare la Legge Marziale, le quarantene e l’obbligo di censimento nell’intero Stato.

Dopo di che sono iniziati i trasferimenti coatti. Ovviamente per il bene della popolazione, come dicono in questi casi. E quella mattina di un anno fa ho visto con i miei occhi i miliziani della Guardia Nazionale che, armi in pugno, rastrellavano le strade del paese. Simili a spettri, con le loro maschere e le tute NBC e le armi in pugno, latravano ordini che mi riportavano indietro nel tempo.

Avevo appena svoltato all’ultimo tornante sulla collina, poco prima della segheria, e dall’alto li ho visti chiaramente mentre spingevano la gente dentro i bus militari con i finestrini oscurati. Tutti in coda come formiche avanzavano a piccoli passi, con le mani sulle spalle dell’uomo o donna davanti, i bambini piccoli in braccio e i più grandicelli abbarbicati ai vestiti.

Stavo immobile fuori dall’auto e guardavo di sotto quando anche una delle loro pattuglie mi ha visto, forse a causa di un riflesso del sole sul parabrezza, e in un minuto, giusto il tempo di risalire in macchina e fare inversione, me li sono trovati alle calcagna. Poi, poco prima di svoltare per il bosco ho sentito una raffica di mitra e lo schianto dei proiettili sulla sponda del pickup.

A quel punto non occorreva un genio per capire non era il caso di eccedere in prudenza e nonostante le pessime condizioni della strada ho pestato sull’acceleratore.

Ero riuscito a guadagnare diverse curve di vantaggio quando il Dio protettore dei vecchietti s’è svegliato e ha mandato giù quella tormenta di neve che, pur facendomi finire a testa in giù nel fosso, in definitiva mi ha salvato la pelle.

E ora, volenti o nolenti, le mie vecchie giunture e i miei timori dovranno farsene una ragione: si va in città a racimolare qualcosa. Non sarà difficile. Dopotutto devo solo evitare qualche posto di blocco, sgattaiolare sul retro di non so quante case, trovarne una con la porta aperta o con una serratura scassinabile e, infine, sperare in una dispensa con ancora qualche riserva di scatolame da portar via. Fosse anche scaduta da sei mesi.

La vera brutta notizia però, è che, senza un mezzo di trasporto, mi occorreranno almeno due giorni di cammino tra i boschi prima di arrivare alla vecchia segheria, e poi almeno altre quattro ore per raggiungere la linea d’alberi dietro il WallMart. E non mi azzardo in altre previsioni se, per disgrazia, dovesse pure nevicare.

È una scarpinata niente male che metterebbe a dura prova anche uno più giovane e in forma del sottoscritto e forse, prima dei miliziani (ammesso che ce ne siano ancora a presidiare quelle quattro case), potrebbero uccidermi il freddo e la fatica.

Come si fa, in questi casi, a non rimpiangere di avere vent’anni in meno? Vai a dirlo alle mie ginocchia che l’importante è sentirsi giovani dentro!


Il sole sta per andare giù. Mi sono appisolato come un babbeo davanti alla stufa, forse anche grazie al bicchiere di brandy che mi sono servito senza eccessiva parsimonia per digerire quell’accidente di scoiattolo. Ora però è meglio che mi dia una mossa prima che faccia troppo buio. C’è un’altra cosa da fare prima che mi avvii per la mia missione: portare in casa abbastanza legna per i prossimi giorni è vitale quanto la ricerca del cibo.

Magari, con un po’ di fortuna, l’esercizio stimolerà la fame e troverò meno disgustosi gli avanzi dello stufato.

C’è voluto più tempo del previsto e adesso che ho finito di spaccare e trasportare la legna ho la schiena e le braccia a pezzi. Sono così stanco che mi è passata pure la fame. Mi sdraio sul letto con tutti i vestiti e tiro su la mia porzione di coperta con attenzione.

“Non hai mangiato nulla oggi”, le dico a mezza voce, “sei sicura di non avere neanche un poco di appetito? Ho preparato uno stufato che non è niente male. Te ne scaldo un pochino se vuoi...d’accordo, non insisto. Magari domani andrà meglio. Senti, non vorrei farlo, ma devo andare in paese a cercare provviste e starò via per un paio di giorni…certo che farò attenzione, come sempre. Stai tranquilla. Ho portato legna a sufficienza e non dovrai uscire, bada solo a non far spegnere il fuoco. E, per favore, anche se ti costa, sforzati di mangiare qualcosa. Promesso?”


Preciso come un orologio nucleare spalanco gli occhi alla stessa ora di ieri e degli altri giorni prima.

Credevo che la fatica di portar dentro tutta quella legna mi avrebbe spedito di corsa ne mondo dei sogni, ma è stato solo un inutile e inascoltato desiderio. Sono rimasto a fissare il soffitto per non so quanto tempo, prima di addormentarmi e fare le mie tre ore e poco più di sonno. Ora sono sveglio ed è ancora buio pesto.

Cercando di ridurre al minimo i movimenti del vecchio materasso per non svegliarla, sguscio fuori dalle coperte e prima di socchiudere la porta alle mie spalle le mando un bacio, come faccio di solito prima di andar via per più di qualche ora.

Il buio della cucina è appena rischiarato dal bagliore rossastro delle ultime braci nella stufa che ha urgente bisogno di essere alimentata.

È la prima cosa che faccio subito dopo aver acceso la lampada a gas e ancora prima di infilarmi gli stivali. Poco dopo i ciocchi crepitano avvolti dalle fiamme e la temperatura sale rapidamente. Prima di andar via le lascerò, accanto alla busta di minestra liofilizzata, un biglietto per ricordarle ancora una volta di non far spegnere il fuoco. So che si seccherà perché odia che le ripeta le cose più di una volta, ma il freddo è più pericoloso delle sue arrabbiature. Avvicino la seggiola fino quasi a sfiorare la pancia della stufa e mi godo, finché posso, il suo alito rovente.


È ora di andare: il cielo sta iniziando a schiarire.

Indosso il giaccone, prendo una scatola di proiettili che infilo nello zaino, e poi il fucile e le racchette da neve appese accanto alla porta. Prima di uscire rivolgo uno sguardo indietro e mando alla mia ragazza un altro saluto. Con tutto me stesso non vorrei andare, ma non posso fare altrimenti. Ho aspettato fin troppo e se inizia venir giù la neve, quella vera, non potrò più muovermi.

Fuori mi accoglie il solito schiaffo gelido e un pallido cielo coperto di basse nuvole immobili. Questa notte è nevicato. Non tanto, per fortuna, solo una leggere spruzzata che però ha tutta l’aria di una promessa.

Stringo ancora un poco le cinghie dello zaino e mi avvio.

Ho fatto forse dieci passi sulla neve scricchiolante quando un lampo rossastro mi colpisce gli occhi. Mi volto in quella direzione e lo vedo di nuovo, a destra, tra gli alberi.

Non sono così rincoglionito da non riconoscere un laser quando ne sono quasi accecato, ma lo sono abbastanza da afferrare istintivamente il fucile e decretare così la mia condanna.

Quattro o cinque sbuffi ovattati arrivano quasi insieme alla spinta che mi sbalza indietro. Finisco con la schiena sulla neve e con un dolore al petto che mi spezza il respiro.

Attraverso un velo di lacrime intravedo tremolanti figure bianche che si avvicinano lente. Mi sento schiacciato a terra da un peso indescrivibile e devo avere del sangue in bocca perché ne sento il sapore. Forse mi sono morso la lingua cadendo.

I caschi di due miliziani si sostituiscono al bianco del cielo quando si chinano e mi afferrano per il collo del giaccone. Mentre senza alcun riguardo mi trascinano all’indietro, il dolore al petto aumenta e al posto di un respiro butto fuori un grumo di tosse calda.

Sento i miei scarponi battere sui gradini della veranda e poi raschiare sul legno del pavimento finché il movimento all’indietro termina all’improvviso, così come la presa sul mio giaccone, e un lampo di dolore mi annerisce la vista quando batto la nuca sulle tavole.

Quasi non riesco a respirare, ma le voci mi arrivano stranamente chiare e nitide:

“Capitano, qui c’è né un’altra. Sembra morta da settimane...”

“Anche ‘sto tizio è liquidato, Sergente. Date fuoco alla baracca e leviamoci da qui”.

Non manca molto, ma spero di morire prima di essere raggiunto dalle fiamme.


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