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Una storia di Chrisma

La forza dei giganti

e il cuore per poterla usare

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3 minuti

Pubblicato il 16 gennaio 2020 in Storie d’amore

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Rimane tutto lì, in quello spazio pieno di nulla, con lo sguardo mio, e lo sguardo tuo, e il sorriso che ti esplode in viso quando vedi che ti vedo, lì, in mezzo a mille persone, che ridono, e scherzano, e urlano, sotto il cielo della notte, prima che piova, prima che io scappi, prima che lo faccia tu, prima che la folla impazzisca e io ti cerchi in mezzo alle mille teste in fermento, confuse, poi bagnate, un po’ ubriache, senza mai trovarti.


Rimane tutto in quell’attimo, in cui gli occhi miei, orfani di quelli tuoi, cercano gli occhi tuoi, spogli di quelli miei, e in quell’espressione che ho adesso, che non ti vedo più, che sento il baratro spalancarsi tra lo stomaco e i polmoni, e il vento di mare a grattarmi il viso, la roccia dura che abbandona i miei piedi, e poi il freddo dell’oceano, il suo buio, la mancanza del tuo abbraccio, la voglia di morire in quella stretta, poi il sale sulle labbra, i brividi sul corpo, la paura di non sapere come e se aprire gli occhi lì giù, e la morsa dolorosa che stringe i miei polmoni.

E poi l’aria fredda che ha preso a schiaffi la pelle delle mie guance, e il canto dei gabbiani in fuga, le cui ali rimestano le nuvole nere infuriate - no, non infuriate, furibonde, storpie in viso ma lo stesso meravigliose, poesie d’aria spessa, più leggera, un tempo bianca, poi grigia, nera più in lontananza, dove lampi come rughe di luce le attraversano, le incattiviscono, le armano, le bloccano, le rendono mortali e taglienti, elettriche, e vivo poco e male, sentendo che in mezzo a quell’oceano, pieno e vuoto, sarei spacciato. E se non fosse un fulmine a prendermi, sarebbe stato l’oceano stesso a rapirmi, a tirarmi giù, a intrappolarmi, a rubare la mia scintilla, a restituire al mondo un guscio vuoto, un cuore solo, rotto ma speranzoso del fatto che, una volta allungato lo sguardo, possa incrociare la strada con quello che ti batte nel petto, fermo, seduto sulla riva di ciottoli, di tutte le forme, di tutti i colori.


Rimane tutto lì, perché c’eri, perché eri lì, in piedi sulla tua riva, con la testa nella tua buriana e i piedi che affondavano nel mare e nella tua tempesta. E tu eri in pericolo, e io ero lontano, nel tuo mare, in cui fesso mi sono tuffato, e in cui stanco sto annegando.

Ma non è l’oceano, la meta.

La meta è la riva.


Rimane tutto in quelle parole che lancio, nell’aiuto che credo tu mi abbia chiesto, di quello che sono sicuro di aver bisogno da te, e tu, speranza, donna, sicurezza, bellissima salvezza, sei ferma mentre speri che ti raggiunga, che ti afferri, che ti indossi, che ti ami, che ti faccia mia.


Rimane tutto nella forza che trovo, nella voglia di cancellare la vergogna e il gelo che è entrato quest’inverno, quando sono diventato maniero e qualcuno è scappato per l’ennesima volta dalla finestra, rapido, ladro, ingiusto, bastardo, avaro, rendendo fuscello la quercia, facendomi pronto per le braci. Ero convinto di non poter aiutare me stesso, di non poter diventare, di non poter essere, di non poter crescere.


Rimane tutto scritto tra le lettere del tuo nome, dove ho trovato strade, ponti, luci, persone, vita. Convinzione.

Perché ora lo so, e ne sono convinto: possiedo la forza dei giganti e il cuore per poterla usare.

Quindi rimane tutto lì, nelle bracciate che ho lanciato in avanti, nel rumore delle onde sotto la pioggia, nel tempo che si è fermato, nel giorno pronto a diventare notte, nella paura diventata benzina, nel cuore diventato motore, nella forza diventata strumento, nel tuo volto diventato faro, nel tuo nome diventato prima sogno, poi verbo, poi dubbio.

Poi la riva, le mani toccano terra.

Tu non ci sei più, piove.

Sei solo un’idea.

Ma poi ti vedo.


Respiro, apro gli occhi, ti vedo tra la folla, in mezzo a quelle stesse mille teste, festanti, urlanti.

Ti sorrido, mi sorridi, tuona.

Ti prendo.

Ti porto via.



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