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Una storia di Barbarella49

La ragazza del manicomio - 2 Parte

197 visualizzazioni

6 minuti

Pubblicato il 19 settembre 2020 in Thriller/Noir

Tags: #Disagio #Mente #Perdizione #Psicothriller

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La ragazza si sentiva osservata, lanciò uno sguardo di sfuggita e vide che una giovane donna la stava guardando con curiosità.

Le strizzò l'occhio, poi scomparve agguantata dal braccio di uno degli infermieri. Di ritorno nella sua stanza pensò alla sua amara condizione e a quella prigionia forzata, cui non era abituata.

Quella notte ebbe degli incubi; non sapeva più cosa fosse reale e cosa non lo fosse. Frammenti di quelli che erano stati i momenti passati lì in quella struttura si ripresentarono nel suo inconscio, sotto forma di sogni.

Si vide come in un film. Lei stesa su un deprecabile lettino, con la camicia da notte di flanella e due persone con il camice bianco le stavano vicino. Uno di loro le applicava un gel mentre l’altro le metteva degli elettrodi ai due lati della testa. Accanto un apparecchio strano, sembrava una scatola dove c’erano delle manopole nere e dei cerchi con dei numeri. Dopo un po’ iniziava il supplizio. Una prima scarica la pervadeva tutta facendola sussultare come una marionetta senza fili. Il suo povero corpo era scosso come da singhiozzi, mentre si mordeva la lingua.

Un dolore così forte non l’aveva mai provato. Gli spasmi aumentavano, i muscoli sussultavano ormai senza controllo, ai lati della bocca cominciò a colare giù una sostanza biancastra, che andò a bagnare il camice, che aveva indosso. Strizzava gli occhi, facendosi quasi male, come ad annullare ciò che stava subendo. In quel momento, in un misto di realtà e allucinazione, perdeva il controllo degli sfinteri e se la faceva addosso, come una bambina piccola. Durava così per dieci minuti questa pratica delirante e alla fine sveniva e quando si risvegliava era di nuovo in quella squallida stanza. Si svegliò urlando.

"Perché non ricordo niente?"

Comprese che la causa di tutta quella confusione che aveva in testa era dovuta all'elettroshock.

Fu assalita da una sensazione di impotenza. Lei non poteva in alcun modo opporsi a quello che le stavano facendo.

Si sentiva disorientata, smarrita e soprattutto vulnerabile.

Nessuno avrebbe potuto aiutarla.

Quando era nervosa le prendeva una smania incontrollabile e non riusciva a stare ferma. Gli occhi cercavano qualcosa per distrarsi.
Osservò il comodino lì accanto al suo letto.

Aprì il cassetto. Le mani frugarono in cerca di qualcosa. Ogni movimento le costava una fatica enorme. Le mani afferrarono un oggetto, all'apparenza un libretto consunto. Presa dalla curiosità lo aprì e iniziò a sfogliare le pagine ormai ingiallite. La grafia era minuta e precisa. Ebbe una forte impressione di familiarità, come se quel diario lei l'avesse tenuto in mano tante volte. Sul frontespizio una scritta indicava che quello era il diario di Ermenegilda Pasquinelli. Quello era il suo nome, ad un tratto si ricordò. Era figlia del famoso chirurgo Pasquinelli. Ricordò suo padre, un uomo tutto d’un pezzo e sua madre e anche sua sorella. Ma non si ricordava perché l’avevano lasciata lì.

Ogni pagina era contrassegnata in alto a destra dalla data del giorno.

10 Gennaio 1955

Caro diario

Oggi è un giorno molto emozionante per me. Stasera ci sarà il ballo della scuola. Non vedo l'ora! Oggi ho provato per l'occasione un delizioso abito azzurro stretto in vita e con l'effetto campana. Adesso mi vado a preparare.

11 Gennaio 1955

Caro diario,

ieri è stato bellissimo.

Mi sono divertita tanto, ho ballato ed alla fine tanti cavalieri si sono fatti avanti. Dei bei ragazzi. Mi sono sentita come una principessa.


Posò il libretto e si ripromise di leggerlo il giorno seguente. Si stese di nuovo sul suo giaciglio, che non era neanche tanto comodo e si addormentò di nuovo.



I primi raggi del sole illuminarono la sua stanza, dopo una notte estenuante. Iniziò a sentire i suoni del risveglio, un tramestio di piedi che ciabattavano nei corridoi, poi le voci lamentevoli dei pazienti, qualcuno gridava. D’un tratto due colpetti alla porta della stanza la fecero sussultare.


Un occhio l’osservò dallo spioncino centrale. Una donna corpulenta entrò e le disse che era ora, le dette due pasticche una rosa e una blu, raccomandandole di prenderle dopo colazione.

" Quante volte ho vissuto questo momento?"; le sembrava una scena che si ripeteva all'infinito. Si alzò con un sospiro, andò al bagno che consisteva in una latrina sporca, che veniva pulita raramente e dalla quale proveniva un tanfo insopportabile d’oltretomba. Ritornò la nausea, ma si fece coraggio ed espletò i suoi bisogni. Si doveva andare avanti a denti stretti, pensò. Come era sopravvissuto l’autore della poesia che stava leggendo sulla parete, un degente come lei, che provava le sue stesse sofferenze e dalle quali cercava una via di fuga. La fame tornò a farsi sentire implacabile e devastante. Il suo corpo non ce la faceva più. Erano giorni che si trascinava come una sonnambula. Alternava stati di veglia a stati allucinatori, talvolta faticava a capire quale fosse la realtà. I dottori venivano due volte a settimana. Era seguita da un ragazzo giovane, con gli occhiali e baffetti, un po’ magro. La scrutava, le faceva qualche domanda e poi le prescriveva la cura per la settimana. Se lei si rifiutava di obbedire veniva punita. Arrivavano nella sua cella in due o tre, la sollevavano di peso e la mettevano su di una sedia a rotelle. La portavano in una stanza dalle pareti nere, dove al centro c'erano delle vasche enormi dove la ruggine la faceva da padrona. La mettevano lì dentro ad una di quelle vasche senza tante cerimonie, dopo aver denudato il suo corpo devastato.

Anche i rubinetti erano arrugginiti e le facevano una certa impressione, perché da lì usciva l'acqua ghiacciata che le toglieva il respiro. Stava a bagno per un tempo interminabile, i secondi diventavano minuti ed i minuti ore e lei perdeva la cognizione del tempo.

"Ho tanto freddo", pensava. Il gelo le entrava dentro nelle membra, fino ad annullare, distruggere, soffocare tutto di sé, fino a sentirsi estranea a quello che le succedeva intorno.

Sveniva, poi riprendeva conoscenza, quindi sveniva di nuovo e quando la tiravano fuori vomitava anche l'anima. Andava avanti, stringendo i denti. Era una combattente, nonostante tutto. Gli avevano tolto tutto anche la dignità, ma lei non si spezzava.

Urlava tutta la sua rabbia, gridava, contro a tutte quelle ingiustizie.

A quel punto arrivavano i soliti infermieri che le mettevano la camicia di forza e la chiudevano in una cella insonorizzata all'esterno e con le pareti imbottite di ovatta.

Pensava alla condizione umana.

"Siamo tutti fragili, chi non ce la fa, come me, perde la ragione, perché non riesce a vivere". Piangeva. Lacrime silenziose le scendevano dagli occhi e le bruciavano le guance.

"Dio aiutami!", si ritrovò ad implorare cercando di trovare fede in qualcosa.

Flash di memoria le si conficcavano nel cervello, svuotandola, lasciandola senza fiato. Allora gridava forte ancora e ancora. Nessuno la sentiva. Veniva trattata alle stregua di una bestia. I giorni passavano nella loro monotonia, tutti uguali, senza distinzione tra il giorno e la notte.

"Voglio fuggire da qui, ma per andare dove?", pensava.

"Menomale che da domani avrebbe frequentato la zona giorno!"


Continua...

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