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Una storia di P3PP4R10

Questa storia è presente nel magazine Lunario musicale del lockdown

A Period of Transition

Il Van Morrison più black di sempre

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5 minuti


Riascoltando A Period of Transition (quarant’anni dopo)


Ci sono dischi che vengono collocati per questioni di convenzione e di fretta in modo approssimativo. Le motivazioni sono spesso molteplici e intrinseche, dettate da tempi, modi e concetti sbagliati o anacronistici. Tra questi lavori, sovente vi finiscono anche prodotti di buona levatura, come nel caso di questo A Period of Transition di Van Morrison. Disco che ha un solo peccato originale: arrivare dopo una sequenza di titoli capolavoro che rispondono al nome di Astral Weeks, Moondance, Saint Dominic’s Preview, Veedon Fleece e del live It’s too late to stop now. La critica e il pubblico non diedero la giusta attenzione a un lavoro dove il sound, gli strumenti e il mood macinano bene sin dai primi accenni di You Gotta Make It Through the World.


Dichiarazione di intenti che si traduce in un approccio estremamente black in stile Motown. In cabina di regia, oltre che alle tastiere, siede assieme allo stesso Van Morrison, quel grande talento che è stato Dr. John. L’apporto del pianista di New Orleans è più che evidente in tutte i solchi di questo lavoro, ma la cosa più incredibile e impressionante è la mimetica adottata dalla scrittura di Van Morrison. L’irlandese mai come in questo caso, si appropria dei suoni pulsanti del funk, del soul e del jazz, che erano stati la cifra stilistica di enorme impatto e successo commerciale di lavori come Talking Book, What’s Going On e Super Fly. Il lavoro di dinamiche basato sulla regola di vuoti e pieni, rende il suono di A period of transition unico nel canone morrisoniano. Dr. John definirà il disco come a real spiritual sound. C’è qualcosa di estremamente profondo e concettuale in queste incisioni. Un robusto e grasso R&B che deve qualcosa al discorso inaugurato poco tempo prima dal Billy Preston di The Kids & Me. Un suono ricco, che trasuda voglia di muovere le gambe, come era d’uso all’epoca.


Sarebbe interessante poter accedere a un archivio video e fotografico dell’epoca. Il look di molti session man e musicisti, ci dirette sicuramente qualcosa di valido e interessante, sull’atmosfera che determinava le incisioni di questi lavori. Mi spiego meglio: A Period of transition non è Gumbo e non è certo un successo come Song in the Key of Life, ma è un atto dovuto e programmatico, visto che i suoni sono cupi, tutti basate su doppie e triple tastiere e suoni graffianti ma compatti. Eppure con poca fantasia provate a immaginare You Gotta Make It Through the World inserita in una soundtrack di un film di Quentin Tarantino con Samuel Jackson che fa uno sproloquio sull’apporto dei turnisti alla realizzazione di un capolavoro di casa Motown.


Il lavoro effettuato dai fiati è saporoso di Stax e dona un colore caldo e d’impatto. La migliore definizione per questo disco è univoca: spirituale. E’ chiaro che Dr. John e Van Morrison stavano cercando di ritrovare le origini in un tipo di musica che conoscevano bene e che volevano in qualche modo omaggiare. Un disco come A Period of Transition oggi verrebbe certamente salutato dalla critica come un mezzo capolavoro, di genere, con un po’ di mestiere, ma meritevole di essere ascoltato, suonato a tutto volume e sudato. La potenza del tiro di It Fills You Up esplode ancora una volta ed è merito, oltre che della sezione ritmica, in grande spolvero, dei fiati, dell’armonica e dei cori. Qui la linea di basso trasuda potenza e la batteria disegna un cerchio di fuoco dentro cui muoversi in scioltezza. Eppure è solo un preludio, buono per gli spettacoli live, visto che il bello deve ancora venire: The Eternal Kansas City, pezzo unico nel canone morrisoniano, è la vera gemma di questo disco. Basterebbe questo brano per chiudere ogni discorso e decretare che questo disco è da rivalutare a pieni voti. Non un capolavoro, ma nemmeno quel lavoro di solo mestiere e di pochezza di idee, di cui si era scritto con sciatteria al momento della sua uscita nel 1977. Uno degli artefici di questo suono è sicuramente il batterista Ollie E. Brown, che già suonato nei dischi di Billy Preston e soprattutto di Sly and the Family Stone. Van Morrison a suo solito infila una sfilza di nomi celebri nei suoi testi, da Charlie Parker a Count Basie, da Lester Young a Jimmy Witherspoon. Oggi viene semplice accostare questo splendido brano al film (quasi omonimo) di Robert Altman del 1996 interpretato da Jennifer Jason Leight e Harry Belafonte. Sorpresa, sorpresa! Alla chitarra c’è anche un altro musicista Motown: Marlo Henderson, che ha suonato, tra gli altri con Ray Charles, Buddy Miles e Stevie Wonder. Ad aggiungere valore fusion ci pensa poi il basso di Reggie Mc Bride, session man utilizzato ancora una volta da Stevie Wonder, ma anche da Herbie Hancock, Al Jarreau, John Lee Hooker e B.B. King. Van Morrison è ispirato e spiritato come non mai, mentre intona il gioioso volo dei pellicani in Flamingos Fly. Il disco si avvia alla sua conclusione con due brani di ottima fattura come Heavy Connection e Cold Wind in August. Disco breve e anomalo, nel canone morrisoniano, che rende meglio nelle vesti di autore cantautore, ma che qui si diverte e fa divertire con questo miscuglio di black music uscito però per una label come Warner Bros. Ultima nota sull’arrangiamento dei fiati romantici di Heavy Connection. Anche il fraseggio del Nostro è qualcosa di epico, un brano decisamente evocativo che profuma di anni settanta fino al midollo. Ad avercene oggi di dischi come questo A Period of Transition.


[ Dario Greco - The Wild, the Innocent and the Saint ]

La copertina del disco di Van Morrison "A Period of Transition", del 1977.
La copertina del disco di Van Morrison "A Period of Transition", del 1977.

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